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I segni degli assenti, di Cristina Vargas

23 Luglio 2026/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Nel corso del mio lavoro con persone in lutto, e nella mia stessa esperienza personale, ho incontrato innumerevoli situazioni in cui i dolenti percepiscono la presenza dei propri cari scomparsi attraverso segni, esperienze sensoriali e altre circostanze in cui si ha la sensazione di ricevere un messaggio o di avere una connessione speciale con chi non c’è più.

Una donna, che chiameremo Laura, racconta durante un incontro del gruppo di supporto al lutto che il giorno del suo compleanno la sua sansevieria era fiorita. Con un sorriso malinconico ci spiega che era una pianta grande, che aveva da anni e che le aveva regalato proprio suo marito perché era facile da gestire, anche se lei non aveva per nulla il pollice verde. Non sapeva nemmeno che potesse fiorire, anzi, era convinta che non fiorisse mai… Eppure, fra le foglie, proprio quel giorno, c’era un lungo stelo pieno di piccoli fiori bianchi e bellissimi. «In quel momento ho saputo che era lui, che era lì con me quando ne avevo più bisogno».

Un uomo, che chiameremo Carlo, invece, esordisce dicendo: «Io non sono uno che crede a queste cose». Poi racconta, con una certa timidezza, di aver avuto un’esperienza particolare. Mentre si trovava in montagna, nel luogo in cui erano state disperse le ceneri del figlio, morto a 28 anni per suicidio, una grande falena nera e bianca gli si era posata sul braccio per molti minuti ed era rimasta lì, immobile, insieme a lui. Il figlio, da quando era un ragazzino, era molto affascinato dalle falene: diceva che le preferiva alle farfalle perché erano animali che cercavano la luce, ma vivevano nel buio. Per Carlo quella falena era stata un segno di suo figlio, un modo per comunicargli che, dopo tanta sofferenza e tanta fatica, aveva trovato quella luce nel buio che in vita era stata per lui così sfuggente, ed era finalmente in pace. «Credo che stia bene», dice emozionato. «Credo sia finalmente libero».

I momenti in cui si sperimenta una connessione con i defunti possono assumere molte forme. In molti casi si tratta di oggetti o di animali che diventano “segni”: sassi a forma di cuore; palloncini o nastri di un colore particolare; coccinelle; uccelli; fiori e tante altre cose che veicolano un significato particolare perché si collegano in qualche modo con la persona scomparsa. In altri casi si tratta di esperienze sensoriali: un odore che compare quando non c’è nulla che possa spiegarne la presenza; una canzone importante che riecheggia inattesa; l’ombra di un tocco che sfiora la pelle.
Queste esperienze sono state ampiamente documentate tanto nella psicologia quanto nella ricerca sulla morte e sul lutto. In una ricerca condotta nel Regno Unito su un campione di 1.600 persone, Douglas Davies e i suoi collaboratori rilevarono che il 35% degli intervistati aveva avvertito, dopo la morte, la presenza di una persona defunta.

In Italia, Marco Marzano e Sonia Pozzi si sono soffermati sulle rappresentazioni dell’aldilà nell’Italia di oggi, all’interno di un grande progetto di ricerca nazionale i cui risultati sono confluiti nel volume curato da Asher Colombo, Morire all’italiana. Nel campione da loro esaminato, più della metà dei rispondenti — per la precisione il 53,9% — riteneva che, dopo la morte, le persone continuassero a esistere in qualche forma, e il 34,1% delle persone intervistate dichiarava di aver avvertito in prima persona la presenza di una persona cara deceduta.

In alcune società l’idea che la soglia tra i vivi e i morti sia permeabile, e che esistano diversi canali di comunicazione tra noi e loro, è diffusa e accettata. Nel contesto occidentale, invece, nonostante siano molto comuni, le esperienze di contatto con i defunti sono state a lungo stigmatizzate o patologizzate, al punto da essere considerate da alcuni autori in campo psicologico come vere e proprie “allucinazioni del lutto”.

