I segni degli assenti, di Cristina Vargas
Nel corso del mio lavoro con persone in lutto, e nella mia stessa esperienza personale, ho incontrato innumerevoli situazioni in cui i dolenti percepiscono la presenza dei propri cari scomparsi attraverso segni, esperienze sensoriali e altre circostanze in cui si ha la sensazione di ricevere un messaggio o di avere una connessione speciale con chi non c’è più.
Una donna, che chiameremo Laura, racconta durante un incontro del gruppo di supporto al lutto che il giorno del suo compleanno la sua sansevieria era fiorita. Con un sorriso malinconico ci spiega che era una pianta grande, che aveva da anni e che le aveva regalato proprio suo marito perché era facile da gestire, anche se lei non aveva per nulla il pollice verde. Non sapeva nemmeno che potesse fiorire, anzi, era convinta che non fiorisse mai… Eppure, fra le foglie, proprio quel giorno, c’era un lungo stelo pieno di piccoli fiori bianchi e bellissimi. «In quel momento ho saputo che era lui, che era lì con me quando ne avevo più bisogno».
Un uomo, che chiameremo Carlo, invece, esordisce dicendo: «Io non sono uno che crede a queste cose». Poi racconta, con una certa timidezza, di aver avuto un’esperienza particolare. Mentre si trovava in montagna, nel luogo in cui erano state disperse le ceneri del figlio, morto a 28 anni per suicidio, una grande falena nera e bianca gli si era posata sul braccio per molti minuti ed era rimasta lì, immobile, insieme a lui. Il figlio, da quando era un ragazzino, era molto affascinato dalle falene: diceva che le preferiva alle farfalle perché erano animali che cercavano la luce, ma vivevano nel buio. Per Carlo quella falena era stata un segno di suo figlio, un modo per comunicargli che, dopo tanta sofferenza e tanta fatica, aveva trovato quella luce nel buio che in vita era stata per lui così sfuggente, ed era finalmente in pace. «Credo che stia bene», dice emozionato. «Credo sia finalmente libero».
I momenti in cui si sperimenta una connessione con i defunti possono assumere molte forme. In molti casi si tratta di oggetti o di animali che diventano “segni”: sassi a forma di cuore; palloncini o nastri di un colore particolare; coccinelle; uccelli; fiori e tante altre cose che veicolano un significato particolare perché si collegano in qualche modo con la persona scomparsa. In altri casi si tratta di esperienze sensoriali: un odore che compare quando non c’è nulla che possa spiegarne la presenza; una canzone importante che riecheggia inattesa; l’ombra di un tocco che sfiora la pelle.
Queste esperienze sono state ampiamente documentate tanto nella psicologia quanto nella ricerca sulla morte e sul lutto. In una ricerca condotta nel Regno Unito su un campione di 1.600 persone, Douglas Davies e i suoi collaboratori rilevarono che il 35% degli intervistati aveva avvertito, dopo la morte, la presenza di una persona defunta.
In Italia, Marco Marzano e Sonia Pozzi si sono soffermati sulle rappresentazioni dell’aldilà nell’Italia di oggi, all’interno di un grande progetto di ricerca nazionale i cui risultati sono confluiti nel volume curato da Asher Colombo, Morire all’italiana. Nel campione da loro esaminato, più della metà dei rispondenti — per la precisione il 53,9% — riteneva che, dopo la morte, le persone continuassero a esistere in qualche forma, e il 34,1% delle persone intervistate dichiarava di aver avvertito in prima persona la presenza di una persona cara deceduta.
In alcune società l’idea che la soglia tra i vivi e i morti sia permeabile, e che esistano diversi canali di comunicazione tra noi e loro, è diffusa e accettata. Nel contesto occidentale, invece, nonostante siano molto comuni, le esperienze di contatto con i defunti sono state a lungo stigmatizzate o patologizzate, al punto da essere considerate da alcuni autori in campo psicologico come vere e proprie “allucinazioni del lutto”.
Oggi, invece, possiamo intendere questi fenomeni come una delle modalità attraverso cui le persone preservano un legame e una relazione profonda con chi non c’è più.
