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Tag Archivio per: perdita

I segni degli assenti, di Cristina Vargas

23 Luglio 2026/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Nel corso del mio lavoro con persone in lutto, e nella mia stessa esperienza personale, ho incontrato innumerevoli situazioni in cui i dolenti percepiscono la presenza dei propri cari scomparsi attraverso segni, esperienze sensoriali e altre circostanze in cui si ha la sensazione di ricevere un messaggio o di avere una connessione speciale con chi non c’è più.

Una donna, che chiameremo Laura, racconta durante un incontro del gruppo di supporto al lutto che il giorno del suo compleanno la sua sansevieria era fiorita. Con un sorriso malinconico ci spiega che era una pianta grande, che aveva da anni e che le aveva regalato proprio suo marito perché era facile da gestire, anche se lei non aveva per nulla il pollice verde. Non sapeva nemmeno che potesse fiorire, anzi, era convinta che non fiorisse mai… Eppure, fra le foglie, proprio quel giorno, c’era un lungo stelo pieno di piccoli fiori bianchi e bellissimi. «In quel momento ho saputo che era lui, che era lì con me quando ne avevo più bisogno».

Un uomo, che chiameremo Carlo, invece, esordisce dicendo: «Io non sono uno che crede a queste cose». Poi racconta, con una certa timidezza, di aver avuto un’esperienza particolare. Mentre si trovava in montagna, nel luogo in cui erano state disperse le ceneri del figlio, morto a 28 anni per suicidio, una grande falena nera e bianca gli si era posata sul braccio per molti minuti ed era rimasta lì, immobile, insieme a lui. Il figlio, da quando era un ragazzino, era molto affascinato dalle falene: diceva che le preferiva alle farfalle perché erano animali che cercavano la luce, ma vivevano nel buio. Per Carlo quella falena era stata un segno di suo figlio, un modo per comunicargli che, dopo tanta sofferenza e tanta fatica, aveva trovato quella luce nel buio che in vita era stata per lui così sfuggente, ed era finalmente in pace. «Credo che stia bene», dice emozionato. «Credo sia finalmente libero».

I momenti in cui si sperimenta una connessione con i defunti possono assumere molte forme. In molti casi si tratta di oggetti o di animali che diventano “segni”: sassi a forma di cuore; palloncini o nastri di un colore particolare; coccinelle; uccelli; fiori e tante altre cose che veicolano un significato particolare perché si collegano in qualche modo con la persona scomparsa. In altri casi si tratta di esperienze sensoriali: un odore che compare quando non c’è nulla che possa spiegarne la presenza; una canzone importante che riecheggia inattesa; l’ombra di un tocco che sfiora la pelle.
Queste esperienze sono state ampiamente documentate tanto nella psicologia quanto nella ricerca sulla morte e sul lutto. In una ricerca condotta nel Regno Unito su un campione di 1.600 persone, Douglas Davies e i suoi collaboratori rilevarono che il 35% degli intervistati aveva avvertito, dopo la morte, la presenza di una persona defunta.

In Italia, Marco Marzano e Sonia Pozzi si sono soffermati sulle rappresentazioni dell’aldilà nell’Italia di oggi, all’interno di un grande progetto di ricerca nazionale i cui risultati sono confluiti nel volume curato da Asher Colombo, Morire all’italiana. Nel campione da loro esaminato, più della metà dei rispondenti — per la precisione il 53,9% — riteneva che, dopo la morte, le persone continuassero a esistere in qualche forma, e il 34,1% delle persone intervistate dichiarava di aver avvertito in prima persona la presenza di una persona cara deceduta.

In alcune società l’idea che la soglia tra i vivi e i morti sia permeabile, e che esistano diversi canali di comunicazione tra noi e loro, è diffusa e accettata. Nel contesto occidentale, invece, nonostante siano molto comuni, le esperienze di contatto con i defunti sono state a lungo stigmatizzate o patologizzate, al punto da essere considerate da alcuni autori in campo psicologico come vere e proprie “allucinazioni del lutto”.

Oggi, invece, possiamo intendere questi fenomeni come una delle modalità attraverso cui le persone preservano un legame e una relazione profonda con chi non c’è più.
Come spiegano Dennis Klass e i suoi collaboratori, la morte non interrompe la relazione con la persona amata; nel lutto essa, piuttosto, si trasforma e trova forme nuove attraverso cui integrarsi nella vita quotidiana e nell’identità di chi resta. I dolenti, infatti, spesso sperimentano il bisogno di preservare il legame con chi non c’è più. Per qualcuno, questo avviene con modalità più laiche: i ricordi, il desiderio di onorare la memoria, il dialogo interiore, la conservazione di un oggetto o la cura di un luogo. Per altre persone, invece, la connessione con il defunto può passare attraverso un linguaggio rituale o spirituale. In ogni caso, alla base c’è il bisogno di mantenere quelli che Klass definisce “i legami che continuano”, o continuing bonds: una connessione simbolica con chi ci ha lasciato.

Nella mia esperienza — e anche la letteratura ce lo conferma — nella maggior parte dei casi i “segni” della presenza del defunto sono percepiti come qualcosa di positivo e di rassicurante: una piccola testimonianza che l’altra persona sta bene, ovunque si trovi. In altri casi, nella mia esperienza meno frequenti e collegati soprattutto a questioni rimaste irrisolte, la presenza può invece essere percepita come disturbante o angosciante. Credo che, anche in questi casi, sia importante esplorare il significato che l’esperienza assume per chi la vive, senza giudizi. I momenti di contatto possono infatti diventare una soglia simbolica e offrire la possibilità di chiarire, chiudere o risignificare ciò che è rimasto in sospeso nella relazione con il defunto.

Sul piano sociale, è interessante osservare che, anche se viviamo in una società che si è a lungo autorappresentata come secolarizzata, persiste l’idea diffusa che ci sia una qualche forma di permanenza oltre la vita terrena.
Le rappresentazioni del “dopo”, tuttavia, sono oggi molto eterogenee. Tracce di credenze proprie del cattolicesimo convivono con suggestioni provenienti da altri contesti storico-culturali e religiosi. Rispetto al passato, si tratta di una spiritualità vissuta nella quotidianità, meno codificata e meno mediata dalle grandi istituzioni religiose, che prende forma in un modo molto personale e intimo di sentire la presenza di chi è assente.
Attraverso i segni, quando si presentano, si esprime il nostro bisogno umano di trascendenza e si crea un ponte fra il mondo reale e quello spirituale, fra il passato e il presente, fra ciò che abbiamo perso e ciò che rimane, in noi e intorno a noi, delle persone che amiamo.

E voi? Vi è mai capitato di percepire un segno o di sentire, in qualche modo, la presenza di una persona che non c’è più? Siete riusciti a raccontarlo a qualcuno, oppure avete temuto di non essere compresi?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-23 10:09:472026-07-23 10:09:47I segni degli assenti, di Cristina Vargas

Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto

7 Maggio 2026/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Domenica 19 aprile ho condotto un Death Café dedicato al lutto per gli animali domestici presso il Teatro Stabile di Torino e in collaborazione con il Circolo dei lettori. L’iniziativa è nata in parallelo alla programmazione, al Teatro Gobetti di Torino, dello spettacolo teatrale dal titolo Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti di Diego Pleuteri e Leonardo Lidi. Lo spettacolo racconta, infatti, le vicende di un cane, un gatto e un pesce rosso di sesso femminile che, all’improvviso, rimangono da soli nella casa del loro padrone umano, non potendo sapere che è deceduto. La storia ha immaginato la situazione esattamente opposta a quella su cui di solito ci si sofferma di più, ovverosia l’umano che affronta la perdita del proprio animale domestico. Ciò non toglie l’interesse di dialogare su questo particolare tipo di lutto.

Durante il Death Café sono stato affiancato dal regista stesso dello spettacolo, Diego Pleuteri, e da uno psichiatra, Francesco Farinella. I partecipanti sono stati circa una ventina, dall’età abbastanza variabile anche se con una prevalenza di Millennials e Gen X. Nel corso degli anni ho condotto svariate volte e in numerose città italiane dei Death Café, ma è la prima volta che mi occupo di un lutto così specifico. Le differenze rispetto alle precedenti occasioni sono state, a mio avviso, cristalline e hanno di conseguenza soddisfatto la curiosità che avevo alla vigilia dell’evento.

Fin dall’inizio la partecipazione attiva dei presenti è stata contraddistinta da un fortissimo coinvolgimento emotivo, spesso culminante in un brevissimo e contenuto pianto. Durante i Death Café più canonici, incentrati magari sulla perdita di una persona cara, gli interventi dei partecipanti sono stati più contenuti dal punto di vista emotivo e meno particolareggiati nella descrizione del rapporto sviluppato con essa. C’è stato, in altre parole, un maggiore controllo delle proprie emozioni e, forse, il desiderio intimo di conservare anche la privacy propria e del caro defunto.

La particolare relazione con gli animali domestici tende invece a dare sfogo ai propri sentimenti, secondo me, per una serie di ragioni. In primo luogo, il fatto che tra essere umano e animale domestico il linguaggio sia diverso, dunque non c’è la certezza della comprensione totale dei bisogni dell’altro, porta l’umano a sentirsi investito di una maggiore responsabilità, che comporta poi una serie di domande una volta avvenuto il lutto: avrò curato come si deve il mio cane o il mio gatto? Sarò stato all’altezza delle sue aspettative? E così via. Mi capita spesso, a tal proposito, di sentire persone che vorrebbero poter avere un contatto post mortem con il proprio animale domestico solo per chiedergli se è stato felice.

In secondo luogo, l’animale domestico rappresenta spesso per l’umano una via di fuga dalle deludenti relazioni con i suoi simili. A ciò si aggiunge il carattere quotidiano del contatto reciproco. Dunque, la cura che egli sviluppa nei suoi confronti rende il legame talmente forte che, una volta avvenuta la perdita, il senso di solitudine in molti casi è probabilmente superiore a quello provato per il proprio caro defunto.

In terzo luogo, entra in gioco un tema su cui si discute spesso: la percezione che questo tipo di lutto non sia compreso e capito da chi non è abituato a vivere insieme agli animali domestici. Pertanto, al dolore provato per la perdita corrisponde la sensazione di essere concepiti come ridicoli dagli altri. “Eh, ma ti è morto solo il gatto, che sarà mai”: questo tipo di commento, tutt’altro che raro, sebbene sia sempre più evidente il valore fortissimo dell’affetto provato per l’animale domestico, mette il dolente in un angolo. Egli, da una parte, soffre per aver perso un compagno di vita, anche tenendo conto della routine quotidiana che questo legame ha prodotto. Dall’altra, si sente in imbarazzo a soffrire in un modo così drammatico dinanzi alle altre persone che, magari, stanno affrontando l’elaborazione del lutto per la perdita di un figlio, di un partner o di un genitore. Infine, c’è l’aspetto sottolineato dallo spettacolo: la paura di morire prima del proprio animale domestico e, a causa della differenza di linguaggio, non potergli spiegare cosa è successo, dunque temere che egli si senta abbandonato.

