Si può dire morte
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Tag Archivio per: Morte

Si può ridere della morte, e come? di Davide Sisto

25 Giugno 2019/15 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo. Nei social network, in Italia, sono molto seguite pagine come Il Salone del Lutto e Necrologika, le quali adottano un atteggiamento in parte dissacrante in parte sarcastico nei confronti di tutto ciò che riguarda il morire, dal lutto al desiderio di immortalità.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

E voi cosa ne pensate?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/06/Depositphotos_11940983_s-2019-e1561388949628.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-06-25 10:47:092019-06-25 10:47:09Si può ridere della morte, e come? di Davide Sisto

Il suicidio e gli adolescenti nell’era digitale. Intervista a Barbara Capellero di Serena Corongi

24 Maggio 2019/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Il suicidio e la morte accidentale da autolesionismo erano per l’Organizzazione mondiale della sanità la terza causa di mortalità degli adolescenti nel 2015, con una stima di 67.000 morti. L’autolesionismo si verifica in gran parte tra gli adolescenti più grandi, e globalmente è la seconda causa di morte per le ragazze adolescenti di età maggiore. E’ la principale causa di morte o la seconda di adolescenti in Europa e Sud-Est asiatico. Affrontiamo con queste riflessioni di una mamma e psicologa un tema molto difficile da trattare, per la sua delicatezza e per il rischio, sempre in agguato, di assolutizzare la propria esperienza. Tuttavia, crediamo valga la pena aprire il dibattito.

La cronaca in questi ultimi anni ci racconta numerose storie di adolescenti che, attraverso i social network, trasmettono il loro suicidio in diretta. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di una ragazzina americana di tredici anni che ha pubblicato un video di circa 40 minuti, nel quale spiegava le sue motivazioni prima di compiere il gesto. I video dei suicidi registrano milioni di visualizzazioni, stimolando evidentemente l’interesse degli adolescenti, ma anche quello degli adulti, come ha narrato Davide Sisto nel suo libro La morte si fa social. Si tratta di una rappresentazione cinematografica della morte dove reale e irreale si fondono e diventano alla portata di tutti. Per comprendere come gli adolescenti si rapportino con la morte nell’era digitale abbiamo intervistato Barbara Capellero, psicoterapeuta e mamma di due figli di quattordici anni.

Gli adolescenti si rendono conto di star guardando un vero suicidio in diretta?

I ragazzi hanno difficoltà a distinguere il reale dall’irreale. L’utilizzo dei social network li porta a vivere e a confrontarsi in un mondo irreale, generando in loro molta confusione. Alcuni casi di cronaca ci raccontano di tentativi di emulazione, finiti male, in cui i ragazzi si mettevano un cappio al collo per emulare il gesto senza volersi veramente suicidare. Anche le storie fantastiche che guardano su Youtube, tratte da storie vere, ma arricchite da elementi irreali, come ad esempio i fantasmi, sono percepite come reali dagli adolescenti.

Perché alcuni adolescenti oggi sono disposti a barattare la loro vita per qualche tipo di fama, reale o presunta?

Gli adolescenti hanno bisogno di mettersi alla prova, di creare la loro identità e di separarsi dalle figure di riferimento attraverso il confronto. Per noi, che oggi siamo adulti, la ribellione adolescenziale consisteva in gesti simbolici, di sfregio contro i genitori o il sistema, alla ricerca di uno spazio in cui sperimentare le proprie potenzialità e i propri limiti. Al contrario, i ragazzi di oggi vivono questa fase della loro vita con un’apparente tranquillità. Questa adolescenza soft, percepita dagli adulti come positiva e di facile gestione, porta con sé dei lati oscuri. I ragazzi, infatti, sono colti dalla medesima sensazione di onnipotenza, immortalità e voglia di sperimentarsi, caratteristica di questo momento della crescita, ma il confronto che cercano e il gruppo di appartenenza a cui fanno riferimento è online e sui social.  L’utilizzo costante del cellulare e di internet li porta a vivere una realtà non realmente vissuta. I social network sono popolati da influencer e da youtuber, anche molto giovani, che raccontano ogni momento della loro vita diventando così leader di un gruppo. Questi ultimi sono ammirati e idolatrati dagli adolescenti, desiderosi di ricevere la medesima attenzione e ammirazione.

Qual è il ruolo degli adulti in tutto questo, a cosa dovrebbero prestare attenzione?

I nuovi adolescenti non si confrontano più sulle tematiche più profonde, né tanto meno sulla morte. Non hanno una vita sociale come quella che abbiamo avuto noi. Non dibattono con i loro coetanei, ma preferiscono passare il loro tempo a giocare con videogiochi violenti o a scriversi.
Da mamma ho testato per prima questo nuovo modo di essere adolescenti, ed ho riscontrato alcuni atteggiamenti comuni. I miei figli ad esempio, se non vengono chiamati, passano la giornata su internet a guardare video di ogni genere, senza rendersi conto del tempo che passa, chiusi nella loro cameretta. Anche quando andiamo a cena e ci sono dei loro coetanei, il cellulare attira la loro attenzione e non permette la normale socializzazione.
La caratteristica più negativa del confronto online è la scarsa apertura mentale. I ragazzi (come gli adulti), infatti, si contattano e si scrivono solo tra simili, evitando totalmente visioni ed interpretazioni della vita differenti dalla loro. La ricerca di se stessi attraverso la lettura di libri e di autori non avviene più e anche le serie tv sono cambiate. I telefilm più guardati dai miei figli e dai loro amici sono a tema zombie o vampiri e le trame raccontano di personaggi che da morti aiutano i vivi a sopravvivere.  La morte non viene più rappresentata come un evento definitivo e, con l’allungamento della vita media, raramente i ragazzi affrontano il lutto dei loro parenti ed hanno l’occasione di confrontarsi con la fine.
I suicidi degli adolescenti oggi non sembrano solo legati alla dimensione depressiva, ma dipendono a mio modo di vedere dalla loro fragilità. Non sapendosi più confrontare si nascondono dietro allo schermo e ricercano l’attenzione attraverso la simulazione del suicidio.

Cosa ne pensate di queste riflessioni, che sembrano affermare che il suicidio viene visto dagli adolescenti alla stregua di un gioco? Davvero la tecnologia ha un effetto così perverso sui giovani, impoverendoli e separandoli dalla realtà? Davvero non sono  in grado di comprendere la realtà irreversibile della morte?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/05/Depositphotos_43982647_s-2019-e1558687279807.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-05-24 10:47:102019-05-24 10:47:10Il suicidio e gli adolescenti nell’era digitale. Intervista a Barbara Capellero di Serena Corongi

Dialoghi sul tramonto del tempo, intervista a Marilde Trinchero di Marina Sozzi

10 Maggio 2019/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Marilde, il tuo libro La vita è bella. Dialoghi sul tramonto del tempo è molto atipico rispetto ad altri libri che ho letto sul tema della morte. Non c’è una tesi, e neppure un tema centrale. Piuttosto, ti sei messa in ascolto di quello che altri (morenti, familiari, operatori sanitari, tanatologi, militanti per il suicidio assistito) avevano da dire nell’avvicinarsi al mistero della morte. Ci racconti con quale atteggiamento ti sei accostata a questo tipo di scrittura?

Il libro La vita è bella è nato dall’urgenza di apprendere qualcosa su un argomento per il quale mi sentivo sprovvista di strumenti. L’atteggiamento con cui mi sono accostata a questo tipo di scrittura è stato analogo a quello di chi compie un viaggio in un territorio del quale ha una conoscenza limitata e desidera osservare e apprendere il più possibile. Un viaggio privo di un itinerario stabilito in precedenza, coltivando la fiducia che ogni tappa del percorso mi avrebbe suggerito quella successiva. Come in effetti è poi accaduto.
Ho incontrato presto la morte nella mia vita, e mi sono documentata  leggendo libri e guardando film, tuttavia la sensazione che mi ha spesso accompagnata è che la morte mi osservasse e io non riuscissi mai a restituirle uno sguardo diretto. Per questo motivo provo molta gratitudine verso coloro che, attraverso le loro testimonianze, mi hanno permesso di conoscerla meglio. Preparandomi (illudendomi di farlo?), per quando sarà il mio tempo.

Tu sei un’arte-terapeuta: che ruolo ha l’arte, e la bellezza, alla fine della vita?

L’arte e la bellezza sono strumenti che migliorano la nostra vita, rendono feconde le nostre emozioni, i nostri pensieri, attenuano l’angoscia e allentano la solitudine. Attraverso molteplici forme e linguaggi ci mostrano ciò che talvolta non sapremmo vedere. Alla fine della vita, quando la quotidianità perde progressivamente importanza e significato, possono ancor di più avere una funzione trasformativa ed essere una porta d’accesso verso piani più spirituali. Un’opera d’arte può sospingerci verso l’alto, verso l’infinito, e alla fine della vita abbiamo bisogno di ogni aiuto possibile per non ancorarci troppo al nostro corpo. Per lasciarci andare.

Se dovessi riassumere in poche parole quello che hai imparato dalla scrittura di questo libro (e da tutto il lavoro che lo precede), che cosa diresti?

Ho imparato che la felicità esiste anche alla fine della vita, che la consapevolezza e la spiritualità rendono migliore anche la morte, che non mi è passata affatto la paura, ma che poterla nominare mi dà molta forza.

