Si può dire morte
  • HOME
  • Aiuto al lutto
  • La fine della vita
  • Ritualità
  • Vecchiaia
  • Riflessioni
  • Chi Siamo
  • Contatti
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu

Tag Archivio per: riti funebri

L’alba di tutto. Come i riti funebri ci aiutano a ripensare la nostra storia, di Cristina Vargas

7 Ottobre 2025/0 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

In ambito tanatologico più volte è stato sottolineato quanto il modo in cui ci occupiamo dei nostri morti offra uno specchio della società dei vivi e ci aiuti a comprendere l’organizzazione sociale e i valori che regolano la vita collettiva. Ciò è particolarmente importante sul piano archeologico: poiché disponiamo di pochissime testimonianze dirette della vita quotidiana dei nostri antenati, l’osservazione delle sepolture ha offerto agli studiosi coordinate preziose per ricostruire la nostra preistoria.
Nel 2021 due studiosi, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengrow, hanno tentato di leggere ciò che sappiamo sulle sepolture, insieme ad altre testimonianze archeologiche e ai dati scientifici oggi disponibili, per ripensare la storia del genere umano e interrogarsi sulle origini della guerra e della disuguaglianza. Il loro lavoro ha dato vita al volume, The Dawn of Everything, (L’alba di tutto), uscito postumo dopo la morte di Graeber nel 2020.
Il libro si apre con una critica a due grandi visioni che, nel corso dei secoli, hanno influenzato profondamente il modo in cui interpretiamo la nascita della civiltà e, in particolare, l’origine della proprietà privata e dello Stato: quella di Thomas Hobbes e quella di Jean-Jacques Rousseau.
Semplificando molto, possiamo dire che, per Hobbes, lo stato di natura descritto nel Leviatano (1651) è una condizione di caos e di violenza, in cui gli esseri umani, organizzati in piccole bande in competizione fra loro, vivevano in una guerra di tutti contro tutti. Solo la nascita dello Stato, garante della sicurezza, aveva posto fine al disordine naturale, instaurando la pace civile. Rousseau, al contrario, nella sua opera Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini (1754), immagina una condizione di innocenza originaria. Le bande di cacciatori-raccoglitori vivevano in modo egualitario e cooperativo, senza strutture gerarchiche. L’avvento della rivoluzione agricola e della civiltà interromperà questa armonia, consentendo, da un lato, i grandi progressi del sapere, dall’altro aprendo le porte al dominio, alla burocrazia e alla violenza organizzata.
Per Graeber e Wengrow, il problema di queste teorie non è tanto la loro veridicità storica — inevitabilmente limitata dalle conoscenze dell’epoca — quanto il fatto che esse hanno condizionato la nostra visione dei popoli primitivi, incasellandoli in un’immagine idealizzata o demonizzata che inesorabilmente li semplifica. I due autori propongono invece un’immagine dell’essere umano come una specie in grado di creare forme socio-politiche plurali e variabili fin dai suoi esordi; capace di autogestirsi e di sperimentare differenti modelli di convivenza.
I reperti funerari rinvenuti nei diversi scavi archeologici sono uno dei perni intorno al quale si costruisce la loro argomentazione.
Un esempio chiaro ce lo offre il celebre ritrovamento di Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio. Questa mummia, datata a circa 5.000 anni fa, presenta una freccia conficcata nel fianco. Per alcuni autori, fra cui Steven Pinker, autore di Il declino della violenza (2012), ciò dimostra la diffusa violenza che caratterizzava l’era glaciale e supporta la sua tesi che la comparsa dello Stato e del concetto di democrazia abbiano reso la contemporaneità l’era più pacifica della storia umana.
Per Graeber e Wengrow, invece, la vicenda di Ötzi, testimonia, sì, la presenza di violenza, ma non è una conferma dell’esistenza della guerra, intesa come forma organizzata e collettiva di conflitto. Quest’ultima, con le sue logiche di conquista territoriale, sterminio dell’“altro” e dominio politico, è un fenomeno legato all’affermarsi di strutture politiche gerarchiche (compreso lo Stato) e a una visione irrigidita dell’identità nazionale.
I due autori, per contro, citano ritrovamenti archeologici che veicolano un significato opposto. Nella grotta di Romito (Calabria), in una sepoltura risalente a circa 10.000 anni fa, è stato rinvenuto lo scheletro di un uomo affetto da una displasia acromesomelica, una grave forma di nanismo, incompatibile con una sopravvivenza autonoma. L’uomo, però, era vissuto a lungo, segno che la sua comunità si era presa cura di lui, garantendogli sostegno e protezione.
Non si tratta di un caso isolato. Tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico ci sono svariati esempi di sepolture di adulti con disabilità o con caratteristiche fisiche “anomale”.
Un’interessante peculiarità è che queste sepolture siano sovente accompagnate da importanti corredi funebri. Sebbene i primi resti sepolti ritualmente di cui abbiamo traccia risalgano a circa 100.000 anni fa, l’uso di corredi funebri non era una pratica sistematica nell’Europa paleolitica. Perché allora i corredi venivano usati in queste circostanze? Graeber e Wengrow ipotizzano che si trattasse di “riti eccezionali” non perché organizzati per persone appartenenti a élite stabili, ma perché collegati al riconoscimento del ruolo di individui altrettanto eccezionali, portatori di caratteristiche insolite, che probabilmente avevano avuto un ruolo di rilievo all’interno delle loro comunità.
Forse non potremo mai verificare questa ipotesi, ma di fatto queste pratiche funerarie rispecchiano la presenza di strutture sociali più complesse, e capaci di accogliere e valorizzare la diversità, rispetto a quanto finora abbiamo ritenuto possibile. In questa stessa direzione vanno anche i reperti che dimostrano i numerosi scambi matrimoniali, rituali e commerciali tra popoli geograficamente lontani e altre testimonianze che dimostrano l’esistenza di un’ampia circolazione di merci, conoscenze, persone e idee.
La sfida che lanciano Graeber e Wengrow è, dunque, quella di riconoscere la presenza di un pensiero simbolico e politico complesso in tutti i cosiddetti “popoli primitivi”, arcaici e contemporanei. Non si tratta di una rivalutazione nostalgica del passato: le implicazioni politiche di questo tipo di sguardo sono molto attuali.
Ancora oggi esistono situazioni di mancato riconoscimento della capacità – e del diritto – di un popolo, o di una persona, ad autodeterminarsi.
Chissà cosa racconteranno di noi le nostre ossa e i nostri cimiteri fra migliaia di anni. Prevarranno le fosse comuni che raccontano i genocidi, i massacri e gli stermini di massa? Oppure le testimonianze di cura, rispetto reciproco e umanità? Forse queste due dimensioni saranno inevitabilmente compresenti nella narrazione storica che i posteri faranno dei nostri tempi. In ogni caso, pensarci registi (non solo attori) delle nostre vite e delle nostre morti, ci invita ad agire con maggior consapevolezza e responsabilità.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/10/otzi.png 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-10-07 11:22:392025-10-07 11:22:39L’alba di tutto. Come i riti funebri ci aiutano a ripensare la nostra storia, di Cristina Vargas

Una ritualità che cambia: le case funerarie, di Cristina Vargas

11 Settembre 2025/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Le Case funerarie sono un fenomeno in rapida espansione nel territorio italiano. Questi spazi, quasi del tutto sconosciuti nel nostro paese fino ai primi anni Duemila, oggi sono sempre più presenti nel contesto urbano e stanno gradualmente diventando parte delle scelte rituali nel fine vita.
Che cosa sono e come nascono questi spazi? Perché si stanno diffondendo? In questo articolo vorrei soffermarmi su queste due domande, all’interno di una più ampia riflessione su come sia cambiata la ritualità funebre nel mondo contemporaneo.

La storia delle Case funerarie affonda le sue radici negli Stati Uniti d’America. Prima del diciannovesimo secolo, in un contesto piuttosto frammentato sul piano religioso, sociale e culturale, i funerali erano di norma gestiti direttamente dalle famiglie, che si rivolgevano a figure esterne solo per l’acquisto della bara e la sepoltura. Questo scenario cambiò drasticamente durante la Guerra Civile (1861-1865). Dato che il trasporto dei soldati caduti in battaglia non era possibile per via delle lunghe distanze e delle carenze tecnologiche, per le famiglie si poneva il doloroso problema di come riportare a casa il cadavere dei loro figli per evitare che venissero abbandonati sul campo di battaglia o scaricati senza cerimonie in fosse comuni.
Qualche anno prima in certi ambienti aveva destato interesse il lavoro del francese Jean Gannal, che descriveva una tecnica moderna di imbalsamazione, che consentiva di preservare integri i corpi per settimane o mesi. In tempi brevi, questa tecnica venne testata con successo e cominciò a essere diffusamente utilizzata, garantendo così alle famiglie la possibilità di rivedere per l’ultima volta i propri cari. Si stima che dei 600.000 soldati deceduti nella guerra, 40.000 furono imbalsamati.
L’uso dell’imbalsamazione si consolidò grazie ai funerali del Presidente Lincoln, che furono preceduti da un lungo corteo funebre, durato quasi tre settimane, durante il quale il suo corpo rimase integro e fu visto da centinaia di migliaia di persone.

Dopo la guerra queste nuove pratiche non caddero in disuso, anzi, gradualmente i funerali in casa furono sostituiti da quelli svolti nelle “Funeral homes”, dove venivano offerti i servizi di imbalsamazione e c’era spazio sufficiente per esporre la salma ed accogliere i visitatori.
Oggi le Funeral Homes sono la norma. Da quelle più storiche situate in ampie dimore nobiliari o in prestigiosi edifici vittoriani a quelle appositamente costruite e architettonicamente avanguardistiche, queste strutture arrivano in alcuni casi a coprire l’intero ciclo della ritualità funebre, compresa la cremazione e la collocazione finale delle ceneri.