Le storie raccontate, soprattutto incentrate su cani e gatti, sono state molto varie e hanno anche evidenziato come la morte degli animali domestici abbia un impatto profondo sulla relazione tra gli stessi esseri umani. È, in altre parole, evidente che la società odierna tenda ad attribuire un ruolo significativo a cani, gatti e a ogni altro piccolo compagno di vita. Pertanto, questo tipo di lutto va monitorato e non sottovalutato, per salvaguardare il benessere delle persone stesse.

Quali sono le vostre storie relative al lutto per gli animali domestici? Fatecele sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-07 10:03:582026-05-07 10:05:31Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto

Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas

7 Aprile 2026/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

La morte entra nella vita degli adolescenti più spesso di quanto immaginiamo. A volte lo fa attraverso i racconti dei media, le serie, la musica, i social, altre volte in modo diretto, con la perdita di un genitore, di un amico o di un nonno. Oggi, essendo questi ultimi presenze quotidiane, fortemente coinvolte nella vita dei nipoti, questo è spesso uno dei primi lutti importanti che le ragazze e i ragazzi devono affrontare.

Tuttavia, solo negli ultimi decenni la letteratura psicologica ha iniziato a riconoscere pienamente la specificità del lutto in adolescenza: per lungo tempo questa fase della vita è stata letta come un’estensione dell’infanzia o un’anticipazione dell’età adulta, senza coglierne le caratteristiche proprie e le sfide evolutive che influenzano profondamente il modo in cui si vive una perdita.
L’adolescenza, come sottolinea Giuseppe Pellizzari, non è solo un’età turbolenta, ma una fase della vita in cui avviene una vera e propria “seconda nascita”, in cui l’identità è soggetta a un processo di vertiginoso cambiamento corporeo, psichico, soggettivo e sociale. La domanda cruciale è “chi sono io?”.

Come osserva Erikson, il giovane è impegnato a tenere insieme ciò che sente di essere e ciò che gli altri vedono. In bilico fra un’infanzia che non c’è più e un’adultità che non c’è ancora, i ragazzi affrontano numerose sfide: la riformulazione dei legami familiari, la rinegoziazione del proprio ruolo tra i pari, i cambiamenti del corpo che cresce — e dunque cambia, invecchia, muore. L’adolescenza è anche il momento in cui si comincia a fare i conti con un mondo che appare per la prima volta nella sua complessità.

In questo equilibrio già fragile, il lutto è una scossa potente che può lasciare tracce durature. Dal punto di vista cognitivo, un adolescente comprende perfettamente cosa significa morire: sa che la morte è definitiva e irreversibile, ma questo non vuol dire che sia già pienamente in grado di integrare questa esperienza dal punto di vista emotivo. La morte può infatti apparire come qualcosa di inaccettabile, una rottura che non trova posto nella propria storia, un evento che “non dovrebbe succedere” e rispetto al quale non si sa bene come reagire. Non è raro che i ragazzi si concentrino sugli aspetti concreti e che reagiscano efficacemente, anche più degli adulti, nella riorganizzazione della loro vita quotidiana. È più faticoso, invece, capire i segni che il lutto ha lasciato nel loro cuore e comprendere cosa significhi davvero perdere qualcuno per sempre.

A differenza di quanto spesso si immagina, il lutto negli adolescenti non segue un percorso lineare. Una delle caratteristiche più tipiche è quella che potremmo chiamare “altalena emotiva”: momenti di dolore intenso, rabbia o disperazione si alternano a fasi in cui il ragazzo sembra stare bene, ride, esce, si comporta “come se niente fosse”. È del tutto normale che chi ha perso una figura significativa oscilli fra momenti di spensieratezza — soprattutto nel gruppo dei pari — e momenti di rabbia o angoscia profonda, spesso più evidenti nello spazio familiare. Non è incoerenza, ma il modo in cui il dolore si esprime, a ondate che hanno una funzione protettiva.

Quando la perdita è significativa, inoltre, il dolore può riemergere nel tempo, anche a distanza di anni. Ogni passaggio evolutivo — la fine di una relazione, un fallimento scolastico, un cambiamento significativo — può riattivare il lutto, riportando alla superficie domande e vissuti non ancora elaborati.
Negli adolescenti, il lutto raramente si manifesta in modo diretto. Più spesso la fatica si esprime altrove: nel ritiro sociale, nelle difficoltà scolastiche, nei conflitti familiari, nei disturbi alimentari o nei comportamenti a rischio. Un ragazzo può apparire “arrabbiato”, “svogliato”, “disinteressato”, mentre sta cercando di dare forma a un dolore che non sa come esprimere.
Parlare di lutto in famiglia è difficile, soprattutto quando non si tratta di un discorso astratto ma di situazioni concrete e vicine. Quando la perdita riguarda una figura genitoriale, un fratello o una sorella, il lutto non è solo individuale ma coinvolge l’intero sistema familiare. E proprio per questo può trasformarsi in un macigno che pesa nella quotidianità.

Immaginiamo una scena. Una madre (ma vale anche per un papà), rimasta da poco vedova, rientra a casa sfinita dopo aver gestito da sola ciò che prima si faceva in due. Trova la figlia o il figlio adolescente sul divano, immerso in un gioco online o in una serie, con i piatti del pranzo ancora da lavare e i compiti non fatti. La reazione più immediata è spesso la rabbia. A cui magari segue una risposta altrettanto rabbiosa del giovane. L’episodio, normalissimo, si amplifica a dismisura, si trasforma in una lite, che diventa un conflitto acceso. Volano frasi sfortunate da entrambe le parti e si dicono cose che feriscono in profondità: “È una mancanza di rispetto. Se papà fosse ancora vivo non faresti così” o, da parte di lui, “avrei preferito che fossi stata tu a morire”. Non è facile, in quei momenti, riconoscere che sotto le parole dure ci sono il dolore, l’angoscia e l’immane fatica del lutto. Anche i genitori più attenti possono essere troppo coinvolti per riuscire a fermarsi e dare spazio a una modalità di relazione diversa… eppure questa è la via.

Per chi accompagna adolescenti in un’esperienza luttuosa, che si tratti di genitori, insegnanti o professionisti, è fondamentale adottare uno sguardo auto-osservativo, riconoscere l’impatto che le emozioni hanno dentro di noi e dentro i ragazzi, per poi “dare parola” a ciò che spesso resta implicito.
Essere di supporto significa riuscire ad aprire un dialogo che non si fermi ai fatti, ma che includa il mondo interno dei ragazzi: non solo “come è andata a scuola?” (a cui seguirà l’immancabile monosillabo), ma anche un “come stai?” che attenda il tempo (a volte lungo) di una risposta e apra alla possibilità di parlare su cosa si pensa e cosa si prova.
La musica, le serie, i film, gli anime e i linguaggi dell’immaginario giovanile possono diventare strumenti preziosi per avviare un dialogo di questo tipo. La differenza, in fondo, è tutta qui: non parlare “ai” ragazzi, ma riuscire a parlare “con” loro di ciò che stanno vivendo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/04/disagio-adolescenziale.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-04-07 08:56:322026-04-07 08:59:36Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas

Il lutto traumatico: quando la morte degli altri ci interroga come società, di Cristina Vargas

22 Gennaio 2026/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

I drammatici eventi dell’inizio del 2026 hanno portato al centro della nostra attenzione il tema della morte violenta e del lutto traumatico. La parola “trauma” deriva dal greco τραῦμα, letteralmente “ferita”. In ambito psicologico, il concetto di evento traumatico può riferirsi a un ampio ventaglio di esperienze estreme e drammatiche, che mettono a repentaglio la sopravvivenza o l’integrità della persona nella sua globalità. Si tratta di eventi che irrompono nella vita di un individuo (o di una comunità), provocando una vera e propria “rottura” fisica e/o psichica, talmente intensa da oltrepassare le possibilità di comprensione, di risposta e di integrazione di quanto accaduto nella storia di vita di chi ne è coinvolto. Questo vale anche per le persone affettivamente più vicine alla vittima e per chi è testimone dei fatti.

Ogni lutto può contenere in sé elementi traumatici, anche quando la morte era attesa, come accade, ad esempio, quando chi muore aveva un’età molto avanzata o al termine di una malattia cronico-degenerativa. Riconoscere e farsi carico di questi vissuti è una parte importante di ogni processo di elaborazione del lutto.

Ci sono, tuttavia, dei lutti in cui la dimensione del trauma caratterizza il modo in cui avviene il decesso ed è preponderante nel percorso di elaborazione. Penso, in particolare, alle vittime di guerra o di crimini violenti; al suicidio o a chi perde la vita in incidenti fatali. Queste drammatiche esperienze interrogano profondamente non solo chi le attraversa in prima persona, ma anche la società nel suo insieme.
In tutte queste situazioni, i superstiti possono sperimentare risposte, e talvolta veri e propri sintomi, tipicamente collegati al trauma. I primissimi momenti sono spesso segnati dal disorientamento, dall’incredulità, dallo shock e dalla confusione. Le emozioni possono essere intense e travolgenti oppure, all’opposto, la persona può “congelarsi” o disconnettersi da esse. In una fase successiva possono emergere stati di ipervigilanza, esplosioni di rabbia o di allarme, attacchi di panico; possono inoltre presentarsi incubi, flashback e immagini intrusive: frammenti disturbanti che si impongono alla mente e riportano a momenti di altissima intensità emotiva. Spesso il ricordo del momento in cui sono accaduti i fatti è pervasivo e disturbante e frammentato. Il timbro della voce o lo sguardo della persona che ha comunicato la notizia. Il suono assordante delle sirene. Le luci intermittenti dei mezzi di soccorso. Gli odori. Il corpo martoriato della persona cara. Queste immagini hanno spesso una qualità profondamente corporea: non sono “soltanto” pensieri, ma qualcosa che fa male, una lama che trafigge, un peso che toglie il fiato. Proprio per questo alcuni dei più attuali approcci terapeutici al trauma, in primis la Psicoterapia sensomotoria, partono proprio dal corpo nei percorsi di supporto e nel trattamento dei sintomi collegati all’esperienza traumatica.

Uno dei bisogni che emergono con maggiore frequenza nell’esperienza di chi attraversa un lutto traumatico è proprio quello di “capire”. Può accadere che il pensiero torni ripetutamente ai fatti, ripercorrendoli più e più volte nel tentativo di ricostruire la dinamica di quanto è successo e di trovarvi un senso. La mente si affolla di domande ricorrenti, a cui non sempre è possibile dare risposte certe: Poteva andare diversamente? Di chi è la colpa? Avrei potuto impedire che accadesse? Questi interrogativi si intrecciano spesso con vissuti emotivi intensi e non sempre facili da nominare, come la paura, la rabbia e il senso di colpa.