Hai ripreso una frase meravigliosa di Pavese sul proprio suicidio: «Non fate troppi pettegolezzi»: mi sembra un auspicio non solo relativo al suicidio, ma a tutte le morti. Forse si può imparare a rispettare le storie di vita e di morte di ogni persona. Quale percorso educativo servirebbe?

È un tema – quello del rispetto – che mi sta molto a cuore. In particolare verso le persone sofferenti, ma in generale, sempre, tra gli essere umani, in qualunque fase della vita. C’è qualcosa di morboso, nel pettegolezzo, nel giudizio, che il morire – specie nei casi di suicidio – semplicemente amplifica. Mi pare esista qualcosa di granitico nell’incapacità comune a troppe persone di indossare i panni di un altro, di praticare l’empatia, di coltivare il dubbio sulla propria vita. Forse più che un percorso educativo sarebbe necessaria una rivoluzione educativa, considerati i livelli di violenza verbale, malignità, calunnie, che – pur essendo sempre esistiti – sono stati ulteriormente sdoganati dal fatto che pure alcuni politici e organi di informazione non ne sono privi. Legittimando delle pratiche che creano parecchio dolore durante la vita, figuriamoci quando bisogna fare i conti con la vulnerabilità della sua fine. (Sia che si tratti del morente, sia dei familiari).
Mi fanno ben sperare le nuove  generazioni: l’attenzione che hanno verso il clima, l’ambiente e i luoghi in cui viviamo, e ho fiducia e speranza che saranno proprio questi giovani a educare noi adulti/anziani in nuovi percorsi di attenzione e cura.
Proviamo a immaginare che rivoluzione sarebbe se questi ragazzi ci insegnassero non solo a ripulire la terra e il mare dalla plastica, dai rifiuti, ma a moltiplicare quel gesto in un’abitudine quotidiana nella quale ciascuno di noi si impegna a ripulire il proprio linguaggio dalla cattiveria, a governare il giudizio, a recuperare il pudore, a praticare il rispetto e ad allenare la gentilezza.

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Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

22 Aprile 2019/19 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Può la perdita del proprio amato trasformarsi in una forma di rinascita? A prescindere dal credo religioso, dal tipo di unione, matrimonio o coppia di fatto (ancora da normare in molti comuni italiani), che cosa significa perdere la propria dolce metà?Un incontro inaspettato con Luke, uno straniero di mezza età in visita a Torino di recente, continua a echeggiare con le sue parole: Riavviare, ripristinare e resettare. La lista degli input potrebbe proseguire, ma per Luke l’elenco si ferma a Rinascimento. Luke ha deciso di trasferirsi e reiniziare la sua vita proprio in Italia, culla della rinascita umanistica. Il blog Si può dire morte diventa un’occasione per osservare il tema della morte tenendo in considerazione il melting-pot culturale, ossia la cultura di provenienza o di adozione; il dolore della separazione dal punto di vista di una coppia omosessuale attraverso le parole di ‘Un americano a Roma’. Dopo 23 anni trascorsi con Darin, il marito di Luke morto a causa di un tumore nel 2018, Luke ha deciso di riscrivere la storia della sua vita. Si tratta di un passaggio, che dal biologico (la morte del corpo) diventa biografico. Il suo viaggio è iniziato con un biglietto di sola andata Los Angeles-Roma ed é in-progress nel suo blog The Spaghetti Diaries (Claudio Cravero)

La mia storia di perdita non è unica rispetto al lutto di chiunque altro perda una persona cara. Ciò che potrei considerare unico é l’insieme delle scelte che sto facendo non solo per affrontare il dolore, ma per dare una risposta alla domanda esistenziale che, dalla notte dei tempi, l’essere umano si pone costantemente: “Dove sto andando?”.

Quando subiamo una perdita traumatica, tra queste la morte del proprio compagno, credo sorga spontaneo interrogarsi sul senso di quanto successo e cercarne un significato. Qual è stata la ragione della fine? Che cosa tutto questo ha a che fare con me? Che cosa la morte mi insegna e quale lezione posso imparare da qui in poi?

Dopo la morte di mio marito nel 2018, la mia passione per i viaggi, il desiderio di conoscere culture e persone diverse, unite al mio amore per l’Italia, nonché paese di mio nonno, sono stati di conforto per aiutarmi a scoprire ciò che la vita aveva in serbo per me. La vita di un essere umano non può fermarsi all’esperienza biologica della morte del proprio amato, per quanto lacerante questa possa essere. Credo che il mondo non sia che un piccolo punto, a prescindere dalle dimensione esplorabile del nostro pianeta, rispetto alla grandezza della vita stessa. Adesso più di prima, quindi, la sperimentazione del viaggio e la mia destinazione.

Inizialmente, ho anch’io opposto resistenza ad una possibile fase di rinascita biografica. Per resistenza, intendo il desiderio di non voler cambiare nulla e lasciare tutto esattamente com’era prima che mio marito morisse. Questo avrebbe significato tentare di replicare una vita di fatto non replicabile. La mia resistenza, quindi, era nei confronti di una vita vista in prospettiva. L’aspetto retrospettivo della resistenza, al contrario, mi permetteva solo di stare nel dolore per averne un’esperienza profonda. Ma questo atteggiamento non mi aiutava a uscirne, a guarire. Ho ritrovato questa attitudine più e più volte anche mentre frequentavo gruppi cosiddetti ‘del dolore’. Il mio centro a Palm Desert, in California,  è stato il primo luogo nel quale ho iniziato a dare una forma collettiva e diversa al dolore. Sebbene abbia trovato conforto nel raccontare la mia storia personale e il mio rapporto con la morte, ho visto molte altre persone del centro stagnare e opporre resistenza al cambiamento di prospettiva: non riuscivano a vedere la loro perdita da un’altra angolazione.

Ho ascoltato storie di persone che combattevano da anni contro il proprio dolore, e cercavano continuamente di riconnettersi con quel punto nel quale la morte le aveva separate dai loro cari. Non credo che il tempo guarisca le ferite, come comunemente si è soliti rincuorarci. Il dolore non diminuisce nel corso del tempo. Quello che cambia è l’atteggiamento rispetto alle possibilità di una vita più ampia, proprio lì, al di là del dolore. Il dolore è una forma di crescita per permettere alla vita di chi resta di espandersi. In un certo senso, la nostra biografia si amplifica proporzionalmente allo spazio che decidiamo di dare alla vita stessa, sperimentando così una trasformazione del dolore in qualcosa di più grande e inaspettato. Ho così compreso che l’espansione della mia biografia fosse l’unica opzione per vivere una vita ‘con’ e non ‘senza’.

Con la morte di Darin ho deciso di salutare 30 anni incredibili e colmi di ricordi in California, donando e vendendo quanto possedevo. Al tempo stesso, ho espresso quanta gratitudine possibile rispetto a quanto ricevuto sino ad allora e sono ripartito dalla mia esperienza per creare un nuovo e più profondo valore per la mia stessa esistenza. In questa direzione, il cambiamento ha corrisposto alla mia comprensione, fisica, emotiva ed intellettuale, di una vita da vivere in modo più autentico e profondo, volta alla creazione di valore – ovunque mi trovi.

Essendo italo-americano, sebbene cresciuto negli Stati Uniti, le mie esperienze familiari mi facevano pensare che dopo la morte del proprio coniuge si dovesse convivere con il lutto per il resto della vita, definendo un prima (con) e un dopo (senza); due tempi precisi ma in ogni caso riempiti e definiti dalla perdita. Nonostante i cambiamenti culturali in corso, mi sono scontrato con abitudini sociali alle quali non avevo mai prestato attenzione prima. Ad esempio, non mi ero mai accorto di quanto siamo propensi a catalogare e classificare il nostro status con etichette. Dopo la morte di Darin, mi sentivo continuamente chiamare ‘vedovo’.  Confesso che, a 47 anni, ho rifiutato questa definizione, poiché sarebbe rimasta tale a meno che non mi fossi risposato. È vero, di fatto sono vedovo, ma questa classificazione mi rimanda sempre e solo alla situazione dell’“assenza” di mio marito.

Inoltre, in una relazione gay, credo che l’etichetta ‘vedovo’ porti con sé ulteriori complicazioni ancora da sciogliere. Sebbene i diritti delle coppie omosessuali siano avanzati in modo significativo nell’ultimo decennio, solo ora si inizia a sentire parlare di ‘vedovi’o ‘vedove’ tra le coppie dello stesso sesso. A livello socio-culturale, anche questo aspetto diventerà inevitabilmente sempre più comune e mi auguro che presto sia affrontato anche a livello politico e civile. Infatti, mi sento ancora chiedere come sia morto il mio ‘amico’.

La perdita di un amico è una cosa, la perdita del tuo compagno o della tua compagna é ben altra. Quindi rispondo in genere che “ho perso il compagno di una vita, non ho perso un amico”. Mi sembra ci sia ancora molta confusione in questo senso. Il diritto al lutto del proprio amato è lo stesso a prescindere dalla sessualità dei partner.