Come spiegano Dennis Klass e i suoi collaboratori, la morte non interrompe la relazione con la persona amata; nel lutto essa, piuttosto, si trasforma e trova forme nuove attraverso cui integrarsi nella vita quotidiana e nell’identità di chi resta. I dolenti, infatti, spesso sperimentano il bisogno di preservare il legame con chi non c’è più. Per qualcuno, questo avviene con modalità più laiche: i ricordi, il desiderio di onorare la memoria, il dialogo interiore, la conservazione di un oggetto o la cura di un luogo. Per altre persone, invece, la connessione con il defunto può passare attraverso un linguaggio rituale o spirituale. In ogni caso, alla base c’è il bisogno di mantenere quelli che Klass definisce “i legami che continuano”, o continuing bonds: una connessione simbolica con chi ci ha lasciato.
Nella mia esperienza — e anche la letteratura ce lo conferma — nella maggior parte dei casi i “segni” della presenza del defunto sono percepiti come qualcosa di positivo e di rassicurante: una piccola testimonianza che l’altra persona sta bene, ovunque si trovi. In altri casi, nella mia esperienza meno frequenti e collegati soprattutto a questioni rimaste irrisolte, la presenza può invece essere percepita come disturbante o angosciante. Credo che, anche in questi casi, sia importante esplorare il significato che l’esperienza assume per chi la vive, senza giudizi. I momenti di contatto possono infatti diventare una soglia simbolica e offrire la possibilità di chiarire, chiudere o risignificare ciò che è rimasto in sospeso nella relazione con il defunto.
Sul piano sociale, è interessante osservare che, anche se viviamo in una società che si è a lungo autorappresentata come secolarizzata, persiste l’idea diffusa che ci sia una qualche forma di permanenza oltre la vita terrena.
Le rappresentazioni del “dopo”, tuttavia, sono oggi molto eterogenee. Tracce di credenze proprie del cattolicesimo convivono con suggestioni provenienti da altri contesti storico-culturali e religiosi. Rispetto al passato, si tratta di una spiritualità vissuta nella quotidianità, meno codificata e meno mediata dalle grandi istituzioni religiose, che prende forma in un modo molto personale e intimo di sentire la presenza di chi è assente.
Attraverso i segni, quando si presentano, si esprime il nostro bisogno umano di trascendenza e si crea un ponte fra il mondo reale e quello spirituale, fra il passato e il presente, fra ciò che abbiamo perso e ciò che rimane, in noi e intorno a noi, delle persone che amiamo.
E voi? Vi è mai capitato di percepire un segno o di sentire, in qualche modo, la presenza di una persona che non c’è più? Siete riusciti a raccontarlo a qualcuno, oppure avete temuto di non essere compresi?



Domenica 19 aprile ho condotto un Death Café dedicato al lutto per gli animali domestici presso il Teatro Stabile di Torino e in collaborazione con il Circolo dei lettori. L’iniziativa è nata in parallelo alla programmazione, al Teatro Gobetti di Torino, dello spettacolo teatrale dal titolo Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti di Diego Pleuteri e Leonardo Lidi. Lo spettacolo racconta, infatti, le vicende di un cane, un gatto e un pesce rosso di sesso femminile che, all’improvviso, rimangono da soli nella casa del loro padrone umano, non potendo sapere che è deceduto. La storia ha immaginato la situazione esattamente opposta a quella su cui di solito ci si sofferma di più, ovverosia l’umano che affronta la perdita del proprio animale domestico. Ciò non toglie l’interesse di dialogare su questo particolare tipo di lutto.
La morte entra nella vita degli adolescenti più spesso di quanto immaginiamo. A volte lo fa attraverso i racconti dei media, le serie, la musica, i social, altre volte in modo diretto, con la perdita di un genitore, di un amico o di un nonno. Oggi, essendo questi ultimi presenze quotidiane, fortemente coinvolte nella vita dei nipoti, questo è spesso uno dei primi lutti importanti che le ragazze e i ragazzi devono affrontare. 
I drammatici eventi dell’inizio del 2026 hanno portato al centro della nostra attenzione il tema della morte violenta e del lutto traumatico. La parola “trauma” deriva dal greco τραῦμα, letteralmente “ferita”. In ambito psicologico, il concetto di evento traumatico può riferirsi a un ampio ventaglio di esperienze estreme e drammatiche, che mettono a repentaglio la sopravvivenza o l’integrità della persona nella sua globalità. Si tratta di eventi che irrompono nella vita di un individuo (o di una comunità), provocando una vera e propria “rottura” fisica e/o psichica, talmente intensa da oltrepassare le possibilità di comprensione, di risposta e di integrazione di quanto accaduto nella storia di vita di chi ne è coinvolto. Questo vale anche per le persone affettivamente più vicine alla vittima e per chi è testimone dei fatti.
