Death information & Death education? di Nicola Ferrari
Riceviamo e pubblichiamo con piacere questa riflessione di Nicola Ferrari, che da molti anni, con l’associazione Maria Bianchi di Mantova si occupa di sostenere le persone in lutto.
Cos’hanno in comune, nell’ambito della Death education, eventi quali convegni, lectio magistralis, laboratori, tavole rotonde, spettacoli teatrali, concerti, reading di poesie, mostre di fotografie e pittura, rassegne letterarie, seminari, cineforum e poi passeggiate tra i cimiteri, cene in nero, escursioni di gruppo all’imbrunire, Death café, gala, dialoghi con autori, visite guidate, letture sceniche, performance, installazioni visuali e sonore, webinar, podcast, libri, video caricati in rete, live streaming, incontri sui social media, blog, forum e senza dubbio anche altro?
L’idea che educare corrisponda a informare, istruire, condividere esperienze, pensieri e vissuti; detto in altre parole: la Death education si basa sull’idea che aumentare le conoscenze specifiche su questo aspetto della vita, e narrarsi gli uni con gli altri, significhi educarsi (e forse prepararsi) alla morte.
Che cosa significhi nel concreto educarsi alla morte è un quesito complesso, che pone a sua volta molti altri interrogativi (cfr. in questo blog il contributo Death education? di Marina Sozzi, che li presenta in dettaglio). Ma, indipendentemente da questi problemi, che includiamo nell’ambito più vasto della tanatologia, nel significato della parola ‘educazione’ è connaturato, e continuamente ricercato, il cambiamento della persona coinvolta.
Non esiste autentica attività educativa che non preveda, come fine ultimo, la possibilità di una trasformazione, di uno sviluppo, in virtù del quale le potenzialità del soggetto vengano, nell’ormai classica e accettata analisi del termine, tirate fuori, estese, dilatate. È proprio per questo che trovo il termine Death education, declinato poi nelle varie attività citate all’inizio, piuttosto inappropriato: non basta, purtroppo, ascoltare persone esperte sul tema, che con le loro proposte fanno sorgere in noi nuove considerazioni, non è decisivo aumentare la conoscenza su aspetti psicologici, sociali, spirituali che non si possedevano prima, o confrontarsi e dialogare sui temi della mortalità, del lutto, del fine vita, così come non è sufficiente vivere emozioni ed esperienze individuali o in gruppo appositamente predisposte.
Il tema della morte, nostra e altrui, del lutto, della finitezza e tanto altro, non è una questione satellitare, non è trattabile come altri temi o situazioni della vita che ci riguardano ma in modo più tangente, rispetto ai quali le iniziative culturali citate sopra sarebbero strumenti utili e sufficienti per farci un’idea e prendere posizione.
Ciò non significa che gli incontri pubblici siano inutili: proporli significa coinvolgere e appassionare persone, ma si tratta in questi casi di Death information, non di Death education cioè di occasioni per avvicinarsi, per introdursi, per prepararsi a un cammino di ben altro spessore. Perché ognuno di noi possa vivere un percorso educativo rispetto alla morte occorre che gli accada altro, di più, di diverso rispetto al solo ascolto, lettura, confronto, dibattito.
Magari potessimo arrivare a fare i conti con la nostra fine, con la perdita di chi amiamo, con l’annuncio o il periodo di una grave malattia, così come vorremmo che accadesse, magari con quella forza, serenità, coraggio, consapevolezza che stiamo cercando e che costituiscono le ragioni per cui partecipiamo ad eventi, per cui leggiamo libri sul tema, eccetera.
Death information è quindi il termine secondo me più appropriato, corretto ed efficace da utilizzare, ben sapendo che una parola è molto più di una parola: stiamo parlando di ciò che è necessario per avvicinarsi al tema della morte, per potersi accostare con un primo livello di coinvolgimento emotivo, ampliando la nostra conoscenza, cominciando a conoscere altre persone con la loro storia, la loro ricchezza e la loro fragilità.
La Death education si pone invece al livello seguente, non per valore o qualità ma perché offre un percorso successivo che permette (o almeno tenta) di attivare un cambiamento dentro se stessi rispetto alla modalità di affrontare la questione cardine della morte. E questo percorso, che si può declinare in modi diversi, ha però delle caratteristiche ineliminabili che lo contraddistinguono e che si distinguono dalla prima fase di Death information:
– una durata temporale significativa, a differenza del momento puntuale da dedicare a un convegno, un evento, un incontro;
– il totale coinvolgimento della persona, che non si pone quindi solo in una modalità ricettivo-passiva, di mero ascolto;
– la disponibilità a mettersi costantemente in relazione con la propria esperienza di vita;
– la concentrazione sui cambiamenti concreti da attivare come conseguenza di uno sviluppo sulle questioni che vengono affrontate;
– la necessità di confrontarsi nel tempo quando, come può accadere, ci si trovi ad affrontare la morte reale, propria o altrui.