Durante questo processo iniziato con la morte di Darin, ho trovato che la scrittura sia a pieno titolo una forma di terapia. Ora capisco perché gli scrittori scrivono, quasi come mossi da un’urgenza comunicativa. Anche se non so ancora dove il mio blog The Spaghetti Diaries mi porterà nei prossimi mesi, vorrei che le persone che leggono i miei post capissero l’importanza delle scelte che facciamo per la nostra vita, indipendentemente dalle circostanze. La mortalità, si sa, é un aspetto della vita, ma la morte del tuo amato non è la morte di te. È, anzi, lo stimolo per ripartire e continuare a cercare il proprio scopo, il più grande possibile.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/04/Depositphotos_15773729_s-2019-e1555854337192.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-04-22 16:06:562019-04-22 16:06:56Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

Lutto ed emergenza: intervista al dottor Marco Lesca, di Serena Corongi

5 Febbraio 2019/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Marco Lesca, medico d’emergenza che lavora da anni sul territorio piemontese sia presso la centrale operativa 118, sia in ambulanza, per chiedergli come affronta il lutto durante un’emergenza sanitaria. Il dottor Lesca ci ha raccontato la sua esperienza a titolo personale e non rappresenta il Sistema 118.
Per chi non conoscesse il Sistema 118 (raggiungibile in Piemonte con il numero unico 112) stiamo parlando di un sistema complesso che supporta il cittadino nelle situazioni di urgenza. Quando componiamo il numero, l’operatore che ci risponde (un infermiere), in collaborazione con un medico della centrale, ha il compito di comprendere l’accaduto, sostenerci psicologicamente e inviarci l’ambulanza più adatta. Il dott. Lesca, quando lavora in ambulanza, collabora con infermieri e soccorritori.

Da anni lavora in emergenza e affronta quotidianamente il lutto, ci racconta la sua esperienza? Cosa la mette più in difficoltà? Vedere il lutto e il dolore dei parenti è faticoso e lo stress che viviamo, soprattutto quando siamo in centrale operativa e ci occupiamo di supportare al telefono le persone in emergenza sanitaria, è molto elevato.
L’esperienza mi porta ad affrontare il lutto in modi differenti. In emergenza infatti ci occupiamo di malattia, trauma, infarto, ictus, ostruzione delle vie aeree e tutte le cause che possono portare una persona al decesso. Ci confrontiamo con la morte di neonati o di bambini così come con quella di adulti e di anziani. In molti casi la nostra paura non è solo la possibile morte, ma anche i danni celebrali che possono essere riportati dai pazienti, in modo particolare dai bambini. Questi ultimi vengono spesso trasportati in ospedale per togliere il dolore dagli occhi dei genitori. Alcuni miei colleghi distinguono tra la morte attesa e la morte non prevista, mentre la mia esperienza mi porta a credere che i parenti non siano mai preparati al lutto e quindi personalmente non credo in tale distinzione. Esiste una differenza tra la costatazione di un decesso e una rianimazione: nel primo caso non trattiamo il paziente, ci occupiamo di decretarne la morte e di supportare la famiglia, nel secondo caso invece procediamo per tentare di far ripartire la complessa macchina che è il corpo umano. Infine, c’è il lutto dovuto al suicidio, uno tra i più destabilizzanti per i familiari. In questo caso chiediamo l’intervento degli Spes, le squadre psicologiche di emergenza sociale, per sostenere i congiunti.
L’emozione che si prova di fronte alla morte è molto violenta. I parenti soffrono e piangono per la persona che li ha lasciati o che li sta per lasciare. Davanti a questa sofferenza io da medico provo una forte sensazione di impotenza.
Spesso le persone vedono i medici come onnipotenti e ci chiedono di “salvare” i loro cari in ogni modo e da ogni male. Siamo noi a sentirci e ad essere consapevoli di essere impotenti, e la responsabilità che percepiamo e che ci viene data è per noi fonte di grande stress. In alcuni casi piangiamo a seguito di un servizio, ma mai davanti ai parenti. Per questo motivo nel corso degli anni è stato inserito un sostegno psicologico per i medici e gli infermieri che ne fanno richiesta, ma non è raggiungibile a tutte le ore e spesso prima di avere un colloquio siamo costretti ad attendere settimane.

Come ha acquisito le competenze comunicative per affrontare il lutto con i parenti?
Purtroppo non abbiamo una formazione specifica che ci permetta di affrontare il lutto al meglio. Negli anni ho compreso che ciò che mi spaventa nel vedere la morte è la certezza che prima o poi morirò anche io. Un buon medico deve fare i conti con la propria morte per stare accanto a chi perde qualcuno e a chi sta per morire, ma anche per non essere schiacciato dalla sensazione d’impotenza di cui parlavo prima.
Ho imparato a comunicare grazie all’esperienza e ai racconti dei miei colleghi. Da anni ci tramandiamo e raccontiamo gli interventi che facciamo e le best practices, comprese le strategie per comunicare nel miglior modo con i pazienti e i parenti e i modi per gestire le emozioni che viviamo.
Ho imparato che con i familiari e i pazienti bisogna comunicare come si fa con i bambini, senza dare la possibilità di fraintendimenti, e che è necessario, soprattutto in caso di rianimazione, dare frequenti resoconti del nostro operato, per permettere alle persone di comprendere cosa sta accadendo in tempo reale. Ho lavorato molto anche sul mio tono di voce, fondamentale soprattutto nel supporto telefonico.
Spesso i parenti ci chiedono di assistere alla rianimazione, e in alcuni casi filmano gli ultimi momenti di vita del loro caro. Io non mi oppongo mai a queste pratiche e rispetto il loro bisogno, il bisogno di vedere la morte e di ricordare l’evento. Altre volte ci chiedono di portare via il corpo del defunto e ci raccontano la loro difficoltà nel restare nella stanza o nel dormire nel letto dove è deceduta la persona cara.

Come affronta con se stesso il lutto? Cosa si porta a casa?
Mi porto a casa tutto, mi ricordo di tutti gli interventi in cui ho aiutato le famiglie in lutto. All’inizio della mia carriera li raccontavo a mia moglie, poi ho capito che non era giusto coinvolgerla. Quindi parlo solo con i colleghi e alcune volte faccio fatica a comunicare anche con loro. Anche se non è facile, la condivisione tra colleghi è fondamentale.
Ritengo che noi medici di emergenza avremmo bisogno di più sostegno e di una formazione più specifica per poter fare meglio il nostro lavoro.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/02/superhero-2503808__480-e1549304568228.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-02-05 09:33:392019-02-05 09:33:39Lutto ed emergenza: intervista al dottor Marco Lesca, di Serena Corongi

Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

17 Gennaio 2019/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Come hai deciso di diventare cerimoniere al tempio crematorio di Torino?

Non è stata una vera e propria decisione. Direi più semplicemente che è successo, in modo del tutto casuale e inaspettato. Verso la fine del 2013 un caro amico – ai tempi impiegato alla Socrem come cerimoniere – mi chiese se fossi disposto a sostituirlo, visto che stava progettando di trasferirsi all’estero per motivi familiari. La sua decisione di andarsene era stata piuttosto improvvisa, e c’era questo posto vacante da coprire con una certa urgenza. Io avevo appena concluso, in modo non del tutto indolore, quel genere di iter universitario all’insegna della precarietà più disperata che dottorandi e assegnisti di ricerca purtroppo conoscono bene, e l’idea di tentare nuovi percorsi non mi dispiaceva. Il mio curriculum era abbastanza in linea con il profilo richiesto perché, fra le altre cose, durante gli anni universitari mi ero occupato di tanatologia e avevo discusso una tesi di dottorato sugli eufemismi luttuosi. Inoltre mi trascinavo dietro un discreto bagaglio di cultura generale e avevo anche una certa esperienza nell’ambito della lettura performativa. Qualche giorno dopo l’invio del curriculum, l’allora direttore del tempio di corso Novara mi contattò per un incontro conoscitivo. Probabilmente il colloquio andò bene perché di lì a poco mi richiamò proponendo di dare inizio al percorso formativo. Da allora sono passati cinque anni, e ancora non mi hanno cacciato.

Che cosa significa avere a che fare ogni giorno con il dolore e il lutto degli altri? Hai messo in atto qualche strategia per gestire questo difficile e delicato compito nella tua vita?

L’altrui dolore è una materia oscura e delicata, difficilissima da manovrare. Non la conosci, puoi solo intuirne le forme, entrare in contatto con il suo riverbero. Il tuo compito, come cerimoniere, è quello di gestire questa massa fluida senza appropriartene, sfiorandola appena, tentando l’intricatissima impresa di entrarvi dentro senza toccarla e soprattutto senza farti toccare. È un po’ come infiltrarsi in una grande bolla di sapone, restare lì dentro il tempo che serve, per poi uscire fuori con estrema cautela, in punta di piedi, evitando di farla scoppiare. All’inizio è arduo, il pericolo di lasciarsi coinvolgere è sempre dietro l’angolo. Ricordo che nei primi tempi l’idea di gestire cerimonie per bambini mi atterriva. Poi, un passo alla volta, impari a fare ordine, a collocare le cose nel posto giusto, soprattutto ad affinare la consapevolezza che un ruolo del genere impone disciplina, lucidità e un profondo autocontrollo. Ogni cerimoniere ha le sue strategie per evitare che il dolore degli altri lo colpisca, non esiste una regola, è tutto molto soggettivo. Certo non siamo macchine, non sono rari i casi in cui cerimonie particolarmente intense lasciano il segno. A volte si fatica perfino a trattenere le lacrime. Direi che il modo migliore per imparare a gestire gli aspetti più disturbanti sia quello di instaurare un dialogo continuo con gli altri cerimonieri, gli aiuto cerimonieri, i cremazionisti, gli operatori del settore, e così via. Parlare, raccontarsi, dedicare tempo al confronto con le esperienze emotive di chi osserva gli eventi dalla tua stessa prospettiva, è davvero molto importante. Così come è utilissimo ritagliarsi spazi per scherzare e prendersi in giro. Sembra brutto dirlo, ma se non trovassimo il modo di ridere ogni tanto fra un funerale e l’altro sarebbe tutto più difficile.