Da quando, nel 2016, ho seguito un master che mi ha insegnato varie tecniche per modulare e gestire le emozioni, e per condurre gruppi, ho fatto numerose esperienze di laboratori di scrittura autobiografica. È stato, fin da subito, lo strumento che ho sentito più mio, e che mi è parso potentissimo, per gli effetti che ha avuto su di me e che osservo negli altri.
Riceviamo e con piacere pubblichiamo un articolo di Nicola Ferrari sul rapporto tra decluttering e lutto. 
Quando parliamo di morte, è evidente che non ci riferiamo all’istante dell’exitus, al momento del decesso: di questo evento puntuale, del quale nessun essere umano vivente ha esperienza, nulla sappiamo e nulla possiamo dire.
Anche se in Italia ne abbiamo parlato ancora poco (per ora esiste un progetto a Reggio Emilia), nel mondo sta prendendo forma un’idea molto interessante, quella delle “città compassionevoli”. Già molte città hanno questo titolo, in seguito al lavoro compiuto per diventarlo, come ad esempio Plymouth in Inghilterra, Colonia in Germania, Vic in Spagna, Kozhikode nel sud dell’India, stato del Kerala, eccetera. Di cosa stiamo parlando e da quale esigenza nascono le Compassionate Cities? Partiamo da una constatazione: la morte è un’esperienza sociale con una componente medica, e non il contrario. Il 95% del tempo di una persona che si avvicina alla morte è gestito dai familiari. Il lavoro dei professionisti, pur estremamente prezioso, rischia di restare frammentario se la comunità non è coinvolta nell’esperienza di cura. Sarebbe quindi opportuno che il sostegno che non richiede competenze professionali fosse offerto dalla comunità, ossia da reti di relazioni che si stringono attorno all’anziano, al dolente o al morente. I servizi professionali potrebbero così concentrarsi in modo più efficace sulle proprie responsabilità principali. Per dirlo brevemente, quindi, le Compassionate Cities sono forme di mobilitazione sociale che coinvolgono diverse realtà presenti in una determinata città, al fine di creare e potenziare l’attenzione verso una concezione diffusa della cura, e verso la morte, la perdita e il lutto nella vita quotidiana. Le Compassionate Cities sono, in sostanza, un modello di salute pubblica che incoraggia la partecipazione comunitaria nella cura delle persone. Lo scopo non è trasferire parte del lavoro di cura alle famiglie, gravando, come è stato spesso fatto, sulle donne e sul lavoro femminile; al contrario, si tratta di un modo nuovo di pensare alla comunità e alla cura. Occorre però costruire un modello pratico perché questa cura estesa alla comunità possa essere efficace. In primo luogo dobbiamo chiederci: cosa si intende per comunità? C’è infatti il rischio che la parola “comunità” indichi una generalizzazione poco funzionale e astratta, come “società” o “collettività”, che potrebbe far apparire irrealizzabile l’intero progetto delle Compassionate Cities. Pertanto, è bene precisare che per comunità si intende una serie di reti specifiche (scuole, luoghi di lavoro, abitazioni e quartieri, sindacati, luoghi di cultura, associazioni, luoghi di assistenza per gli anziani), capaci di condividere il peso della cura in modi anche pratici. Affinché questo avvenga, le reti di solidarietà devono essere preparate a sostenere questo ruolo, apprendendo cosa dire e cosa fare per essere d’aiuto a chi affronta l’esperienza della malattia, della vecchiaia, del morire e del lutto. Le Compassionate Cities prendono sul serio domande come: “in che tipo di società voglio vivere?”, “Come vorrei che le persone si comportassero nei miei confronti quando dovrò affrontare la morte e la perdita dei miei cari?” La compassione non va pensata come un meritorio atteggiamento individuale, ma come un impulso potenzialmente universale, che può e deve produrre cambiamento nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle chiese e nei luoghi di aggregazione dei cittadini. Le città compassionevoli si propongono di soddisfare i bisogni delle persone anziane, di chi convive con malattie mortali e di chi ha subìto una perdita, non solo dal punto di vista sanitario. Occorre a tale scopo vedere la salute, la morte e la perdita come fasi del ciclo della vita. Peraltro, le persone che attraversano fasi difficili della propria vita (in quanto anziani, malati, morenti, o dolenti) hanno spesso molto da comunicare al resto della comunità. Da questo punto di vista, i media (ma anche le scuole e i luoghi di insegnamento) hanno un