I segni degli assenti, di Cristina Vargas
Nel corso del mio lavoro con persone in lutto, e nella mia stessa esperienza personale, ho incontrato innumerevoli situazioni in cui i dolenti percepiscono la presenza dei propri cari scomparsi attraverso segni, esperienze sensoriali e altre circostanze in cui si ha la sensazione di ricevere un messaggio o di avere una connessione speciale con chi non c’è più.
Una donna, che chiameremo Laura, racconta durante un incontro del gruppo di supporto al lutto che il giorno del suo compleanno la sua sansevieria era fiorita. Con un sorriso malinconico ci spiega che era una pianta grande, che aveva da anni e che le aveva regalato proprio suo marito perché era facile da gestire, anche se lei non aveva per nulla il pollice verde. Non sapeva nemmeno che potesse fiorire, anzi, era convinta che non fiorisse mai… Eppure, fra le foglie, proprio quel giorno, c’era un lungo stelo pieno di piccoli fiori bianchi e bellissimi. «In quel momento ho saputo che era lui, che era lì con me quando ne avevo più bisogno».
Un uomo, che chiameremo Carlo, invece, esordisce dicendo: «Io non sono uno che crede a queste cose». Poi racconta, con una certa timidezza, di aver avuto un’esperienza particolare. Mentre si trovava in montagna, nel luogo in cui erano state disperse le ceneri del figlio, morto a 28 anni per suicidio, una grande falena nera e bianca gli si era posata sul braccio per molti minuti ed era rimasta lì, immobile, insieme a lui. Il figlio, da quando era un ragazzino, era molto affascinato dalle falene: diceva che le preferiva alle farfalle perché erano animali che cercavano la luce, ma vivevano nel buio. Per Carlo quella falena era stata un segno di suo figlio, un modo per comunicargli che, dopo tanta sofferenza e tanta fatica, aveva trovato quella luce nel buio che in vita era stata per lui così sfuggente, ed era finalmente in pace. «Credo che stia bene», dice emozionato. «Credo sia finalmente libero».
I momenti in cui si sperimenta una connessione con i defunti possono assumere molte forme. In molti casi si tratta di oggetti o di animali che diventano “segni”: sassi a forma di cuore; palloncini o nastri di un colore particolare; coccinelle; uccelli; fiori e tante altre cose che veicolano un significato particolare perché si collegano in qualche modo con la persona scomparsa. In altri casi si tratta di esperienze sensoriali: un odore che compare quando non c’è nulla che possa spiegarne la presenza; una canzone importante che riecheggia inattesa; l’ombra di un tocco che sfiora la pelle.
Queste esperienze sono state ampiamente documentate tanto nella psicologia quanto nella ricerca sulla morte e sul lutto. In una ricerca condotta nel Regno Unito su un campione di 1.600 persone, Douglas Davies e i suoi collaboratori rilevarono che il 35% degli intervistati aveva avvertito, dopo la morte, la presenza di una persona defunta.
In Italia, Marco Marzano e Sonia Pozzi si sono soffermati sulle rappresentazioni dell’aldilà nell’Italia di oggi, all’interno di un grande progetto di ricerca nazionale i cui risultati sono confluiti nel volume curato da Asher Colombo, Morire all’italiana. Nel campione da loro esaminato, più della metà dei rispondenti — per la precisione il 53,9% — riteneva che, dopo la morte, le persone continuassero a esistere in qualche forma, e il 34,1% delle persone intervistate dichiarava di aver avvertito in prima persona la presenza di una persona cara deceduta.
In alcune società l’idea che la soglia tra i vivi e i morti sia permeabile, e che esistano diversi canali di comunicazione tra noi e loro, è diffusa e accettata. Nel contesto occidentale, invece, nonostante siano molto comuni, le esperienze di contatto con i defunti sono state a lungo stigmatizzate o patologizzate, al punto da essere considerate da alcuni autori in campo psicologico come vere e proprie “allucinazioni del lutto”.
Oggi, invece, possiamo intendere questi fenomeni come una delle modalità attraverso cui le persone preservano un legame e una relazione profonda con chi non c’è più.
