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Disuguaglianze nella morte, di Marina Sozzi

18 Maggio 2026/6 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Nell’introduzione all’ormai noto report del 2022 intitolato The Value of Death della Lancet Commission, si osserva che la storia della morte nel XXI secolo si presenta come un paradosso. Nei paesi sviluppati, molti pazienti ricevono trattamenti eccessivi e inappropriati, mentre nelle nazioni in via di sviluppo si continua a morire di patologie facilmente curabili, in assenza di cure palliative e farmaci analgesici. Un’analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2020 ha evidenziato che circa 5,8 milioni di persone muoiono ogni anno in condizioni di sofferenza evitabile, principalmente nei paesi a basso reddito.
Questa disuguaglianza è evidente nei rapporti delle ONG attive in Africa, Asia e America del Sud, dove le carenze nei servizi sanitari sono esacerbate da conflitti e instabilità politica. Tuttavia, anche nei paesi sviluppati esistono differenze significative nell’aspettativa di vita, nell’accesso alle cure e nella qualità della morte.

Le aree urbane italiane, nonostante il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) teoricamente accessibile a tutti, mostrano una netta disuguaglianza nell’assistenza sanitaria. Chi è benestante può sopperire alla carenze del SSN rivolgendosi, a pagamento, alla sanità privata, mentre sempre più persone non abbienti stanno rinunciando a curarsi. A Torino, una ricerca sulla linea di tram n. 3, che va dalla collina di Borgo Po (quartiere benestante) fino al quartiere operaio delle Vallette, ha documentato una differenza di circa cinque anni nell’aspettativa di vita tra i due capolinea. Per ogni chilometro percorso dal tram, si perdono mediamente 4-5 mesi di speranza di vita.

Il tram ci permette di visualizzare la disuguaglianza, ma non si tratta naturalmente di una questione geografica: è un fenomeno strettamente legato a fattori socioeconomici come il reddito, il livello di istruzione e le reti sociali. Anche la diversità linguistico culturale è un fattore che spesso aumenta le disuguaglianze economico-sociali e aggiunge ulteriori livelli di emarginazione. La povertà, in tutte le sue forme, è un potente amplificatore delle disuguaglianze nella salute. Secondo il Rapporto Annuale della Caritas, un numero sempre più elevato di persone vulnerabili fatica ad accedere ai servizi sanitari, contribuendo a una spirale di esclusione e malattia.
Non è un problema solo italiano. Un esempio emblematico di questa dinamica è fornito dal sociologo di Oxford Göran Therborn, che nel suo libro The Killing Fields of Inequality ha documentato come il divario di 5,4 anni di speranza di vita che già esisteva tra i quartieri più ricchi e più poveri di Londra (1999-2001) sia aumentato a 9,2 anni (2006-2009). Lì, si è registrata una perdita di sei mesi di vita per ogni fermata verso est sulla Jubilee Line, simile al fenomeno osservato a Torino.

Queste ricerche, molto interessanti e utili per comprendere alcuni aspetti delle disuguaglianze che sovente restano in secondo piano, dovrebbero essere colmate da un altro approfondimento. Quante sono (e quali sono) le persone che hanno bisogno di cure palliative e non arrivano a ottenerle, perché i loro medici non sono informati, perché mancano di reti sociali adeguate e utili a questo scopo? Si stima che in Italia più della metà delle persone che necessitano di cure palliative non ricevano assistenza appropriata, secondo i dati della Federazione Italiana Cure Palliative.
Dobbiamo chiederci se esista una linea di demarcazione sociale.
Tra coloro che restano esclusi, o che vi accedono troppo tardi (negli ultimi giorni o ore di vita), infatti, oltre ai pazienti con patologie non oncologiche, ai grandi anziani e a persone con demenza o Alzheimer, oltre ai minori (la rete di cure palliative pediatriche è ancora fortemente insufficiente), oltre a coloro che abitano in aree geografiche che hanno scarsa copertura, vi sono i pazienti più fragili, persone indigenti, senzatetto, o senza una rete familiare di supporto, persone con barriere linguistiche o culturali.

Non è vero quindi, come diceva Totò, che la morte è una livella, perché c’è morte e morte. È vero che siamo tutti mortali, ma non tutti moriamo nello stesso modo. Se nella storia tale differenza era in buona parte fortuita, e dipendeva dalla patologia, e da come le persone avevano vissuto (come scriveva Erasmo da Rotterdam) o ancora da come avevano pensato alla mortalità nel corso della vita (come riteneva Hans Küng) ora molto dipende dal tipo di assistenza che si riceve, e quest’ultima a sua volta ha a che fare con le risorse culturali e con le reti sociali che le persone possiedono, il che significa, in ultima analisi, con il censo.

