Le app per il lutto: opportunità o rischio? di Davide Sisto
In un’epoca sempre più segnata dal progressivo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale si stanno diffondendo, in tutto il mondo, nuove modalità per affrontare problemi di natura psicologica o addirittura psichiatrica, soprattutto legati all’elaborazione del lutto. In altre parole, sono state create svariate app, alcune scaricabili gratuitamente altre a pagamento, che offrono supporto sia collettivo sia personalizzato al lutto in una maniera molto particolare: in primo luogo, una volta creato il proprio account, permettono all’utente di accedere a gruppi di supporto e a forum collettivi i quali, moderati da professionisti umani e generalmente intenti a usare la lingua inglese, offrono molteplici testimonianze personali relative a una perdita dolorosa. Ciascun utente, in altre parole, può o solo leggere passivamente i racconti altrui o intervenire attivamente con la narrazione delle proprie vicende private. Ci si ritrova, pertanto, immersi all’interno di gruppi di supporto in cui incontrare persone provenienti da tutto il mondo, le quali hanno vissuto esperienze simili alla propria, confrontandosi con loro senza uscire di casa, usando il solo smartphone e la mediazione dello schermo. In queste sezioni dell’app sono inoltre incluse vere e proprie bibliografie dedicate al tema del lutto e della salute mentale.
In secondo luogo, queste app forniscono – di solito, sottoscrivendo un abbonamento – anche un supporto del tutto personalizzato. Vi sono, cioè, professionisti riconosciuti – psicologi, psichiatri, svariati terapeuti e addirittura notai e giuristi – a disposizione del singolo utente, di modo da fare sedute terapeutiche tramite gli schermi e da ottenere le consulenze necessarie in merito alla gestione delle eredità del caro estinto, compreso il supporto per la compilazione di documenti legali e finanziari.
Oltre ai professionisti umani, vi sono anche – in alcuni casi – veri e propri chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa, i quali offrono la loro assistenza come terapeuti virtuali 24h su 24. Pertanto, il singolo utente può decidere di parlare delle proprie vicende private con un programma di intelligenza artificiale, in grado di adattarsi alle risposte e di creare un legame emotivo con il paziente, riuscendo spesso ad affrontare anche le situazioni più critiche, come – per esempio – la minaccia di un atto suicidario (o, almeno così, viene garantito). La peculiarità di questi chatbot è la loro disponibilità totale e senza pause. Li si può contattare in qualsiasi momento del giorno e della notte, essendo privi delle esigenze tipicamente umane.
Le app per ora più utilizzate sono Untangle, DayNew, Empathy. Recentemente, un team di ricercatori del Dartmouth ha condotto la prima sperimentazione clinica su un chatbot terapeutico basato su IA generativa, chiamato Therabot. “Dopo otto settimane, tutti coloro che avevano usato Therabot hanno registrato una riduzione significativa dei sintomi, superiore alla soglia considerata clinicamente rilevante”, leggiamo in questo articolo.
La diffusione progressiva di questo tipo di supporto tramite app, soprattutto negli Stati Uniti ma anche nel continente europeo, ovviamente non può non sollevare tutta una serie di domande. In primo luogo, c’è da chiedersi a chi, effettivamente, raccontiamo le nostre vicende personali e confidiamo i nostri problemi di salute mentale. Come spesso capita nel mare magnum delle app, non abbiamo idea di come vengano utilizzati i nostri dati e, soprattutto, se vengono protetti e preservati con cura, tenuto conto dell’estrema vulnerabilità in cui si trova il dolente. Siamo davvero preparati a barattare i nostri bisogni di condivisione e di assistenza con la condivisione sregolata di informazioni estremamente delicate? In secondo luogo, là dove vengono offerti supporti sia da professionisti umani sia da programmi di intelligenza artificiali, ci si chiede se dall’altra parte dello schermo, nel caso l’utente voglia interagire soltanto con un essere umano, se è davvero soddisfatta la sua richiesta oppure se siano utilizzati chatbot a sua insaputa. Se l’utente usa la tal app in piena notte, a causa di un’improvvisa crisi, chi gli risponde? O, detto meglio: chi gli garantisce che a rispondere sia davvero una persona in carne e ossa? Inoltre, i chatbot sono programmati generalmente per trattenere il più possibile gli utenti che ne fanno uso: questo non inficia la relazione terapeutica? Non rischia, ad esempio, di creare subdole forme di dipendenza emotiva e psicologica? In terzo luogo, il supporto mediato dagli schermi, che sia offerto da un terapeuta umana o da uno artificiale, ha la stessa rilevanza di quello fatto in presenza?
