C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
Sono capitata per caso sull’articolo scientifico di uno studioso cinese, Yiru Ma, che fa una lettura comparata della cultura occidentale e di quella cinese rispetto all’atteggiamento di fronte alla morte. Se sei un lettore di questo blog, probabilmente hai un interesse nei confronti di questo tema, e hai passato gli ultimi anni o decenni a sentirti dire che l’Occidente è la civiltà più negazionista della morte nella storia dell’umanità: ospedalizziamo il morire, i nostri riti funebri sono sempre più semplici e veloci, lasciamo soli i dolenti, sostituiamo le condoglianze con gli emoji. Bene, questo articolo ci fa respirare.
Yiru Ma mette a confronto l’educazione alla morte in Cina con quella di Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Risultato: rispetto alla Cina, noi occidentali siamo praticamente un collettivo di monaci buddhisti intenti a riflettere sulla morte.
Negli USA la Death education è materia scolastica dagli anni ’80, con corsi in asili, scuole, università, master dedicati e persino dipartimenti universitari di studi tanatologici. Il Regno Unito l’ha inserita nel curriculum nazionale dal 1988. In Giappone i ragazzi allevano, uccidono e mangiano polli per capire il ciclo vita-morte (un’esperienza che definire “educativa” è generoso, ma tant’è). In Cina, invece, l’autore registra che parlarne resta un tabù pressoché assoluto e recente: il tema entra nel dibattito accademico solo nel 1988, con la traduzione di un manuale occidentale, e solo nel 2019 un deputato propone per la prima volta un’educazione alla morte per tutti i cittadini. Oggi esistono pochi corsi, quasi tutti facoltativi e concentrati nelle facoltà di medicina, mentre le famiglie evitano l’argomento con i figli per il timore, quasi scaramantico, di attirare la morte nominandola.
Le cause, dice Ma, sono profonde: il confucianesimo invita a occuparsi della vita prima di interrogarsi sulla morte (“non conosci ancora la vita, come puoi conoscere la morte?”), mentre nella tradizione filosofica occidentale – da Socrate a Heidegger – la morte è un tema centrale, su cui si sono accumulate secoli di riflessione.
Ecco quindi la buona notizia per chi si fustiga sempre per il “tabù della morte in Occidente”: il tabù è relativo, come tutto il resto. Un certo grado di tabù attorno alla morte è probabilmente incancellabile, perché, come scriveva Norbert Elias, la morte resta il pericolo più grande per gli esseri umani. Ma guardando ai fatti, più che la civiltà che ha tabuizzato di più rispetto al passato e alle società “non occidentali”, sembriamo quella che sta cercando più attivamente di romperlo: abbiamo i death café, i podcast sul lutto, film e serie tv che non lesinano riflessioni sulla fatica di lasciare la vita o affrontare una perdita, i libri, un ampio dibattito pubblico. Soprattutto, abbiamo le cure palliative, con la loro filosofia e prassi di accompagnamento del morire: forse la risposta più straordinaria che la storia umana abbia mai dato alla morte, capace di togliere la sofferenza dal processo del morire.
Proponendo soluzioni per il proprio paese, Yiru Ma cita la psicologa di Stanford Laura Carstensen e la sua teoria della selettività socio emotiva: quando percepiamo il tempo che ci resta come limitato, diventiamo più selettivi su come lo spendiamo, investendo su ciò che conta davvero. Secondo l’autore, è l’argomento più solido a favore di un’educazione al limite e alla mortalità: si tratta infatti di un modo per mettere a fuoco le priorità mentre si è ancora in tempo. Viene in mente il libro di Bronnie Ware sui cinque maggiori rimpianti di chi sta per morire. Vorrei poter dire a Yiru Ma che forse l’educazione non basta per saper davvero identificare le proprie priorità: ci vogliono le esperienze, la conoscenza di sé, le risorse che ciascuno di noi ha, in una parola, la vita.
Ma mi viene anche spontaneo fare una considerazione ironica: se c’è sempre qualcuno più a sud (o a nord) di te, c’è anche sempre qualcuno che tabuizza la morte più di te. Scherzo, ma fino a un certo punto. Smettiamola di fustigarci. Restano margini di miglioramento, nelle istituzioni e nella cultura: più formazione, più informazione, maggiore capacità di sostenerci a vicenda quando ci avviciniamo alla fine della vita o affrontiamo un lutto. Ma la prossima volta che sentite l’accusa di essere la civiltà che più ha negato la morte nella storia, potete rispondere con serenità: di strada ne abbiamo fatta parecchia, e c’è sempre chi ne ha fatta di meno.