In Italia le Case funerarie sono spazi diversi per origine e per servizi offerti rispetto a quelle americane, ma ci sono alcuni tratti comuni.
Nel nostro paese per Casa funeraria si intende una struttura privata, gestita di norma da un’impresa di onoranze funebri, nella quale è possibile la custodia e l’esposizione della salma di persone decedute a casa o in ospedale, anche a feretro aperto. A queste strutture si aggiungono le Sale del Commiato, in cui è possibile esporre il feretro chiuso e organizzare momenti cerimoniali. Esse coprono dunque un lasso tempo che grosso modo corrisponde all’attesa legale dell’osservazione del cadavere e a quella rituale della veglia; due momenti che in passato venivano trascorsi nell’abitazione o nelle camere mortuarie ospedaliere.

Alcune Case funerarie offrono un servizio di “tanatocosmesi”, che non prevede pratiche invasive come quella che ho sopra descritto, ma che consente una cura estetica della salma. In questi luoghi è anche possibile svolgere cerimonie laiche o miste (le più frequenti), in cui è presente una figura religiosa. Molte Case funerarie offrono, inoltre, servizi come la trasmissione dei funerali in streaming, la proiezione di video e fotografie, l’organizzazione del catering e tutto ciò che la famiglia desidera proporre a chi partecipa alla cerimonia funebre, offrendo ampie possibilità di personalizzazione.

La prima Casa funeraria italiana è stata aperta nel 2006 in Lombardia e, da allora, il fenomeno si è rapidamente esteso anche in altre regioni. Il sito www.casefunerarie.it conta ben 776 strutture presenti in Italia, prevalentemente al Nord e Centro Nord.
Qual è la ragione di questa diffusione? Si tratta di una risposta a un bisogno reale della popolazione, o di una strategia commerciale a vantaggio dell’imprenditoria del settore?
Nei più di cent’anni di storia di queste realtà negli Stati Uniti, le Funeral Homes si sono dimostrate spazi necessari e voluti dalla comunità, ma anche un grande business. Non a caso diversi autori, prima fra tutti Jessica Mittford, hanno a più riprese denunciato gli abusi e gli eccessi dell'”American Way of Death”.
Anche se in Italia dal punto di vista commerciale le Case funerarie sono ancora una scommessa per le imprese, è chiaro che esse sono realtà commerciali con uno scopo di lucro. Ciò nonostante, anche nel nostro contesto esse rispondono a bisogni reali e attuali della popolazione.
Gestire la presenza del defunto in casa, oggi, non è semplice per le famiglie: alcune persone possono essere preoccupate per la ristrettezza degli spazi; si può essere appesantiti dalla fatica organizzativa o mossi dal desiderio di non coinvolgere eccessivamente i bambini o altre persone fragili in una situazione vissuta come stressante. Se il decesso avviene in ospedale, si può voler evitare la permanenza in camera mortuaria, o si può desiderare un luogo con migliori caratteristiche estetiche, qualitative e funzionali.
In queste e altre situazioni, la Casa funeraria può essere vissuta come un modo per alleggerire il peso di un momento di per sé estremamente difficile.

Tony Walters, nell’ormai classico volume The Revival of Death, osservava infatti che, in Inghilterra, la maggior parte delle famiglie transita con sollievo dall’ospedale, in cui si affida alle mani esperte del medico, alla Casa funeraria, in cui è accolta dalle mani, anch’esse esperte, del Funeral Director.

All’interno di un ventaglio ampio di possibili alternative, in cui sarebbe comunque opportuno preservare i contesti pubblici a disposizione della cittadinanza, ben venga la presenza di Case funerarie che offrano servizi mirati e di qualità a chi ne sente il bisogno. Ciò che conta, a mio avviso, è la cura e la professionalità con cui si erogano i servizi, unite alla capacità dei gestori di bilanciare le loro esigenze di guadagno con la tutela delle persone (auspicabilmente viste non solo come “clienti”) in un momento di fragilità.

E voi, avete già usufruito dei servizi delle case funerarie o conosciuto queste realtà? Quali sono state le vostre esperienze in merito?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/09/casa-funeraria.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-09-11 12:03:232025-09-11 12:06:38Una ritualità che cambia: le case funerarie, di Cristina Vargas

Quando la musica e il canto sono al centro del rito funebre, di Cristina Vargas

24 Marzo 2025/1 Commento/in Ritualità/da sipuodiremorte

All’inizio del mese di gennaio, mentre ero in Colombia, ho partecipato alla dispersione delle ceneri di una cara amica di famiglia. Non era prevista una vera e propria cerimonia, ma i figli hanno scelto un bel luogo di montagna, che era stato importante per lei in vita, e ci siamo riuniti lì per spargere le ceneri e per piantare un albero nativo, che può vivere per secoli nelle foreste tropicali ed è simbolo di permanenza e di rinascita. Mentre alcuni scavavano, le note del Concerto d’Aranjuez hanno scandito un silenzio lungo, appena modulato dal suono del vento, dal fruscio delle foglie, dalla vanga che smuoveva la terra e dal cinguettio degli uccelli. Non c’erano né ufficianti, né sacerdoti, ma la forza della melodia ha conferito solennità e profondità alle nostre azioni, trasformandole in un rito a tutti gli effetti.
Questa esperienza mi ha motivato a riflettere sul ruolo della musica e del canto nella ritualità funebre, e mi ha permesso di sperimentare in prima persona la potenza di questi mezzi artistico-espressivi nel dar voce a ciò che non può essere detto a parole. Mentre ascoltavamo, parlare non era necessario, perché in qualche modo sapevamo senza bisogno di dirlo quello che gli altri stavano provando: la musica ci ha offerto la possibilità di condividere significati ed emozioni profondi, senza passare attraverso la dimensione verbale. In uno dei più citati passaggi del saggio La musica e l’ineffabile, il filosofo Vladimir Jankélévitch scrive infatti: “Dove la parola manca, là comincia la musica; dove le parole si arrestano, l’uomo non può che cantare”.
Sebbene la musica sia presente in molti funerali, in alcune culture l’esecuzione musicale, il canto o la danza sono il perno intorno al quale si struttura l’ultimo rito.
In Colombia, per esempio, esiste una forma tradizionale di canto funebre, il Lumbalù, che racchiude tutte le potenzialità che abbiamo appena menzionato, a cui si aggiunge un elevato valore storico-politico, perché è sinonimo di resistenza e di lotta per la libertà.
Il Lumbalù fa parte dell’articolato ciclo rituale che accompagna la morte a San Basilio di Palenque. La storia di questo villaggio, che dista 50 chilometri da Cartagena de Indias, inizia sul finire del XVI secolo. In quel periodo Cartagena era uno dei punti nodali del traffico di schiavi africani, che sbarcavano dalle galere spagnole, venivano venduti come merci e poi trasportati verso le piantagioni del sud lungo il fiume Magdalena. Nonostante il carattere disumano delle traversate oceaniche, e i terribili abusi che erano costretti a subire, alcuni schiavi riuscirono a fuggire. Fra loro, il primo e più importante leader – ricordato dalla tradizione orale e dalle cronache dei missionari spagnoli – fu Benkos Bioho, che insieme ad altri cimarrones (così venivano chiamati gli ex schiavi ribelli e fuggiaschi) fondò il primo palenque, un insediamento libero e autogestito nelle montagne. Nel 1713, dopo oltre cent’anni di resistenza agli attacchi degli spagnoli, la corona spagnola accordò la libertà e l’indipendenza ai fuggitivi, il villaggio di San Basilio assunse ufficialmente il suo nome attuale ed è da allora considerato il primo territorio libero del continente americano.
Il Lumbalù è un rito funebre che integra la musica, il canto, la danza e il pianto, per facilitare il transito dello spirito fra il mondo dei vivi e il mondo delle ombre. Quando muore un adulto i familiari si riuniscono intorno al defunto e intonano un lamento seguendo un ritmo particolare, che alterna il pianto, i rimproveri al morto per le colpe commesse in vita e le lodi per le sue virtù e i suoi meriti. Quando il defunto è lavato, vestito e messo nel feretro, accorrono tutte le persone del villaggio e il capo del palenque porta il grande tamburo Lumbalù, da cui prende nome questa tradizione. Per nove giorni e nove notti il tamburo scandisce senza sosta il ritmo allegro e sostenuto della musica, mentre intorno al feretro si avvicendano donne e uomini, che cantano e ballano per non lasciare mai da solo il defunto e accompagnarlo con gioia nella sua dipartita verso il mondo degli antenati. Al termine della veglia, lentamente, vengono tolte le candele, si spengono le luci e ci si allontana dalle porta perché l’anima possa uscire e chi resta possa tornare a vivere.
La cultura palenquera è sincretica e, in riti come questo, tracce delle religioni africane tradizionali si mescolano con universi simbolici legati al cattolicesimo e al nuovo mondo. Nel 2005 lo spazio culturale di Palenque de San Basilio è stato riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO.
La tradizione dei canti e dei lamenti funebri è presente anche in tutta l’area mediterranea. L’antropologa Lila Abu Lughod ha studiato i canti legati al lutto in una piccola società beduina, e ha mostrato come essi prendano forma a partire da una tensione fra il modo in cui si parla della morte nell religione ufficiale, l’Islam, e un sentire soggettivo, che si esprime al femminile e che accoglie vissuti individuali che non trovano altrove espressione.
Nei canti prende forma la contraddizione profonda, forse irrisolvibile, fra la fede che invita al rispetto e all’accettazione della volontà di Dio, e le emozioni intense e dirompenti che si provano di fronte alla perdita, come la solitudine, la paura, l’angoscia, la frustrazione e la rabbia, persino quella contro Dio, che ha permesso che la tragedia accadesse. Quest’ultima emozione, che come sappiamo fa parte in molti casi del lutto, trova un’espressione socialmente legittima e accettabile soltanto nel contesto del canto funebre.
Ernesto De Martino, nel suo noto libro Morte e pianto rituale definiva il lamento funebre una “tecnica del piangere”, che ha la funzione sociale di offrire una risposta rituale alla “crisi della presenza”, preservando i dolenti sia dallo strazio del grido disperato, sia dal silenzio che isola e blocca ogni possibilità di condivisione.
Per quanto diversi fra loro, riti come il Lumbalù e il canto funebre beduino testimoniano che la musica è sia un mezzo comunicativo che permette di socializzare le emozioni nelle loro molteplici manifestazioni, sia il vettore che rende il funerale un’esperienza realmente condivisa. C’è infatti qualcosa di profondamente coinvolgente e umano nel sentire insieme le note; nel permettere al ritmo di entrare nel corpo; nel sostare nell’alternanza fra silenzio e suono che scandisce il respiro; nell’accogliere le immagini evocate dalle parole e nello sperimentare tutte le sensazioni che la musica è in grado di offrirci.
E voi, che ne pensate? Vi è capitato di sentire la potenza rituale della musica di fronte alla morte o al lutto?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/03/foto-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-03-24 09:10:252025-03-24 09:11:32Quando la musica e il canto sono al centro del rito funebre, di Cristina Vargas

I funerali sovietici che hanno fatto la storia. Intervista a Gian Piero Piretto, di Davide Sisto

4 Febbraio 2024/1 Commento/in Ritualità/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Gian Piero Piretto in merito al suo ultimo libro, veramente ricco e affascinante, relativo ai funerali sovietici più significativi dal punto di vista storico, sociale e culturale, svoltisi tra il Novecento e l’inizio del nuovo Millennio. Rinomato studioso della cultura russa, Piretto mostra attraverso una serie di racconti, alcuni addirittura grotteschi, il ruolo capitale delle celebrazioni funebri sulle metamorfosi di una società piuttosto complessa come quella sovietica. Il tema è, a mio avviso, particolarmente utile per comprendere, in senso lato, il valore simbolico che i riti funebri continuano a conservare nonostante le gigantesche trasformazioni culturali del XXI secolo. 

