Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas
La morte entra nella vita degli adolescenti più spesso di quanto immaginiamo. A volte lo fa attraverso i racconti dei media, le serie, la musica, i social, altre volte in modo diretto, con la perdita di un genitore, di un amico o di un nonno. Oggi, essendo questi ultimi presenze quotidiane, fortemente coinvolte nella vita dei nipoti, questo è spesso uno dei primi lutti importanti che le ragazze e i ragazzi devono affrontare.
Tuttavia, solo negli ultimi decenni la letteratura psicologica ha iniziato a riconoscere pienamente la specificità del lutto in adolescenza: per lungo tempo questa fase della vita è stata letta come un’estensione dell’infanzia o un’anticipazione dell’età adulta, senza coglierne le caratteristiche proprie e le sfide evolutive che influenzano profondamente il modo in cui si vive una perdita.
L’adolescenza, come sottolinea Giuseppe Pellizzari, non è solo un’età turbolenta, ma una fase della vita in cui avviene una vera e propria “seconda nascita”, in cui l’identità è soggetta a un processo di vertiginoso cambiamento corporeo, psichico, soggettivo e sociale. La domanda cruciale è “chi sono io?”.
Come osserva Erikson, il giovane è impegnato a tenere insieme ciò che sente di essere e ciò che gli altri vedono. In bilico fra un’infanzia che non c’è più e un’adultità che non c’è ancora, i ragazzi affrontano numerose sfide: la riformulazione dei legami familiari, la rinegoziazione del proprio ruolo tra i pari, i cambiamenti del corpo che cresce — e dunque cambia, invecchia, muore. L’adolescenza è anche il momento in cui si comincia a fare i conti con un mondo che appare per la prima volta nella sua complessità.
In questo equilibrio già fragile, il lutto è una scossa potente che può lasciare tracce durature. Dal punto di vista cognitivo, un adolescente comprende perfettamente cosa significa morire: sa che la morte è definitiva e irreversibile, ma questo non vuol dire che sia già pienamente in grado di integrare questa esperienza dal punto di vista emotivo. La morte può infatti apparire come qualcosa di inaccettabile, una rottura che non trova posto nella propria storia, un evento che “non dovrebbe succedere” e rispetto al quale non si sa bene come reagire. Non è raro che i ragazzi si concentrino sugli aspetti concreti e che reagiscano efficacemente, anche più degli adulti, nella riorganizzazione della loro vita quotidiana. È più faticoso, invece, capire i segni che il lutto ha lasciato nel loro cuore e comprendere cosa significhi davvero perdere qualcuno per sempre.
A differenza di quanto spesso si immagina, il lutto negli adolescenti non segue un percorso lineare. Una delle caratteristiche più tipiche è quella che potremmo chiamare “altalena emotiva”: momenti di dolore intenso, rabbia o disperazione si alternano a fasi in cui il ragazzo sembra stare bene, ride, esce, si comporta “come se niente fosse”. È del tutto normale che chi ha perso una figura significativa oscilli fra momenti di spensieratezza — soprattutto nel gruppo dei pari — e momenti di rabbia o angoscia profonda, spesso più evidenti nello spazio familiare. Non è incoerenza, ma il modo in cui il dolore si esprime, a ondate che hanno una funzione protettiva.
Quando la perdita è significativa, inoltre, il dolore può riemergere nel tempo, anche a distanza di anni. Ogni passaggio evolutivo — la fine di una relazione, un fallimento scolastico, un cambiamento significativo — può riattivare il lutto, riportando alla superficie domande e vissuti non ancora elaborati.
Negli adolescenti, il lutto raramente si manifesta in modo diretto. Più spesso la fatica si esprime altrove: nel ritiro sociale, nelle difficoltà scolastiche, nei conflitti familiari, nei disturbi alimentari o nei comportamenti a rischio. Un ragazzo può apparire “arrabbiato”, “svogliato”, “disinteressato”, mentre sta cercando di dare forma a un dolore che non sa come esprimere.
Parlare di lutto in famiglia è difficile, soprattutto quando non si tratta di un discorso astratto ma di situazioni concrete e vicine. Quando la perdita riguarda una figura genitoriale, un fratello o una sorella, il lutto non è solo individuale ma coinvolge l’intero sistema familiare. E proprio per questo può trasformarsi in un macigno che pesa nella quotidianità.
Immaginiamo una scena. Una madre (ma vale anche per un papà), rimasta da poco vedova, rientra a casa sfinita dopo aver gestito da sola ciò che prima si faceva in due. Trova la figlia o il figlio adolescente sul divano, immerso in un gioco online o in una serie, con i piatti del pranzo ancora da lavare e i compiti non fatti. La reazione più immediata è spesso la rabbia. A cui magari segue una risposta altrettanto rabbiosa del giovane. L’episodio, normalissimo, si amplifica a dismisura, si trasforma in una lite, che diventa un conflitto acceso. Volano frasi sfortunate da entrambe le parti e si dicono cose che feriscono in profondità: “È una mancanza di rispetto. Se papà fosse ancora vivo non faresti così” o, da parte di lui, “avrei preferito che fossi stata tu a morire”. Non è facile, in quei momenti, riconoscere che sotto le parole dure ci sono il dolore, l’angoscia e l’immane fatica del lutto. Anche i genitori più attenti possono essere troppo coinvolti per riuscire a fermarsi e dare spazio a una modalità di relazione diversa… eppure questa è la via.
Per chi accompagna adolescenti in un’esperienza luttuosa, che si tratti di genitori, insegnanti o professionisti, è fondamentale adottare uno sguardo auto-osservativo, riconoscere l’impatto che le emozioni hanno dentro di noi e dentro i ragazzi, per poi “dare parola” a ciò che spesso resta implicito.
Essere di supporto significa riuscire ad aprire un dialogo che non si fermi ai fatti, ma che includa il mondo interno dei ragazzi: non solo “come è andata a scuola?” (a cui seguirà l’immancabile monosillabo), ma anche un “come stai?” che attenda il tempo (a volte lungo) di una risposta e apra alla possibilità di parlare su cosa si pensa e cosa si prova.
La musica, le serie, i film, gli anime e i linguaggi dell’immaginario giovanile possono diventare strumenti preziosi per avviare un dialogo di questo tipo. La differenza, in fondo, è tutta qui: non parlare “ai” ragazzi, ma riuscire a parlare “con” loro di ciò che stanno vivendo.











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