Come spiegano Dennis Klass e i suoi collaboratori, la morte non interrompe la relazione con la persona amata; nel lutto essa, piuttosto, si trasforma e trova forme nuove attraverso cui integrarsi nella vita quotidiana e nell’identità di chi resta. I dolenti, infatti, spesso sperimentano il bisogno di preservare il legame con chi non c’è più. Per qualcuno, questo avviene con modalità più laiche: i ricordi, il desiderio di onorare la memoria, il dialogo interiore, la conservazione di un oggetto o la cura di un luogo. Per altre persone, invece, la connessione con il defunto può passare attraverso un linguaggio rituale o spirituale. In ogni caso, alla base c’è il bisogno di mantenere quelli che Klass definisce “i legami che continuano”, o continuing bonds: una connessione simbolica con chi ci ha lasciato.
Nella mia esperienza — e anche la letteratura ce lo conferma — nella maggior parte dei casi i “segni” della presenza del defunto sono percepiti come qualcosa di positivo e di rassicurante: una piccola testimonianza che l’altra persona sta bene, ovunque si trovi. In altri casi, nella mia esperienza meno frequenti e collegati soprattutto a questioni rimaste irrisolte, la presenza può invece essere percepita come disturbante o angosciante. Credo che, anche in questi casi, sia importante esplorare il significato che l’esperienza assume per chi la vive, senza giudizi. I momenti di contatto possono infatti diventare una soglia simbolica e offrire la possibilità di chiarire, chiudere o risignificare ciò che è rimasto in sospeso nella relazione con il defunto.
Sul piano sociale, è interessante osservare che, anche se viviamo in una società che si è a lungo autorappresentata come secolarizzata, persiste l’idea diffusa che ci sia una qualche forma di permanenza oltre la vita terrena.
Le rappresentazioni del “dopo”, tuttavia, sono oggi molto eterogenee. Tracce di credenze proprie del cattolicesimo convivono con suggestioni provenienti da altri contesti storico-culturali e religiosi. Rispetto al passato, si tratta di una spiritualità vissuta nella quotidianità, meno codificata e meno mediata dalle grandi istituzioni religiose, che prende forma in un modo molto personale e intimo di sentire la presenza di chi è assente.
Attraverso i segni, quando si presentano, si esprime il nostro bisogno umano di trascendenza e si crea un ponte fra il mondo reale e quello spirituale, fra il passato e il presente, fra ciò che abbiamo perso e ciò che rimane, in noi e intorno a noi, delle persone che amiamo.
E voi? Vi è mai capitato di percepire un segno o di sentire, in qualche modo, la presenza di una persona che non c’è più? Siete riusciti a raccontarlo a qualcuno, oppure avete temuto di non essere compresi?











Sentirsi in qualche modo “connessi” é di conforto
Proprio così Daniela!
Mio padre…Ezio..Il nome ,mi hanno detto , significa Aquila dal greco antico. Ecco,quando è morto non ho iniziato a vedere aquile ma rapaci nostrani,falchi…sempre filo strada,sui fili della luce..sempre e solo in momenti in cui chiedevo un aiuto….
Mia mamma..Marisa. Mia mamma era un sorriso per tutti. Lei mi arriva coi cuori. Il giorno dopo il suo funerale sono andata in montagna e mi sono fatta un selfie alla luce del sole. Quasi non sapevo se mi ero inquadrata bene o no…A casa ho riguardato i miei scatti e alle mie spalle,senza che me ne fossi accorta,tra le nuvole, un buco di sereno a forma di cuore.
Poi anche i sassi a forma di cuore sempre in camminate serene…
Bellissime e toccanti esperienze Paola. Grazie per la condivisione!
Sono un medico di cure palliative. A inizio gennaio ho curato in Hospice una carissima amica. E’ stato difficile, sapevamo entrambe quale era la strada, abbiamo un giorno parlato del mantello quello di San Martino, la nostra metà una per ciascuno. In quei giorni freddissimi avevo perso un guanto ma non avevo tempo di cercarlo, viaggiavo il mattino presto scambiando le mani per tenerle calde una per volta. La mattina dopo la sua morte, trovo nello studio medici il mio guanto, era rimasto su una macchina del servizio domiciliare e una infermiera lo aveva notato e portato in reparto. Per me quella era la metà del mio mantello e lei ha voluto restituirmela, e’ stato un modo meraviglioso per tornare a ridarmela.
Sono certa che sia tornata a dirmi che era andato tutto come ci eravamo promesse.