Come mai hai intitolato il tuo ultimo libro “L’ultimo spettacolo”? Il concetto di “spettacolo” può essere inteso come il leit motiv dei funerali sovietici che racconti?

Senza alcun dubbio. Per lo meno per quanto riguarda i funerali “di Stato”. La funzione di messa in scena con esiti coinvolgenti e gratificanti per gli spettatori-partecipanti è stata fondamentale per l’ottenimento del consenso da parte del regime e la gestione delle emozioni secondo le esigenze del potere. Il dibattito relativo all’esigenza di nuove ritualità, alternative rispetto a quelle religiose, iniziò immediatamente dopo la Rivoluzione d’ottobre e continuò per tutti i decenni di esperimento sovietico. Lo testimoniano anche i molteplici e dettagliati documenti che riguardano l’organizzazione e l’estetica dei cortei funebri per i vari personaggi illustri defunti. Solennità, magniloquenza, impeccabile programmazione miravano a far sì che l’effetto spettacolo fosse impeccabile e suscitasse le previste e giuste reazioni emotive. Molto spesso sconfinando involontariamente nel Kitsch, vista la ridondanza di orpelli (fiori, drappi, stendardi), abbondanza di sinestesie (profumi, musica, sapiente gioco di luci, temperatura della camera ardente). Particolari che contribuivano (sostituendosi agli antichi equivalenti ecclesiastici) al coinvolgimento emotivo dei presenti, già di loro sovreccitati all’idea di trovarsi al cospetto di cotanto personaggio, seppur defunto.

I due funerali che, ovviamente, attirano di più l’attenzione del lettore sono quelli di Lenin e Stalin. Me ne vuoi parlare brevemente?

I due storici funerali confermano le considerazioni relative al cambiamento di registro e mentalità tra la gestione “bolscevica” del potere e quella staliniana. Le esequie di Lenin avrebbero riguardato la scomparsa di un essere umano, pur figura carismatica e fondamentale per la realtà politica del momento, e avviato la sua progressiva trasformazione in entità immortale, cristologicamente divisa in Lenin (essere umano morto) e Il’ič (natura soprannaturale rappresentante l’immortale “causa”). A caratterizzare la cerimonia funebre fu il netto contrasto tra il breve corteo che scortò la salma dalla residenza di Gorki fino al treno che l’avrebbe condotta a Mosca e quanto sarebbe invece successo nella capitale. In campagna tutto si svolse con estrema sobrietà, con il paesaggio invernale e il gelo terribile a fare da sfondo alla massa di contadini e soldati che accompagnavano il feretro. Mosca, contro la volontà del defunto, organizzò un imponente spettacolo e la ragione di Stato vinse su tutto. La camera ardente assunse l’aspetto di un’orangerie, colma di palme e corone di fiori, a contrastare grazie al suo aspetto fiabesco con il freddo, la prosaicità dell’esterno e la tragicità della morte. Tre milioni di persone sfilarono giorno e notte, nonostante il freddo atroce, per rendere l’estremo omaggio al leader e immediatamente iniziò la costruzione del mito che avrebbe dovuto ribadire il concetto: “Lenin è morto, ma la sua causa vive!”.

Quando Stalin morì il culto della sua personalità aveva già raggiunto livelli sorprendenti e le prime sconcertate reazioni della gente furono di incredulità per il fatto che proprio Stalin si fosse potuto ammalare e fosse morto. Era già un semi-dio e lo spaesamento fu totale. Nessuno, o quasi, riuscì a trattenere le lacrime e isterici singhiozzi accompagnarono la diffusione della notizia nell’intero Paese. Lo slogan dominante fu: “Il mondo non crede alla morte di Stalin, che vivrà per sempre”. Anche per lui fu allestita una camera ardente fiabesca e il tributo della folla superò quello riservato decenni prima a Lenin. Non mancò una tragica calca, la massa in preda al panico, che portò a un numero non documentato ma molto alto di vittime morte schiacciate nel pigia pigia. I volti dei cittadini immortalati nelle riprese cinematografiche testimoniano di incredulità (che faremo senza Stalin?), sbigottimento (come vivremo adesso?), paura per un futuro incerto e politicamente a rischio (chi succederà a Stalin?). Le orazioni funebri pronunciate dall’alto del mausoleo di Lenin furono interpretate cabalisticamente come ipotesi relative alla successione, ma la Storia avrebbe sorpreso ancora una volta e le pellicole pensate per immortalare le esequie (lo stesso era successo con Lenin), raffiguranti personaggi caduti in disgrazia, sarebbero state confinate nei depositi per essere riesumate soltanto dopo la perestrojka.

Qual è il ruolo delle donne nei funerali sovietici?

Pochissime furono le figure femminili che raggiunsero posizioni di prestigio in ambito politico sovietico. I funerali di Stato riguardarono quasi esclusivamente uomini. Ho dedicato un intero capitolo soltanto alle esequie di Anna Achmatova, poeta (non gradiva l’appellativo poetessa) tormentata e vittima di costanti repressioni. Il suo funerale fu epocale e rientra nella categoria di cortei funebri “spettacolari”, ma contro lo Stato, viste le repressive posizioni dell’ufficialità, accademica e politica, nei confronti della defunta. Il tamtam tra l’intelligencija portò miglia di persone al santuario dove fu celebrata la cerimonia funebre (Anna Andreevna era credente) e per la prima volta una troupe cinematografica filmò all’interno di una chiesa. Con conseguenze assai problematiche per i responsabili dell’iniziativa. Ho preso in considerazione molto sinteticamente alcuni funerali di donne importanti, scarsamente note al di fuori dei confini sovietici, soprattutto per segnalare come, a dispetto della retorica propagandistica, le figure femminili, pur responsabili di notevoli incombenze, risultassero sempre in secondo piano rispetto a quelle maschili. Per molte di loro, per quanto impegnate in politica o nell’arte, fu scelto un cimitero prestigioso ma periferico e l’onore della necropoli alle mura del Cremlino non fu tributato. Altra categoria femminile non trascurabile fu quella che ho reso, con una traduzione alquanto libera, come “maîtresse di Stato”, donne inserite nella nomenklatura e schierate con il regime, spesso invise alla popolazione proprio per queste caratteristiche, la partecipazione alle cui esequie non fu sentita.

Mi descrivi brevemente quelli che, per te, risultano essere gli episodi più curiosi e “politicamente scorretti” presenti nel tuo libro?

Ne scelgo un paio. Il funerale di Kirov, stretto collaboratore e “amico” di Stalin, ucciso nel 1934 da un fanatico, ma dietro il cui assassinio, secondo l’opinione dalla maggioranza degli storici, ci fu la mano dello stesso Stalin. Le reazioni repressive per “vendicare” la sua morte avrebbero in realtà fatto partire le famigerate purghe e le campagne punitive nei confronti dei cosiddetti “nemici interni”. Ciò non impedì che a portare a spalla l’urna con le ceneri del defunto ci fosse stato Stalin in persona. Più aneddotico ma ugualmente curioso fu il funerale del musicista Prokof’ev, scomparso negli stessi giorni in cui morì Stalin. Risiedeva in un appartamento in coabitazione nel centro di Mosca e le folle che si accalcavano per l’estremo omaggio al leader resero impossibile il trasferimento della sua salma per vie normali. Si dovette ricorre a una squadra di alpinisti che sollevarono la bara con delle corde e la trasportarono lungo i tetti fino alla Casa dei compositori dove era stata allestita la camera ardente.

Anche voi pensate che i funerali assumano il carattere di uno spettacolo, quando hanno rilevanza culturale e politica? Avete in mente dei funerali che, in Italia, hanno avuto un simile valore politico, sociale o culturale? Attendiamo le vostre riflessioni in merito.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/02/funerali-di-gorbaciov-centinaia-di-russi-alla-camera-ardente-presente-anche-orban-09-copia.jpg 265 354 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-02-04 21:50:452024-02-04 21:50:45I funerali sovietici che hanno fatto la storia. Intervista a Gian Piero Piretto, di Davide Sisto

I riti funebri e il Covid, intervista a Cristina Vargas, di Marina Sozzi

22 Dicembre 2021/0 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato l’antropologa Cristina Vargas chiedendole come siano cambiati, a suo parere, i riti funebri in epoca Covid.

1. Il Covid, soprattutto durante la prima ondata, ha stravolto il nostro rapporto con la ritualità. Prima di questa esperienza di privazione dei riti, molti affermavano di essere piuttosto antiritualisti. Ma di fronte all’impossibilità di celebrare riti funebri, è parso che la consapevolezza dell’importanza dei riti sia aumentata. Condividi questa lettura?