Il tuo è un punto di osservazione fondamentale per capire come le persone partecipino al lutto degli altri, per lo meno nella fase dei riti di morte. C’è qualcosa che hai osservato e che ti sembra importante comunicare?

Ogni giorno assisto agli effetti che il trauma della mutazione provoca nei dolenti. L’aspetto che mi colpisce sempre è il disorientamento dei superstiti di fronte al fatto che dentro quel feretro c’è un corpo e che quel corpo sta per diventare polvere. Sono convinto – lo sottolineo spesso – che il vero dramma non stia tanto nei dubbi su cosa succeda dopo la fine, ma nel senso di smarrimento che si prova al cospetto di un cadavere. Una delle domande che i partecipanti al rito funebre mi rivolgono con maggiore frequenza è se il defunto proverà dolore nel momento in cui verrà consumato dalle fiamme. Questo cruccio – molto più diffuso di quanto non si possa credere – restituisce bene la misura di quanto, per la nostra cultura, il corpo sia ancora una cosa viva anche quando smette di respirare. Anche il più devoto fra i credenti su questo terreno crolla, autodenunciando così, più o meno consapevolmente, un gigantesco irrisolto. Per spiegare meglio questo aspetto, che ritengo cruciale, uso spesso quello che chiamo il gioco del sassolino. Ecco, immaginiamo un mondo in cui il decesso di un uomo non preveda il progressivo disgregarsi dei tessuti biologici, ma l’immediata trasformazione in sasso, come un chicco di mais che diventa pop corn. Puff, ecco, signori: questa è la morte. Quali scenari aprirebbe una prospettiva del genere? Dal punto di vista dell’elaborazione del lutto, ne sono convinto, un ribaltamento completo. Il peso dell’evento traumatico si scaricherebbe in modo decisivo. Sicuramente affideremmo all’entità sasso un valore meno trascurabile, questo sì, il che consentirebbe l’apertura a nuovi orizzonti rituali. Immagino tasche piene di antenati da portare a spasso, e giardinetti pubblici lastricati di defunti irriconoscibili. Ma penso che non ci farebbero così tanta paura. Né loro, né la morte in sé.

È cambiato il tuo rapporto con la vita e con la morte da quando fai questo lavoro?

Apparirà scontato, ma quando la morte e i suoi effetti entrano a far parte della tua quotidianità, la consapevolezza di quanto la nostra esistenza sia appesa a un filo davvero sottile diventa lampante. È un costante memento mori che ti costringe a riflettere sul senso delle tue azioni, sul valore del tempo, sull’importanza di vivere ogni istante sapendo che potrebbe essere l’ultimo. Non solo l’ultimo tuo, naturalmente, ma l’ultimo delle persone che ami: amici, genitori, figli. Mi considero un agnostico orientato all’ateismo, non credo nell’aldilà, nella resurrezione dei corpi, nelle rassicuranti fantasie promesse dalle religioni, quindi il pensiero della mia morte non mi procura alcun senso di angoscia. Temo più la prospettiva di una malattia dolorosa, o dell’invalidità, e l’eventualità di andarmene prima che i miei figli diventino adulti. Inoltre trovo problematico gestire la prospettiva di una perdita irrimediabile, perché se muore qualcuno che ami, per come la vedo io, non avrai mai più occasione di incontrarlo. Allo stesso tempo avere familiarità con la morte ti aiuta a comprendere quanto sia importante ricondurla a una dimensione naturale, direi perfino ovvia. Fa parte di noi, confinarla nel nebuloso territorio degli spauracchi non ci aiuta a vivere meglio. Così come non ritengo sano vivere nell’ansia di essere dimenticati, perché a pensarci bene è proprio questo l’aspetto della morte che più atterrisce, l’idea di sparire per sempre. Eppure niente è eterno, non lo è il mondo, non lo è l’universo, non lo siamo noi. Che ci piaccia o no, siamo destinati all’oblio, forse l’unica strada percorribile per risolvere i nostri problemi con la Nera Signora è educarci a dialogare con il valore della dimenticanza. Per quanto mi riguarda, spero che quando morirò mi dimentichino in fretta. Faccio mia una frase di Montaigne che negli Essais scriveva: «Desidero che si agiscano e si allunghino gli affari della vita finché si può, e che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli, ma noncurante di essa e ancor più del mio giardino non terminato». Ecco, lavorare al tempio crematorio mi ha aiutato a comprendere meglio il significato di queste preziose parole.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/01/IMG_3012-e1547663691702.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-01-17 09:07:562019-01-17 09:07:56Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi

14 Dicembre 2018/11 Commenti/in Aiuto al lutto, Riflessioni/da sipuodiremorte

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna. La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta.  C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.

La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese. Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

Cosa ne pensate? Vi è capitato di sentirvi particolarmente soli dopo una perdita? Avreste desiderato maggiore vicinanza dai vostri familiari o amici? Utilizzate molto i social network per fare le condoglianze? E per parlare del vostro lutto?

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L’heavy metal e l’onnipresenza della morte di Davide Sisto

11 Ottobre 2018/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Mi è capitato, ultimamente, di riflettere sul legame profondo che vige in modo inconsapevole tra i miei studi tanatologici e la mia più grande passione: l’heavy metal. Spesso osteggiato o censurato senza autentica cognizione di causa, l’heavy metal è un genere musicale piuttosto particolare, addirittura al centro di studi universitari interdisciplinari (gli Heavy Metal Studies). La sua nascita, solitamente fatta risalire a fine anni ’60 con l’uscita dell’album omonimo dei Black Sabbath, è collegata ad alcuni specifici obiettivi artistici e culturali, i quali rientrano nel campo del politicamente scorretto: il rifiuto dei cliché conformisti della società perbenista, il desiderio di esprimere in musica un certo malcontento sociale, la voglia teatrale di scandalizzare l’opinione pubblica trattando tematiche ritenute scabrose e inopportune dai più.

Proprio quest’ultimo aspetto va tenuto bene a mente, poiché uno dei temi in assoluto più affrontati nei testi delle band heavy metal è la morte. Vi è un sottogenere – il “Doom Metal” – il cui filo conduttore tematico è l’ineluttabilità del morire, da cui deriva una visione radicalmente nichilistica della vita. Un altro sottogenere – il “Gothic Metal” – si richiama, in modo a volte semplicistico a volte invece piuttosto sarcastico, al connubio “Eros-Thanatos”, così come veniva affrontato in termini poetici durante l’epoca del romanticismo tedesco. Se prendiamo un album a caso di una band famosa interna a quest’ultimo sottogenere, i Type O Negative, troviamo canzoni così intitolate: “Love You to Death”, “Everyone I Love is Dead” o “Everything Dies”. Vi è addirittura un sottogenere decisamente estremo nei suoni che si chiama “Death Metal” e che prende il nome – almeno, secondo gli esperti – da una band americana degli anni ’80: i Death. E si potrebbe andare avanti per ore, citando tutti i testi delle canzoni e i titoli degli album di natura tanatologica.

In altre parole, la rimozione sociale e culturale a cui è stata sottoposta nel corso del Novecento, ha trasformato la morte nel tema per eccellenza di un genere musicale le cui fondamenta sono costituite dal bisogno di parlare, in modo spesso enfatico ed esagerato, degli argomenti che vengono generalmente elusi nello spazio pubblico. La pornografia della morte, per usare l’arcinota espressione di Geoffrey Gorer, rappresenta un riferimento ineludibile per chi vuole, attraverso una specifica forma artistica, essere controcorrente o “anticonformista”. Ma non c’è soltanto, e per fortuna, il bisogno di scandalizzare l’opinione pubblica nelle espressioni tanatologiche dell’heavy metal. C’è anche, da un lato, l’esigenza di sottolineare un radicale disincanto esistenziale legato al memento mori: “è inutile che tu faccia finta di niente, tanto prima o poi ti tocca morire”. In altre parole, vi è la tendenza a riconoscere limpidamente la piena coappartenenza reciproca tra il vivere e il morire, di modo da offrire all’essere umano – tramite la violenza sonora – uno strumento artistico con cui ribellarsi culturalmente alla propria condizione mortale. Da un altro, vi è il bisogno di toccare una corda emotiva molto dolorosa per le persone, con l’obiettivo di offrire una forma musicale di conforto. “One Last Goodbye” degli Anathema è il non plus ultra di questo ultimo obiettivo: una ballad strappalacrime dedicata dai due leader del gruppo, i fratelli Cavanagh, alla mamma morta durante la registrazione dell’album che contiene questo brano.

Al di là delle singole motivazioni, è senz’altro buffo – se osservato con il doveroso distacco – sentire il pubblico dei Metallica gridare ripetutamente e all’unisono nelle arene di tutto il mondo “die”, mentre il cantante James Hetfield canta la strofa “Die by my hand, I creep across the land, killing first born man”, durante l’esecuzione della canzone “Creeping Death”.