ruolo centrale nel ridare la parola a persone che ne sono solitamente prive. Inoltre, queste città si preoccupano del rispetto delle differenze sociali e culturali: la compassione non può ignorare l’universalità dell’esperienza della perdita, che va intesa in senso lato. L’emarginazione (causata da razzismo, sessismo, discriminazione nei confronti degli anziani, eccetera) è una preoccupazione delle Compassionate Cities, perché crea morte e perdita nella vita degli altri, talvolta simbolicamente, talvolta concretamente e fisicamente. La scuola ha un ruolo centrale in tale processo educativo comunitario, perché è il luogo dove è possibile imparare gli uni dagli altri. Riconoscere le differenze non significa costruire stereotipi religiosi o culturali, anzi, occorre imparare a mantenere aperta e fluida la mente, perché le identità e gli approcci sono storici, e quindi esposti al cambiamento. Infine, le città compassionevoli si fanno carico di garantire cure palliative e supporto al lutto, e di inserirli nella loro pianificazione politica di governo locale, evitando che la morte e la perdita restino esperienze private e individuali; e promuovono la solidarietà, il rispetto e la fiducia tra cittadini, la dimensione comunitaria e conviviale e l’ampliamento delle reti di collaborazione. Che ne pensate di questo approccio? Credete che valga la pena fare lo sforzo per raccogliere le forze e promuovere le Compassionate Cities anche in Italia? Io penso che siamo pronti, che i tempi siano maturi, che questa possa diventare un’utopia concreta, nel senso dato a questa espressione dal filosofo Ernst Bloch: la concretezza dell’utopia sta nel fatto che il suo “non-ancora” in qualche modo esiste già, sia nel desiderio, nella speranza, nell’impegno degli uomini, sia come tendenza dell’evoluzione storica.
Sono molto interessata alle vostre considerazioni.

Il linguaggio, il pensiero e le emozioni sono intrecciati in modo profondo e sovente inestricabile. Di fronte a un lutto le parole possono dare forma a sensazioni viscerali che non sempre sono facili da capire. Ogni lingua offre un repertorio lessicale che permette di dare nome a stati d’animo che talvolta sono difficili da definire (persino per chi li sperimenta) rendendoli riconoscibili e, nello stesso tempo, comunicabili. Il linguaggio ci aiuta a cogliere la differenza fra il dolore e nostalgia; separa il senso di colpa dalla rabbia. Una parola, inoltre, può conferire visibilità e riconoscimento sociale a un particolare tipo di condizione, evidenziandone la specificità. Nella lingua italiana disponiamo di due parole per parlare della sofferenza provocata per la morte di una persona cara: “lutto”, dal latino lūctus, deriva dal verbo lugere, che significa piangere; e “cordoglio”, che deriva etimologicamente dal latino cordŏlĭu(m), composto di cor ‘cuore’ e dolēre: dolore di cuore, ma forse anche cuore che duole per chi ci ha lasciato. Oggi, in italiano, si usa il termine “lutto” per parlare della sofferenza (psichica, intima, per lo più privata) che si prova per la morte di persona cara, mentre “cordoglio” è meno presente nel linguaggio quotidiano e viene per lo più usato in formule quali “esprimere il proprio cordoglio”, che ci proiettano in una dimensione pubblica e condivisa del dolore. Anche in altre lingue romanze ci sono parole specifiche per dare nome alla sofferenza per la morte di un caro: deuil in francese e duelo in spagnolo (dal latino dolēre) sono entrambe traducibili con l’italiano “lutto”. Tuttavia, non tutte le lingue dispongono di parole equivalenti. Ruth Evans, geografa e antropologa, racconta che durante una ricerca sul rapporto fra lingua ed emozioni condotta in Senegal, in un contesto bilingue francese/wolof, ha riscontrato una forte difficoltà a tradurre la parola inglese grief , intesa appunto come la risposta emotiva alla morte di una persona significativa. I suoi interlocutori, infatti, usavano il termine wolof métite, il cui significato è più ampio e non strettamente collegato al fine vita, tanto che di solito veniva tradotto con il francese chagrin (dolore, sofferenza). Anche la parola usata per parlare della morte, niak, è più vicina nel suo significato all’espressione “perdita”, nel senso che non è specificamente riferita al decesso, ma può essere usata anche in molti altri ambiti, compreso quello economico. Per Evans quest’ampiezza semantica non è mera genericità, ma è coerente con la molteplicità di dimensioni – emotive, ma