Questa situazione mette in evidenza un ampio spazio di miglioramento nell’ambito delle cure palliative in Italia. È evidente che un cambiamento è necessario per garantire che tutte le persone, indipendentemente dalla loro provenienza sociale, ricevano le cure di cui hanno bisogno.
In sintesi, il paradosso della morte nel XXI secolo evidenzia la necessità urgente di affrontare la disuguaglianza sanitaria sia a livello globale che locale. È fondamentale che i professionisti della salute, i responsabili delle politiche e la società civile uniscano le forze per garantire che tutti, indipendentemente dal loro contesto socioeconomico, possano accedere a cure rispettose e dignitose. La lotta per l’uguaglianza nella salute è più che mai attuale e richiede un impegno collettivo per garantire che nessuno sia lasciato indietro.

Per questo propongo a tutti i lettori (e in particolare ai molti che sono operatori sanitari) il seguente quesito: quali sono le priorità secondo voi? E quali sono le vostre esperienze?

Tags: cura, cure palliative, disuguaglianza, morire, Morte, Servizio sanitario nazionale
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/aspettativa-vita.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-18 17:59:352026-05-18 17:59:35Disuguaglianze nella morte, di Marina Sozzi
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6 commenti
  1. fabrizio dalla villa
    fabrizio dalla villa dice:
    19 Maggio 2026 in 11:29

    Buongiorno, secondo me occorre distinguere tra la morte e il morire. Totò aveva ragione ad affermare che la morte livella tutto. Si può essere imperatori o mendicanti, atleti o disabili, famosi o sconosciuti, ecc… alla fine la vita uscirà dal nostro corpo, a prescindere da tutto il resto e la morte arriverà nello stesso modo. Invece, se il discorso riguarda il morire come processo che porterà alla morte vera e propria, allora sì, si muore in modo diverso: un attimo prima dell’ultimo respiro c’è chi sorride, chi mostra terrore, chi impreca, ecc.. ecc…

    Rispondi
    • Isabella De Giorgi
      Isabella De Giorgi dice:
      19 Maggio 2026 in 16:38

      Concordo con quanto ha scritto Fabrizio. La morte in quanto cessazione della vita è un’aspettativa comune, condivisa da tutti i viventi; il processo del morire e le condizioni in cui questo avviene sono molto variabili e certamente su questo si può/si deve intervenire

      Rispondi
      • sipuodiremorte
        sipuodiremorte dice:
        21 Maggio 2026 in 08:49

        Esatto, è sul processo del morire che occorre intervenire, affinché la migliore qualità possibile del fine vita sia garantita a tutti.

        Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      21 Maggio 2026 in 08:48

      Certamente, ma della morte nulla sappiamo, mentre io intendevo naturalmente parlare del processo del morire. Inoltre, quello che dice è vero, ma non è di questa differenza che intendevo parlare, quanto delle disuguaglianze, quelle disuguaglianze che non dipendono dalle differenze di personalità degli individui, ma dalle ingiustizie del sistema.

      Rispondi
  2. Giovanni Sanvitale Simonetta
    Giovanni Sanvitale Simonetta dice:
    20 Maggio 2026 in 00:17

    Cara Marina,
    mi sembra che le due risposte non colgano il problema che tu proproni.
    Qui non si tratta tanto, per una volta, di morte, ma di disaparità delle cure accessibili. Non è una novità il fatto che il nostra Sistema sanitario nazionale sia in forte affanno. Tempi di attesa che raggiungono un anno, anche per problemi gravi. Stiamo andando verso il modello americano: chi può paga le proprie cure; chi non è in grado, spesso rinuncia a curarsi. Senza contare la disparità fra Nord e Sud. E’ una vergogna, pensando anche al fatto che il nostro SSN era un modello per tutto il mondo.
    Personalmente – da malato oncologico – ho avuto la fortuna di mantenere l’assicurazione sanitaria che avevo durante il lavoro.
    Altrimenti – anche in quel settore così delicato, e lo noto nella differenza dei tempi di attesa – sarei davvero in guai peggiori.
    Un carissimo saluto

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      21 Maggio 2026 in 08:56

      Grazie Giovanni per i tuoi sempre acuti commenti. Certo, l’accesso alle risorse del SSN diventa sempre più difficile, e lì si crea l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale. Inoltre, le cure palliative non sono sufficientemente finanziate e non riescono a raggiungere tutti coloro che ne avrebbero bisogno. Chi resta fuori? Sarebbe interessante fare una ricerca su questo. Un giorno magari ci proverò. Un grande abbraccio!

      Rispondi

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