Ora, sarebbe curioso fare un salto indietro nel tempo e vedere se, in assenza di rimozione sociale e culturale della morte, l’heavy metal si sarebbe soffermato in modo così ossessivo sul tema. Forse sì, dal momento che il morire è accompagnato dal dolore e dalla sofferenza, dunque da sentimenti dominanti in un genere musicale che esorcizza la negatività tramite la sua enfatizzazione. Forse no, perché all’interno di un rapporto umano più pacifico con la propria fine non ci sarebbe stato lo spazio per darne una coloritura trasgressiva e percepita come inopportuna. Credo, in altre parole, che se mi occupo di tanatologia molto dipenda dall’abitudine a sentir parlare di morte nelle canzoni dell’heavy metal. Credo anche, da un altro punto di vista, che questa presenza morbosa del Tristo Mietitore all’interno di nicchie sonore anticonformiste sia dovuta al pessimo legame sociale e culturale che abbiamo negli ultimi decenni creato con il fine della vita.

Conoscete questo genere musicale? Ma soprattutto: avete riflessioni da fare a proposito del tema della morte nella musica? Vi interessa?

 

 

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La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

25 Settembre 2018/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Come molti dei lettori di questo blog hanno senz’altro visto, il libro La morte si fa social di Davide Sisto, appena uscito per Bollati Boringhieri, sta avendo una grande quantità di recensioni. Ho voluto quindi rivolgergli qualche domanda un po’ più approfondita rispetto alla stampa generica: dato che la dimensione virtuale assorbe molto tempo nella nostra cultura, non possiamo più ignorare che cosa accade online a proposito della morte.

La riflessione che hai condotto sulle caratteristiche che assume la morte nel web (in vari e complessi modi) è molto innovativa, soprattutto in Italia. In che misura secondo te il modo di trattare la morte sul web è specchio dell’atteggiamento della nostra cultura offline, e in che misura invece si possono rilevare online nuovi e diversi orientamenti?

Le attuali tecnologie digitali registrano, dunque rendono visibili, i comportamenti che segnano comunemente lo spazio pubblico in cui viviamo. Pertanto, l’onnipresenza della morte nel web – soprattutto, le registrazioni audiovisive di omicidi, suicidi e morti in diretta – mette dinanzi ai nostri occhi quella spettacolarizzazione del morire che è la conseguenza prima della sua rimozione sociale e culturale. Noi, in altre parole, guardiamo quei video su YouTube come se fossero dei film. La differenza fondamentale emerge, secondo me, negli spazi interattivi, come i social network: il fatto che la morte sia così presente all’interno di luoghi adibiti a creare perlopiù amicizie e relazioni sentimentali mette le persone dinanzi alla realtà della morte. La presenza dei profili dei morti su Facebook, il più grande cimitero che vi sia al mondo, e la condivisione pubblica delle malattie tumorali da parte di giovani Youtuber registrano visivamente la morte. La vediamo, come non siamo più abituati a farlo offline. Se, pertanto, utilizziamo questa opportunità per educare le persone tanto a un uso corretto del web quanto a comprendere il ruolo della morte nella vita, allora forse il web diventa uno strumento per guardare la morte e il suo legame con la vita in modo diverso rispetto agli ultimi decenni.

Questo libro sta avendo molto successo, segno che il tema della morte interessa e che, se coniugata con il mondo digitale, incuriosisce ancora di più. Nel tuo libro parli di Death Education, immaginando che possa aver luogo online. Oltre a questo blog (che spero possa stare nel novero delle fonti di educazione alla morte) mi fai qualche altro esempio di fonte a disposizione di molti, in grado di modificare la mentalità ?

Il primo esempio che mi viene in mente è “La Cura” (http://la-cura.it/) di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico. Scoperto di avere un tumore al cervello, Iaconesi – che è un ingegnere robotico e un hacker – mette online la propria cartella clinica e chiede al mondo intero di partecipare alla sua cura. Crea, cito le sue parole, “una cura partecipativa open source per il cancro”. Rispondono milioni di persone da tutto il mondo – artisti, ricercatori, medici, ecc. – portando un loro personale contributo. Questo tipo di esperimento, che ha permesso la guarigione di Iaconesi, ha creato una autentica comunità attorno al malato di tumore, facendolo uscire dall’isolamento sociale in cui troppo spesso si ritrova. Un altro esempio è quello delle “cancer vlogger”, ragazze che pubblicano quotidianamente video su YouTube o Facebook in cui parlano della loro malattia a milioni di spettatori. Molti studiosi sostengono che questo fenomeno sia utile per ripensare il rapporto tra salute e malattia, vita e morte. Nel nostro blog abbiamo parlato qualche anno fa del sito “Soli ma insieme” (http://www.solimainsieme.it/), che offre strumenti significativi per bambini e ragazzi in lutto. Per quanto riguarda più specificamente la Death Education, nelle scuole, negli ospedali e nelle Università inglesi e americane sono utilizzate le forme di elaborazione collettiva del lutto su Facebook come occasioni per discutere della morte. Stacey Pitsillides, ideatrice del sito “Digital Death” (www.digitaldeath.eu), è un esempio di ricercatrice che utilizza la presenza della morte nei social network all’interno di progetti universitari interdisciplinari che mettono in dialogo le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Sarebbe interessante farlo pure in Italia.

Nel libro parli spesso di consolazione delle persone che hanno subito una perdita. Consolazione che si può cercare in siti che propongono avatar del defunto e spettri digitali; ma anche nelle interazioni su Facebook a proposito della morte dell’amato; o perfino nell’invio di messaggi Whatsapp al morto. La psicologia ci insegna però che il dolente ha bisogno, prima di tutto, di prendere coscienza della morte del proprio caro. Tutti questi sostituti virtuali del morto non rischiano di rallentare il processo di elaborazione del lutto?

Il rischio è tangibile. Da una parte, i cosiddetti “griefbot”, per mezzo dei quali è possibile continuare a dialogare con i morti, rappresentano chiaramente la non accettazione della perdita e del distacco. Sono la conseguenza del tentativo di tenere stretto a sé digitalmente chi non potrà più esserci fisicamente. Dall’altra, la presenza dei profili dei morti su Facebook e su WhatsApp può mantenere vivo a tempo indeterminato il dolore in un genitore che ha perso il figlio. Va però anche detto che tutti questi mezzi digitali offrono alle persone la possibilità di continuare a tenere stretta a sé una quantità inimmaginabile di ricordi e di narrazioni del defunto. E questo, nei casi in cui il lutto è stato elaborato, è benevolmente consolatorio.
Il prevalere delle opportunità o delle criticità dipende dal lavoro che viene fatto offline. Oggi abbiamo questi strumenti digitali che segnano la nostra vita quotidiana. Sappiamo che possono acuire il dolore per la perdita o, in alternativa, possono fornire una maggiore consolazione rispetto al passato. Se il dolente è abbandonato a se stesso, ovviamente le criticità del web prevalgono. Anche in questo caso mi chiedo: quando la società imparerà a mettere a frutto con intelligenza e raziocinio le inedite opportunità offerte dal progresso?

Ho trovato molto interessante la questione della memoria. La memoria, per esistere e avere senso, ha bisogno anche di oblio. Qualcosa si ricorda perché si dimentica il resto. Non stiamo affastellando troppa memoria? Tutta questa memoria non rischia di trasformarsi in una nuova forma di oblio indifferenziato? Questa domanda non vale solo per i defunti, ma certo nel caso della morte appare particolarmente pertinente.

Con me sfondi una porta aperta. Sono quasi privo di fotografie della mia vita personale e familiare. Tendo ad accumulare meno ricordi possibili. Dal momento che ho un carattere malinconico, lo tengo a bada cercando di guardare sempre in avanti, senza tener troppo conto di ciò che mi sta alle spalle. Oggi, le persone accumulano in formato digitale una quantità inimmaginabile di fotografie, registrazioni audiovisive, testi scritti. Tutto questo materiale è profondamente dispersivo e soffocante. Ma, di nuovo, la memoria digitale può trasformarsi in un’occasione per fare selezione e per preparare la propria eredità personale. Se si insegnasse, a partire dagli anni della formazione scolastica, l’importanza dell’oblio per la memoria stessa, forse si riuscirebbe anche a rendere le persone consapevoli di quanto sia necessario selezionare le proprie memorie per il futuro. Questa quantità immensa di memorie è l’ennesima occasione per porsi la domanda: “cosa voglio lasciare agli altri dopo la mia morte?”. Quindi, per riflettere sulla propria mortalità e sull’uso responsabile del web nei suoi confronti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/09/Depositphotos_110069884_s-2015-e1537871405124.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-09-25 12:32:212018-09-25 12:32:21La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

Paura di morire, è affrontabile? di Marina Sozzi

18 Settembre 2018/11 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Nessun essere umano ignora il timore suscitato dalla morte, buco nero che tutto assorbe, ignoto, misterioso e inquietante. Anche i bambini e gli adolescenti hanno un’apprensione nei suoi confronti, spesso mista all’attrazione per ciò che è pericoloso e sconosciuto. Spesso ripetiamo che occorre reintegrare la morte nella vita: ma questo non significa affermare che sia possibile superare la paura della morte, connaturata con l’uomo in quanto essere consapevole della propria mortalità.