Aspetto i vostri commenti, seri o faceti. Buon agosto!



Immaginate di andare dal medico di famiglia con un senso di stanchezza cronica, un senso di solitudine che pesa sul petto, un’ansia che accompagna le giornate. E immaginate che il medico, invece di (o oltre a) una terapia farmacologica, vi consegni un foglio con scritto: “Corso di teatro, due volte a settimana” oppure “Gruppo di lettura, tre volte al mese”. Non è un esperimento di avanguardia. Si chiama prescrizione sociale, ed è già realtà in 32 Paesi nel mondo.
Negli ultimi due-tre anni influencer e accumulatori seriali di like e followers sui social network hanno scoperto la cosiddetta “immortalità o resurrezione digitale”. In particolare, hanno intercettato il fenomeno dei “thanabots”, vale a dire la rielaborazione artificiale, tramite AI, dei dati delle persone defunte di modo che esse continuino a “dialogare attivamente” con i propri cari. Capita spesso, pertanto, che amici e conoscenti, sapendo quali sono le mie attività di ricerca, mi segnalino questi video, prodotti da persone di tutte le età, senza specifiche competenze e con profili social molto seguiti. I loro video presentano generalmente non poche criticità: in dieci-quindici minuti, a volte anche in un lasso di tempo assai più breve, si soffermano sull’impatto angosciante del tema e, con furba retorica, cercano di spaventare o scandalizzare i loro followers, di solito ignari del fenomeno. Viene citata la solita Black Mirror, si allude a una attuale diffusione dei thanabots su larga scala a livello globale, si usano terminologie metafisiche e religiose, si sceglie almeno un evento particolarmente doloroso come esempio emblematico (di solito, il documentario sudcoreano I Met You, di cui ho parlato sul blog 
Il dibattito sulle implicazioni etiche della musealizzazione dei resti umani attraversa da oltre trent’anni la riflessione di chi opera in questo ambito. Per lungo tempo musei, università e istituzioni scientifiche hanno raccolto sistematicamente scheletri, teschi e altri resti umani provenienti da tutto il mondo, considerandoli soprattutto preziose fonti di conoscenza scientifica. Raramente, però, ci si interrogava su come definire (e dunque trattare) questi resti: oggetti curiosi? Reperti scientifici che permettono conoscenza di tempi passati? O tracce di vite vissute, persone che un tempo, come noi, avevano appartenenze, affetti e biografie?
Abbiamo intervistato Marco Vacchero, docente della Scuola Con-Tatto e Affettività nelle relazioni di cura sul Caring Massage.
Da quando ho pubblicato La morte si fa social, nel 2018, sono stato invitato spesso a parlare della Digital Death nelle aule dei licei pubblici italiani. Mi sono recato in numerose regioni, da Nord a Sud, e ho incontrato gli studenti e le studentesse soprattutto dei licei classico, scientifico e linguistico, ma anche a volte degli istituti tecnici. Solitamente, gli organizzatori hanno preferito che le mie lezioni fossero rivolte alle classi degli ultimi due anni, quindi a liceali con un’età che va dai 17 ai 19 anni. Ho accumulato un numero significativo di esperienze che mi permette di fare qualche considerazione generale, seppur ovviamente priva di dati statistici oggettivi e cristallini. 
Come forse molti dei lettori di questo blog già sanno, è nata in Italia, nell’autunno del 2025, l’associazione nazionale degli “Assistenti Spirituali nella Cura”. Questo nuovo ente, promosso dalla Federazione Cure Palliative (FCP) e dalla Società Italiana di Cure Palliative (SICP), si propone di dare voce a una professione che ha spesso lavorato in silenzio, ma che riveste un ruolo cruciale nel supporto ai pazienti affetti da malattie croniche in fase avanzata, e non solo. Da sempre si parla, in cure palliative, di dolore globale, secondo la definizione di Cicely Saunders: la sofferenza è infatti un’esperienza complessa, all’interno della quale sono presenti aspetti fisici, psicologici, sociali e spirituali. I bisogni spirituali hanno quindi un ruolo non trascurabile nell’esperienza del dolore che le cure palliative si propongono di alleviare. È quindi naturale che questa iniziativa parta dal mondo delle cure palliative.