Oggi, invece, possiamo intendere questi fenomeni come una delle modalità attraverso cui le persone preservano un legame e una relazione profonda con chi non c’è più.
Come spiegano Dennis Klass e i suoi collaboratori, la morte non interrompe la relazione con la persona amata; nel lutto essa, piuttosto, si trasforma e trova forme nuove attraverso cui integrarsi nella vita quotidiana e nell’identità di chi resta. I dolenti, infatti, spesso sperimentano il bisogno di preservare il legame con chi non c’è più. Per qualcuno, questo avviene con modalità più laiche: i ricordi, il desiderio di onorare la memoria, il dialogo interiore, la conservazione di un oggetto o la cura di un luogo. Per altre persone, invece, la connessione con il defunto può passare attraverso un linguaggio rituale o spirituale. In ogni caso, alla base c’è il bisogno di mantenere quelli che Klass definisce “i legami che continuano”, o continuing bonds: una connessione simbolica con chi ci ha lasciato.

Nella mia esperienza — e anche la letteratura ce lo conferma — nella maggior parte dei casi i “segni” della presenza del defunto sono percepiti come qualcosa di positivo e di rassicurante: una piccola testimonianza che l’altra persona sta bene, ovunque si trovi. In altri casi, nella mia esperienza meno frequenti e collegati soprattutto a questioni rimaste irrisolte, la presenza può invece essere percepita come disturbante o angosciante. Credo che, anche in questi casi, sia importante esplorare il significato che l’esperienza assume per chi la vive, senza giudizi. I momenti di contatto possono infatti diventare una soglia simbolica e offrire la possibilità di chiarire, chiudere o risignificare ciò che è rimasto in sospeso nella relazione con il defunto.

Sul piano sociale, è interessante osservare che, anche se viviamo in una società che si è a lungo autorappresentata come secolarizzata, persiste l’idea diffusa che ci sia una qualche forma di permanenza oltre la vita terrena.
Le rappresentazioni del “dopo”, tuttavia, sono oggi molto eterogenee. Tracce di credenze proprie del cattolicesimo convivono con suggestioni provenienti da altri contesti storico-culturali e religiosi. Rispetto al passato, si tratta di una spiritualità vissuta nella quotidianità, meno codificata e meno mediata dalle grandi istituzioni religiose, che prende forma in un modo molto personale e intimo di sentire la presenza di chi è assente.
Attraverso i segni, quando si presentano, si esprime il nostro bisogno umano di trascendenza e si crea un ponte fra il mondo reale e quello spirituale, fra il passato e il presente, fra ciò che abbiamo perso e ciò che rimane, in noi e intorno a noi, delle persone che amiamo.

E voi? Vi è mai capitato di percepire un segno o di sentire, in qualche modo, la presenza di una persona che non c’è più? Siete riusciti a raccontarlo a qualcuno, oppure avete temuto di non essere compresi?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-23 10:09:472026-07-23 10:09:47I segni degli assenti, di Cristina Vargas

Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto

7 Maggio 2026/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Domenica 19 aprile ho condotto un Death Café dedicato al lutto per gli animali domestici presso il Teatro Stabile di Torino e in collaborazione con il Circolo dei lettori. L’iniziativa è nata in parallelo alla programmazione, al Teatro Gobetti di Torino, dello spettacolo teatrale dal titolo Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti di Diego Pleuteri e Leonardo Lidi. Lo spettacolo racconta, infatti, le vicende di un cane, un gatto e un pesce rosso di sesso femminile che, all’improvviso, rimangono da soli nella casa del loro padrone umano, non potendo sapere che è deceduto. La storia ha immaginato la situazione esattamente opposta a quella su cui di solito ci si sofferma di più, ovverosia l’umano che affronta la perdita del proprio animale domestico. Ciò non toglie l’interesse di dialogare su questo particolare tipo di lutto.

Durante il Death Café sono stato affiancato dal regista stesso dello spettacolo, Diego Pleuteri, e da uno psichiatra, Francesco Farinella. I partecipanti sono stati circa una ventina, dall’età abbastanza variabile anche se con una prevalenza di Millennials e Gen X. Nel corso degli anni ho condotto svariate volte e in numerose città italiane dei Death Café, ma è la prima volta che mi occupo di un lutto così specifico. Le differenze rispetto alle precedenti occasioni sono state, a mio avviso, cristalline e hanno di conseguenza soddisfatto la curiosità che avevo alla vigilia dell’evento.