Nel caso delle morti violente, il percorso giuridico che necessariamente si apre diventa uno degli aspetti più complessi da attraversare. Il bisogno di verità e di giustizia è molto forte per i superstiti e può portare a riporre elevate aspettative nelle indagini o, quando si verifica, nel successivo processo. Tuttavia, il complesso ingranaggio giudiziario, con i suoi spazi freddi e i suoi tempi tecnici, raramente è allineato con i bisogni emotivi di chi è in lutto: i procedimenti si allungano, le risposte tardano ad arrivare e, con esse, può prolungarsi la sensazione di un tempo sospeso, denso di nodi irrisolti che aggiunge spesso un ulteriore carico di sofferenza.
Può anche succedere che i familiari di chi muore in forma violenta si trovino a confrontarsi con diverse forme di colpevolizzazione delle vittime: puntare il dito contro chi è morto diventa talvolta un modo per evitare di farsi carico di responsabilità collettive, che possono essere difficili da ammettere. Per le famiglie, scontrarsi con questi atteggiamenti rappresenta una vera e propria seconda ferita, una “vittimizzazione secondaria” che si aggiunge a un lutto già profondamente faticoso. A questo si affianca la sovraesposizione mediatica e i rischi a cui essa espone: spazi che consentono l’anonimato, come i social network, possono essere sia una fonte di supporto sia una vera e propria gogna.

Studi come quelli di George Bonanno hanno mostrato come, anche di fronte a eventi potenzialmente devastanti, molte persone riescano a ritrovare nel tempo un nuovo equilibrio dopo la perdita. Qualcuno trova la forza di andare avanti agganciandosi all’amore per chi ancora c’è. Per altri si apre la via dell’attivismo, come forma di restituzione di voce e dignità a chi non c’è più. Per altri ancora, la via passa attraverso la testimonianza e la condivisione del dolore. Per i più, il cammino per continuare a vivere è un percorso faticoso, fatto di fatiche quotidiane, di alti e bassi, di adattamenti spesso silenziosi e imperfetti, che puntellano lo sforzo di continuare a vivere anche mentre si soffre. C’è una pluralità di risposte possibili che va ben oltre i modelli teorici e che non ha tempi prestabiliti.

Anche quando colpisce una singola persona, il lutto traumatico ha una profonda dimensione sociale e interroga il modo in cui una comunità si prende cura dei propri membri. La tutela della vita e della sicurezza non è mai solo una questione individuale, ma il risultato di una responsabilità reciproca. Il dolore degli altri ci riguarda. Accostarsi con rispetto e solidarietà alle storie di chi perde una persona cara in circostanze traumatiche, anche quando siamo spettatori lontani, testimonia la nostra capacità di occuparci dei legami comunitari anche nei momenti più faticosi.

E voi che ne pensate? Avete esperienze da condividere o osservazioni da fare? Grazie come sempre per la vostra partecipazione.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/01/lutto-traumatico.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-01-22 09:49:192026-01-22 09:49:19Il lutto traumatico: quando la morte degli altri ci interroga come società, di Cristina Vargas

La scrittura autobiografica e il lutto, di Marina Sozzi

19 Dicembre 2025/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Da quando, nel 2016, ho seguito un master che mi ha insegnato varie tecniche per modulare e gestire le emozioni, e per condurre gruppi, ho fatto numerose esperienze di laboratori di scrittura autobiografica. È stato, fin da subito, lo strumento che ho sentito più mio, e che mi è parso potentissimo, per gli effetti che ha avuto su di me e che osservo negli altri.
Negli anni, mi è capitato spesso di avere nei gruppi persone che stavano cercando di superare un lutto e di ritrovare il senso della propria vita. E ho potuto constatare che la scrittura autobiografica, senza naturalmente avere la pretesa di essere uno strumento terapeutico risolutivo, ha tuttavia la capacità di aiutare. Provo in poche parole a spiegare perché, a mio modo di vedere.

Sappiamo ormai che ogni lutto è una storia personale e unica, nonostante si possano rinvenire aspetti ricorrenti. I tempi e i modi di superamento sono molteplici, tanti quante sono le persone in lutto e le loro storie di vita. Come suggeriscono studi recenti (Margaret Stroebe e Henk Schut), da un lato i dolenti si concentrano sulla sofferenza legata alla perdita, provano emozioni di tristezza e nostalgia, e coltivano il ricordo defunto, cercano di creargli uno spazio nella vita che continua. In una parola, non possono fare a meno di avere lo sguardo rivolto all’indietro. Al contempo, dall’altro lato, sono impegnati in attività orientate alla ricostruzione, che riguardano la necessità di adattarsi alla vita senza la persona perduta. Queste ultime includono la ripresa della routine quotidiana e la ricerca di nuove esperienze, relazioni o modi per ristrutturare la propria vita. Talvolta anche queste attività producono stress, quando per esempio una persona deve assumere ruoli che erano del morto e che trova difficili da portare avanti. Il lutto consiste in un’oscillazione tra questi due orientamenti, permettendo agli individui di affrontare il loro dolore mentre si adattano al cambiamento indotto dalla perdita. Non si tratta però di un’oscillazione tra il buio e la luce, o tra dolore e speranza di guarigione. Questo modello evidenzia la complessità dell’esperienza del lutto, sottolineando che non c’è una sola giusta o normale maniera di viverlo e che le emozioni possono variare notevolmente nel corso del tempo. Questo processo, diverso per ognuno, richiede di dare un posto alla relazione con il morto, di rileggere la propria storia e ciò che è stato vissuto con chi non c’è più, e al contempo comprendere come è possibile continuare con la propria biografia, proiettarsi nel futuro.

In che modo la scrittura autobiografica (specialmente se sperimentata in gruppo) può sostenere questo processo? Nella mia esperienza, le persone in lutto, qualsiasi sia la consegna che viene data loro (quando si lavora in gruppo il conduttore dà un titolo, una consegna per evitare il blocco della pagina bianca), tornano con il pensiero a episodi vissuti con il defunto, li rielaborano, talvolta danno un nuovo significato a fatti che avevano sempre interpretato in modo univoco. Ricreano, costruiscono ponti tra gli eventi, rendono mobile, cangiante l’esperienza vissuta, la rileggono. Talvolta allentano il senso di colpa, riconoscendo di aver fatto il possibile in una determinata situazione, di non avere avuto altra scelta. Si mettono in un’ottica di cambiamento: reinterpretare è già cambiare, assumere un punto di vista nuovo, sentirsi diversi. E siccome la perdita è un’esperienza di cambiamento piuttosto violenta, perché non scelta, assecondare il flusso invece di resistergli può senz’altro facilitare il recupero. Non solo. Spesso le persone hanno ricordi angosciosi di momenti particolarmente dolorosi della malattia del proprio caro scomparso, o di frasi dette o che si sarebbero volute dire e non sono state pronunciate. Mettere su carta il dolore, la mancanza, ma anche il rimpianto o talvolta il rimorso, renderli oggettivi e condividerli con gli altri, è un po’ come posarli per terra, toglierseli dalla schiena, alleggerirsi. Constatare che il dolore è cifra distintiva dell’umano, che nessuno ne va immune, sostiene perché avvicina, crea una piccola comunità di affinità elettive. In un contesto in cui ciascuno parla delle sue sofferenze, la propria si stempera, allenta un po’ la presa.

Naturalmente per i lutti più difficili serve un sostegno psicologico, individuale o di gruppo. Tuttavia, questo è uno strumento che offre un contributo prezioso al ritrovamento del benessere.

Voi che ne pensate? Avete fatto esperienze di scrittura autobiografica? Vi succede di scrivere quando vi sentite appesantiti da un vissuto, o quando siete insonni? Vi saremo grati se condividerete le vostre esperienze.

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Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari

24 Novembre 2025/16 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Riceviamo e con piacere pubblichiamo un articolo di Nicola Ferrari sul rapporto tra decluttering e lutto.

C’è qualcosa di sorprendentemente affine tra l’atto di svuotare un armadio e ricordare chi abbiamo perso. È una sensazione che mi ha investito subito, appena ho conosciuto per caso Marie Kondo, incappando in suoi video in rete: questa piccola donna giapponese, diventata celebre in tutto il mondo grazie ai suoi libri e alla serie su Netflix, è in questi anni la più famosa esperta di decluttering domestico, la pratica di liberarsi di ciò che si considera vecchio, inutile o comunque non più necessario per creare poi un nuovo ordine. Ma il suo approccio, denominato metodo KonMari, va ben oltre l’ordine materiale di un cassetto o una stanza: si tratta di raccogliere tutto e averlo ben sotto gli occhi, scegliere ciò che resta e ciò che si elimina, ringraziare e lasciare andare.
Dietro l’apparente leggerezza si nasconde una grammatica del congedo: mettere via ciò che non dà più gioia e accogliere il nuovo si trasformano in esercizi di consapevolezza che ricordano da vicino il lavoro del lutto. Ogni vestito che si mette sul letto diventa un frammento biografico potentissimo, ogni decisione su cosa farne una microseparazione. Il riordino delle varie stanze si converte in un rito laico: imparare a riconoscere ciò che può restare e ciò che deve essere lasciato, non per negare la perdita ma per renderla affrontabile. Forse, in fondo, il metodo non insegna solo a fare spazio fisico a casa ma, trasportato metaforicamente, riconosce il posto che l’assenza occupa nelle nostre vite per decidere come vivere il lascito.
C’è un momento, per me il più elevato di ogni puntata della serie, durante il quale Marie Kondo entra nelle case di famiglie sommerse dal caos, si siede sul pavimento e in silenzio, in pochi secondi, avvia il semplice rito di ringraziare la casa per tutto quello che ha offerto e per il conseguente rinnovo. È una situazione semplice, breve ma ogni volta densissima e davvero emozionante perché prefigura ciò che accadrà poi intimamente.
Dopo questo veloce cerimoniale, inizia la seconda fase del suo metodo: con una sequenza preordinata i vestiti vengono accumulati, i libri ripresi uno ad uno, la cucina svuotata e così via, intervenendo su tutte le stanze e tipologie di oggetti. Questi gesti, che durano per i proprietari vari giorni, aiutano a ritrovare una forma di equilibrio. Il suo sistema, pensando alle nostre perdite, non ‘pulisce’ il dolore ma aiuta a rimettere insieme ciò che è disperso. Riorganizza la presenza dell’altro dentro noi stessi per dare un nuovo posto a ciò che continua ma deve assumere una forma diversa. Non si tratta quindi di minimalismo perché si va oltre la valorizzazione della semplicità e l’eliminazione del superfluo e neppure di swedish death cleaning, l’altro approccio che si fonda sempre sul togliere ma con lo scopo finale di evitare questo lavoro di scelta ai cari che resteranno dopo di noi. È invece un procedimento che mira a trasformare la materia in significato, rendendo il percorso del lutto un processo di selezione, una possibilità per trovare una leggerezza che ci permetta di continuare a vivere accanto alla memoria senza esserne schiacciati. In questa logica, il lutto implica un grande riordino: prima di oggetti, poi di immagini interiori e infine di significati; lei ci dice inconsapevolmente quanto il prendersi cura di ciò che resta sia il più efficace gesto di amore per chi abbiamo perso ma anche per noi stessi.
Ogni volta che la guardo o la cerco in rete, mi appare sempre più strepitoso l’enorme successo che ha avuto, considerando tra l’altro che il mondo del decluttering è veramente colmo di esperti, influencer, appassionati in ogni continente; alla fine poi questo minuto essere umano non propone niente di assolutamente nuovo in questo vasto panorama, ma la risonanza che sta avendo da anni la rende del tutto unica. È stata ospite ovunque, ha creato (ovviamente) un’azienda che offre percorsi di formazione per diventare suoi consulenti certificati e tanto altro; molto dipende dal suo mantra: tieni solo ciò che ti dà gioia, il resto ringrazialo e liberatene. Un pensiero semplice e riconoscibilissimo e forse è proprio questo, oltre alla possibilità di vederlo incarnato con coerenza nella sua persona, a renderlo così identificabile e prossimo a tanti. Si tratta di conversare con l’assenza tramite i vestiti, i libri, gli utensili da cucina che abbiamo in casa e che si trasformano in un tramite diretto: toccarli, guardarli direttamente e poi ascoltare come attivano memorie e riflessioni, decidere dove collocarli e cosa farne, ringraziare per quello che ci donano, risistemando giorno dopo giorno la stanza, la vita.
Riordinare è un atto di gratitudine, lasciare andare una preparazione rappresentativa alla morte, la ricerca della gioia un’opzione che va conquistata. Che una forma di ordine possa anche diventare un modo per orientare l’esistenza dopo la perdita è un fatto, non una metafora.
Cosa ne pensate? Avete fatto questa operazione di decluttering dopo una perdita?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/11/Decluttering.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-11-24 10:22:252025-11-24 10:22:25Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari

Di cosa parliamo quando parliamo di morte? di Marina Sozzi

4 Novembre 2024/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Quando parliamo di morte, è evidente che non ci riferiamo all’istante dell’exitus, al momento del decesso: di questo evento puntuale, del quale nessun essere umano vivente ha esperienza, nulla sappiamo e nulla possiamo dire.

Vladimir Jankélévitch, interessante filosofo esistenzialista del Novecento, scriveva che è impossibile pensare la morte, intesa in quel senso, e che «il pensiero del nulla è un nulla del pensiero». Così tutti quei monaci, santi e gentiluomini che meditavano guardando un teschio, nei quadri medievali e rinascimentali, non stanno in realtà pensando a niente:

«…in questo concetto di una nichilizzazione totale, non troviamo niente a cui afferrarci, nessuna presa a cui la comprensione possa aggrapparsi. Il pensiero del niente è un niente di pensiero, poiché il nulla dell’oggetto annichila il soggetto: non si pensa un niente, non più di quanto si veda un’assenza, così che pensare il niente è non pensare a niente, dunque è non pensare» (V. Jankélévitch, La morte, p. 39)

Cosa abbiamo quindi in mente quando condividiamo il pensiero che sia importante e utile ragionare sulla morte e confrontarci?

I nostri discorsi vertono principalmente su tre temi: 1) la paura della morte, cioè il pensiero più o meno ricorrente e più o meno angosciante della propria fine o della mortalità delle persone che ci sono care; 2) il morire, ossia il processo di avvicinamento alla propria morte, a seguito di una prognosi infausta, e 3) il lutto, in altre parole ciò che accade a chi resta. Poi, certamente, possiamo riflettere sui riti, o sulla conservazione e tutela della memoria di chi ha lasciato la vita.

Quando parliamo di morte, quindi, paradossalmente, parliamo di vita. L’ultimo tratto di strada delle persone è vita, anzi spesso, come ci insegna chi opera in cure palliative, una vita intensa e preziosa. E vita è quella di chi ha subìto una perdita, di chi ricorda, di chi celebra, di chi teme, di chi prova ansia o angoscia.

Parliamo, più in generale, non della ma intorno alla morte. Ciò che è interessante, in altre parole, è il nostro modo di affrontare il morire e la perdita, individualmente, culturalmente e socialmente. Per comprenderlo occorre esaminare il “sistema della morte” che opera nel nostro contesto, che permette a tutti noi di sapere come comportarci quando incontriamo l’evento più temuto, tenendo conto che ogni sistema della morte è intrecciato con la dimensione sociale, politica ed economica di un paese.

Ciò che è interessante, in sintesi, è come ci prendiamo cura dei morenti, se sappiamo accompagnarli e sostenerli, se riusciamo a rendere tollerabile il morire; come consideriamo e trattiamo gli anziani; come supportiamo chi cura, i caregiver formali e informali; come riusciamo a prevenire il suicidio; come ci prendiamo cura dei lutti faticosi e difficili, come manteniamo la memoria e commemoriamo i nostri morti.

Ma per capire il nostro «sistema della morte», occorre restare aperti a ciò che di nuovo è emerso negli ultimi decenni: la crescita delle cure palliative, innanzitutto. La dimensione online dell’elaborazione del lutto. Le nuove forme di socializzazione della morte, meno legate a protocolli rituali e più personali e intime, gestite insieme alle persone che ci sono affini e vicine. Occorre anche tenere presenti le differenze tra nord e sud, tra città e provincia, abbandonando le perniciose generalizzazioni che ci portano ad affermare che «la società occidentale nega la morte».

Per capire il nostro specifico modo di confrontarci con il morire e con la perdita, dobbiamo smettere di lanciare anatemi, sussumendo tutto quanto è diverso dal passato sotto il cappello della negazione, del tabù, o della rimozione della morte.

Occorre ripartire senza più usare il concetto prêt-à-porter del tabù, per comprendere più profondamente, e senza pregiudizi, ciò che ci circonda: senza trionfalismi, perché ogni «sistema della morte» è modificabile e migliorabile; ma anche con la consapevolezza che la morte è ardua da affrontare, e tutte le società, del presente e del passato, in qualche misura hanno sempre negato e negano la morte, pur dovendola anche in parte accettare, come dato di fatto incancellabile. Nulla di nuovo dal fronte occidentale.

Mi stanno molto a cuore le vostre riflessioni, e aspetto come sempre i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/11/immagine1.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-11-04 09:32:582024-11-04 09:32:58Di cosa parliamo quando parliamo di morte? di Marina Sozzi

Compassionate cities: utopia concreta? di Marina Sozzi

24 Maggio 2024/20 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte
Anche se in Italia ne abbiamo parlato ancora poco (per ora esiste un progetto a Reggio Emilia), nel mondo sta prendendo forma un’idea molto interessante, quella delle “città compassionevoli”. Già molte città hanno questo titolo, in seguito al lavoro compiuto per diventarlo, come ad esempio Plymouth in Inghilterra, Colonia in Germania, Vic in Spagna, Kozhikode nel sud dell’India, stato del Kerala, eccetera. Di cosa stiamo parlando e da quale esigenza nascono le Compassionate Cities? Partiamo da una constatazione: la morte è un’esperienza sociale con una componente medica, e non il contrario. Il 95% del tempo di una persona che si avvicina alla morte è gestito dai familiari. Il lavoro dei professionisti, pur estremamente prezioso, rischia di restare frammentario se la comunità non è coinvolta nell’esperienza di cura. Sarebbe quindi opportuno che il sostegno che non richiede competenze professionali fosse offerto dalla comunità, ossia da reti di relazioni che si stringono attorno all’anziano, al dolente o al morente. I servizi professionali potrebbero così concentrarsi in modo più efficace sulle proprie responsabilità principali. Per dirlo brevemente, quindi, le Compassionate Cities sono forme di mobilitazione sociale che coinvolgono diverse realtà presenti in una determinata città, al fine di creare e potenziare l’attenzione verso una concezione diffusa della cura, e verso la morte, la perdita e il lutto nella vita quotidiana. Le Compassionate Cities sono, in sostanza, un modello di salute pubblica che incoraggia la partecipazione comunitaria nella cura delle persone. Lo scopo non è trasferire parte del lavoro di cura alle famiglie, gravando, come è stato spesso fatto, sulle donne e sul lavoro femminile; al contrario, si tratta di un modo nuovo di pensare alla comunità e alla cura. Occorre però costruire un modello pratico perché questa cura estesa alla comunità possa essere efficace. In primo luogo dobbiamo chiederci: cosa si intende per comunità? C’è infatti il rischio che la parola “comunità” indichi una generalizzazione poco funzionale e astratta, come “società” o “collettività”, che potrebbe far apparire irrealizzabile l’intero progetto delle Compassionate Cities.  Pertanto, è bene precisare che per comunità si intende una serie di reti specifiche (scuole, luoghi di lavoro, abitazioni e quartieri, sindacati, luoghi di cultura, associazioni, luoghi di assistenza per gli anziani), capaci di condividere il peso della cura in modi anche pratici. Affinché questo avvenga, le reti di solidarietà devono essere preparate a sostenere questo ruolo, apprendendo cosa dire e cosa fare per essere d’aiuto a chi affronta l’esperienza della malattia, della vecchiaia, del morire e del lutto. Le Compassionate Cities prendono sul serio domande come: “in che tipo di società voglio vivere?”, “Come vorrei che le persone si comportassero nei miei confronti quando dovrò affrontare la morte e la perdita dei miei cari?” La compassione non va pensata come un meritorio atteggiamento individuale, ma come un impulso potenzialmente universale, che può e deve produrre cambiamento nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle chiese e nei luoghi di aggregazione dei cittadini. Le città compassionevoli si propongono di soddisfare i bisogni delle persone anziane, di chi convive con malattie mortali e di chi ha subìto una perdita, non solo dal punto di vista sanitario. Occorre a tale scopo vedere la salute, la morte e la perdita come fasi del ciclo della vita. Peraltro, le persone che attraversano fasi difficili della propria vita (in quanto anziani, malati, morenti, o dolenti) hanno spesso molto da comunicare al resto della comunità. Da questo punto di vista, i media (ma anche le scuole e i luoghi di insegnamento) hanno un ruolo centrale nel ridare la parola a persone che ne sono solitamente prive. Inoltre, queste città si preoccupano del rispetto delle differenze sociali e culturali: la compassione non può ignorare l’universalità dell’esperienza della perdita, che va intesa in senso lato. L’emarginazione (causata da razzismo, sessismo, discriminazione nei confronti degli anziani, eccetera) è una preoccupazione delle Compassionate Cities, perché crea morte e perdita nella vita degli altri, talvolta simbolicamente, talvolta concretamente e fisicamente. La scuola ha un ruolo centrale in tale processo educativo comunitario, perché è il luogo dove è possibile imparare gli uni dagli altri. Riconoscere le differenze non significa costruire stereotipi religiosi o culturali, anzi, occorre imparare a mantenere aperta e fluida la mente, perché le identità e gli approcci sono storici, e quindi esposti al cambiamento. Infine, le città compassionevoli si fanno carico di garantire cure palliative e supporto al lutto, e di inserirli nella loro pianificazione politica di governo locale, evitando che la morte e la perdita restino esperienze private e individuali; e promuovono la solidarietà, il rispetto e la fiducia tra cittadini, la dimensione comunitaria e conviviale e l’ampliamento delle reti di collaborazione. Che ne pensate di questo approccio? Credete che valga la pena fare lo sforzo per raccogliere le forze e promuovere le Compassionate Cities anche in Italia? Io penso che siamo pronti, che i tempi siano maturi, che questa possa diventare un’utopia concreta, nel senso dato a questa espressione dal filosofo Ernst Bloch: la concretezza dell’utopia sta nel fatto che il suo “non-ancora” in qualche modo esiste già, sia nel desiderio, nella speranza, nell’impegno degli uomini, sia come tendenza dell’evoluzione storica. Sono molto interessata alle vostre considerazioni.
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Le parole che non abbiamo di fronte alla morte, di Cristina Vargas

