Parlare di morte e di lutto nei licei, di Davide Sisto
Da quando ho pubblicato La morte si fa social, nel 2018, sono stato invitato spesso a parlare della Digital Death nelle aule dei licei pubblici italiani. Mi sono recato in numerose regioni, da Nord a Sud, e ho incontrato gli studenti e le studentesse soprattutto dei licei classico, scientifico e linguistico, ma anche a volte degli istituti tecnici. Solitamente, gli organizzatori hanno preferito che le mie lezioni fossero rivolte alle classi degli ultimi due anni, quindi a liceali con un’età che va dai 17 ai 19 anni. Ho accumulato un numero significativo di esperienze che mi permette di fare qualche considerazione generale, seppur ovviamente priva di dati statistici oggettivi e cristallini.
C’è stata un’unica occasione, in Toscana, in cui il giorno prima del mio intervento la dirigente scolastica ha annullato l’incontro, ritenendo inopportuno parlare nelle scuole secondarie del tema della morte, ancor più se messo in relazione a quello delle tecnologie digitali. Per lei il mio intervento avrebbe rappresentato la somma di due tabù. Per fortuna, è stato un caso isolato che non ha avuto seguito. In generale, non ho riscontrato particolari differenze regionali: la loquacità o, all’inverso, il silenzio dei discenti è stato distribuito in egual misura tra le varie zone italiane in cui mi sono recato. Credo che entrambi dipendano da una serie di fattori esterni: la presenza o l’assenza dei loro insegnanti durante le mie lezioni, il modo in cui sono stati preparati preventivamente al loro incontro con me, l’orario della lezione (se messa all’ultima ora, è abbastanza scontato che la stanchezza giochi un ruolo importante nella mancata interazione).
Detto questo, ho notato una differenza sostanziale tra le scuole o, addirittura, le classi in cui è stato vissuto il lutto per la morte di un adolescente e quelle in cui è mancata una simile esperienza. Nelle prime gli adolescenti sono stati particolarmente attenti e propensi al dialogo, manifestando il più delle volte una lucidità argomentativa che, spesso, non trovo negli adulti. Al senso di spaesamento provato nei giorni successivi alla perdita si è accompagnato il desiderio di parlare collettivamente di quello che è successo e, soprattutto, del ruolo della morte nella vita. La maggior parte dei liceali che è intervenuta nelle mie lezioni si è lamentata del fatto che pochi insegnanti hanno voluto affrontare in maniera esplicita l’argomento, lasciando che il non detto creasse un surplus di imbarazzo e di sofferenza. Nelle seconde, invece, l’interazione – meno concitata – è dipesa soprattutto dai lutti privati patiti: un nonno o una nonna, un animale domestico, in rari casi un genitore. In tal caso, i liceali mi hanno raccontato di non aver apprezzato le metafore o le acrobazie linguistiche dei propri parenti, usate per non parlare esplicitamente del dolore provato.
Una studentessa, in particolare, mi ha colpito perché, avendo perso la nonna quando aveva 7-8 anni, le è stato detto che “era volata in cielo”. Mi ha confessato che sapeva benissimo cosa significasse la morte e il fatto di non parlarne ha prolungato il suo trauma nel corso degli anni. Addirittura, a distanza di dieci anni non ha ancora metabolizzato bene questa perdita e quando prova a parlarne con i genitori nota che cambiano subito discorso.
Ci sono stati anche dei casi in cui alcuni adolescenti hanno affermato di ritenere inopportuna l’educazione alla morte: anzi, secondo loro, bisogna lasciare alla sensibilità del singolo la libertà di gestire il pensiero della morte come meglio crede. Uno di loro mi ha detto che per vivere bene occorre non pensarci in alcun modo. In realtà, credo che questo tipo di intervento sia stato dettato da quella tipica vena provocatoria dell’adolescenza. La ricordo molto bene: la provocazione che nasce più dalla volontà di contraddire l’insegnante che da una convinta adesione a quanto affermato. Non a caso, a lezione finita – in un dialogo privato – questi adolescenti hanno decisamente edulcorato la posizione che hanno espresso in pubblico.
In generale, devo dire che sono prevalentemente convinti che faccia bene parlare esplicitamente di morte, a prescindere dal creare o no percorsi educativi ad hoc.
Infine, il rapporto morte e social. Qui esce un quadro decisamente complesso. C’è chi considera inopportuna la presenza del lutto online, dato che rientra nella spettacolarizzazione generata dal mezzo tecnologico. Altri la considerano dolorosa: una ragazza, che ha perso la sorella, ha raccontato che ha disinstallato per diversi mesi TikTok. L’algoritmo le proponeva temi incentrati sul lutto e questo ha accresciuto il dolore e la sofferenza che stava provando. Altri ancora, invece, ritengono prezioso il confronto con persone della stessa età su un tema così delicato, soprattutto nel momento in cui lo si sta provando.
Mi ha fatto sorridere il fatto che, in pubblico, la maggior parte dei liceali intervenuti nel dialogo ha negato di usare spesso i social media. Credo che ciò dipenda dalla demonizzazione collettiva dei social, per cui si preferisce far finta di non esserne troppo coinvolti. Anche se certamente in alcuni casi i ragazzi sono meno dipendenti dai social di quanto credano gli adulti.
Di certo, il rapporto morte e social, soprattutto in relazione al lutto, ha sollevato numerose riflessioni e interrogativi, in un clima piuttosto infervorato, a dimostrazione dell’urgenza di affrontare una questione che fa parte, nel bene e nel male, della vita di tutti i giorni.
Ritengo, comunque, che sia fondamentale andare a parlare nelle scuole; quindi, sollevare temi e dibattiti con adolescenti che vivono spesso una situazione contraddittoria: la loro è l’età in cui il pensiero della morte è ricorrente e messo in relazione a una fase particolarmente complicata di crescita. Hanno pertanto bisogno di riflessione e di dialogo, che però non trovano in un mondo adulto ancora troppo imbarazzato esplicitamente del fine vita.
Voi ritenete che sia utile che chi ha una formazione tanatologica vada a parlare nei licei? Ritenete, in particolare, utile parlare in maniera esplicita di morte con gli adolescenti? Fatecelo sapere.



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