Fin dall’inizio la partecipazione attiva dei presenti è stata contraddistinta da un fortissimo coinvolgimento emotivo, spesso culminante in un brevissimo e contenuto pianto. Durante i Death Café più canonici, incentrati magari sulla perdita di una persona cara, gli interventi dei partecipanti sono stati più contenuti dal punto di vista emotivo e meno particolareggiati nella descrizione del rapporto sviluppato con essa. C’è stato, in altre parole, un maggiore controllo delle proprie emozioni e, forse, il desiderio intimo di conservare anche la privacy propria e del caro defunto.

La particolare relazione con gli animali domestici tende invece a dare sfogo ai propri sentimenti, secondo me, per una serie di ragioni. In primo luogo, il fatto che tra essere umano e animale domestico il linguaggio sia diverso, dunque non c’è la certezza della comprensione totale dei bisogni dell’altro, porta l’umano a sentirsi investito di una maggiore responsabilità, che comporta poi una serie di domande una volta avvenuto il lutto: avrò curato come si deve il mio cane o il mio gatto? Sarò stato all’altezza delle sue aspettative? E così via. Mi capita spesso, a tal proposito, di sentire persone che vorrebbero poter avere un contatto post mortem con il proprio animale domestico solo per chiedergli se è stato felice.

In secondo luogo, l’animale domestico rappresenta spesso per l’umano una via di fuga dalle deludenti relazioni con i suoi simili. A ciò si aggiunge il carattere quotidiano del contatto reciproco. Dunque, la cura che egli sviluppa nei suoi confronti rende il legame talmente forte che, una volta avvenuta la perdita, il senso di solitudine in molti casi è probabilmente superiore a quello provato per il proprio caro defunto.

In terzo luogo, entra in gioco un tema su cui si discute spesso: la percezione che questo tipo di lutto non sia compreso e capito da chi non è abituato a vivere insieme agli animali domestici. Pertanto, al dolore provato per la perdita corrisponde la sensazione di essere concepiti come ridicoli dagli altri. “Eh, ma ti è morto solo il gatto, che sarà mai”: questo tipo di commento, tutt’altro che raro, sebbene sia sempre più evidente il valore fortissimo dell’affetto provato per l’animale domestico, mette il dolente in un angolo. Egli, da una parte, soffre per aver perso un compagno di vita, anche tenendo conto della routine quotidiana che questo legame ha prodotto. Dall’altra, si sente in imbarazzo a soffrire in un modo così drammatico dinanzi alle altre persone che, magari, stanno affrontando l’elaborazione del lutto per la perdita di un figlio, di un partner o di un genitore. Infine, c’è l’aspetto sottolineato dallo spettacolo: la paura di morire prima del proprio animale domestico e, a causa della differenza di linguaggio, non potergli spiegare cosa è successo, dunque temere che egli si senta abbandonato.

Le storie raccontate, soprattutto incentrate su cani e gatti, sono state molto varie e hanno anche evidenziato come la morte degli animali domestici abbia un impatto profondo sulla relazione tra gli stessi esseri umani. È, in altre parole, evidente che la società odierna tenda ad attribuire un ruolo significativo a cani, gatti e a ogni altro piccolo compagno di vita. Pertanto, questo tipo di lutto va monitorato e non sottovalutato, per salvaguardare il benessere delle persone stesse.

Quali sono le vostre storie relative al lutto per gli animali domestici? Fatecele sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-07 10:03:582026-05-07 10:05:31Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto

Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas

7 Aprile 2026/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

La morte entra nella vita degli adolescenti più spesso di quanto immaginiamo. A volte lo fa attraverso i racconti dei media, le serie, la musica, i social, altre volte in modo diretto, con la perdita di un genitore, di un amico o di un nonno. Oggi, essendo questi ultimi presenze quotidiane, fortemente coinvolte nella vita dei nipoti, questo è spesso uno dei primi lutti importanti che le ragazze e i ragazzi devono affrontare.

Tuttavia, solo negli ultimi decenni la letteratura psicologica ha iniziato a riconoscere pienamente la specificità del lutto in adolescenza: per lungo tempo questa fase della vita è stata letta come un’estensione dell’infanzia o un’anticipazione dell’età adulta, senza coglierne le caratteristiche proprie e le sfide evolutive che influenzano profondamente il modo in cui si vive una perdita.
L’adolescenza, come sottolinea Giuseppe Pellizzari, non è solo un’età turbolenta, ma una fase della vita in cui avviene una vera e propria “seconda nascita”, in cui l’identità è soggetta a un processo di vertiginoso cambiamento corporeo, psichico, soggettivo e sociale. La domanda cruciale è “chi sono io?”.