2 Maggio 2024/7 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Il linguaggio, il pensiero e le emozioni sono intrecciati in modo profondo e sovente inestricabile. Di fronte a un lutto le parole possono dare forma a sensazioni viscerali che non sempre sono facili da capire. Ogni lingua offre un repertorio lessicale che permette di dare nome a stati d’animo che talvolta sono difficili da definire (persino per chi li sperimenta) rendendoli riconoscibili e, nello stesso tempo, comunicabili. Il linguaggio ci aiuta a cogliere la differenza fra il dolore e nostalgia; separa il senso di colpa dalla rabbia. Una parola, inoltre, può conferire visibilità e riconoscimento sociale a un particolare tipo di condizione, evidenziandone la specificità. Nella lingua italiana disponiamo di due parole per parlare della sofferenza provocata per la morte di una persona cara: “lutto”, dal latino lūctus, deriva dal verbo lugere, che significa piangere; e “cordoglio”, che deriva etimologicamente dal latino cordŏlĭu(m), composto di cor ‘cuore’ e dolēre: dolore di cuore, ma forse anche cuore che duole per chi ci ha lasciato. Oggi, in italiano, si usa il termine “lutto” per parlare della sofferenza (psichica, intima, per lo più privata) che si prova per la morte di persona cara, mentre “cordoglio” è meno presente nel linguaggio quotidiano e viene per lo più usato in formule quali “esprimere il proprio cordoglio”, che ci proiettano in una dimensione pubblica e condivisa del dolore.  Anche in altre lingue romanze ci sono parole specifiche per dare nome alla sofferenza per la morte di un caro: deuil in francese e duelo in spagnolo (dal latino dolēre) sono entrambe traducibili con l’italiano “lutto”. Tuttavia, non tutte le lingue dispongono di parole equivalenti. Ruth Evans, geografa e antropologa, racconta che durante una ricerca sul rapporto fra lingua ed emozioni condotta in Senegal, in un contesto bilingue francese/wolof, ha riscontrato una forte difficoltà a tradurre la parola inglese grief , intesa appunto come la risposta emotiva alla morte di una persona significativa. I suoi interlocutori, infatti, usavano il termine wolof métite, il cui significato è più ampio e non strettamente collegato al fine vita, tanto che di solito veniva tradotto con il francese chagrin (dolore, sofferenza). Anche la parola usata per parlare della morte, niak, è più vicina nel suo significato all’espressione “perdita”, nel senso che non è specificamente riferita al decesso, ma può essere usata anche in molti altri ambiti, compreso quello economico. Per Evans quest’ampiezza semantica non è mera genericità, ma è coerente con la molteplicità di dimensioni – emotive, ma anche materiali e sociali – toccate dalla morte di un congiunto o di un amico in una comunità caratterizzata dalla forte interdipendenza reciproca. La connessione fra lingua e pensiero è stata a lungo oggetto di studio e di dibattito in ambito sociolinguistico, in particolare a partire dagli anni Cinquanta del Novecento quando vennero pubblicati i lavori sul relativismo linguistico dell’antropologo Edward Sapir e del suo allievo Benjamin Lee Whorf. Come spiega quest’ultimo, il mondo “si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti” ed è in grande misura grazie alla lingua che questo processo di classificazione può verificarsi. Nelle sue versioni più deterministiche l’ipotesi di Sapir e Whorf è stata oggetto di critiche fondate. Tuttavia, è innegabile che la lingua incida sulla nostra visione del mondo. Se da una parte abbiamo delle parole che nominano, e rendono socialmente visibili certi tipi di esperienza, dall’altra ci sono parole che “mancano”. Mentre nella lingua italiana disponiamo di “vedova” e “vedovo” per designare chi ha perso il proprio coniuge, non abbiamo dei termini che permettano di dare nome a chi è in lutto per una persona amata con la quale però non aveva un legame ufficiale. Non ci sono parole per designare chi ha perso un fratello o una sorella, e questo lutto di fatto viene spesso sottovalutato. Ci sono le parole “orfano” e “orfana” per chi ha perso la madre o il padre, ma non ci sono parole che descrivano un genitore che ha perso un figlio. Quest’ultima mancanza è forse la più sentita a livello pubblico, non solo in Italia, ma anche nei contesti anglofoni e francofoni. Nel corso degli anni ci sono state alcune proposte per colmare questo vuoto linguistico. La psichiatra e scrittrice marocchina Rita el-Kahyat ha usato il temine désenfantement (defigliazione) per parlare della morte di sua figlia Aïni. Karla Holloway, già professoressa di Letteratura Inglese alla Duke University, racconta che dopo la tragica morte di suo figlio aveva sentito a lungo la mancanza di una parola “a cui aggrapparsi”. Dopo aver cercato alternative in molte lingue, propose di usare la parola sanscrita vilomah: un dolore che è contro l’ordine naturale, che sovverte il modo in cui dovrebbe andare il ciclo vitale. Anche in Italia ci sono state proposte che, come le precedenti, hanno avuto un riscontro limitato, ma testimoniano un bisogno importante. Paolo d’Achille, che ha a lungo studiato la costituzione del lessico italiano, chiamato a rispondere a un quesito posto al Servizio Consulenza dell’Accademia della Crusca, ha ricordato sia l’uso letterario della parola “orbato”, sia il neologismo “disfigliato” che ha però storicamente ha una connotazione diversa poiché viene usata anche in riferimento a chi non ha figli. Una risorsa interessante sono quelle lingue che, invece, dispongono di termini ben precisi che raccontano il dramma della morte un figlio.  Sandro Veronesi, nel suo recente libro Il Colibrì, ce ne elenca alcuni: in ebraico shakul, dal verbo shakal (perdere un figlio); in arabo thaakil (thakla per la madre); nel greco moderno la parola charokammenos, “bruciato dalla morte”, che dovrebbe essere riferita a qualsiasi tipo di lutto, ma è usata quasi soltanto per indicare un genitore che perde un figlio. Anche la ricerca in ambito antropologico e psicologico ci offre degli esempi: in Cina, i genitori il cui unico figlio o figlia muore, o ha un livello di disabilità talmente grave da compromettere la sua possibilità di vivere senza supporto costante, sono Shidu. Questo termine è interessante perché accomuna due circostanze per noi diverse, ma che sul piano sociale vengono considerate dei lutti a tutti gli effetti. Non è facile stabilire in modo univoco perché in ogni lingua certe parole ci sono, e certe altre invece mancano. Le ragioni sono molteplici e affondano le loro radici in fattori sociali, economici, culturali e forse anche psicologici. Un “vuoto” linguistico non necessariamente segnala un tabù, ma certamente è collegato al minor riconoscimento collettivo di fatti che altrove vengono nominate. Le parole, infatti, illuminano o celano, evidenziano o negano, allargano o restringono un campo semantico e, in questa misura, fanno parte integrante del modo in cui ci occupiamo della morte e dei morti come individui e come collettività. Cosa ne pensate? Avete esperienza della mancanza di alcuni termini per designare una perdita subita da voi o da persone intorno a voi?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/Importanza-delle-parole-1200x640-copia-1.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-05-02 10:25:392024-05-02 10:25:39Le parole che non abbiamo di fronte alla morte, di Cristina Vargas

“Get ready with my boyfriend’s funeral”. Il lutto su Tik Tok, di Davide Sisto

26 Marzo 2024/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Recentemente, durante un mio incontro pubblico sui temi della morte digitale, una partecipante mi ha chiesto un parere riguardo alla versione funebre del celeberrimo acronimo GRWM usato su Tik Tok, YouTube e Instagram. L’acronimo sta per “Get Ready With Me”, “preparati con me” o “prepariamoci insieme”, e indica l’abitudine – da parte soprattutto degli utenti social più giovani – di creare dei tutorial relativi al make-up e al look da indossare durante specifiche circostanze, per lo più solari e disimpegnate. Siamo oramai tutti consapevoli di quanto sui social media vada di moda questo tipo di tutorial, per mezzo dei quali gli influencer sponsorizzano o, comunque, consigliano abiti, modi per fare la perfetta skin care e cose simili. Non immaginavo, però, che spopolasse anche la seguente versione dell’acronimo indicato: “get ready with me for my boyfriend’s funeral” o “get ready with me for my mom’s funeral”. Dietro queste sigle si nascondono centinaia, se non addirittura migliaia, di video in cui vediamo persone molto giovani che si truccano o si vestono davanti alla telecamera in vista della partecipazione al funerale del proprio partner o genitore. I video durano uno o due minuti, hanno generalmente un sottofondo musicale malinconico e contengono qualche concisa frase di spiegazione. In realtà, il funerale solitamente ha già avuto luogo. Il video è, dunque, una specie di messinscena per sottolineare un momento particolare del lutto appena avvenuto, su cui spesso si pone poca attenzione: appunto, il momento preciso in cui ci si deve vestire e truccare per andare al funerale di una persona amata, quindi una situazione di estremo dolore legata a una perdita appena avvenuta. I video, generalmente, uniscono atmosfere drammatiche con altre più ilari o ironiche, guadagnando milioni di visualizzazioni e di like, nonché centinaia di migliaia di commenti di coetanei che raccontano esperienze luttuose simili o che condividono il proprio calore virtuale alla persona immortalata.