Tuttavia, se, come a molti accade, la paura della morte diventa un’emozione dominante nell’equilibrio della vita, senza che vi sia un’imminenza della morte o un rischio di vita con una concreta base di realtà, vale la pena occuparsene con maggiore attenzione.

E c’è qualcosa che possiamo fare per capirla meglio. Possiamo cominciare a guardarla da vicino, questa paura, e ad analizzarla, spacchettandola, per così dire, dividendola in parti. Che cosa mi fa paura nel fatto di morire?
Non è tautologico. La paura della morte si compone di diverse paure più piccole, che, se comprese, possono contribuire a rendere più accettabile la grande Paura. Tutte le componenti del terrore della morte riguardano la vita.

Una delle più frequenti è quella di non sentire la propria vita come gratificante, di non essere soddisfatti di ciò che si è realizzato. La nostra cultura, che ci spinge a credere di essere individui assolutamente liberi nel mondo, capaci di creare la propria vita dal nulla, come un’opera d’arte, non aiuta a comprendere il limite intrinseco nelle nostre biografie. Siamo invece persone con un radicamento e una storia familiare, sociale e culturale che fanno di noi esseri determinati, che hanno solo alcune possibilità di realizzazione. Se riusciamo a cogliere il senso di quest’affermazione, ad accettare senza rimpianti eccessivi alcune sconfitte e frustrazioni, potremo essere persone più felici, vivere appieno la vita che abbiamo, e vedremo allontanarsi un po’ la paura di morire.

Vivere con consapevolezza sembra un altro elemento centrale. Se siamo sempre proiettati solo nel futuro, senza nulla assaporare del presente, rinviando continuamente le gratificazioni e la felicità, immaginando che arriveranno con la prossima vacanza, con la promozione attesa, con una nuova relazione, l’idea di morire si presenterà come una mannaia che cade su un’opportunità perduta, quella di godere della vita. Se proviamo a essere più presenti, più appagati di quello che abbiamo, più consapevoli e maturi, avremo meno paura di morire.

L’amore è l’altra questione cruciale. La profonda gioia del dare e ricevere amore, amore in senso lato, è un buon antidoto contro la paura di morire. Se abbiamo sperimentato la gioia di dare amore disinteressato e pieno almeno una volta, se ne abbiamo ricevuto in cambio, il senso della nostra vita ci appare più chiaro. E se il significato è compreso, lasciare la vita incute meno panico.

Poi ci sono tante altre paure che non riguardano il fatto in sé di non vivere più, ma il timore di come arriveremo alla nostra morte. La paura di perdere l’autonomia, di dover dipendere da altri, di avere lunghi periodi di sofferenza fisica e spirituale. In una parola, di perdere la propria identità e la propria dignità.
Ma cosa è la dignità? Occorre distinguere tra la paura di perdere la dignità e la percezione, o l’esperienza di perderla. Chi ha studiato l’esperienza di perdere la dignità (come Harvey Max Chochinov nel suo Terapia della dignità) ha messo in luce il fatto che tale percezione non dipende dalle numerose perdite che alla fine della vita indubbiamente si presentano, ma da come si relazionano con noi coloro che si prendono cura della nostra vecchiaia, o della nostra malattia. Il Royal College of Nursing inglese ha dato un’interessante definizione della dignità, affermando che nessun essere umano la perde se coloro che lo circondano continuano a considerarlo un individuo di valore, degno di stima. La dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri.

Ma se così stanno le cose, come facciamo a essere certi che chi si prenderà cura di noi ci guarderà come esseri dotati di valore? Non è, naturalmente, una certezza che possiamo avere (anche se stendere le nostre disposizioni anticipate di trattamento può aiutare), e tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Quel che possiamo fare per rassicurarci è attribuire sempre a ogni singolo essere umano, qualunque sia la situazione in cui ci si presenta, quello stesso valore che vorremmo che gli altri attribuissero a noi. E’ l’imperativo categorico kantiano, formulato nella Metafisica dei costumi, e quanto mai attuale: “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”. Universalizzando, con Kant, il nostro comportamento (agisci come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti), possiamo contribuire a creare una cultura del rispetto dell’essere umano e della salvaguardia della sua dignità. Ricordiamolo, quando incontriamo persone che hanno bisogno del nostro sostegno, o anche solo della nostra considerazione. Poveri, immigrati, malati, disabili, morenti, eccetera eccetera. La nostra paura di morire decrescerà.

Mi sta molto a cuore il vostro parere. Sia sulla paura della morte, sia sul tema della dignità.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/09/Depositphotos_31420279_s-2015-e1537267165312.jpg 265 398 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-09-18 12:49:242018-09-18 12:49:24Paura di morire, è affrontabile? di Marina Sozzi

Il rapporto dei migranti con la morte e il lutto. Intervista a Federica Gagliostro, di Davide Sisto

3 Luglio 2018/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Federica Gagliostro, che lavora da circa nove anni nel campo dell’immigrazione, in particolare nell’ambito dell’accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana e della protezione dei richiedenti asilo politico. Attualmente opera presso Xenia SRL Impresa Sociale di Torino e ha tra i suoi committenti la prefettura di Torino. Nel corso degli anni, ha portato avanti diversi progetti – SPRAR, FER, accordo Maroni – nel campo dell’accoglienza. Abbiamo ritenuto interessante chiedere a chi lavora quotidianamente a contatto con i ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana qual è il loro rapporto con la morte e con il lutto. Di seguito, il resoconto della chiacchierata, dalla quale si evincono alcuni comportamenti specifici, al di là delle differenze religiose, culturali e sociali del singolo paese africano di origine.

Federica Gagliostro sottolinea subito le difficoltà oggettive nel trovare una convergenza fruttuosa tra il nostro specifico modo di vivere la morte e quello dei ragazzi con cui lavora. Proprio per questo auspicherebbe la presenza al suo fianco di tanatologi, ossia di esperti nell’ambito degli studi sulla morte, che sarebbe fondamentale per migliorare le attività di supporto, soprattutto in relazione all’elaborazione del lutto. Quasi tutti i ragazzi infatti, dice Gagliostro, nonostante la giovane età, sono entrati in contatto prematuro con la morte – dei propri familiari, dei propri amici, dei propri conoscenti. Un’esperienza destabilizzante, che accresce le difficoltà nella relazione con loro: queste morti producono spesso situazioni di vero e proprio “congelamento sociale”, per usare un’espressione di Gagliostro. Vale a dire, una specie di “distacco temporaneo” dalla società, che richiede un’enorme cautela da parte di chi li assiste, tenuto conto anche delle molteplici difficoltà personali vissute nel corso della loro breve vita.

Gagliostro ricorda la morte in circostanze sospette della madre di un ragazzo gambiano arrivato a Torino. La donna, naturalizzata in un altro Stato, dove svolgeva un lavoro socialmente prestigioso, torna in Gambia per ragioni personali. Benché godesse di buona salute, muore all’improvviso. Il figlio, scioccato, ha come prima reazione quella di rasarsi completamente i capelli. La rasatura dei capelli è un’azione spesso praticata dai ragazzi africani in presenza di un lutto doloroso: simboleggia infatti la manifestazione immediata dello shock, il bisogno del cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio.

Le cause delle morti dei parenti rimasti in Africa rimangono perlopiù sconosciute. Ciò dipende non solo dalla distanza geografica, ma anche dal fatto che la domanda “di cosa è morto?”, che noi poniamo una volta informati di un decesso, non è invece la priorità dei ragazzi subsahariani giunti in Italia. Quando si muore si muore: non interessa, infatti, scoprire perché si è morti. La maggior parte dei ragazzi con cui si è confrontata Gagliostro riconduce la morte a cause e motivazioni che hanno a che fare con la sfera del sacro. Non si cerca di dare una spiegazione razionale, “umana”. Ogni caso di morte, compreso quello che riguarda se stessi, trascende le possibilità dell’uomo ed è frutto di una scelta definibile, in senso lato, “divina”. Pertanto, non occorre porsi domande, non occorre nemmeno pensare alla morte e alla mortalità. Ci sono invece, ad esempio in Nigeria, specifici rituali cui si sottopongono i bambini appena nati, con cui vengono scacciati gli spiriti maligni, le malattie, e la morte. Il corpo di ciascuno di loro porta i segni di questi rituali, che proteggono dalla morte nel caso, ad esempio, che si venga colpiti da una pallottola.

Gagliostro specifica che ci sono differenze culturali tra uno Stato e l’altro. L’Africa è gigantesca e generalizzare è impossibile. Tuttavia, per la sua personale esperienza nel corso di questi nove anni di attività lavorativa nell’accoglienza dei migranti, coglie un approccio alla morte molto diverso dal nostro. Noi, in Occidente, non parliamo di morte perché ci pare inopportuno, perché viviamo come se non dovessimo morire mai, perché il pensiero della morte genera ansia e angoscia. Ma, al tempo stesso, siamo ossessionati dalle cause della morte, poiché riteniamo utopicamente l’uomo in grado di sconfiggere il morire. I ragazzi africani, invece, pensano semplicemente che la morte non sia una questione umana. Non tocca agli uomini meditarci. Non ha senso razionalizzarla perché non fa parte della vita. Questa sorta di naturalezza nel vivere la morte, pervasa da una specie di fatalità a noi del tutto estranea, è appesantita dalla tragica normalità di vedere un corpo morto. Per loro è normale, naturale vedere i corpi morti. Li vedono durante tutti i loro viaggi: nel deserto della Libia, nelle prigioni libiche, nel Mediterraneo, che è un cimitero senza fine. Un cimitero che si appropria dei corpi i quali, scomparendo sul fondo del mare, generano profondi traumi nell’elaborazione del lutto.

