La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
Immaginate di andare dal medico di famiglia con un senso di stanchezza cronica, un senso di solitudine che pesa sul petto, un’ansia che accompagna le giornate. E immaginate che il medico, invece di (o oltre a) una terapia farmacologica, vi consegni un foglio con scritto: “Corso di teatro, due volte a settimana” oppure “Gruppo di lettura, tre volte al mese”. Non è un esperimento di avanguardia. Si chiama prescrizione sociale, ed è già realtà in 32 Paesi nel mondo.
La prescrizione sociale è un modello che consente ai professionisti della salute – medici, infermieri, assistenti sociali – di indirizzare le persone verso risorse non cliniche presenti nella comunità: attività culturali, gruppi di cammino, cori, orti condivisi, laboratori creativi. L’idea di fondo è semplice ma potente: la salute non dipende solo da farmaci e interventi medici, ma anche da relazioni, significato, partecipazione alla vita collettiva. Era ciò che intendeva già nel 1948 l’OMS con la sua definizione di salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”. Ma, come è noto, i cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi.
Chi legge questo blog sa che l’approccio biopsicosociale funziona nel fine vita. La prescrizione sociale ci invita a guardare a questo modello come una risorsa per l’intero arco della vita delle persone. La prescrizione sociale si rivela particolarmente interessante proprio nei contesti di fragilità: malattia cronica, lutto, fine vita, isolamento degli anziani, malattia mentale. In questi casi, l’accesso a una comunità, a un’attività che dia senso, a uno spazio di espressione non è un lusso – è una forma di cura. C’è qualcosa di profondamente umano nell’idea che un museo, un laboratorio di scrittura, un gruppo di lettura possano fare parte di una terapia. Non perché sostituiscano la medicina, ma perché riconoscono che l’essere umano non è solo un corpo da riparare, ma una persona che ha bisogno di bellezza, di relazioni, di senso. La prescrizione sociale mette le persone fragili nella condizione di prendersi cura della propria salute e del proprio benessere in prima persona, e ha il vantaggio di ridurre la pressione sui sistemi sanitari. Inoltre, è una pratica che contribuisce ad aumentare l’equità, riducendo le disuguaglianze di salute all’interno di una comunità.
Nel Regno Unito questo modello è entrato nelle politiche sanitarie nazionali già nel 2019, ma le prime sperimentazioni risalgono al 1995. Oggi, a trent’anni di distanza, è diventato un pilastro del sistema sanitario britannico, con figure professionali dedicate, i link worker, ossia operatori specializzati che fanno da ponte tra il paziente e le risorse del territorio, che i link worker conoscono in modo approfondito. Intanto nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento, ora disponibile in italiano e scaricabile qui, che funge da guida pratica per gli operatori sanitari.
Fino a poco tempo fa, in Italia la prescrizione sociale era una pratica affidata alla sensibilità di singoli professionisti lungimiranti, senza una cornice istituzionale. Poi qualcosa è cambiato, anche perché l’idea di un’integrazione tra servizi sanitari e offerta di benessere da parte del Terzo settore, degli enti culturali e della comunità è comparsa anche nel Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031. Inoltre, nel maggio 2026, è arrivata la prima indagine nazionale sull’argomento, realizzata dal Cultural Welfare Center (CCW) in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo. I numeri hanno sorpreso anche gli addetti ai lavori: 918 organizzazioni hanno dichiarato di avere progetti attivi di welfare culturale, e tra queste ben 617 stanno già sperimentando forme di prescrizione sociale.
Al webinar di presentazione della ricerca si sono iscritte oltre 1200 persone, un segnale di quanto l’interesse sia diffuso, tra operatori culturali, sanitari, amministratori locali e semplici cittadini curiosi.
Potrebbe sembrare una di quelle idee entusiasmanti ma vaghe, difficili da misurare. Invece, la ricerca scientifica sull’impatto della partecipazione culturale sulla salute è oggi abbastanza robusta da convincere anche i più scettici. Cantare in un coro riduce i marker infiammatori. Visitare musei regolarmente è associato a una minore incidenza di depressione negli anziani. Fare teatro migliora le capacità cognitive e riduce l’isolamento. Non si tratta di effetti placebo o di suggestione: sono dati raccolti con metodi rigorosi, che stanno cambiando il modo in cui medici e policy maker pensano alla salute.