anche materiali e sociali – toccate dalla morte di un congiunto o di un amico in una comunità caratterizzata dalla forte interdipendenza reciproca. La connessione fra lingua e pensiero è stata a lungo oggetto di studio e di dibattito in ambito sociolinguistico, in particolare a partire dagli anni Cinquanta del Novecento quando vennero pubblicati i lavori sul relativismo linguistico dell’antropologo Edward Sapir e del suo allievo Benjamin Lee Whorf. Come spiega quest’ultimo, il mondo “si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti” ed è in grande misura grazie alla lingua che questo processo di classificazione può verificarsi. Nelle sue versioni più deterministiche l’ipotesi di Sapir e Whorf è stata oggetto di critiche fondate. Tuttavia, è innegabile che la lingua incida sulla nostra visione del mondo. Se da una parte abbiamo delle parole che nominano, e rendono socialmente visibili certi tipi di esperienza, dall’altra ci sono parole che “mancano”. Mentre nella lingua italiana disponiamo di “vedova” e “vedovo” per designare chi ha perso il proprio coniuge, non abbiamo dei termini che permettano di dare nome a chi è in lutto per una persona amata con la quale però non aveva un legame ufficiale. Non ci sono parole per designare chi ha perso un fratello o una sorella, e questo lutto di fatto viene spesso sottovalutato. Ci sono le parole “orfano” e “orfana” per chi ha perso la madre o il padre, ma non ci sono parole che descrivano un genitore che ha perso un figlio. Quest’ultima mancanza è forse la più sentita a livello pubblico, non solo in Italia, ma anche nei contesti anglofoni e francofoni. Nel corso degli anni ci sono state alcune proposte per colmare questo vuoto linguistico. La psichiatra e scrittrice marocchina Rita el-Kahyat ha usato il temine désenfantement (defigliazione) per parlare della morte di sua figlia Aïni. Karla Holloway, già professoressa di Letteratura Inglese alla Duke University, racconta che dopo la tragica morte di suo figlio aveva sentito a lungo la mancanza di una parola “a cui aggrapparsi”. Dopo aver cercato alternative in molte lingue, propose di usare la parola sanscrita vilomah: un dolore che è contro l’ordine naturale, che sovverte il modo in cui dovrebbe andare il ciclo vitale. Anche in Italia ci sono state proposte che, come le precedenti, hanno avuto un riscontro limitato, ma testimoniano un bisogno importante. Paolo d’Achille, che ha a lungo studiato la costituzione del lessico italiano, chiamato a rispondere a un quesito posto al Servizio Consulenza dell’Accademia della Crusca, ha ricordato sia l’uso letterario della parola “orbato”, sia il neologismo “disfigliato” che ha però storicamente ha una connotazione diversa poiché viene usata anche in riferimento a chi non ha figli. Una risorsa interessante sono quelle lingue che, invece, dispongono di termini ben precisi che raccontano il dramma della morte un figlio. Sandro Veronesi, nel suo recente libro Il Colibrì, ce ne elenca alcuni: in ebraico shakul, dal verbo shakal (perdere un figlio); in arabo thaakil (thakla per la madre); nel greco moderno la parola charokammenos, “bruciato dalla morte”, che dovrebbe essere riferita a qualsiasi tipo di lutto, ma è usata quasi soltanto per indicare un genitore che perde un figlio. Anche la ricerca in ambito antropologico e psicologico ci offre degli esempi: in Cina, i genitori il cui unico figlio o figlia muore, o ha un livello di disabilità talmente grave da compromettere la sua possibilità di vivere senza supporto costante, sono Shidu. Questo termine è interessante perché accomuna due circostanze per noi diverse, ma che sul piano sociale vengono considerate dei lutti a tutti gli effetti. Non è facile stabilire in modo univoco perché in ogni lingua certe parole ci sono, e certe altre invece mancano. Le ragioni sono molteplici e affondano le loro radici in fattori sociali, economici, culturali e forse anche psicologici. Un “vuoto” linguistico non necessariamente segnala un tabù, ma certamente è collegato al minor riconoscimento collettivo di fatti che altrove vengono nominate. Le parole, infatti, illuminano o celano, evidenziano o negano, allargano o restringono un campo semantico e, in questa misura, fanno parte integrante del modo in cui ci occupiamo della morte e dei morti come individui e come collettività. Cosa ne pensate? Avete esperienza della mancanza di alcuni termini per designare una perdita subita da voi o da persone intorno a voi?