Come osserva Erikson, il giovane è impegnato a tenere insieme ciò che sente di essere e ciò che gli altri vedono. In bilico fra un’infanzia che non c’è più e un’adultità che non c’è ancora, i ragazzi affrontano numerose sfide: la riformulazione dei legami familiari, la rinegoziazione del proprio ruolo tra i pari, i cambiamenti del corpo che cresce — e dunque cambia, invecchia, muore. L’adolescenza è anche il momento in cui si comincia a fare i conti con un mondo che appare per la prima volta nella sua complessità.

In questo equilibrio già fragile, il lutto è una scossa potente che può lasciare tracce durature. Dal punto di vista cognitivo, un adolescente comprende perfettamente cosa significa morire: sa che la morte è definitiva e irreversibile, ma questo non vuol dire che sia già pienamente in grado di integrare questa esperienza dal punto di vista emotivo. La morte può infatti apparire come qualcosa di inaccettabile, una rottura che non trova posto nella propria storia, un evento che “non dovrebbe succedere” e rispetto al quale non si sa bene come reagire. Non è raro che i ragazzi si concentrino sugli aspetti concreti e che reagiscano efficacemente, anche più degli adulti, nella riorganizzazione della loro vita quotidiana. È più faticoso, invece, capire i segni che il lutto ha lasciato nel loro cuore e comprendere cosa significhi davvero perdere qualcuno per sempre.

A differenza di quanto spesso si immagina, il lutto negli adolescenti non segue un percorso lineare. Una delle caratteristiche più tipiche è quella che potremmo chiamare “altalena emotiva”: momenti di dolore intenso, rabbia o disperazione si alternano a fasi in cui il ragazzo sembra stare bene, ride, esce, si comporta “come se niente fosse”. È del tutto normale che chi ha perso una figura significativa oscilli fra momenti di spensieratezza — soprattutto nel gruppo dei pari — e momenti di rabbia o angoscia profonda, spesso più evidenti nello spazio familiare. Non è incoerenza, ma il modo in cui il dolore si esprime, a ondate che hanno una funzione protettiva.

Quando la perdita è significativa, inoltre, il dolore può riemergere nel tempo, anche a distanza di anni. Ogni passaggio evolutivo — la fine di una relazione, un fallimento scolastico, un cambiamento significativo — può riattivare il lutto, riportando alla superficie domande e vissuti non ancora elaborati.
Negli adolescenti, il lutto raramente si manifesta in modo diretto. Più spesso la fatica si esprime altrove: nel ritiro sociale, nelle difficoltà scolastiche, nei conflitti familiari, nei disturbi alimentari o nei comportamenti a rischio. Un ragazzo può apparire “arrabbiato”, “svogliato”, “disinteressato”, mentre sta cercando di dare forma a un dolore che non sa come esprimere.
Parlare di lutto in famiglia è difficile, soprattutto quando non si tratta di un discorso astratto ma di situazioni concrete e vicine. Quando la perdita riguarda una figura genitoriale, un fratello o una sorella, il lutto non è solo individuale ma coinvolge l’intero sistema familiare. E proprio per questo può trasformarsi in un macigno che pesa nella quotidianità.

Immaginiamo una scena. Una madre (ma vale anche per un papà), rimasta da poco vedova, rientra a casa sfinita dopo aver gestito da sola ciò che prima si faceva in due. Trova la figlia o il figlio adolescente sul divano, immerso in un gioco online o in una serie, con i piatti del pranzo ancora da lavare e i compiti non fatti. La reazione più immediata è spesso la rabbia. A cui magari segue una risposta altrettanto rabbiosa del giovane. L’episodio, normalissimo, si amplifica a dismisura, si trasforma in una lite, che diventa un conflitto acceso. Volano frasi sfortunate da entrambe le parti e si dicono cose che feriscono in profondità: “È una mancanza di rispetto. Se papà fosse ancora vivo non faresti così” o, da parte di lui, “avrei preferito che fossi stata tu a morire”. Non è facile, in quei momenti, riconoscere che sotto le parole dure ci sono il dolore, l’angoscia e l’immane fatica del lutto. Anche i genitori più attenti possono essere troppo coinvolti per riuscire a fermarsi e dare spazio a una modalità di relazione diversa… eppure questa è la via.