Non è semplice stabilire come realizzare ciò che definisco Death education; come strutturare i percorsi per indurre una più profonda consapevolezza, che integri e specifichi, la precedente; come affrontare i limiti intrinseci in qualunque cammino; come valutare gli esiti. Queste difficoltà non cambiano, a mio avviso, la questione di fondo: è necessaria una nuova espressione (Death information) per definire ciò che oggi facciamo intorno al tema della morte.
Cosa ne pensate? Il termine Death information vi sembra più appropriato? Cosa fate per accostarvi al tema della morte, e cosa ne ricavate? Grazie, come sempre, per il vostro contributo.



Per i bambini e i giovani, scrive la psicoterapeuta Sofia Massia, la scuola rappresenta la prima casa-altra rispetto alla famiglia; un luogo in cui, parafrasando Rodari, ciascun allievo ogni giorno “fa la punta alle matite e corre a scrivere la propria vita”. In essa, infatti, si apprendono saperi e competenze, si intrecciano legami importanti, si provano emozioni profonde, si trascorrono molte ore e si fa esperienza di comunità. A scuola dunque si affrontano tutte le sfide della crescita, comprese quelle più difficili come l’incontro con la morte e il lutto. Talvolta, l’incontro è indiretto e avviene attraverso il commento a letture condivise o a racconti che un singolo alunno porta nel contesto classe, ad esempio relativamente alla morte di un animale domestico, di un nonno o di un genitore. Talatra, invece, si verificano esperienze che toccano direttamente e da vicino l’intero gruppo: la morte di un compagno o di un insegnante, di un membro della comunità scolastica.
Nell’ultimo fine settimana di settembre si è svolta la rassegna annuale Torino Spiritualità, che quest’anno era intitolata Agli assenti. Della morte ovvero della vita. Oltre a questa, diverse altre manifestazioni culturali importanti in tutta Italia hanno scelto di soffermarsi su questo tema ed è crescente l’importanza dei festival specificamente incentrati sul fine vita (ad esempio in questo momento si sta svolgendo 
Nel corso degli ultimi anni, su questo blog, ho spesso raccontato e descritto le più svariate conseguenze generate dall’uso delle tecnologie digitali sulla comprensione umana del ruolo della morte nella vita, nonché nell’ambito dell’elaborazione del lutto e sul modo di conservare la memoria e di desiderare, eventualmente, l’immortalità.
Chiunque lavori all’assistenza nel fine vita conosce l’importanza della consapevolezza (che ha anche una sua scala di misurazione) che consiste, in ultima istanza, nella capacità di raggiungere un certo grado di accettazione di fronte alla propria morte o alla morte di una persona che amiamo. In cure palliative, la consapevolezza è rilevante perché permette agli operatori di fare un lavoro migliore, e agli psicologi e agli altri operatori di accompagnare i pazienti e i familiari a tollerare l’ineluttabile, pur nella tristezza e nel dolore. In genere, permette ai nuclei familiari di accomiatarsi con maggiore serenità, di parlarsi della morte imminente, di rinsaldare i legami e scambiarsi frasi amorevoli.




Nel 2019 venne diagnosticato un mieloma multiplo a Marilyn Yalom, studiosa di letteratura francese e autrice di numerosi libri sulla storia delle donne. Nonostante fosse sofferente tanto per causa della malattia che la affliggeva quanto per gli effetti collaterali della chemioterapia, Marilyn, conscia di avere solo alcuni mesi di vita, chiese a suo marito (il noto psichiatra e psicoterapeuta esistenziale Irvin Yalom) di scrivere un libro insieme per documentare le difficoltà di quei mesi finali. I due coniugi ottantasettenni cominciarono a scrivere spinti dal bisogno di trovare significato e soccorso nella scrittura, ma anche dalla speranza di essere utili ad altri che, come loro, stavano lottando contro una malattia terminale. Nacque così il volume “Una questione di morte e di vita” (Neri Pozza, 2022) che, alternando i capitoli fra i due autori, raccoglie in modo profondo e intimo le riflessioni, le emozioni, i pensieri e le sofferenze di ciascuno dei due lungo il percorso di cura. Nelle pagine finali, Irvin, ormai vedovo, si rivolge a Marilyn dicendo “Sei stata così saggia a invitarmi a scrivere questo libro con te… no, no, non è corretto: non mi hai invitato; hai insistito perché mettessi da parte il libro che avevo iniziato e, piuttosto, scrivessi queste pagine insieme a te. E ti sarò per sempre grato per la tua insistenza: questo progetto di scrittura mi ha tenuto in vita da quando sei morta, centoventicinque giorni fa.”