L’innovazione tecnologica si evolve più rapidamente del modo di vivere degli esseri umani, dunque c’è da chiedersi se gli strumenti finora utilizzati dai terapeuti nelle sedute in presenza possano essere così facilmente sostituibili da quelli usati a distanza, tramite lo smartphone. Difficile dare oggi una risposta oggettiva. A mio modo di vedere, trovo positivi i forum e i gruppi di supporto presenti in alcune di queste app che, come negli altri gruppi presenti sui social media, possono offrire calore e vicinanza a chi fa fatica a rapportarsi con le persone che lo circondano. Più delicata la questione relativa alla vera e propria terapia tramite app. Di certo, è indice di una realtà in continua trasformazione, la quale intercetta i cambiamenti sociali e culturali degli esseri umani. Occorre, pertanto, non censurare ma tenere gli occhi aperti, facendo in modo che queste innovazioni possano rappresentare un surplus di aiuto, non una sostituzione.
E voi cosa ne pensate? Avete mai provato un app per il lutto? Fateci sapere.



Il senso colpa, in tutte le sue forme, è un’emozione forte, che segna profondamente il nostro agire e che spesso costella il percorso di elaborazione del lutto. Potente regolatore del comportamento individuale, il senso di colpa è una delle emozioni sociali, nel senso che esso ha la funzione di collegare il sentire e l’agire di ciascuno di noi a codici morali che hanno radici culturali, storiche e religiose.
Negli ultimi anni ho parlato spesso di TikTok, nel nostro blog, in relazione ad alcuni modi di affrontare pubblicamente il lutto e la morte al suo interno (per esempio 
I gruppi di supporto sono una risorsa fondamentale nell’accompagnamento alle persone in lutto. In questo blog ci siamo più volti soffermati sull’Auto Mutuo Aiuto, evidenziando la validità di questo approccio, che punta sul reciproco supporto fra pari, sulla condivisione e sulla (ri)costruzione di una rete sociale intorno ai dolenti. Esistono, però, altre tipologie di gruppo: ci sono quelli a orientamento analitico o psicodinamico; quelli sistemico-relazionali; quelli psicodrammatici; quelli a orientamento gestaltico, esistenziale o cognitivista e molti altri ancora. Queste diverse metodologie sono accomunate dalla presenza permanente di uno psicoterapeuta di gruppo che conduce il percorso. Infatti, non a caso, essi spesso vengono chiamati informalmente “gruppi condotti”.
Per i bambini e i giovani, scrive la psicoterapeuta Sofia Massia, la scuola rappresenta la prima casa-altra rispetto alla famiglia; un luogo in cui, parafrasando Rodari, ciascun allievo ogni giorno “fa la punta alle matite e corre a scrivere la propria vita”. In essa, infatti, si apprendono saperi e competenze, si intrecciano legami importanti, si provano emozioni profonde, si trascorrono molte ore e si fa esperienza di comunità. A scuola dunque si affrontano tutte le sfide della crescita, comprese quelle più difficili come l’incontro con la morte e il lutto. Talvolta, l’incontro è indiretto e avviene attraverso il commento a letture condivise o a racconti che un singolo alunno porta nel contesto classe, ad esempio relativamente alla morte di un animale domestico, di un nonno o di un genitore. Talatra, invece, si verificano esperienze che toccano direttamente e da vicino l’intero gruppo: la morte di un compagno o di un insegnante, di un membro della comunità scolastica.
Il mese di luglio è trascorso. Agosto è alle porte. Anche se meno di quanto capitava in passato, le città si svuotano e molti partono per godersi il mare o la montagna anche solo per qualche settimana. Tuttavia, l’estate, che associamo a un tempo di luce, di vita e di vacanze, non per tutti è un momento gioioso: per le persone anziane, per chi assiste un caro in condizioni di malattia grave o per chi ha vissuto una perdita importante, questo tempo può essere connotato da un profondo senso di solitudine. In un mondo vacanziero che ha poca voglia di soffermarsi sul dolore altrui, la sensazione di avere una coloritura emotiva dissonante, che appesantisce gli altri, rende più acuto il senso di isolamento. Può capitare di dover vivere in sordina le proprie sofferenze, di mettere a tacere i propri bisogni o di far finta che le cose vadano meglio, per non preoccupare i propri cari.
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo di Nicola Ferrari, responsabile del servizio di sostegno al lutto dell’associazione Maria Bianchi. (Le immagini sono di Catrin Welz-Stein).
Cinque anni fa ho pubblicato sul blog un 
Le irrefrenabili evoluzioni delle tecnologie digitali, quindi dei comportamenti sociali e culturali che ne seguono, ampliano costantemente i modi in cui le persone usano i social media per condividere le proprie esperienze relative al lutto e al ricordo.