Ne cito un paio: Karine, una ragazza che ha appena perso la madre, la quale in un minuto di video mostra il tipo di make up e di abito nero che ha indossato per il suo funerale. Gli hashtag usati, oltre a GRWM, sono #funeral #fyp #foryoupage #foryou. Il video, in cui vediamo la ragazza a tratti in lacrime a tratti con un sorriso disincantato, conta quasi diciotto mila commenti, nonché più di due milioni di like. Ancora più significativo è il video dell’influencer Paige Gallagher che si è truccata davanti alla telecamera per la morte del suo compagno. Durante il video chiede a chi ha vissuto un lutto significativo se ha avuto, durante la fase del rito funebre, la sensazione simile alla sua di essere dentro un gioco in realtà virtuale, in cui si perde il contatto con la tangibilità del reale. Tra i milioni di followers che hanno visto il video alcuni la ringraziano per dare testimonianza a questa particolare situazione del lutto, altri invece la condannano radicalmente. Costoro ritengono, infatti, che sia di cattivo gusto ridurre il necessario raccoglimento per la perdita patita all’ennesima esposizione narcisistica di sé, dando rilievo a cose del tutto futili come l’abito o il make up per andare al funerale.

Durante gli ultimi giorni ho osservato numerosi video simili su Tik Tok per cercare di farmi un’idea sul valore di questa particolare scelta. Da una parte, mi sembra che la versione funebre del GRWM sia parente di tutte quelle iniziative che hanno finora segnato la presenza della morte sui social media, come – per esempio – i selfie ai funerali condivisi su Instagram qualche anno fa o i video narrativi sulla perdita di un genitore condivisi su YouTube. Queste iniziative, per lo più portate avanti da persone molto giovani, tendono a creare narrazioni in parte drammatiche in parte ironiche, cercando quindi di condividere pubblicamente il proprio dolore mediante scelte stilistiche agrodolci. La condivisione pubblica del dolore, unito a una qualche forma di ironia, nasconde l’esigenza di parlare insieme ai propri coetanei del lutto, di mostrarne i segni, di invitare a ritrovare nel tempo la risata e dunque di eliminare quel carattere di riservatezza che, almeno per alcuni, genera più sofferenza che sollievo. Inoltre, va detto che la scelta del look per la partecipazione al funerale richiama alla mente svariate ritualità funebri, ciascuna con le sue regole e le sue abitudini. Ci sono, come sappiamo, culture che danno un’importanza fondamentale al modo di presentarsi al funerale. Dunque, non c’è niente di particolarmente offensivo né di inusuale nel dare spazio visivo, sui social, a questo tipo di preparazione, magari determinando una riflessione collettiva sul tema. Inoltre, è sempre molto difficile dover giudicare in maniera radicalmente netta registri comportamentali e stilistici spesso molto differenti, come quelli che separano le generazioni pre-social da quelle abituate a usarli quotidianamente. Se questo tipo di iniziativa è una scusa per affrontare il lutto in pubblico e per ragionare sul dolore che accompagna il rito funebre, allora non mi pare che ci sia nulla di male.
Dall’altra parte, ovviamente, il dubbio che la messinscena a funerale avvenuto nasconda, dietro un proposito positivo, la mera capitalizzazione del like e della visibilità è altrettanto plausibile. Quando qualcosa diventa tendenza, rischia molto spesso di creare atteggiamenti superficiali o tesi semplicemente a trarre vantaggi dalla fragilità ostentata. E se l’essere umano di per sé è abile a mostrare il peggio di sé anche nelle circostanze in cui si richiede empatia, raccoglimento e calore reciproco, allora non c’è da stupirsi se qualcuno si approfitta della versione funebre del GRWM per trarre vantaggi economici o di mera visibilità.

Da studioso dei meccanismi che caratterizzano le relazioni sui social in presenza di un lutto riesco a vedere gli elementi positivi di questa nuova iniziativa, che spinge le persone più giovani a mettere in discussione una certa riservatezza, a volte ipocrita, a volte figlia dell’imbarazzo relazionale, che caratterizza i primi momenti di una perdita. Per me il bicchiere è mezzo pieno, non mezzo vuoto. Ovviamente, occorre fare attenzione affinché non si banalizzi un momento così delicato come quello relativo al rito funebre. Ma questa attenzione vale sia dentro che fuori i social media.

Voi cosa ne pensate? Vi sembra una scelta inopportuna? Oppure, trovate un aspetto positivo in questo tipo di iniziativa? Ancora: cogliete in cose del genere un distacco generazionale piuttosto marcato? Attendiamo le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/03/influencer-marketing-copia.jpg 265 356 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-03-26 14:45:412024-03-26 14:45:41“Get ready with my boyfriend’s funeral”. Il lutto su Tik Tok, di Davide Sisto

Quando a scuola c’è un lutto, di Caterina di Chio e Cristina Vargas

28 Dicembre 2023/2 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Per i bambini e i giovani, scrive la psicoterapeuta Sofia Massia, la scuola rappresenta la prima casa-altra rispetto alla famiglia; un luogo in cui, parafrasando Rodari, ciascun allievo ogni giorno “fa la punta alle matite e corre a scrivere la propria vita”. In essa, infatti, si  apprendono saperi e competenze, si intrecciano legami importanti, si provano emozioni profonde, si trascorrono molte ore e si fa esperienza di comunità. A scuola dunque si affrontano tutte le sfide della crescita, comprese quelle più difficili come l’incontro con la morte e il lutto. Talvolta, l’incontro è indiretto e avviene attraverso il commento a letture condivise o a racconti che un singolo alunno porta nel contesto classe, ad esempio relativamente alla morte di un animale domestico, di un nonno o di un genitore. Talatra, invece, si verificano esperienze che toccano direttamente e da vicino l’intero gruppo: la morte di un compagno o di un insegnante, di un membro della comunità scolastica.

In questa prospettiva, possiamo considerare la scuola un ambiente ottimale per attuare interventi di prevenzione primaria nell’ambito dell’educazione alla morte. Autori come Stephen Strack, Robert Neimeyer e, in Italia, Ines Testoni, hanno strutturato e promosso progetti che si soffermano sia sul pensiero e sulla riflessione (attivando quindi la sfera cognitiva), sia sulla dimensione affettiva-relazionale, con l’obiettivo di rendere la morte un tema “dicibile”, qualcosa su cui è possibile confrontarsi, ascoltarsi e ascoltare.

Ci sono situazioni in cui gli interventi di prevenzione primaria sono sufficienti, ed altre in cui la prevenzione (qualora ci sia stata) non è sufficiente. Risulta necessario occuparsi di lutti veri e propri.  Gli scenari possono essere molteplici, ma nel presente articolo vorremmo soffermarci in particolare su ciò accade quando è un membro del gruppo classe a morire. In questi casi, la morte irrompe in modo spesso traumatico nella vita scolastica, coinvolgendo allievi, insegnanti e, più in generale, tutta la comunità.

In situazioni di questo tipo gli insegnanti si trovano davanti un compito complesso, e hanno un elevato grado di responsabilità rispetto  al  gruppo classe. Nel corso delle esperienze di supporto a docenti ed educatori che abbiamo avuto modo di seguire negli ultimi anni sono emerse numerose domande e preoccupazioni, che in molti casi si esprimono intorno a un grande quesito: come posso in qualità di docente gestire al meglio la situazione, ed essere di supporto, senza oltrepassare i confini e il mandato del mio ruolo, rischiando di sconfinare in territori non di mia competenza?

Un primo nodo importante, su cui può essere utile proporre alcune riflessioni, è quello di conoscere e comprendere le caratteristiche del lutto nelle varie fasi di età.

Il lutto è collegato a emozioni intense e difficili. Accanto al dolore,  in genere si sperimentano vissuti di rabbia, di senso di colpa, oltre che di confusione, di paura, di angoscia… Mentre nell’adulto queste emozioni tendono ad avere un carattere persistente, nei bambini e nei ragazzi esse hanno un andamento altalenante: in alcuni momenti possono arrivare con forza dirompente, mentre in altri possono attenuarsi, o addirittura sparire. Per un adulto può essere sconcertante vedere quanto siano diverse le modalità di reazione degli allievi e come nel gruppo si passi da un comportamento “come se niente fosse” al manifestarsi del pianto o a scatti di rabbia (apparentemente) eccessivi o ingiustificati. È importante considerare queste oscillazioni come del tutto normali. Esse si presentano con maggiore intensità in chi era più legato al compagno o alla compagna deceduti. Allenarsi a riconoscere queste emozioni aiuta a comprenderle e a gestirle con maggior sensibilità, a tollerare meglio i momenti di crisi senza andare sulla difensiva e a bilanciare accoglienza e contenimento nel rapporto con ciascuno dei propri studenti.

La morte di un membro del gruppo porta  gli altri a confrontarsi con  la consapevolezza della propria morte: “se è accaduto al mio compagno o compagna vuol dire che anche i bambini (o i ragazzi) possono morire e, quindi, può accadere anche a me”. Questo pensiero può essere formulato ad alta voce, oppure può essere espresso in modo indiretto: i più piccoli possono manifestare inquietudine o paura nel momento di addormentarsi, ad esempio, o mostrare preoccupazioni per il proprio stato di salute e sintomi psicosomatici. In ogni caso è importante intervenire tenendo insieme onestà e sensibilità. A seconda dell’età è possibile cercare fiabe, racconti, testi letterari o filosofici e altre suggestioni culturali che aiutino ad affrontare il tema. Molte discipline scolastiche, infatti, offrono vie e strumenti che possono essere utili nel percorso di elaborazione (come la scrittura o il disegno) e che possono rappresentare un canale espressivo per i singoli e per il gruppo.

Offrire uno spazio e un tempo per condividere i propri vissuti intorno alla perdita  è un compito prezioso del docente che, nel suo ruolo, può creare le condizioni affinché nel gruppo le persone possano parlare, essere ascoltate, sentirsi meno sole e avvertire che l’evento viene accolto dalla comunità di appartenenza.

Nei momenti di particolare difficoltà, si può fare riferimento allo sportello di ascolto psicologico, che rappresenta una risorsa importante quando si coglie la necessità di un supporto specifico.