La ricerca del CCW lo dice chiaramente: la sfida dei prossimi anni sarà trasformare quello che oggi dipende dalla fortuna di incontrare un professionista illuminato in un diritto accessibile a tutti. Costruire cornici istituzionali, formare nuove figure professionali, creare alleanze tra sistema sanitario e sistema culturale. È un cantiere aperto, e il fatto che istituzioni come il Ministero della Salute, il Ministero della Cultura e l’Istituto Superiore di Sanità siedano allo stesso tavolo è un segnale incoraggiante.
Nel frattempo, vale la pena sapere che questa possibilità esiste. E magari chiedere al proprio medico se, oltre alla ricetta, c’è anche un museo nelle vicinanze. Cosa ne pensate? Eravate al corrente di questa prassi? Ritenete che la cultura possa avere un ruolo di primo piano nel benessere delle persone?





Buongiorno, mi fa piacere che qualcuno si sia accorto di ciò. Prendiamo il mio caso: non so che cosa significhi camminare correttamente perché, a causa di una paralisi cerebrale a un anno di età, mi sono trovato a fare due o tre passi, cadere, rialzarmi, ripetere il tutto. Però, quando avevo all’incirca 4 o 5 anni, sotto di noi abitava una famiglia che aveva un giradischi e dei dischi 45 giri. Io volevo sempre scendere (farmi portare da qualcuno) per ascoltare i brani musicali, danzando come potevo (da seduto) tenendo il ritmo. Quindi, mio papà una sera venne a casa con un giradischi modello Lesa, e qualche disco. L’ascolto della musica mi ha aiutato parecchio. Oggi ascolto diversi generi. A seconda dell’umore scelgo il brano che mi pare possa aiutarmi in quel momento a stare meglio: musica leggera, classica, jazz, lirica, folk, country, rock, ecc… Un po’ meno sono interessato ai musei (dove occorre camminare, mentre l’ascolto della musica può avvenire anche stando seduti o sdraiati). Mi piace leggere e colorare mandala e disegni vari… Una domanda: le aziende farmaceutiche come prenderebbero una realtà in cui vi fosse meno necessità dei loro prodotti (perché se io sto bene senza usare le medicine, vuol dire che posso farne tranquillamente a meno, con perdita di guadagni per le farmaceutiche)?
Fabrizio, lei pone una domanda interessante. Tuttavia, non credo che la prescrizione sociale sostituirebbe i farmaci, certo potrebbe ridurre il consumo di farmaci inutili, quelli talvolta prescritti cedendo alle pressioni dei pazienti, o per dare comunque l’idea di fare “qualcosa”. L’eventuale piccolo danno alle case farmaceutiche non mi toglierà certamente il sonno, e credo nemmeno a lei…
Cara Marina,
le tue osservazioni in relazione agli effetti benefici della pratica artistica coincidono perfettamente con una mia proposta di ricerca, intitolata ‘Il senso dell’inutilità’, che ho inviato recentemente alla prof.ssa Tineke Abma, che copre la Cattedra Arte e Cura dell’Università Erasmus di Rotterdam (vedi: Erasmus School of Health Policy & Management, – abma@leydenacademy.nl).
Le relative domande di ricerca sono:
1. Paradigma: come si possono misurare gli effetti benefici della pratica artistica?
2. Disciplina: quali effetti benefici si possono distinguere (per ciascuna disciplina artistica)?
3. Contesto: quale forma di pratica artistica è la più benefica?
4. Prevenzione: la pratica artistica può prevenire una lunga malattia o il fine vita?
5. Economia: come e dove si può promuovere la pratica artistica?
Chi raccoglie la sfida?
Cordialmente,
Marinus Schouten, Fabrica di Roma (VT)