Nel 2019 venne diagnosticato un mieloma multiplo a Marilyn Yalom, studiosa di letteratura francese e autrice di numerosi libri sulla storia delle donne. Nonostante fosse sofferente tanto per causa della malattia che la affliggeva quanto per gli effetti collaterali della chemioterapia, Marilyn, conscia di avere solo alcuni mesi di vita, chiese a suo marito (il noto psichiatra e psicoterapeuta esistenziale Irvin Yalom) di scrivere un libro insieme per documentare le difficoltà di quei mesi finali. I due coniugi ottantasettenni cominciarono a scrivere spinti dal bisogno di trovare significato e soccorso nella scrittura, ma anche dalla speranza di essere utili ad altri che, come loro, stavano lottando contro una malattia terminale. Nacque così il volume “Una questione di morte e di vita” (Neri Pozza, 2022) che, alternando i capitoli fra i due autori, raccoglie in modo profondo e intimo le riflessioni, le emozioni, i pensieri e le sofferenze di ciascuno dei due lungo il percorso di cura. Nelle pagine finali, Irvin, ormai vedovo, si rivolge a Marilyn dicendo “Sei stata così saggia a invitarmi a scrivere questo libro con te… no, no, non è corretto: non mi hai invitato; hai insistito perché mettessi da parte il libro che avevo iniziato e, piuttosto, scrivessi queste pagine insieme a te. E ti sarò per sempre grato per la tua insistenza: questo progetto di scrittura mi ha tenuto in vita da quando sei morta, centoventicinque giorni fa.”
Abbiamo intervistato Sara Ancois, psicologa e psicoterapeuta, che ha appena pubblicato un volume dal titolo 
Abbiamo intervistato Maria Angelica Castelli, psicologa e psicoterapeuta di Torino, esperta nel tema del lutto. (immagine di Yaoyao Ma Van As)
Il 14 gennaio scorso è uscita la terza stagione di After Life, la serie tv Netflix scritta e diretta da Ricky Gervais, uno dei comici britannici attualmente più noti al mondo per la sua geniale irriverenza. Il successo mondiale di After Life è riconducibile al modo in cui, nel corso delle tre stagioni, è stato raccontato un lutto, quello vissuto dal protagonista Tony – interpretato dallo stesso Gervais – nei confronti della moglie Lisa, morta prematuramente a causa di un tumore. Sotto i video dei trailer su YouTube e nelle pagine social dedicate alla serie e ai suoi protagonisti si contano decine, se non migliaia, di commenti da parte di persone di tutte le età le quali ringraziano di cuore Gervais per l’aiuto dato attraverso la serie tv, raccontando a loro volta le proprie personali perdite. In particolare, molti utenti sostengono che i contenuti narrativi delle tre stagioni sono dotati dell’encomiabile capacità di trasmettere un gigantesco senso di liberazione e di emancipazione. In parte, ciò dipende da una sceneggiatura che dosa sapientemente i momenti drammatici con gli istanti scanzonati, questi ultimi al limite del politicamente scorretto. Un mix che, nel delineare i contorni della tipica dark comedy britannica (in stile Funeral Party), riesce a risultare convincente nella descrizione di quel carattere agrodolce che caratterizza ogni evento della vita. In parte, dipende dal legame tra Tony e la perdita: Tony soffre e non vuole razionalmente smettere di soffrire, vuole essere libero di soffrire come e quanto vuole. La rappresentazione del lutto elude qualsivoglia semplicistica chiave di lettura volta a una riappacificazione con le dinamiche della vita che spesso, nelle sceneggiature cinematografiche, risulta stucchevole, moralistica e irreale. Tony è lucidamente consapevole del carattere irrimediabile della perdita e del significato radicale della morte, quindi della fine ultima del mondo in cui ha vissuto insieme a Lisa. Non pretende un suo ideale ritorno, si limita ad accettare le dure leggi della vita, sentendosi libero di provare dolore, di tener conto della possibilità del suicidio, senza necessariamente rendere conto agli altri. Generoso ed empatico verso le persone della sua cittadina di provincia ma totalmente autocentrato per quanto riguarda i suoi sentimenti, egli si perde amaramente nella visione ripetuta dei video registrati insieme a Lisa o, in alternativa, dei video che Lisa gli ha preparato prima di morire per sostenerlo, conoscendo il suo carattere autodistruttivo. È ferreo, al limite della pedanteria, nel non voler trasformare un’amicizia in una nuova relazione sentimentale, perché semplicemente non vuole avere un mondo diverso rispetto a quello che ha avuto con Lisa. Le sue uniche vie di fuga sono le lunghe passeggiate solitarie con il suo adorato cane e i dialoghi filosofici con un’anziana vedova che incontra ogni giorno al cimitero e che cerca di fargli vedere la realtà da un’altra prospettiva. Nel corso del tempo le persone che vogliono bene a Tony riusciranno – almeno, in parte – a scuoterlo, a mutare la sua generosità innata in una nuova ragione esistenziale, benché il suo disincantato nichilismo non riesca mai del tutto a nutrire il barlume della rinascita.