Il concetto di “sistema della morte” è utilizzato sia in ambito medico-legale, per definire la cessazione del funzionamento di un organismo, sia in ambito sociopolitico o storico per descrivere le strutture di potere che privilegiano il profitto, la distruzione ambientale o la guerra rispetto alla vita umana. Hannah Arendt l’ha utilizzato per parlare dell’apparato burocratico e tecnologico del Terzo Reich finalizzato allo sterminio degli ebrei.
ChatGPT è diventato, volens nolens, una specie di assidua compagnia quotidiana per un numero significativo di persone di tutte le età, che lo consultano a proposito di ogni possibile tema o argomento personale o sociale. Nel blog, a maggio, avevo già affrontato 
In ambito tanatologico più volte è stato sottolineato quanto il modo in cui ci occupiamo dei nostri morti offra uno specchio della società dei vivi e ci aiuti a comprendere l’organizzazione sociale e i valori che regolano la vita collettiva. Ciò è particolarmente importante sul piano archeologico: poiché disponiamo di pochissime testimonianze dirette della vita quotidiana dei nostri antenati, l’osservazione delle sepolture ha offerto agli studiosi coordinate preziose per ricostruire la nostra preistoria.
Negli ultimi anni, il formato dei podcast ha raggiunto un’enorme popolarità anche in Italia, diventando un mezzo fondamentale per l’informazione, l’intrattenimento e la riflessione personale. Tra questi, numerosi podcast hanno affrontato il tema della morte e del lutto, coinvolgendo un pubblico ampio e variegato, composto anche da chi, fino a poco tempo prima, non aveva mai avuto occasione di confrontarsi con queste tematiche. Benché la maggior parte degli autori affermi di stare affrontando un argomento tabù, il proliferare di questi podcast ci dice, ancora una volta, come il nostro tempo stia scalzando il tabù della morte, portando la riflessione sulla morte e il morire a strati molto ampi di popolazione.
Negli ultimi mesi spopolano su Facebook, in Italia, gruppi denominati “Io negli anni Settanta c’ero”, “Io negli anni Ottanta c’ero” e via dicendo. Ciascuno conta svariate centinaia di migliaia di iscritti, quasi tutti appartenenti alle generazioni boomer e X. La peculiarità dei post condivisi nel gruppo è la seguente: un utente pubblica la versione digitalizzata di una fotografia analogica, appartenente a un passato piuttosto remoto, in cui lo vediamo ritratto insieme al coniuge, al figlio, al fratello o, comunque, a una persona che fa parte del nucleo familiare. Nella didascalia l’utente spiega che è immortalato insieme a un caro estinto e, per tale ragione, chiede a chi ne è capace di “animare” la fotografia con l’intelligenza artificiale. Nei commenti vediamo decine di versioni animate di questa fotografia, grazie al lavoro gratuitamente svolto da più persone. Per esempio, una donna condivide la foto di un bambino in primo piano, con lei posta leggermente sullo sfondo a mo’ di fantasma. Nella didascalia racconta che suo figlio è morto nel 1987 a tre anni. Lei è riuscita a sovrapporre un’altra fotografia che la immortala, di modo che sembrino stare vicini, ma ha bisogno che gli altri utenti creino una sorta di animazione artificiale che dia movimento all’immagine. Pertanto, siamo testimoni di un caloroso abbraccio artificiale da parte del piccolo figlio o semplicemente vediamo il suo volto che di colpo mostra un radioso sorriso. È impressionante la quantità di richieste simili, soddisfatte da un numero altrettanto esorbitante di manipolazioni con l’intelligenza artificiale. Ciò succede anche su TikTok, attraverso la manipolazione artificiale dei brevi video, e su Instagram, dove vengono modificati i reels.
Durante un’intervista di alcuni anni fa, Peter Thiel, dopo aver confessato di non credere che la democrazia sia compatibile con la libertà, afferma in maniera perentoria: “L’unica vera disuguaglianza a cui riesco a pensare è quella tra chi è vivo e chi è morto”. Peter Thiel è uno degli imprenditori più influenti della Silicon Valley. È cofondatore di PayPal, uno dei primi investitori in Facebook, nonché un ideologo conservatore vicino alle strategie politiche e tecnologiche dell’attuale destra americana trumpiana. Come svariati altri suoi colleghi della Silicon Valley vicini alle politiche statunitensi di Trump, Thiel fa parte del mondo del transumanesimo.
Per molto tempo abbiamo detto (io stessa l’ho fatto, con una certa leggerezza) che l’uso di eufemismi fosse uno dei sintomi della perniciosa negazione della morte della nostra cultura. In altri articoli di questo blog ho già cercato di spiegare perché non condivido più la tesi della negazione della morte.