Sì, sono d’accordo. Se intendiamo il rito funebri come il momento del funerale in senso stretto, allora il periodo di sospensione è circoscritto. Durante la prima ondata le cerimonie funebri, religiose e laiche, sono state sospese per poco più di tre mesi. Tuttavia, se adottiamo una prospettiva antropologica e intendiamo i riti funebri in un senso più ampio, come tutti quei gesti significativi che accompagnano la morte (l’ultimo addio, la preparazione e la cura della salma, la sepoltura o la cremazione e, infine, se presenti, tutti i momenti rituali che scandiscono il periodo di lutto) ci rendiamo conto che il problema è stato molto più ampio e ha toccato, in modi e misure diverse, moltissime persone.

I riti, in particolare i riti funebri, sono un bisogno profondamente radicato nell’essere umano, eppure la loro importanza qualche volta si perde di vista o tende ad essere data per scontata. Nelle scienze sociali – penso in particolare alla sociologia e all’antropologia – ci fu un interessante dibattito rispetto alla ritualità fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, che può essere utile ripercorrere brevemente per capire come è mutato il nostro rapporto con i riti. Nodo centrale di questo dibattito è il concetto di “ritualismo”, proposto da Robert Merton per indicare tutte quelle circostanze in cui le persone si impegnavano in azioni e gesti rituali come una mera forma di aderenza alle prescrizioni sociali, senza che ci fosse né un’adesione profonda ai valori espressi da quei gesti, né un coinvolgimento interiore.

Il termine ebbe molto successo perché, di fatto, dava nome a un diffuso scollamento tra le forme rituali dominati e ciò che le persone percepivano come significativo nelle proprie vite. In un contesto sempre più urbano e secolarizzato, il senso dei riti si era svuotato e, per molti, quasi tutte le ritualità divennero “ritualismi”. I funerali cattolici tradizionali, per esempio, erano in molti contesti diventati dei “doveri sociali”, momenti standardizzati e freddi, incapaci di esprimere la dimensione profondamente personale di ogni perdita.

Eppure, come affermava l’antropologa Mary Douglas in quegli stessi anni, “in quanto animale sociale, l’essere umano è un animale rituale”. Il suo invito era quello di ripensare il rito senza pregiudizi, intendendolo innanzitutto come una forma di comunicazione essenziale tanto sul piano individuale quanto sul piano collettivo, poiché ha il potenziale di connettere la sfera simbolica, l’esperienza soggettiva e il gruppo sociale. Nella pandemia, il venir meno delle forme consuete per  accompagnare ritualmente la fine, ci ha reso consapevoli delle conseguenze della mancanza della funzione integrativa del rito funebre, senza il quale è difficile trovare dei linguaggi (e dei momenti) condivisi per dire addio e per socializzare il lutto.

Per tornare alla domanda iniziale, credo che quando il rifiuto della ritualità sia una scelta personale, allora esso abbia di per sé quella funzione comunicativa di cui parla Douglas: “dire di no ai riti esprime qualcosa di profondo su di me al mio gruppo sociale”. Se invece non è una scelta, ma una costrizione, l’impossibilità di ritualizzare priva chi resta di una delle più importanti risorse culturali di cui disponiamo per far fronte alla morte.

2. Il Covid ha determinato anche molte nuove esperienze rituali, con cerimonie “inventate”, come quelle celebrate in alcuni ospedali. Come vedi questo fenomeno?

Al pari di quanto è avvenuto in precedenti situazioni di crisi sociale (le guerre, le catastrofi naturali, altre epidemie che hanno colpito in passato l’umanità), le forme socialmente codificate per accompagnare la morte e per dare risposta al bisogno collettivo di ritualità si sono dimostrate impercorribili o inadeguate a tutti i livelli: individuale, familiare, comunitario e sociale. In questo scenario, nei contesti più consapevoli e attenti molte persone hanno cercato di dare risposta a questi bisogni e si sono adoperate a “costruire” nuovi linguaggi per dire addio. Questi momenti di commemorazione sono stati importanti anche per gli operatori, penso ad esempio al caso degli ospedali e delle Rsa, dove anche chi ha lavorato ha condiviso la fatica, la sofferenza e il trauma della morte non adeguatamente accompagnata.

Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo collaborato con la SOCREM Torino per proporre delle commemorazioni rituali presso il Tempio Crematorio di Torino. Nel rito sono stati centrali i nomi delle persone decedute, i simboli naturali – l’albero, il sentiero, la pietra – e le “parole non dette” che le famiglie hanno potuto deporre in una teca posizionata lungo il percorso. Nelle varie settimane in cui si sono svolte le commemorazioni molti pensieri, poesie, disegni, testimonianze d’affetto e di dolore sono state affidate ai bigliettini bianchi che settimana dopo settimana riempivano la teca.

Credo che questi tentativi siano importanti e abbiano un valore umano e sociale soprattutto quando riescono a mettere al centro il vissuto dei protagonisti e offrono loro spazi di espressione (quando non sono “ritualisti”, ma rituali… per riprendere la prima riposta).

Tuttavia “costruire” nuovi riti non è facile, perché richiede la capacità di identificare i linguaggi giusti, di riconoscere dei bisogni che non sempre sono espliciti e di offrire cornici – luoghi, tempi, oggetti e simboli – perché questi bisogni possano esprimersi in modi significativi, lontani dalle retoriche e vicini piuttosto al vissuto profondo di chi partecipa al rito.

3. In molti casi si è usata la tecnologia per partecipare virtualmente a riti funebri ai quali era impossibile essere presenti. I funerali in streaming esistevano già, per le molte persone che hanno, per svariati motivi, esistenze transfrontaliere e affetti in paesi diversi. Pensi che sia l’inizio di una prassi destinata a diffondersi?

Su questo tema ho una visione ottimista. In passato mi era capitato di assistere a funerali transnazionali e, seppur con notevoli ostacoli tecnici, era stato l’unico modo per “stare insieme” a parenti e amici nonostante la distanza geografica. Non penso che i riti in streaming siano destinati a sostituire i funerali in presenza, ma le tecnologie “virtuali” possono senz’altro essere una risorsa in più. Esse, come hai detto bene, già esistevano, ma sono diventate parte della nostra normalità durante la pandemia: ora siamo più attrezzati e possiamo usarle con maggiore dimestichezza e con maggiore consapevolezza rispetto al passato.

4. Dopo la Prima guerra mondiale, quando in ogni famiglia c’era stato un lutto, si era celebrato un rituale di lutto collettivo a Roma, con l’inumazione del Milite ignoto; e altre cerimonie locali avevano avuto luogo nell’intero paese. Credi che avremmo dovuto (anche se non siamo in guerra) fare qualcosa di analogo per il Covid?

Nonostante le molteplici differenze fra il Covid e la guerra, credo che una risposta rituale istituzionale (che ancora manca)  sia doverosa e necessaria. I riti funebri non hanno solo una dimensione individuale, ma hanno anche una funzione collettiva estremamente potente. A seconda dei linguaggi che vengono utilizzati, un funerale pubblico può aggregare o dividere, ricomporre o spaccare una società. Credo che in questo momento sarebbe utile puntare su ciò che unisce, pensare a ritualità collettive che ricordino la nostra comune vulnerabilità, il dolore subito da tutti, le forme di resilienza e solidarietà messa in campo a livello comunitario. Questo forse faciliterebbe il rafforzamento di legami sociali che oggi sono piuttosto tesi e rischiano di polarizzarsi ulteriormente.

L’esempio della prima guerra mondiale mi sembra utile anche per riflettere sulla dimensione monumentale, parte essenziale della memoria storica: come si racconterà la pandemia attraverso i monumenti? Quali aspetti si sceglierà di inscrivere nella pietra o nel marmo? Sono scelte importanti su cui, con i tempi e le modalità giuste, credo sia necessario aprire un dibattito pubblico.

4. C’è qualcosa che avresti voluto dire e che non ti ho chiesto?

Mi sento di dire che il Covid è stata un’esperienza epocale che, in un modo o nell’altro, ha modificato le vite di ciascuno di noi. La pandemia, e tutto ciò che ad essa si può ricondurre, ci ha costretto a misurarci con il peso della solitudine e della vulnerabilità, a rivedere le nostre priorità e a ripensare molte cose che in passato tendevamo a dare per scontate, non solo la ritualità. Molti lavori in ambito storico e sociologico hanno rilevato che, quando le paure si attenuano, le grandi epidemie sono sovente seguite da fenomeni di amnesia sociale. Credo, dunque, sia necessario attivarsi fin da subito per non rimuovere la sofferenza individuale e collettiva che ha caratterizzato questo tempo complesso che siamo stati chiamati a vivere. Mi sembra che dare spazio a una pluralità di prospettive sulla pandemia, come stai facendo tu in questo blog, sia un primo passo fondamentale in questa direzione.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2021/12/153701-md-e1640162751163.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2021-12-22 09:48:482021-12-22 09:48:48I riti funebri e il Covid, intervista a Cristina Vargas, di Marina Sozzi

Formazione tanatologica e Covid-19. Intervista a Maria Angela Gelati, di Davide Sisto

27 Giugno 2021/2 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Maria Angela Gelati, che si occupa da diversi anni di formazione nell’ambito della Death Education, con sempre maggiori approfondimenti sul tema della morte e del morire. Nel 2007, insieme a Marco Pipitone ha ideato Il Rumore del Lutto, un’importante rassegna culturale che si svolge ogni anno a Parma e che è finalizzata ad attivare un dialogo profondo e multiforme, culturale e scientifico, per accettare la morte. Nel 2016 ha co-fondato l’Associazione Segnali di Vita e il Gruppo Nazionale di Lavoro Stanza del Silenzio e dei Culti. Ha scritto diversi libri, tra cui due favole per bambini: Mi chiamo Happy(Mursia, 2020) e L’albero della vita (Mursia 2015).

Cara Maria Angela, tenuto conto della tua esperienza decennale, come pensi sia cambiata la formazione degli operatori funebri durante il Covid-19?

La formazione dovrebbe essere un aspetto imprescindibile e preliminare rispetto a qualsiasi tipo di attività, in particolar modo per quanto riguarda la delicata gestione dei servizi funerari. Durante il Covid-19, i limiti dettati dalle disposizioni normative per limitare il contagio, hanno però fortemente condizionato i riti del commiato. Gli operatori funerari hanno avuto spazi temporali molto ridotti per adeguarsi alle repentine chiusure e sospensioni dei passaggi rituali destinati ad accogliere i familiari, con sensibilità e rispetto. La mancanza di queste basilari azioni ha inciso sulle modalità di preparazione del defunto, privato anche del rito della vestizione o di altra cerimonia alternativa. L’impossibilità per i familiari di vedere e toccare il corpo del defunto, perché la bara, per ineludibili motivi sanitari, andava chiusa in fretta, ha determinato una sorta di commiato sospeso, quasi pietrificato.