Per tali ragioni, dice Gagliostro, un supporto di esperti in ambito tanatologico risulterebbe fruttuoso, innanzitutto, per colmare un vuoto assistenziale, poi per accorciare le distanze culturali e, infine, per intervenire con azioni mirate ad attutire i traumi vissuti dai migranti.

Quali sono le vostre opinioni in merito? Attendiamo le vostre riflessioni.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/07/Depositphotos_169501526_s-2015-e1530602843171.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-07-03 09:44:452018-07-03 09:44:45Il rapporto dei migranti con la morte e il lutto. Intervista a Federica Gagliostro, di Davide Sisto

Un fenomeno chiamato Caitlin Doughty: la curiosità per la morte, di Marina Sozzi

7 Maggio 2018/11 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Caitlin e il libroC’è un “fenomeno”, negli Stati Uniti, che si chiama Caitlin Doughty. Dico fenomeno nel senso etimologico del termine: un evento, un’apparizione, che nella nostra cultura ha un significato non banale. Caitlin è una giovane donna laureata in storia medievale, nata nel 1984 alle isole Haway, bruna, solare, robusta, con un sorriso aperto, che vive a Los Angeles. Il suo primo libro l’ha scritto a trent’anni, nel 2014. Sto parlando di una studiosa, ma piuttosto atipica.

Tutti i bambini, qualsiasi cosa credano i loro genitori in merito, pensano alla morte e ne sono affascinati e curiosi. Caitlin però ebbe un’esperienza traumatica legata alla morte, a soli otto anni: in un centro commerciale dove si era recata coi genitori, vide una bambina precipitare dal secondo piano, cadere a faccia in avanti su un bancone laminato e morire sul colpo. I genitori di Caitlin non furono in grado di aiutarla a elaborare quel trauma.

Fu così che Caitlin dovette cavarsela da sé, e scelse di affrontare la morte da vicino, andando a lavorare a ventitré anni in un’impresa di pompe funebri con annesso crematorio, a ritirare, preparare e bruciare cadaveri. Quest’esperienza l’ha portata a contatto con il morire nella sua cruda e materiale espressione, e il suo libro è traboccante di immagini e dettagli piuttosto macabri, dove si narra (ma con pietas, senza alcun compiacimento) l’aspetto che ha un cadavere e come avviene la sua decomposizione. Intanto Caitlin non ha smesso di studiare, e accanto all’esperienza concreta troviamo nel suo scritto la profonda conoscenza della storia della morte di Ariès, delle artes moriendi e delle danze macabre, delle considerazioni sulla “pornografia” della morte del sociologo inglese Gorer, della critica di Jessica Mitford sull’usanza americana di imbalsamare i cadaveri, e di molti altri testi, classici o meno, sulla morte nella nostra cultura.

La combinazione dei due fattori, l’esperienza da un lato e il sapere dall’altro, fanno di Caitlin una miscela unica. La sua consapevolezza di come la negazione della morte sia uno dei problemi più seri dell’occidente contemporaneo non si trasforma in moralistico appunto critico, ma diviene scopo militante della sua vita: Caitlin ha fondato a Los Angeles un’impresa funebre non profit, e non perde occasione per opporsi alla pratica dell’imbalsamazione chimica (pratica tradizionale negli Stati Uniti, ma che non rispetta i corpi morti e non permette ai familiari di entrare in contatto con la realtà della morte).

Da brava americana, Caitlin non è diventata seriosa, trattando del tema della morte, anzi. Ha creato una serie di video youtube educativi, ironici e spassosi allo stesso tempo, intitolati Ask a Mortician (e Mortician è appunto, negli Stati Uniti, l’impresario di pompe funebri). Guardatene uno, tanto per farvi un’idea, ad esempio quello in cui spiega come si fa a tenere chiusa la bocca di un morto.

“I video – mi scrive Doughty in un’intervista che le ho fatto via mail – sono stati visti quasi 40 milioni di volte, e quasi mezzo milione di persone si è iscritta al canale” (anche io l’ho fatto, e sono stata la 462.776esima persona). “E’ stupefacente pensare che video che parlano di come cucire una bocca per farla stare chiusa o cosa è accaduto ai corpi delle persone morte nel Titanic siano stati visti così tante volte. Probabilmente è proprio vero che le persone sono affascinate dalla morte, anche se non ritengono educato menzionarla nelle conversazioni. La maggior parte della gente che guarda i miei video – aggiunge Caitlin – sono giovani donne”.

Questa fascinazione è una questione davvero non trascurabile. Noi intellettuali che ci occupiamo della morte assumiamo troppo spesso un atteggiamento austero, considerando di cattivo gusto tutto ciò che richiama troppo da vicino la carnalità della morte. E’ anche questo che Caitlin ci dice, nel suo libro e nei suoi video, e con tutta la sua testimonianza: non disprezziamo l’umana curiosità per i dettagli cadaverici.

“La gente ama i particolari macabri – mi dice Caitlin. “Moriremo tutti, ed è razionale e ragionevole voler sapere che cosa accadrà al tuo corpo. La gente vuole sapere come un corpo si decompone, cosa succede in un forno crematorio, come un corpo si trasforma in cenere. Credo che ci sia un modo di scrivere della morte che non è raccapricciante e disgustoso, ma basato sulla scienza, la storia e la psicologia”.

C’è, infatti, e Caitlin l’ha trovato.

In italiano il libro di Caitlin Doughty, col titolo Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio, è pubblicato dall’editore Carbonio, un giovane editore nato a Milano nel 2016, ma che promette davvero di diventare una pietra miliare di una nuova editoria non conformista e capace di dare un contributo ai problemi del presente.

Che cosa ne pensate del tema della curiosità per la morte e per i dettagli macabri? Avete esperienze da raccontare o riflessioni da proporre? Che effetto vi fa Caitlin Doughty?

Cover FUMO NEGLI OCCHI Caitlin Doughty

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/05/Primo-piano-Caitlin-e1525623924471.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-05-07 14:30:202018-05-07 14:30:20Un fenomeno chiamato Caitlin Doughty: la curiosità per la morte, di Marina Sozzi

Stare in presenza della concretezza della morte, di Marina Sozzi

12 Febbraio 2018/25 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

3d rendering of a cadaver covered

Data la difficoltà culturale della nostra società di fronte alla morte, non stupisce apprendere che gli operatori sanitari (cui abbiamo delegato la gestione della morte) trovino arduo avere a che fare non tanto e non solo con la morte (concetto in fondo astratto), ma con la materialità del morire, con il cadavere.

Freud aveva parlato dell’ambivalenza antropologica dell’uomo di fronte al corpo morto. Da un lato, non credendo inconsciamente alla nostra propria morte, proviamo una sorta di ammirato rispetto di fronte al cadavere, come se il defunto avesse compiuto, morendo, una missione speciale. Dall’altro lato, tale deferenza è frammista di repulsione. Il cadavere è la persona che abbiamo conosciuto e amato, ma è al contempo qualcosa di estraneo, deperibile e pericoloso, un oggetto inquietante, che appartiene al mondo inanimato delle cose. Da questa percezione nasce l’esigenza universale di dare una collocazione al morto, di smaltire il cadavere: nascondendolo alla vista (inscatolato nella bara e sottoterra), trasformandolo col fuoco, o ancora in tutti i vari modi in cui le culture umane ritualizzano la morte.

La paura del morto è una paura ancestrale, che ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano. In epoca medievale e moderna era molto diffusa. Il defunto era pensato come qualcuno (i cosiddetti “revenant”) che poteva tornare tra i vivi, e che sovente non era benevolo nei confronti dei sopravvissuti. Per evitare questi indesiderati ritorni si strutturavano rituali e costumi specifici. Tuttavia, la paura del morto, nel passato della cultura europea, coesisteva (ed era quindi mitigata) con un’organizzazione della vita che creava una maggiore familiarità con i morenti e con i morti, fin dall’infanzia. Si moriva in casa, circondati dai parenti, e (fino al Settecento) anche dai vicini di casa, in locali spesso affollati, dove si svolgevano anche le normali azioni della quotidianità. Erano le donne di casa a lavare il cadavere e avvolgerlo nel sudario, che era stato confezionato da loro stesse precedentemente. Si trattava di competenze che venivano trasmesse di generazione in generazione.

Nella lunga storia del rapporto con la materialità della morte nella cultura occidentale, è soprattutto il Novecento a costituire una netta linea di demarcazione. Sovente non vediamo un cadavere fino a che non siamo adulti: per molte e complesse ragioni, la dimestichezza con la morte non appartiene alla nostra civiltà.

Oggi l’orrore che proviamo per il corpo morto è mutato rispetto alle epoche storiche cui accennavamo sopra. Grazie all’atteggiamento maggiormente razionale nei confronti della vita (e per via della secolarizzazione), è minore il timore dell’ostilità del defunto; in compenso, l’assoluta incompetenza su come avvicinarsi, toccare o manipolare un corpo morto tende a sommarsi all’antropologico sentimento di ambivalenza, aumentando le difficoltà e le paure.