Per quanto riguarda il gruppo classe, un  ambito di grande importanza è quello della comunicazione. Curare il modo in cui si trasmette la notizia alla classe, per quanto non esista  “il modo giusto”,  è essenziale.  Ogni insegnante può trovare le parole che sente più coerenti con il proprio carattere e con il tipo di relazione che ha con la classe, tuttavia, pur mantenendo il proprio stile, l’esperienza di lavoro in setting gruppali insegna che è d’aiuto usare un linguaggio chiaro, empatico e adeguato all’età. La parola “morte” non va temuta: pronunciarla aiuta il gruppo a prendere atto della drammatica irreversibilità di quanto accaduto, facilitando la comprensione di un concetto che, soprattutto per i più piccoli, può essere ancora astratto e difficile da afferrare nel suo pieno significato. Se si tratta di una situazione improvvisa o inattesa è probabile che ci siano delle domande, collegate a un normale bisogno di sapere che cos’è successo. A questo proposito ci sembra di poter dire che è necessario parlare dell’accaduto con tatto,  senza entrare in lunghe descrizioni e senza condividere dettagli intimi per soddisfare a tutti i costi la curiosità, ma fornire, in modo rispettoso e discreto, quelle informazioni essenziali che permetteranno ai compagni di comprendere l’accaduto. In genere, in alcuni casi in particolare, soprattutto se si tratta di morti violente, atti anticonservativi o incidenti, può essere opportuno concordare con la famiglia di chi non c’è più i contenuti da trasmettere.

Infine un tema su cui ci si sofferma poco, ma che invece è fondamentale, è quello degli oggetti. La scuola è piena di tracce del passaggio di ogni allievo o allieva. I quaderni, i disegni, le parole scritte, i compiti in classe, il banco stesso sono l’ancoraggio concreto alla memoria del gruppo e sono testimonianza della vita che in quel luogo ha trascorso chi l’ha lasciato. In quanto tali, tutti questi oggetti d’uso quotidiano, su cui di norma  sorvoliamo, acquisiscono un’importanza significativa sul piano simbolico. Come trattarli allora? Sapendo che sono preziosi per favorire l’integrazione dell’esperienza della perdita, il gruppo stesso può trovare la risposta a questa domanda, decidendo cosa tenere in aula, cosa valorizzare e come utilizzare gli oggetti stessi per creare una memoria condivisa. L’importante è che quest’opportunità  venga offerta, e che si dia la possibilità ai ragazzi stessi di scegliere il da farsi. Decidere insieme qual è il momento migliore per togliere il banco o per raccogliere il materiale da restituire alla famiglia offre l’occasione di condividere le emozioni e i pensieri che stanno circolando nel gruppo, trasformandoli in un gesto significativo. È possibile anche trovare forme condivise per ricordare: creare una scatola in cui ognuno può depositare un pensiero o, ancora, piantare un albero in onore del defunto sono atti che si avvicinano alla dimensione rituale, nel senso che permettono di dire addio attraverso l’azione e creano un senso di vicinanza e condivisione fra chi resta.

Cosa ne pensate? Avete esperienze che potete condividere? Grazie, come sempre, del vostro contributo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2023/12/bambina-e-lutto-600x450-1-e1703668014132.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2023-12-28 09:58:512023-12-28 09:58:52Quando a scuola c’è un lutto, di Caterina di Chio e Cristina Vargas

Estate, lutto e solitudine di Cristina Vargas

31 Luglio 2023/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Il mese di luglio è trascorso. Agosto è alle porte. Anche se meno di quanto capitava in passato, le città si svuotano e molti partono per godersi il mare o la montagna anche solo per qualche settimana. Tuttavia, l’estate, che associamo a un tempo di luce, di vita e di vacanze, non per tutti è un momento gioioso: per le persone anziane, per chi assiste un caro in condizioni di malattia grave o per chi ha vissuto una perdita importante, questo tempo può essere connotato da un profondo senso di solitudine. In un mondo vacanziero che ha poca voglia di soffermarsi sul dolore altrui, la sensazione di avere una coloritura emotiva dissonante, che appesantisce gli altri, rende più acuto il senso di isolamento. Può capitare di  dover vivere in sordina le proprie sofferenze, di mettere a tacere i propri bisogni o di far finta che le cose vadano meglio, per non preoccupare i propri cari.

In questa cornice emotiva, il tema di come trascorrere le settimane delle ferie è stato oggetto di molte riflessioni nei nostri gruppi di sostegno al lutto. Anche se ognuno dei partecipanti ha fatto scelte diverse, per tutti – soprattutto per chi si trova a vivere la prima estate dopo la morte del proprio caro – è stata forte l’angoscia su come attraversare questo periodo dell’anno.

Per alcune persone la solitudine è un dato materiale, una realtà inesorabile che può rendere impossibile  progettare una vacanza: a volte, semplicemente, non si ha la possibilità di viaggiare perché l’età, le condizioni fisiche, gli impegni di cura o fattori economici lo impediscono.

“Ricordo l’estate scorsa…”, raccontava pochi giorni fa una donna che è stata a lungo caregiver di suo marito, “lui stava malissimo e io passavo giorno e notte a stargli accanto. Era seguito a casa e io non sapevo più come fare per aiutarlo a sopportare il caldo tremendo che faceva. Ricordo che lo giravo, gli passavo i panni di acqua, avevo messo due ventilatori, ma non bastavano. Mi aggiravo per la casa come un’anima in pena. I figli e nipoti erano al mare, ed era giusto così. Solo che io ero sola, e mi sentivo sprofondare”. Ora che il marito non c’è più potrebbe fare un po’ di vacanza, o almeno andare a trovare i parenti, ma proprio non se la sente…

Nonostante le buone intenzioni di chi invita e suggerisce di “cambiare aria”, per molte persone in lutto  partire è del tutto impensabile. Non si tratta di un “lasciarsi andare” – come a qualcuno dei membri del gruppo è capitato di sentirsi dire – ma di una vera e propria impossibilità psichica. Chi vive un lutto sovente sperimenta una perdita di interesse per il mondo esterno, a cui si unisce un profondo svuotamento interiore, come se una parte importante del proprio essere fosse morta con il proprio caro. Questo stato d’animo, nelle fasi più acute, impedisce di vivere, di fare progetti, di pensare a qualsiasi cosa che non sia l’assenza. In queste situazioni l’ascolto di se stessi è importante: un viaggio compiuto prima di esserne pronti, o al quale si acconsente controvoglia, può dimostrarsi controproducente e può generare sensi di colpa, risentimento o rabbia.

Chi rimane, tuttavia, si ritrova a dover gestire l’afa, il caldo, la difficoltà a dormire, la disidratazione, l’affaticamento fisico e molti disagi legati al clima, che possono rendere estremamente faticose le settimane estive, in particolar modo per chi è in condizioni di vulnerabilità e non ha una adeguata rete di supporto familiare. Una ricerca pluriennale condotta da Leonardo Palombi, Professore di Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica dell’Università Tor Vergata di Roma, ha mostrato infatti un aumento della mortalità fra gli ultrasettantacinquenni durante le ondate di calore che si registra quasi tutti gli anni dal 2003 ad oggi. È importante quindi non limitarsi nel chiedere aiuto quando necessario e, per chi ha un genitore o amico che sta attraversando un lutto, mantenere alta la vigilanza rispetto al benessere del proprio caro.

Nel gruppo, comunque, altri hanno scelto di partire.

Alcune partenze sono vie di fuga. Una delle donne che seguo in terapia individuale ha colto l’occasione per fare le valigie e andare il più lontano possibile dai ricordi che ingombrano una casa in cui si sente soffocare. Quando il dolore è così intenso, è umano tentare ogni percorso, perché non esiste un “modo giusto” di vivere il lutto.

Qualcuno, invece, ha trovato la forza di fare un po’ di vacanza nella famiglia: “perché i figli ne hanno bisogno” o “per far piacere ai nipoti”. Una rete familiare solida è una risorsa importante nel percorso di elaborazione, perché in molti sensi rappresenta una motivazione ad “andare avanti” e un ancoraggio alla vita. In questi casi si può avere un’oscillazione fra il senso del dovere (che a volte può essere gravoso), e il piacere di condividere dei momenti con delle persone amate. Contattare questa seconda dimensione non è semplice e avviene in modo graduale e discontinuo, ma lentamente nella vita del dolente si affaccia nuovamente la possibilità di giocare con i nipoti, di cogliere la bellezza di un paesaggio o di godersi le piccole cose che un tempo erano fonte di gioia.

Altri viaggi sono soprattutto ritorni, temuti o desiderati, ma in ogni caso costellati da paure e domande. Una figlia, per esempio, ha scelto di tornare nel paese di origine del padre deceduto qualche mese fa: un luogo del cuore, che evoca le lunghissime estati dell’infanzia, i profumi della cucina della nonna e molte altre immagini piene di bellezza e nostalgia. La sua scelta è un tentativo di riscrivere una relazione che poi divenne conflittuale e rabbiosa, e che venne ritrovata solo negli ultimi mesi della malattia.

Un vedovo, insegnante al liceo, è tornato con un misto di piacere e dolore nel loro paese del Sud dove è nato: lì aveva conosciuto la moglie e l’aveva sposata; lì avevano molti parenti e amici storici; lì c’è la loro piccola seconda casa, in cui sognavano di trascorrere gli anni della pensione. Come mi sentirò, in quel posto che era nostro, senza di lei? Come sarà incontrare tutti, soprattutto le persone che non sono salite per il funerale e che non ho ancora visto? Questo viaggio sarà per me un momento di chiusura, o sarà invece una ferita che si riapre? Queste e molte altre domande si affastellavano nella sua testa nei giorni precedenti al viaggio.

L’estate, quindi, è un momento di fatica e solitudine, ma pian piano, quando il dolore non è più travolgente e incontenibile come nelle prime fasi, può anche essere un’occasione per (ri)contattare luoghi della memoria o per ritrovare spazi vitali e una tappa significativa nel processo di  riorganizzazione della propria esistenza che caratterizza il lutto.

Volete condividere la vostra esperienza?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2023/07/estate-e-lutto-e1690729963686.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2023-07-31 12:20:302023-07-31 12:20:31Estate, lutto e solitudine di Cristina Vargas

Il pensiero magico e le parole immutabili nel lutto, di Nicola Ferrari

3 Aprile 2023/33 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo di Nicola Ferrari, responsabile del servizio di sostegno al lutto dell’associazione Maria Bianchi. (Le immagini sono di Catrin Welz-Stein).

Le tre amiche salgono sul pulpito, alla fine del funerale.

Sono coetanee della ragazza di 20 anni morta nel sonno, di notte, nella casa dei genitori del suo fidanzato. Verrà trovata cadavere la mattina successiva dalla mamma del suo compagno, uscito presto senza svegliarla per andare a lavorare. Una ragazza atletica, appassionatissima di ballo moderno, che non aveva mai manifestato problemi fisici.