Il non poter fruire delle consuete forme del rito ha determinato nell’operatore funerario e nel cerimoniere la ricerca di soluzioni alternative, nel pensare a modalità che permettessero di restituire quei tasselli di vita sospesi, attivando una dimensione creativa e sempre più personalizza del rito, in accordo con le esigenze dei familiari.

In questa fase, anche la formazione ha dovuto, per forza di cose, essere adattata a tali esigenze. Prima di tutto, con la preparazione di corsi online, il cui positivo riscontro da parte degli operatori funerari ha consentito di attivare moduli formativi destinati a dare immediata risposta alle esigenze professionali. Poi, con la creazione di schemi rituali, adattabili in base alle necessità dei familiari, e di indicazioni per preparare riti di congedo in streaming.

Un aspetto importante della formazione riguarda i partecipanti ai corsi online, poiché nei contesti di cura, all’interno dei gruppi di lavoro, si è avvertito il bisogno, anche per chi non rivestiva il ruolo di cerimoniere, di riservare uno spazio e un tempo di ripensamento virtuale; una sorta di contenitore rituale in cui far rivivere le esperienze personali per restituire il nome e la storia di vita alle numerose persone morte in condizioni di isolamento e anonimato, per rendere possibile la condivisione in gruppo di riti di congedo.

Collegandomi alla precedente domanda, come pensi sia cambiato in generale, dal tuo punto di vista di tanatologa, il nostro approccio alla morte con il Covid-19 e quali pensi siano stati gli atteggiamenti sociali non adatti, sulla base di una generale impreparazione a pensare alla morte?

Se il rito funebre ha costituito il momento cardine di agevolazione nella fase di accompagnamento del morente, nell’attuale era del Covid-19 la fase di elaborazione del lutto inizia senza un abbraccio, con la solitudine dei familiari, inasprita dall’impossibilità di stare accanto ai familiari ospedalizzati e dove l’assenza dei passaggi fondamentali di un rituale priva del racconto delle storie di vita l’identità delle persone.

I tentativi di far scomparire la morte, di condannarla al vuoto culturale, con conseguenti profondi stravolgimenti, hanno minato l’equilibrio e la stabilità delle cerimonie funebri, già incrinata dalla progressiva crisi dei riti comunitari tradizionali.

Gli aspetti più significativi e, al contempo, impietosi hanno riguardato le circostanze del morire e la perdita di significato e di utilità del rito, una sorta di lutto nel lutto, in cui la separazione dal momento del ricovero ospedaliero, l’imposizione delle distanze, la privazione del funerale dopo il decesso hanno paralizzato il riconoscimento del diritto al lutto.

La mancanza delle fasi rituali di accompagnamento del defunto non inibisce il percorso di elaborazione del lutto, che avviene comunque, anche se il processo inconscio di guarigione della ferita psicologica viene diluito e dilatato nel tempo.

L’abitudine culturale a voler escludere e rimuovere il pensiero della morte dalla quotidianità può comportare vere e proprie manifestazioni di paura, come hanno dimostrato le reazioni alla quarantena da parte dei social network – a volte eccessive e irrazionali. Dare uno spazio più consistente alle attività che fanno parte della Death Education significa anche essere consapevoli della propria mortalità, e quindi preparati a disporre del testamento biologico e digitale.

Se, da un lato, la potenzialità degli strumenti digitali, con l’incremento dei funerali telematici, ha costituito e costituisce un’efficace soluzione a superare la carenza degli aspetti rituali tradizionali, dall’altro, l’utilizzo inadeguato e sconsiderato di questi sistemi potrebbe vanificare il significato della cerimonia, rendendo – qualora si utilizzi lo smartphone o si entri in un social network – una patologica sovrapposizione del passato al presente, riproducendo, in continuazione, il saluto d’addio del rito funebre, e quindi rendendo l’elaborazione del lutto più difficile e faticosa di quanto già non lo sia senza la cerimonia funebre.

Infine, sulla base delle tue pubblicazioni per i bambini, ti chiederei due brevi considerazioni sull’educazione infantile alla morte, specie dopo questa lunga pandemia.

Le ultime generazioni degli adulti sono vissute in ambienti in cui ogni aspetto legato alla morte ed al morire è passato interamente ai protocolli degli ospedali e delle case funerarie, privando l’ambiente familiare di questa particolare esperienza. E come gli adulti, anche i bambini, che non hanno visto morire i nonni, i parenti o i conoscenti, non sono in grado di gestire tali eventi.

Il non sapere cosa fare, anche dal solo punto di vista rituale, quando qualcuno muore, ha attivato stravaganti elaborazioni psicologiche, non realistiche, che non tengono conto dei cambiamenti avvenuti e che continuano a verificarsi: ad esempio quella, assolutamente non veritiera, per la quale i bambini non sono in grado di comprendere che cosa significhi morire e, se avessero anche la capacità di comprenderne gli effetti, ne rimarrebbero traumatizzati.

I bambini, che di fronte all’evento luttuoso sono più in sintonia di quanto non si creda con i sentimenti degli adulti, devono invece essere coinvolti nell’esprimere i pensieri e raccontare i loro ricordi legati alla persona che non è più.

È fondamentale, per l’educatore o l’adulto, per l’operatore rituale e il volontario, introdurre e gestire l’argomento morte sulla base di specifiche competenze. Con il ricorso alla Death Education è possibile introdurre una modalità educativa, organizzata su diversi livelli di apprendimento, con la finalità di reinserire il concetto di morte nella autenticità della vita, insinuando nei bambini, adolescenti e adulti la capacità di comprendere che cosa significa vivere e dover morire.

È stato possibile attivare l’educazione del bambino alla morte, anche on line, laddove docenti di scuola e famiglie siano stati in grado di considerarne il valore e l’efficacia.

In questo periodo di cambiamenti e trasformazioni, il momento personalizzante ha necessità ora di creare, seppur a distanza, le condizioni per convertire in parole ed in azioni il dolore e la sofferenza, anche per i più giovani.

Poiché non esistono modalità particolari di commemorazione, i rituali possono essere resi attivi in qualsiasi momento, anche da casa, individuando lo spazio o l’ambiente più consono per rendere solenne quel momento.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2021/06/candela-mani-e1624780542382.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2021-06-27 10:06:452021-06-27 10:08:32Formazione tanatologica e Covid-19. Intervista a Maria Angela Gelati, di Davide Sisto

Uniti nelle diversità. I riti funebri degli altri, di Marina Sozzi

2 Novembre 2020/2 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, vorrei fare una considerazione che, alla luce di ciò che abbiamo vissuto in primavera con il Covid (e che in parte viviamo ancora oggi), dovrebbe essere chiara a tutti: non poter fare un funerale, religioso o laico, procura una sofferenza particolare, un terribile senso di vuoto e di non compiuto, che è un pessimo auspicio anche per la successiva elaborazione del lutto. L’addio ai propri defunti con il sostegno e la partecipazione della comunità conta dunque, e qualora se ne sia privati, non solo manca, ma destabilizza, angoscia.

Per questo dobbiamo far tesoro della nostra triste esperienza e riconoscere, oggi più che in passato, il diritto per tutte le comunità residenti sul nostro territorio, ma diverse per usanze o religione, di svolgere i riti della propria tradizione. A questo scopo il Tavolo Interreligioso di Roma, Socrem Novara ed Exitus hanno organizzato, con l’aiuto di Avventura Urbana, un Town Meeting (che è un evento partecipativo che garantisce la possibilità di coinvolgere direttamente i cittadini in merito alle politiche da realizzare in un territorio) dal titolo Uniti nelle diversità. Il diritto a un rito funebre secondo la propria tradizione. L’intento era dar voce a questa esigenza, condividendola con tutti quegli esponenti delle fedi, delle istituzioni e della società civile che hanno accolto l’invito.

Il Town Meeting, che si è svolto online per via del Covid, ha permesso in primo luogo di mettere in luce le principali criticità della situazione odierna, tra cui: 1) la mancanza di spazi per i riti funebri. Spesso in ospedale mancano spazi adeguati per il lavaggio rituale delle salme, praticato da ebrei e islamici, o le camere mortuarie sono pensate solo per la dimensione cattolica dell’addio. E nelle aree urbane mancano sale del Commiato capaci di accogliere riti differenti. 2) la frequente assenza di spazi dedicati alle diverse pratiche religiose nei cimiteri, 3) la scarsa conoscenza dei riti altrui (non cattolici) da parte degli operatori sanitari e funerari, che provoca disagio sia durante l’accompagnamento dei propri cari, sia dopo la loro morte, 4) la mancanza, in molte realtà in cui ci si occupa di fine vita, e negli ospedali, di assistenti religiosi o spirituali (anche laici).

Che fare dunque per migliorare questa situazione? Nel Town Meeting si è discusso su quali soluzioni concrete potrebbero essere adottate per rispondere alle esigenze di tutti. Si è parlato della necessità di adottare linee guida nazionali capaci di orientare i territori, le comunità locali e gli attori che si occupano di cura e di fine vita. Ed è forse una soluzione più saggia di quella che prevede accordi tra lo Stato italiano e le comunità, perché talvolta tali accordi si sono mostrati, a livello nazionale, complessi, ad esempio perché esiste più di un soggetto che intende rappresentare una certa religione, e magari le varie realtà non hanno posizioni sovrapponibili.

Si è parlato inoltre di fare formazione e informazione sulle pratiche religiose “degli altri”. È importante conoscere e diffondere le esigenze delle diverse confessioni e le loro ritualità: ad esempio nel buddismo il funerale è l’unico reale sacramento della religione, e per questo di fondamentale rilevanza.