Una recente sentenza del Tribunale di Milano ha autorizzato una donna a disporre delle credenziali d’accesso per l’account di posta elettronica, dell’iCloud e dei profili social dell’ex coniuge defunto. La donna aveva fatto richiesta di queste credenziali a Apple, Microsoft e Meta, sostenendo che era suo diritto ottenere immagini e video del marito con i figli, nonché eventuali lettere d’addio o disposizioni rimaste incomplete negli spazi digitali occupati dal coniuge, morto all’improvviso a causa di una malattia degenerata in poco tempo. Come riporta 
Abbiamo intervistato Mario Balsamo, regista documentarista, scrittore e docente di regia cinematografica, perché quest’anno è uscito il suo ultimo libro, La vita estranea, “romanzo tra escapologia e fine vita”.
«La storia del morire nel ventunesimo secolo è la storia di un paradosso». Milioni di persone sono sottoposte ad accanimento terapeutico negli ospedali, e le famiglie e le comunità non sono più protagoniste della morte dei loro membri, hanno perso competenza e tradizioni.
Come molte altre persone che si occupano del fine vita nel campo delle scienze sociali, in questi ultimi due anni mi sono più volte interrogata su quali implicazioni abbia avuto la pandemia sulla rappresentazione del fine vita. Come è cambiata la percezione della morte nel nostro contesto sociale? Quali conseguenze avrà questa esperienza epocale che abbiamo vissuto – e stiamo ancora vivendo – sul modo in cui conferiamo senso al morire? E, ancora, in che modo possono contribuire le varie discipline che si occupano di tematiche tanatologiche (la filosofia, la storia, la sociologia, l’antropologia, la psicologia e altre ancora) a comprendere meglio l’impatto questi cambiamenti?

Poco prima dell’inizio della pandemia da Covid-19 si è diffusa in Gran Bretagna un’iniziativa culturale piuttosto importante, a mio avviso meritevole di essere imitata anche in Italia. In virtù della collaborazione tra le biblioteche di Redbridge, Kirklees e Newcastle, è stato creato uno spazio specifico al loro interno dedicato esclusivamente ai libri che si occupano di morte e di lutto da un punto di vista interdisciplinare. All’ingresso di questo spazio il lettore trova un cartello con la scritta “The Death Positive Library”, la quale è stata coniata dal Redbridge Library Service. Il progetto, che coinvolge anche un team di accademici della Northumbria University (tra cui Stacey Pitsilides, una riconosciuta studiosa nel campo della Digital Death) e una serie di finanziatori privati, non solo raggruppa un insieme di libri incentrati sulle questioni di natura tanatologica, ma s’impegna anche a creare eventi culturali e attività pubbliche con un obiettivo molto specifico: imparare a conversare insieme e senza imbarazzo riguardo ai temi della morte, del lutto e della pianificazione delle proprie eredità personali. Anita Luby, una delle responsabili della Redbridge Library, sostiene che nel mondo odierno è fondamentale riflettere liberamente sulla perdita: la perdita della normalità, la perdita del lavoro, la perdita di una persona amata. Purtroppo, la morte è ancora oggi un argomento tabù, addirittura superiore a quello del sesso, per cui si tende a evitarlo il più possibile (pare che l’80% degli adulti britannici sia ancora oggi restio a parlare di morte). Ecco, pertanto, la decisione di promuovere la Death Positive Library, ancora di più una volta diffusosi il Covid-19 in tutto il mondo, coinvolgendo persone di tutte le età e provenienti dai diversi ambiti sociali e lavorativi. Pare che, durante la pandemia, più di cinquemila persone abbiano partecipato agli eventi online organizzati nell’ambito della DPL e siano state coinvolte una sessantina di altre biblioteche sparse sul territorio britannico. Gli eventi culturali prendono spunto non solo dai libri, ma anche dai film, dall’arte e dai social media, di modo da usare tutti i linguaggi della contemporaneità per scardinare il tabù. Un ruolo significativo è rivestito dalle pagine ufficiali della DPL su Facebook, Twitter e Instagram che, oltre a pubblicizzare le attività organizzate, forniscono al pubblico liste in continuo aggiornamento dei libri dedicati alla morte e suddivisi per categorie (libri per bambini, libri sul lutto, testi letterari, testi filosofici, ecc.). Chiunque voglia approfondire la DPL, può collegarsi