La chiesa del piccolo Comune è ovviamente gremita: c’è tutto il paese, sento dire da un vigile che cerca di gestire la viabilità davanti al sagrato. La bara, di legno semplicissimo e chiaro, è ricoperta di frasi scritte da tutte le persone sue amiche: ora balla lassù, ti amerò per sempre, insegnami a vivere, prenditi cura di noi, il cielo ora ha un’altra stella, quando ci rivedremo sarà meraviglioso, nell’attesa piango. 

L’emozione, come accade ogni volta nella fase conclusiva del rito funebre, è palpabile tra la folla che riempie la chiesa e chi è rimasto fuori per mancanza di spazio. Una dopo l’altra le sue amiche leggono i pensieri che nei giorni successivi al decesso hanno affollato i loro cuori e le loro menti.

Sono al 90% le stesse parole che si leggono o si ascoltano in casi simili: cielo, stelle, cuore, amore, per sempre, ogni giorno, destino…; l’amica è stata fonte di gioia e affetto ineguagliabili, un essere umano meraviglioso e amabilissimo, i difetti e i limiti erano un niente se paragonati al resto, i ricordi sono indimenticabili, le esperienze vissute hanno indissolubilmente segnato la vita che c’è stata e tutta quella che verrà, l’aiuto ricevuto non sarà mai paragonabile a nessun altro, lo strazio della perdita resterà sempre dentro.

Non si tratta, ovvio, né di valutare né di mettere in discussione quello che ognuno di noi sente e pensa quando vive un lutto; ma è altrettanto ovvio che le parole che utilizziamo per esprimere quello che ci accade fanno la differenza. E la fanno nella misura in cui sono più o meno cor-rispondenti alla nostra personalissima vita interiore. Narrare ad esempio il dolore intimo con un linguaggio che è lo specchio fedele (o il più fedele possibile) di ciò che proviamo, significa riuscire a definirsi, a dare confini e caratteristiche al tormento e iniziare così ad affrontarlo.

Purtroppo è ancora molto presente in Italia un pensiero magico che attribuisce totale verità, assoluta immodificabilità a ciò che una persona in lutto narra scrivendo o parlando, come se da un lato fosse mancanza di rispetto per il suo dolore aiutarlo a trovare espressioni che comunicano con più precisione ciò che vive e dall’altro sostanzialmente inutile perché le parole sono, appunto, solo parole. Sperimento direttamente invece, da alcuni decenni, quanto una vera, precisa, dettagliata, approfondita scelta dei termini che si usano per raccontare, e quindi raccontarsi, durante il lutto crei una reale possibilità di cambiamento. Ciò che può fare la differenza è la correlazione tra vissuto e linguaggio che deve essere appunto vero, preciso, dettagliato e approfondito non per chi lo riceve ma per chi lo esprime.

Quando la forma, che tutto è meno che involucro, prima somiglia poi coincide con le emozioni profonde, può diventare poi un’opportunità importantissima per ridefinire la personale condizione senza la persona amata e attivare una riprogettazione esistenziale.

Ma perché tutto questo accada, serve interagire con il linguaggio che la persona in lutto utilizza considerandolo passibile di modifiche e approfondimenti.

Non posso più sentirti, non posso più vederti, non posso toccarti, dichiara a voce alta una delle sue amiche dal pulpito continuando a leggere quello che aveva scritto per l’occasione.

E allora cosa posso fare perché tu non te ne vada da me? Me lo sono chiesta tante volte in questi giorni, continua, e ho capito una cosa: posso vivere io la vita al posto tuo.

Dopo queste frasi ho visto nettamente dal fondo della chiesa dove avevo trovato posto, la reazione della folla che gremiva ogni spazio: teste che improvvisamente si alzavano, un’aggiunta di silenzio al silenzio già imperante, coppie e amici vicini che si toccavano lievemente e si scambiavano sguardi complici; all’esterno poi, in attesa dell’uscita della bara, quell’espressione era diventata il primo argomento di scambio. Ecco, a volte basta davvero poco: parole cor-rispondenti, sostantivi, aggettivi e verbi che restituiscono ciò che si sta provando e/o si desidera che accada perché, in queste come in tante altre situazioni della vita meno dolorose, si apra una sorta di nuova visuale, all’inizio incerta, appena accennata ma che può diventare in seguito una méta da perseguire.

Nella pratica però è molto più complesso da realizzare: ci sono pregiudizi e ostacoli di natura intellettuale, abitudini radicate dall’esperienza individuale, regole sociali non scritte assolutamente attive in tanti di noi che convergono tutte verso un unico centro: quello che una persona esprime durante la sofferenza è intoccabile, sacro, immodificabile.

Eppure esiste un’altra strada da perseguire: avvalersi delle situazioni che si incontrano nella vita, impegnarsi in un’attività costante di sensibilizzazione, creare occasioni formative, diffondere con strumenti diversi l’importanza e la straordinarietà di un approccio specifico al linguaggio che non si rifugia, come purtroppo accade, nelle analisi generiche, non si esaurisce nelle riflessioni esistenziali di natura filosofica, antropologica e sociale, non si limita a registrare e analizzare i fenomeni ma cerca di appartenere totalmente e fedelmente al suo proprietario. Perché il linguaggio, quando è la reale e certa espressione di ciò che siamo e vogliamo che accada, non solo consente alla sofferenza di evolversi ma incentiva e sostiene le azioni concrete da mettere in campo per continuare a vivere, non a sopravvivere.

Opporsi al pensiero magico, cioè al tabù che impedisce di intervenire sul linguaggio di chi soffre, è certamente arduo e per molti versi di scarsa efficacia immediata se paragonato a ciò che è dominante, ma ne vale la pena; vale la pena, con tutte le conseguenze annesse, dedicarsi a ciò che aiuta l’amore ad esserci quaggiù.

Cosa ne pensate?

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Il lutto delicato per gli animali domestici, di Davide Sisto

3 Marzo 2023/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Cinque anni fa ho pubblicato sul blog un articolo sul lutto per gli animali domestici, partendo da un mio racconto personale. L’articolo ha generato una discussione – tutt’oggi in corso – che conta diverse centinaia di interventi, a dimostrazione di quanto l’argomento sia sentito. Vorrei, pertanto, tornarci a partire da una mia nuova esperienza.

Da circa un anno ho in casa un gatto, di nome Apollo, che ha 18-19 mesi. Il suo arrivo è stato improvviso e non pianificato: io e la mia compagna lo abbiamo salvato da un abbandono da parte dei suoi precedenti proprietari. Tuttavia, la sua adozione è avvenuta in una fase per noi emotivamente delicata: solo dieci giorni prima ci era morta, di colpo, una gattina – Lagertha – di sette mesi a causa di una leucemia fulminante. Un’esperienza terribile e dolorosa, per come si è evoluta rapidamente la malattia e si è ridotto il corpo di quella cucciola, quasi quanto quella relativa alla morte di un essere umano.

Proprio le emozioni che abbiamo provato, oltre alla lettura dei tanti racconti lasciati dai nostri lettori sotto il precedente articolo, mi spingono a ragionare ulteriormente sul perché questo tipo di lutto sia percepito dalla collettività come importante e delicato. Un lutto che, perciò, non va sottovalutato né ridimensionato per non creare un surplus di sofferenza rispetto a quella che già di per sé produce.

Un primo elemento fondamentale è il senso di accudimento prodotto dall’animale domestico nell’essere umano. Ci si sente responsabilizzati nei confronti di un essere vivente che ci appare, in nostra assenza, privo di autonomia, dunque incapace di nutrirsi, di creare relazioni interpersonali, di vivere bene. Proprio come avviene con i bambini. Non rappresenta una semplice compagnia. Ci sembra proprio bisognoso di quell’insieme di cure che stimola il nostro spirito genitoriale. Questo rapporto non paritario chiama immediatamente in causa un secondo elemento importante: la proiezione. In altre parole, proiettiamo sull’animale domestico quanto non troviamo più o non abbiamo mai trovato nelle relazioni tra esseri umani. I gatti e i cani non ti giudicano. Basta che tu li nutra e che li tratti con attenzione e loro restituiscono immediatamente l’affetto. Ti fanno percepire quanto dipendono da te e quanto hanno necessità che tu ci sia. La relazione con loro è, dunque, l’esatto contrario dei legami intricati e complessi che sviluppiamo all’interno delle famiglie, del mondo lavorativo, delle coppie, tra amici, ecc. Questi non sono mai legami lineari di causa ed effetto. Non sono razionalizzabili, dunque comportano dinamiche imprevedibili che – il più delle volte – generano delusioni, sofferenze, amarezze, forme di disincanto. Gli animali domestici, pertanto, sembrano sopperire a quelle ripetute sensazioni di fallimento che si reiterano costantemente man mano che passano gli anni, rendendoci guardinghi o addirittura indifferenti nei confronti dei nostri simili. Un mese fa sono stato a Seattle e mi ha colpito moltissimo una contrapposizione: da una parte, la cura meticolosa da parte degli autoctoni nei confronti dei loro cani. Non c’è luogo cittadino in cui non si veda un umano che corre insieme al proprio cane, tenuto benissimo. La città è, inoltre, piena di asili lussuosi per i nostri amici a quattro zampe. Dall’altra, l’abbandono totale di migliaia di homeless per le vie cittadine nell’indifferenza generale.

All’accudimento e alla proiezione si aggiunge un terzo elemento su cui occorre riflettere: la solitudine. Le precedenti riflessioni sulle difficoltà relazionali tra esseri umani, all’interno di una società basata sulla performatività individuale e sempre più priva di legami sociali forti, non possono che spiegare l’empatia nei confronti di un gatto o di un cane che dorme insieme a te sul tuo letto, che ronfa o scodinzola se non lo trascuri, che ti tiene compagnia senza chiedere nulla in cambio, a parte le esigenze primarie per la sopravvivenza. La sua morte è, pertanto, drammatica perché spezza un legame percepito quasi come puro, come disinteressato, come immediato.

Riflettere sull’importanza del lutto per un animale domestico diventa, in definitiva, l’occasione per ripensare al nostro modo di vivere nelle società umane. Dunque, per ripensare a tutte le mancanze, privazioni e assenze che, nel corso della nostra vita, ci portano a preferire la compagnia di un animale non umano a quella di un nostro simile. Forse, senza sottovalutare in alcun modo la relazione con il gatto e il cane di casa, occorre anche chiedersi se non sia necessario un impegno collettivo per rifondare le basi dei legami intersoggettivi nello spazio pubblico. Quindi, è necessario domandarsi se sia veramente corretta la sproporzione emotiva e sentimentale che spesso viene a crearsi tra le due differenti forme di relazione.

Il tema è importante, dunque attendiamo le vostre riflessioni in merito.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2023/03/cimitero-cani-2-2-e1677840449361.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2023-03-03 11:48:072023-03-03 11:48:07Il lutto delicato per gli animali domestici, di Davide Sisto
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