Per molte confessioni “come muori” e “come viene trattata la tua salma” sono quasi più importanti della vita stessa, dunque è necessario un processo lungo di sensibilizzazione che richiede la collaborazione di tutti. Le minoranze dovrebbero farsi conoscere e manifestare la propria identità senza avere paura di essere giudicati (“bisogna trasmettere i propri principi e la propria cultura”). La maggioranza dovrebbe dimostrare maggiore apertura e capacità di accoglienza e comprensione degli Altri Addii, per ricordare il titolo di un volumetto del 2010 curato da Alessandro Gusman per Fondazione Fabretti, ancora oggi molto utile. La mancanza di conoscenza, infatti, alimenta la diffidenza, il timore, e di conseguenza il razzismo.

Ricordiamo che la nostra Costituzione garantisce, all’articolo 19, il diritto a professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, ma – anche per la difficoltà che la nostra cultura ha nei confronti del tema della morte – la libertà di espletare le pratiche funerarie della propria tradizione religiosa è spesso ancora un diritto che esiste solo sulla carta.

Occorre dunque essere concreti, lavorare per diffondere maggiori conoscenze sui riti funebri, e per creare un’atmosfera culturale maggiormente inclusiva, aperta e disponibile ad accogliere la differenza.

Siete d’accordo? Cosa pensate in proposito? Avete mai assistito a riti di tradizioni religiose diverse dalla vostra?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/11/riti-funebri-850x490-1-e1604312042603.png 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-11-02 11:20:532020-11-02 11:20:55Uniti nelle diversità. I riti funebri degli altri, di Marina Sozzi

I riti funebri e la pandemia, di Marina Sozzi

15 Maggio 2020/10 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

A chi segue questo blog da un certo numero di anni, sarà familiare il concetto di crisi rituale: da diversi decenni, nel nostro Paese (ma non solo) siamo di fronte a un diffuso disagio. Più volte abbiamo notato, prima della pandemia, come i riti della tradizione cattolica, in un mondo molto secolarizzato, abbiano perso l’efficacia e il potere consolatorio che avevano in passato, quando la preoccupazione per la vita ultraterrena era più rilevante. Viceversa, si è sentita molto l’esigenza di commemorare in modo più personale coloro che ci hanno lasciati, ricordando il loro ruolo, i loro affetti, il loro lascito, il loro contributo alla vita terrena.

Alcuni parroci hanno accolto questa istanza dei parenti, alcuni crematori hanno costruito cerimonie laiche, e il profilo di una nuova figura professionale, il cerimoniere, comincia a farsi strada. In tutto questo, una sottile vena antiritualista si era comunque infiltrata nelle menti dei nostri contemporanei, soprattutto relativamente all’usanza di recarsi al cimitero. «Preferisco ricordarlo com’era in vita» è una frase frequentemente ascoltata nelle interviste su questi temi, e si è parlato di una memoria della mente e del cuore.

La nostra non è certamente la prima crisi rituale della storia europea. Una molto più violenta si è avuta alla fine del Settecento, quando lo spostamento dei cimiteri fuori le mura per la scelta igienista di alcuni sovrani illuminati aveva impedito a chi aveva perduto un congiunto di seguire il feretro fino alla sepoltura. In quel periodo, inoltre, la nascita dell’individuo moderno aveva messo in crisi la prassi della fossa comune. Fu Napoleone a dare una spinta importante per la risoluzione della crisi funebre, istituendo la sepoltura individuale e dando origine ai cimiteri monumentali.

Ora, che cosa sta accadendo durante l’epidemia di Covid-19? Il divieto, per mantenere il distanziamento sociale, di celebrare riti funebri e di recarsi al cimitero ha avuto un impatto fortissimo sui cittadini italiani. Unito all’impossibilità di accompagnare i propri cari alla fine della vita, ha determinato sovente dei lutti pieni di rabbia e disperazione, che ci inducono a ripensare il panorama funebre contemporaneo alla luce del Covid -19.

La prima osservazione da fare riguarda la sottovalutazione dell’importanza del rito funebre che è stata fatta. Occorre ricomprendere l’insostituibile funzione del rito. Il rito lenisce la ferita che la morte infligge nel corpo sociale, ribadendo che la vita può continuare nonostante la morte; il rito mette ordine, laddove la morte minaccia la vita in quanto irruzione in essa del caos; il rito ci ricorda che la morte di un membro della società è un evento sociale, non un avvenimento individuale o familiare che si vive in solitudine; il rito assegna una collocazione al defunto (qualunque sia questa collocazione, tra gli antenati, in un altro mondo, o nel ricordo di chi l’ha conosciuto); il rito ci permette di smaltire il corpo morto, ma senza venir meno alla consapevolezza che quel corpo è stato persona, ancora presente nella mente dei suoi cari. Il rito, infine, dà origine al periodo del lutto, legittimandolo.
E accanto al rito occorrono luoghi funebri accoglienti, rassicuranti, pieni di bellezza (un tema, anche questo, che abbiamo trattato e che tratteremo in futuro)

E’ quindi più chiaro perché la mancanza di un rito funebre e l’impossibilità di recarsi al cimitero abbia sconvolto il rapporto con la morte dei nostri connazionali. Forse l’impatto del dolore senza nome che è entrato nelle famiglie in lutto è stato sottovalutato dalle autorità chiamate a stabilire le regole in questo terribile momento di pandemia. Forse si sarebbe potuto cercare di trovare un modo per non cancellare i riti funebri. E tuttavia, del senno del poi…

La prima considerazione che viene in mente è che il Covid – 19 abbia acceso la luce sul bisogno di riti che abbiamo. E forse potrebbe essere questa dolorosa contingenza a spingerci a modificare i nostri riti per renderli più efficaci, più adeguati ai bisogni contemporanei. Senza lasciarci trascinare dalle mode, dalla dimensione “inventiva” e creativa, in cui ciascuno costruisce il proprio addio da bricoleur.
Restando ancorati a ciò che ha una storia e radici nella coscienza collettiva, religioso o laico che sia, occorre dare spazio alla dimensione personale e individuale. Nella nostra cultura la visione dell’individuo come un unicum è molto forte, e nel commiato c’è bisogno di raccontare chi è stata la persona che è morta, cosa ha realizzato nella vita, se ha saputo amare, quale lascito etico e affettivo ci consegna.

E proprio ragionando su questa esigenza, si può riflettere a cosa si può fare per lenire il dolore di coloro che non hanno potuto celebrare riti funebri.

Ci vorrà una grande cerimonia collettiva, è indubbio. Mantenendo le debite differenze, qualcosa di simile a ciò che è stato fatto dopo la Prima guerra mondiale, con la celebrazione del milite ignoto. Tuttavia, non solo grazie a Dio non siamo in guerra, ma conosciamo i nomi di coloro che sono morti. Dovremo pronunciarli, questi nomi. Mi viene in mente a Gerusalemme, a Yad Vashem, l’edificio che conserva la memoria dei bambini morti nella Shoah. Si entra in una camera oscura attraverso un cunicolo che ci fa sprofondare nella terra, la stanza è fiocamente illuminata da lumini che si accendono nell’oscurità, e per ventiquattro ore al giorno una registrazione pronuncia i nomi dei bambini uccisi: il nome, il paese di provenienza, l’età. Si esce con un’emozione travolgente. La forza dei nomi. La pandemia non ha nulla a che fare con la Shoah, ma dovremo ricordarci la forza commemorativa del pronunciare i nomi.

Inoltre, accanto a una grande cerimonia commemorativa, ci vorranno tante piccole occasioni locali di condivisione della memoria. Alcune istituzioni, come l’associazione Maria Bianchi, ne stanno già proponendo alcune, che potete leggere qui, anche per organizzarne e immaginarne altre, in altri luoghi del Paese, soprattutto i più colpiti dal Covid-19.

Cosa ne pensate? Ritenete anche voi che sia il momento di imprimere un cambiamento nella nostra ritualità funebre? Pensate che ci voglia una cerimonia collettiva per coloro che abbiamo perso nella pandemia? Come la fareste?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/05/candel2-e1589452845661.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-05-15 10:21:562020-05-15 10:21:56I riti funebri e la pandemia, di Marina Sozzi

I riti degli altri. L’islam, di Marina Sozzi

25 Marzo 2019/7 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In un contesto politico come l’attuale, dove si è estremizzato il problema dell’immigrazione ben oltre la sua reale portata per il paese, apparirà controcorrente parlare di riti funebri degli immigrati. Eppure, questo è un aspetto dell’integrazione auspicabile, che non ha perso valore perché se ne parla meno di anni fa.

Molti hanno letto il bellissimo libro Naufraghi senza volto, di Cristina Cattaneo, medico legale impegnata a dare un nome, un’identità e se possibile un rito ai cadaveri ritrovati nel Mediterraneo. Ma non tutti muoiono in mare, per fortuna, e il nostro paese ha un’immigrazione composita, sia dal punto di vista della provenienza geografica, sia da quello delle molteplici “fattispecie”: immigrati regolari residenti, richiedenti asilo, e clandestini. In totale, comprendendo anche gli immigrati comunitari, si giunge a un numero approssimativo di 6 milioni di persone, il 10% della popolazione.

Anni fa il tema della morte degli immigrati era meno attuale, essendo l’immigrazione costituita da giovani venuti in Italia per lavorare, e che spesso avevano il sogno del ritorno in patria. Ma poco per volta le cose stanno cambiando, anche per via dei ricongiungimenti familiari che hanno mutato il progetto migratorio e visto giungere nel nostro paese anche degli anziani. E, purtroppo, muoiono anche i giovani.

Le strutture sanitarie e gli hospice, infatti, si interrogano sovente sui costumi che varie culture rappresentate nel nostro paese hanno intorno al tema della morte e dei rituali, perché temono di non essere all’altezza di accompagnare persone di altre culture o religioni. Per questo vorrei riprendere su questo sito una ricerca che condotta anni fa, nel 2010, da Alessandro Gusman in collaborazione con altri antropologi, che ha dato vita al volume Gli Altri Addii, e che certo avrebbe bisogno, oggi, di essere ripetuta e ampliata. Tuttavia, alcune indicazioni di carattere generale sono probabilmente ancora valide.

Cominciamo dal rito islamico, senza mai dimenticare che, come ci sono tanti cattolicesimi quanti sono i cattolici nel mondo, lo stesso vale per la religione musulmana. Non solo le forme di religione musulmana variano con il paese di origine, la corrente religiosa (sunniti o sciiti), ma anche (questo non va mai dimenticato) le esperienze degli individui, la loro storia di migrazione, la loro personalità.