Oggi la maggior parte dei decessi avviene in ospedale, ed è la medicina a gestirli. L’ospedale, però, nel frattempo, è divenuto sempre più esplicitamente “azienda”, ancorché sanitaria, con un preciso obiettivo produttivo, il ripristino della salute per il maggior numero. Tra gli obiettivi di un’azienda sanitaria c’è quindi, in modo piuttosto paradossale, il minor numero possibile di morti nel corso dell’anno. Ma la maggior parte delle persone muore ancora in ospedale.

L’istituzione, profondamente contraddittoria, non aiuta quindi il suo personale a conciliarsi con il morire dei pazienti, e la formazione è carente, sia per i medici sia per gli infermieri. L’imbarazzo regna quindi sovrano, non solo di fronte al dolore dei parenti, ma anche di fronte al cadavere. Pensiamo al percorso di un corpo morto all’interno di un ospedale: i luoghi non sono infatti neutri, e neppure le procedure. Quando muore un paziente, è ritenuto un punto d’onore allontanarlo al più presto dal reparto dove è deceduto per dargli una collocazione nelle camere mortuarie. I morti sono trasferiti in algide barelle metalliche con il coperchio, e, qualora possibile, si fa percorrere loro una strada differente rispetto ai corridoi e agli ascensori utilizzati dai pazienti e dai familiari. La morte va nascosta, occultata, deve strisciare rasente i muri di corridoi riservati al personale, per essere portata nei sotterranei, laddove c’è il luogo deputato ad accoglierli, le camere mortuarie, appunto.

La localizzazione delle camere mortuarie ci permette di cogliere il ruolo che esse rivestono nell’ambito delle aziende sanitarie: alla fine di corridoi sotterranei, vicino a magazzini ospedalieri e spesso a cassoni di rifiuti. Come non pensare che forse, inconsapevolmente, anche i corpi dei defunti siano assimilati, nella macchina ospedaliera, a dei rifiuti?

Si tratta di un contesto in cui è difficile pensare che sia possibile accogliere la morte, o costruire momenti rituali, sia per i familiari, sia per gli operatori. Eppure, a mio modo di vedere, è di questo che avremmo bisogno.

Proviamo a riflettere, a non dare per scontate le cose come sono. Quali sono state le vostre esperienze a contatto con la materialità della morte? Avete trovato un modo per mettervi in relazione con il corpo morto di un vostro caro? Come avete vissuto la morte in ospedale o le camere mortuarie? Avete dei suggerimenti da dare, ai familiari, o agli operatori?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/02/Depositphotos_54935251_s-2015.jpg 332 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-02-12 11:49:362018-02-12 11:49:36Stare in presenza della concretezza della morte, di Marina Sozzi

Paura della morte e felicità, di Marina Sozzi

12 Gennaio 2018/18 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Matryoshka doll set isolated on a white background

Perché abbiamo paura della morte? E soprattutto, è possibile addomesticare tale inquietudine, che per alcuni è un vero e proprio disagio con cui convivere?

Non parlo tanto, qui, della paura della morte che si manifesta nella prossimità della nostra fine biologica, ma di quell’inesausto sgomento che ci prende al pensiero della nostra finitezza, che può condizionarci a ogni età e in ogni situazione di vita. Quella paura che rende vano, e forse anche futile, il detto del filosofo greco Epicuro, secondo cui “se ci siamo noi, non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi”. Infatti, nonostante questa sia un’indubbia verità, passiamo buona parte della nostra vita ad avere paura, perché vita e morte non sono realtà chiaramente distinte, ma aspetti fittamente intrecciati del destino umano.

La paura della morte è legata, nell’uomo, proprio all’acuta coscienza che egli ha del proprio limite. La morte rappresenta l’ignoto oltre la fine, il mistero per antonomasia, e gli esseri umani hanno sempre cercato soluzioni per attutire l’angoscia che ne deriva loro: risposte religiose, come quella del cristianesimo o dell’islam, che prefigurano altri mondi cui la morte apre il passaggio. O consolazioni laiche, come il pensiero dell’“eredità d’affetti” che ciascuno può lasciare all’umanità, sulla falsariga di Foscolo.

Il quesito è se sia possibile addomesticare, anche se non proprio superare, la paura della fine nel corso della nostra vita. Il filosofo Jankélévitch sosteneva che da un lato c’è la morte come legge naturale, necessità impersonale, perfettamente comprensibile e razionalizzabile. Dall’altro lato c’è la morte come minaccia concreta, inaccettabile, tragica e scandalosa, che incombe sul singolo individuo. In questo secondo significato la morte è inconoscibile e indicibile. Il pensiero si annienta se prende come oggetto la morte, e l’angoscia che essa suscita è legata al nostro tempo umano, all’impossibilità di rappresentazione, al crollo, all’annullamento, all’inabissarsi del pensiero stesso. Sembra dunque, come peraltro pensava anche Sartre, che sia impossibile prepararsi alla morte, e quindi anche affrontare la paura della morte.

A mio modo di vedere, però, occorre capirsi sul significato che diamo al temine “morte”. Se per morte intendiamo l’istante del trapasso, si può dare ragione a Jankélévitch.

Tuttavia, proprio per via della stretta implicazione che c’è tra vita e morte nella quotidianità umana, è possibile accostarsi al pensiero della finitezza in molti modi. Uno di questi è cominciare a guardare alla nostra cultura dal punto di vista della consapevolezza della mortalità. C’è infatti una difficoltà antropologica nell’affrontare la paura di morire, ma ce n’è una molto più grande che è di carattere culturale.

La nostra società ci impone infatti di non condividere socialmente l’ansia per la morte: parlare di morte è considerato segno di indelicatezza o di cattiva educazione, in particolare in presenza di persone anziane, bambini o malati. Il diktat del silenzio induce nella maggior parte dei nostri contemporanei la mancanza di elaborazione, perché l’uomo, animale sociale, non riesce ad accogliere e sistematizzare le proprie ansie e paure se non nella dimensione della condivisione. In questo clima, all’individuo non resta che cercare di sfuggire alle proprie ansie non pensandoci, distraendosi, mettendole da parte ogni volta che si presentano. Invece di cercare di fare i conti con la finitezza, scappiamo a gambe levate, buttandoci nel lavoro o in troppe relazioni superficiali, talvolta facciamo uso di sostanze psicotrope più o meno legali, acquistiamo oggetti inutili. Forse così facendo siamo funzionali alle logiche della civiltà nella quale viviamo, ma certo non contribuiamo alla nostra felicità.

Abbiamo citato la felicità. C’è forse un legame tra elaborazione della paura della morte e felicità? Penso di sì, a patto di non intendere per felicità l’insulsa spensieratezza che aleggia negli spot pubblicitari, a patto di comprenderla come quello stato di appagamento in cui coincidiamo con quel che siamo, perché abbiamo accettato i nostri limiti. E a patto, inoltre, di non illudersi di poter trovare, una volta per tutte, un’incrollabile serenità di fronte alla nostra morte. Ho sperimentato in prima persona, durante la mia malattia oncologica, la difficoltà della mente ad accogliere la propria possibile morte, il rifiuto di toccare la concretezza della fine. Attraverso quell’esperienza mi sono fatta l’idea che solo in una reale prossimità della morte biologica sarà forse possibile lambirla – se non coglierla – col pensiero.

Tuttavia, se si accetta che il dialogo con la morte ci accompagni negli anni, ritengo che il percorso di avvicinamento al pensiero della fine serva, e sia in grado, oltre che di addomesticare la paura, anche di arricchire all’inverosimile la vita: di emozioni, sensibilità, intelligenza. E di riempire di significato le relazioni più autentiche. Ce la dice lunga, a tal proposito, la lettera di Holly Butcher postata su Facebook il 3 gennaio e rapidamente diventata virale: “Voglio solo che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande.”

Ma come fare a venire a patti con la paura della morte? Pensiamo innanzitutto che essa non è un monolite, ma è composta da un insieme inestricabile di tante paure più o meno grandi.

Ottenere una migliore convivenza con questa paura, allora, comporta un processo elaborativo, che non può essere fatto in solitudine. Occorre rigirarsela in mente insieme a persone che ci comprendano, scomponendola, e guardando dentro a quel contenitore della Grande Paura, che sembra impossibile da aprire. Cosa troviamo là dentro? Timore della sofferenza? Della perdita della propria individualità? Del dolore di chi resta? Dell’annientamento del nostro mondo? Come bamboline russe, una dentro l’altra, possiamo imparare a estrarre queste paure più piccole una alla volta, esaminarle e cercare di comprendere la loro funzione nella nostra vita. Vedremo allora scendere il tasso di inquietudine, e cominceremo a capire cosa davvero è importante per noi.

Avere paura, sentirsi fragili, non è disdicevole, è umano. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza. E Holly scrive: “E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato.”

Cosa ne pensate? E’ possibile ammansire la nostra paura della morte? Voi ci avete provato? Ci siete riusciti?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/01/Depositphotos_45512471_s-2015-e1515689547593.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-01-12 11:14:302018-01-12 11:14:30Paura della morte e felicità, di Marina Sozzi
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