Recentemente, durante un mio incontro pubblico sui temi della morte digitale, una partecipante mi ha chiesto un parere riguardo alla versione funebre del celeberrimo acronimo GRWM usato su Tik Tok, YouTube e Instagram. L’acronimo sta per “Get Ready With Me”, “preparati con me” o “prepariamoci insieme”, e indica l’abitudine – da parte soprattutto degli utenti social più giovani – di creare dei tutorial relativi al make-up e al look da indossare durante specifiche circostanze, per lo più solari e disimpegnate. Siamo oramai tutti consapevoli di quanto sui social media vada di moda questo tipo di tutorial, per mezzo dei quali gli influencer sponsorizzano o, comunque, consigliano abiti, modi per fare la perfetta skin care e cose simili. Non immaginavo, però, che spopolasse anche la seguente versione dell’acronimo indicato: “get ready with me for my boyfriend’s funeral” o “get ready with me for my mom’s funeral”. Dietro queste sigle si nascondono centinaia, se non addirittura migliaia, di video in cui vediamo persone molto giovani che si truccano o si vestono davanti alla telecamera in vista della partecipazione al funerale del proprio partner o genitore. I video durano uno o due minuti, hanno generalmente un sottofondo musicale malinconico e contengono qualche concisa frase di spiegazione. In realtà, il funerale solitamente ha già avuto luogo. Il video è, dunque, una specie di messinscena per sottolineare un momento particolare del lutto appena avvenuto, su cui spesso si pone poca attenzione: appunto, il momento preciso in cui ci si deve vestire e truccare per andare al funerale di una persona amata, quindi una situazione di estremo dolore legata a una perdita appena avvenuta. I video, generalmente, uniscono atmosfere drammatiche con altre più ilari o ironiche, guadagnando milioni di visualizzazioni e di like, nonché centinaia di migliaia di commenti di coetanei che raccontano esperienze luttuose simili o che condividono il proprio calore virtuale alla persona immortalata.
Per i bambini e i giovani, scrive la psicoterapeuta Sofia Massia, la scuola rappresenta la prima casa-altra rispetto alla famiglia; un luogo in cui, parafrasando Rodari, ciascun allievo ogni giorno “fa la punta alle matite e corre a scrivere la propria vita”. In essa, infatti, si apprendono saperi e competenze, si intrecciano legami importanti, si provano emozioni profonde, si trascorrono molte ore e si fa esperienza di comunità. A scuola dunque si affrontano tutte le sfide della crescita, comprese quelle più difficili come l’incontro con la morte e il lutto. Talvolta, l’incontro è indiretto e avviene attraverso il commento a letture condivise o a racconti che un singolo alunno porta nel contesto classe, ad esempio relativamente alla morte di un animale domestico, di un nonno o di un genitore. Talatra, invece, si verificano esperienze che toccano direttamente e da vicino l’intero gruppo: la morte di un compagno o di un insegnante, di un membro della comunità scolastica.
Il mese di luglio è trascorso. Agosto è alle porte. Anche se meno di quanto capitava in passato, le città si svuotano e molti partono per godersi il mare o la montagna anche solo per qualche settimana. Tuttavia, l’estate, che associamo a un tempo di luce, di vita e di vacanze, non per tutti è un momento gioioso: per le persone anziane, per chi assiste un caro in condizioni di malattia grave o per chi ha vissuto una perdita importante, questo tempo può essere connotato da un profondo senso di solitudine. In un mondo vacanziero che ha poca voglia di soffermarsi sul dolore altrui, la sensazione di avere una coloritura emotiva dissonante, che appesantisce gli altri, rende più acuto il senso di isolamento. Può capitare di dover vivere in sordina le proprie sofferenze, di mettere a tacere i propri bisogni o di far finta che le cose vadano meglio, per non preoccupare i propri cari.
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo di Nicola Ferrari, responsabile del servizio di sostegno al lutto dell’associazione Maria Bianchi. (Le immagini sono di Catrin Welz-Stein).
Cinque anni fa ho pubblicato sul blog un