Per quanto riguarda i riti funebri, in particolare, solo poche prescrizioni essenziali giungono dal Corano. La maggior parte si ritrovano nella Sunna, raccolta di insegnamenti etici e giuridici per la comunità musulmana, originariamente orali. E per il resto, conta la tradizione popolare, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti sociali del rito e il periodo del lutto. Questa è la ragione per cui si trovano nel mondo musulmano forme molto diverse tra loro di svolgimento del rito funebre, ispirate a una differente religiosità popolare a seconda della zona di provenienza.

L’essenziale, però, è semplice e asciutto. E’ importante che intorno al morente siano presenti parenti e amici, per fagli coraggio ed essere testimoni della sua ultima professione di fede.

Quando una persona di religione islamica muore, deve essere sepolta entro ventiquattro ore. L’elemento irrinunciabile del processo funebre è però il lavaggio rituale della salma, che ha il significato di una purificazione, e i cui gesti sono codificati nella Sunna. Il lavaggio deve essere fatto da familiari o amici del defunto, dello stesso sesso (tranne nel caso del coniuge), partendo dalle estremità superiori del corpo e procedendo verso quelle inferiori. La testa deve essere un po’ sollevata, così che l’acqua scorra dall’alto verso il basso. Alla fine del lavaggio, il corpo morto è avvolto da un numero dispari di teli bianchi, tre per gli uomini e cinque per le donne. L’integrità del corpo è molto importante.

Prima della sepoltura occorre anche recitare delle orazioni, in una moschea o in un altro luogo di preghiera. Alla glorificazione di Allah, alla benedizione del suo profeta, seguono le invocazioni in favore del defunto. Non è indispensabile che sia presente un imam, la preghiera può essere guidata da un familiare.

Poi ci si reca al luogo dell’inumazione, trasportando il morto su una lettiga. Il corpo deve essere calato nella fossa tradizionalmente senza bara, su un fianco, con la testa orientata verso la Mecca. La tomba è di estrema semplicità, senza foto né fiori, delimitata solo da pietre, mentre ogni altro tipo di sepoltura, la cremazione ma anche la tumulazione, sono vietate. I musulmani dovrebbero essere sepolti tra altri musulmani, il che richiede, nel paese di accoglienza, la disponibilità dei Comuni a riservare agli islamici aree specifiche del cimitero.

A questo essenziale processo funebre si aggiungono, in diverse zone del mondo musulmano, pasti offerti dalla famiglia ai partecipanti al funerale, per ribadire che la vita continua dopo la morte e che la comunità dei vivi è coesa intorno a chi ha subìto una perdita; inoltre, talora sono in uso visite alla tomba nel quarantesimo giorno dopo la morte, accompagnate da distribuzione di elemosine e cibo (pane e fichi) agli indigenti e ai custodi del cimitero.

La presenza delle donne ai funerali è tollerata in alcuni luoghi ed esclusa in altri: occorre non disperarsi per la morte, è necessario ostentare misura nei gesti, per testimoniare la fede nella resurrezione. Ma anche questa indicazione non è universale nel mondo islamico.

Ora, descritto sinteticamente l’essenziale del rito islamico, che cosa accade quando i musulmani vivono in terra d’accoglienza, e in particolare in Italia?

Il lavaggio rituale della salma viene in genere eseguito nelle sale autoptiche degli ospedali o degli obitori, da volontari della comunità islamica che ne conoscono i gesti. La sepoltura entro un giorno non è quasi mai possibile in Italia: le nostre leggi chiedono che la sepoltura avvenga dopo un minimo di 24 ore (che diventano 48 in caso di morte improvvisa), ma tradizionalmente i tempi sono più dilatati. Inoltre, per la legge italiana occorre seppellire con la bara, per ragioni di igiene pubblica. Se poi la scelta ricade non su una sepoltura in terra d’accoglienza, ma sul rimpatrio della salma, la deritualizzazione della morte musulmana è inevitabile: la spedizione del corpo del defunto deve avvenire mediante bara foderata di zinco, una bara che non potrà più essere aperta nel paese di origine. Sovente infatti la spedizione richiede un certo numero di giorni, affinché sia possibile sia raccogliere la cifra necessaria per il volo aereo della bara, sia espletare le pratiche burocratiche.

Altra questione è quella del cimitero. I nostri cimiteri sono organizzati con una rotazione delle fosse, ogni circa dieci anni (e i resti vengono posti negli ossari comuni), mentre gli spazi, anche privati, sono assegnati in concessione al massimo per 99 anni. Per i musulmani, invece, la sepoltura è definitiva, e non è prevista alcuna esumazione.

In genere gli islamici con cui ho parlato nel corso degli anni non si sono mai lamentati dello squallore delle sale autoptiche, con le loro gelide apparecchiature, dove viene loro permesso di fare il lavaggio rituale. Comprendono, inoltre, che non è possibile derogare rispetto alle leggi, per cui nessuno ha mai chiesto di seppellire senza bara o prima del tempo stabilito. I principali problemi, che negli anni scorsi sono emersi, riguardano le aree islamiche nei nostri cimiteri, presenti non in tutte le città.

Sarei molto interessata a sapere la vostra opinione sugli “altri addii”: è importante offrire agli appartenenti a religioni minoritarie, o a minoranze etniche, le condizioni per poter compiere i riti della loro tradizione? Avete episodi da raccontare in merito? O vostre riflessioni?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/03/download-1-2.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-03-25 09:30:202019-03-25 09:30:20I riti degli altri. L’islam, di Marina Sozzi

A che punto siamo con la negazione della morte? Prima puntata: i riti, di Marina Sozzi

1 Novembre 2018/10 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

A che punto siamo con la negazione della morte? E’ una domanda che un tanatologo, di tanto in tanto, deve porsi. Questa volta l’interrogativo è stato stimolato anche dalla lettura dell’ultimo libro del sociologo Marzio Barbagli, Alla fine della vita, che afferma che la società moderna non nega e nasconde la morte più di quelle che l’hanno preceduta. Non sono per niente d’accordo con lui, e ho l’impressione che il libro voglia essere una provocazione, ma non sia del tutto equo nei confronti del profluvio di studi e riflessioni che, in tutto il mondo occidentale, hanno esaminato i molteplici significati dell’impasse dei nostri contemporanei non solo di fronte al morire, ma anche dinanzi al soffrire. Sembra che Barbagli voglia un po’ “liquidare” la tesi della negazione della morte, più di quanto non intenda riesaminarla.

Io vorrei, invece, affrontare la domanda sulla negazione della morte come se fosse una domanda nuova, senza dare per scontate le risposte che ho dato in passato. Sono ormai venticinque anni che mi occupo di questi temi, e vi propongo di guardare a ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio. La situazione è migliorata? E’ peggiorata? Il discorso è lungo, e comincio oggi proponendovi un tema specifico, quello dei riti funebri.

I riti funebri sono semplicemente cambiati, come dice Barbagli, o c’è una povertà rituale oggi in Italia? Che le modalità di sepoltura siano cambiate è un dato: nel 2016 (ultimi dati disponibili) è stata scelta la cremazione dal 23% delle persone, l’inumazione dal 33% e la tumulazione dal 44%. La scelta cremazionista cresce, per ragioni in parte culturali e in parte economiche. Non credo né ho mai creduto che l’aumento della cremazione, in Italia come in altri paesi, sia sintomo di una deritualizzazione.
Al contrario, nei luoghi in cui è stato proposto un rito del Commiato per accompagnare l’affidamento della salma al crematorio, si è fatta un’importante operazione culturale: far riflettere i familiari sull’esigenza di un addio che abbia una struttura rituale, ma che corrisponda anche al desiderio di personalizzazione molto diffuso in Occidente: una poesia, una musica, qualche parola in memoria del defunto pronunciata da chi lo ha amato. Nei crematori dove c’è stata l’offerta di un rito, la popolazione ha maturato anche la capacità di celebrarlo a immagine e somiglianza del morto. Stiamo parlando, però, di una minoranza. C’è un’altra minoranza che pensa per tempo al rito funebre: quella di coloro che, avendo avuto accesso per tempo a buone cure palliative, hanno potuto conciliarsi con la propria morte e hanno dato istruzioni ai loro cari sulla cerimonia che desiderano.

La maggioranza delle persone, invece, si trovano in una situazione di impoverimento rituale. Pensano al rito funebre quando la morte di un congiunto è già avvenuta o sta per sopraggiungere. Allora chiamano le onoranze funebri e delegano loro quasi ogni decisione.
Così accade che molti non credenti si trovino impelagati in un rito cattolico. E forse anche la Chiesa cattolica si sta rendendo conto di quanti problemi ci siano nella celebrazione dei funerali religiosi con persone non religiose o blandamente credenti. I sacerdoti si accorgono che gli astanti non conoscono le formule di rito, non sanno quando alzarsi e sedersi, non conoscono le preghiere. Gli stessi operatori funebri si scandalizzano, inoltre, nel constatare che i partecipanti a molti funerali non riescono a sentire la solennità della morte, e si comportano in modo inappropriato.
Un problema a parte è costituito dalla scarsa offerta di spazi interculturali, dove sia possibile celebrare riti di altre culture o religioni. Ne ho parlato in alcuni miei libri e non vorrei dilungarmi su questo. Certo le cose non vanno meglio di qualche anno fa, né il clima di intolleranza che si va diffondendo nel paese fa presagire nulla di buono su questo fronte. Un’unica notazione positiva: la possibilità (che si sta cominciando a proporre) di assistere in streaming a funerali che si svolgono a migliaia di chilometri dal luogo dove si vive può essere uno strumento importante in un mondo globalizzato, anche se non sostituisce la presenza di persona.

Non è vero, come afferma Barbagli, che tutti i riti hanno perso terreno, e non solo quelli funebri. Forse in alcune nicchie intellettuali della mia generazione di baby boomers c’era un atteggiamento antiritualista, ad esempio ci si sposava in tono minore: era considerato più di buon gusto.
Oggi però i giovani sono tornati con entusiasmo al matrimonio tradizionale, anche quando si sposano civilmente, abito bianco, banchetto e torta nuziale, album di fotografie, bomboniere, (a testimonianza del loro/nostro bisogno di riti), e organizzano feste per il battesimo dei figli. Ma lo stesso non si può affermare per i funerali. Nessuno pensa di onorare la memoria di un defunto con un funerale importante.

Per quanto riguarda i cimiteri, continuano a essere luoghi poco frequentati, con l’esclusione delle persone in lutto e delle celebrazioni dei primi di novembre. Certo, nell’ultimo ventennio sono stati molto valorizzati i cimiteri monumentali, ma soprattutto dal punto di vista artistico-museale.
Invece le proposte innovative, che dovevano modificare il volto ai nostri luoghi dei morti (ad esempio i cimiteri arborei e altri progetti di parchi cimiteriali) non sono riusciti a sfondare, nonostante l’idea piaccia molto a tanti cittadini. Fiacchi i cimiteri virtuali, che pareva dovessero rappresentare il futuro, ma che non esistono quasi più. L’idea codice del Qr da mettere sulle tombe, per accedere a una realtà aumentata, e poter conoscere la storia della persona sepolta, benché interessante, ancora ha fatto poca strada. Intanto, continuiamo a avere cimiteri di loculi.

La commemorazione viaggia soprattutto sui social, Facebook in primo luogo. E’ accaduto che la rievocazione si sia spostata nel mondo virtuale, abbandonando parzialmente quello reale. Ma non mi spingerei a parlare di una nuova cultura funebre. Perlomeno, non ancora. La memoria veicolata dai social network è una memoria troppo carica di informazioni, troppo privata, e che privilegia l’aspetto della consolazione dei vivi rispetto a quello della memoria storica e sociale. E anche da questo punto di vista, manca l’aspetto concreto della presenza fisica degli altri nella vita di chi ha perso un congiunto. Certo, la presenza su Facebook è meglio di nulla. Ma è un succedaneo.

Non abbiamo, a mio modo di vedere, ancora trovato un rito che possa essere condiviso in una società complessa e plurale come la nostra. Cosa ne pensate? Vi sembra invece che nuovi riti si stiano sedimentando? Come vorreste che fosse il vostro rito funebre? I cimiteri sono ancora importanti?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/11/Depositphotos_47611967_s-2015-e1541069976729.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-11-01 12:05:042018-11-01 12:05:04A che punto siamo con la negazione della morte? Prima puntata: i riti, di Marina Sozzi

La morte presso i Toraja: in viaggio verso Puya, di Elisabetta Gatto

16 Marzo 2018/5 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

toraja030Letteralmente “gente degli altopiani”, i Toraja risiedono in villaggi costruiti sugli altopiani centrali del Sud Sulawesi, in Indonesia. Come gruppo etnico sono stati oggetto di grande considerazione all’inizio del Novecento, per alcuni tratti culturali di grande valore, in particolare gli elaborati, la pratica di cacciatori di teste, le sepolture nelle grotte e l’arte di scolpire le statue di pietra.

Il rito funebre è appunto l’evento più complesso e costoso nella società toraja, e ha un ruolo cruciale nel mantenere l’armonia dei tre mondi, o meglio sfere, in cui i Toraja credono sia diviso il cosmo. Ciascuna ha i propri dei ed è associata a un punto cardinale: a nordest il mondo superiore (il cielo), coperto con un tetto a forma di sella, dimora degli antenati divinizzati; il mondo dell’umanità (la terra); e a sudovest il mondo sotterraneo, uno spazio rettangolare circondato da colonne, dimora degli animali.

I Toraja credono che la morte non sia un evento improvviso, ma un processo graduale che conduce il defunto verso Puya, “la terra delle anime”, un luogo sotterraneo a sudovest degli altipiani. Se il morto riesce a trovare la strada verso Puya, e se i parenti in vita hanno praticato i riti necessari (spesso molto costosi), la sua anima, dopo essere stata giudicata da Pong Lalondong, il dio della morte, può accedere al mondo superiore, dove si unirà agli antenati divinizzati nella forma di una costellazione che custodisce l’umanità e il riso.

La maggior parte dei defunti, tuttavia, resta a Puya a trascorrere una vita simile a quella terrena, facendo uso dei beni offerti nel corso del funerale. Le anime che non trovano la strada verso Puya, o quelle cui non sono stati offerti i riti funebri, diventano bombo, ovvero spiriti che minacciano i vivi.

Le cerimonie funebri variano in lunghezza e complessità, a seconda della ricchezza e dello status del defunto. Ogni funerale si compone di due parti. La prima cerimonia (dipalambi’i) è praticata subito dopo la morte e ha luogo nel tongkonan, la casa tradizionale di legno su palafitta con il tetto a punta la cui forma ricorda quella di una barca: è più di una struttura fisica, è il simbolo delle origini, il centro della vita sociale e spirituale, e rappresenta simbolicamente il legame con gli antenati, con i parenti in vita e con il futuro.

La seconda cerimonia, più importante, può aver luogo mesi o addirittura anni dopo la morte, a seconda di quanto tempo la famiglia necessita per accumulare le risorse per coprire le spese del rituale. Viene preparato un luogo cerimoniale, chiamato rante, in un grande prato d’erba, dove la famiglia del defunto allestisce un riparo per ospitare il pubblico, granai per il riso e altre strutture cerimoniali funebri. Più ricco e potente è il defunto, più costoso è il suo funerale, che può durare più di una settimana, coinvolgere migliaia di ospiti, richiedere il sacrificio di decine di bufali e maiali, includere combattimenti di bufali, canti funebri accompagnati dal flauto, danze, poesie, lamentazioni (queste tradizionali espressioni di dolore non vengono però esternate nei funerali di bambini piccoli e di adulti poveri e di basso rango).

I Toraja si esibiscono in danze durante le cerimonie funebri, sia per esprimere il dolore, sia per accompagnare il defunto nel lungo viaggio verso Puya. Per molti Toraja il momento più importante della cerimonia funebre è il rituale Ma’badong, durante il quale un gruppo di uomini forma un cerchio e canta un canto monotono, che dura tutta la notte, per onorare il defunto. Il secondo giorno del funerale viene eseguita la danza guerriera Ma’randing per lodare il suo coraggio quando era in vita: gli uomini danzano con la spada, lo scudo di grandi dimensioni di pelle di bufalo, il copricapo con un corno di bufalo e altri ornamenti. La danza Ma’randing precede una processione in cui il defunto viene portato dal granaio di riso al rante, il luogo della cerimonia funebre. Le donne anziane, con addosso un lungo costume di piume, eseguono la danza Ma’katia per ricordare al pubblico la generosità e la fedeltà della persona deceduta.

Durante il periodo di attesa della cerimonia funebre, il corpo del defunto è avvolto in diversi strati di stoffa e tenuto sotto il tongkonan. Dopo la cerimonia si può optare per uno dei tre metodi di sepoltura: la bara può essere sistemata in una grotta o in una tomba di pietra scolpita o appesa su una scogliera. Essa contiene tutti i beni di cui il defunto avrà bisogno nella vita ultraterrena. I ricchi sono spesso sepolti in una tomba di famiglia (liang), che richiede un paio di mesi per essere completata, perché è scavata in una parete rocciosa, al sicuro dai ladri, visto che insieme al morto sono seppelliti oro e gioielli. Fuori dalla tomba c’è un terrazzino scavato nella roccia dove un tau tau, una scultura di legno, rappresenta lo spirito del defunto.

Nonostante le enormi differenze tra queste usanze e quelle occidentali, che non ci permettono di fare paragoni, colpisce l’estrema importanza data al funerale da altre culture. La nostra civiltà ha semplificato all’estremo i rituali funebri, e tende a non elaborare riti per i defunti. Ritenete che questa semplificazione sia positiva, o che comporti altri problemi per la società nella quale viviamo? Mi sta a cuore il vostro parere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/03/toraja029.jpg 600 900 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-03-16 12:10:162018-03-16 12:10:16La morte presso i Toraja: in viaggio verso Puya, di Elisabetta Gatto

Vuoi sapere quando scrivo un nuovo articolo?

Iscriviti alla nostra newsletter!

Ultimi articoli

  • C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
  • I segni degli assenti, di Cristina Vargas
  • La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
  • I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
  • Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas

Associazioni, fondazioni ed enti di assistenza

  • Associazione Maria Bianchi
  • Centre for Death and Society
  • Centro ricerche e documentazione in Tanatologia Culturale
  • Cerimonia laica
  • File – Fondazione Italiana di leniterapia
  • Gruppo eventi
  • Soproxi
  • Tutto è vita

Blog

  • Bioetiche
  • Coraggio e Paura, Cristian Riva
  • Il blog di Vidas
  • Pier Luigi Gallucci

Siti

  • Per i bambini e i ragazzi in lutto

Di cosa parlo:

Alzheimer bambini bioetica cadavere cimiteri consapevolezza coronavirus Covid-19 culto dei morti cura cure palliative DAT Death education demenza dolore elaborazione del lutto Eutanasia Facebook felicità fine della vita fine vita formazione funerale hospice living will Lutto memoria morire mortalità Morte morti negazione della morte pandemia paura paura della morte perdita riti funebri rito funebre social network sostegno al lutto suicidio Suicidio assistito testamento biologico tumore vita

  • Privacy Policy
  • Cookie Policy
  • Copyright © Si può dire morte
  • info@sipuodiremorte.it
  • Un Progetto di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/Immagine-in-evidenza-1.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-08-04 17:59:592026-08-04 17:59:59C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-23 10:09:472026-07-23 10:09:47I segni degli assenti, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-02 09:23:492026-07-02 09:23:49La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-06-22 11:53:132026-06-22 12:08:32I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/paleoantropologia-resti-fossili._w630-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-06-12 09:59:502026-06-12 09:59:50Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/aspettativa-vita.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-18 17:59:352026-05-18 17:59:35Disuguaglianze nella morte, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-07 10:03:582026-05-07 10:05:31Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/04/disagio-adolescenziale.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-04-07 08:56:322026-04-07 08:59:36Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/03/caring_massage_tse-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-03-19 16:51:332026-03-19 16:54:09Il Caring massage: intervista a Marco Vacchero, di Marina Sozzi
Prec Prec Prec Succ Succ Succ

Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.