Per chi accompagna adolescenti in un’esperienza luttuosa, che si tratti di genitori, insegnanti o professionisti, è fondamentale adottare uno sguardo auto-osservativo, riconoscere l’impatto che le emozioni hanno dentro di noi e dentro i ragazzi, per poi “dare parola” a ciò che spesso resta implicito.
Essere di supporto significa riuscire ad aprire un dialogo che non si fermi ai fatti, ma che includa il mondo interno dei ragazzi: non solo “come è andata a scuola?” (a cui seguirà l’immancabile monosillabo), ma anche un “come stai?” che attenda il tempo (a volte lungo) di una risposta e apra alla possibilità di parlare su cosa si pensa e cosa si prova.
La musica, le serie, i film, gli anime e i linguaggi dell’immaginario giovanile possono diventare strumenti preziosi per avviare un dialogo di questo tipo. La differenza, in fondo, è tutta qui: non parlare “ai” ragazzi, ma riuscire a parlare “con” loro di ciò che stanno vivendo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/04/disagio-adolescenziale.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-04-07 08:56:322026-04-07 08:59:36Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas

Il lutto traumatico: quando la morte degli altri ci interroga come società, di Cristina Vargas

22 Gennaio 2026/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

I drammatici eventi dell’inizio del 2026 hanno portato al centro della nostra attenzione il tema della morte violenta e del lutto traumatico. La parola “trauma” deriva dal greco τραῦμα, letteralmente “ferita”. In ambito psicologico, il concetto di evento traumatico può riferirsi a un ampio ventaglio di esperienze estreme e drammatiche, che mettono a repentaglio la sopravvivenza o l’integrità della persona nella sua globalità. Si tratta di eventi che irrompono nella vita di un individuo (o di una comunità), provocando una vera e propria “rottura” fisica e/o psichica, talmente intensa da oltrepassare le possibilità di comprensione, di risposta e di integrazione di quanto accaduto nella storia di vita di chi ne è coinvolto. Questo vale anche per le persone affettivamente più vicine alla vittima e per chi è testimone dei fatti.

Ogni lutto può contenere in sé elementi traumatici, anche quando la morte era attesa, come accade, ad esempio, quando chi muore aveva un’età molto avanzata o al termine di una malattia cronico-degenerativa. Riconoscere e farsi carico di questi vissuti è una parte importante di ogni processo di elaborazione del lutto.

Ci sono, tuttavia, dei lutti in cui la dimensione del trauma caratterizza il modo in cui avviene il decesso ed è preponderante nel percorso di elaborazione. Penso, in particolare, alle vittime di guerra o di crimini violenti; al suicidio o a chi perde la vita in incidenti fatali. Queste drammatiche esperienze interrogano profondamente non solo chi le attraversa in prima persona, ma anche la società nel suo insieme.
In tutte queste situazioni, i superstiti possono sperimentare risposte, e talvolta veri e propri sintomi, tipicamente collegati al trauma. I primissimi momenti sono spesso segnati dal disorientamento, dall’incredulità, dallo shock e dalla confusione. Le emozioni possono essere intense e travolgenti oppure, all’opposto, la persona può “congelarsi” o disconnettersi da esse. In una fase successiva possono emergere stati di ipervigilanza, esplosioni di rabbia o di allarme, attacchi di panico; possono inoltre presentarsi incubi, flashback e immagini intrusive: frammenti disturbanti che si impongono alla mente e riportano a momenti di altissima intensità emotiva. Spesso il ricordo del momento in cui sono accaduti i fatti è pervasivo e disturbante e frammentato. Il timbro della voce o lo sguardo della persona che ha comunicato la notizia. Il suono assordante delle sirene. Le luci intermittenti dei mezzi di soccorso. Gli odori. Il corpo martoriato della persona cara. Queste immagini hanno spesso una qualità profondamente corporea: non sono “soltanto” pensieri, ma qualcosa che fa male, una lama che trafigge, un peso che toglie il fiato. Proprio per questo alcuni dei più attuali approcci terapeutici al trauma, in primis la Psicoterapia sensomotoria, partono proprio dal corpo nei percorsi di supporto e nel trattamento dei sintomi collegati all’esperienza traumatica.

Uno dei bisogni che emergono con maggiore frequenza nell’esperienza di chi attraversa un lutto traumatico è proprio quello di “capire”. Può accadere che il pensiero torni ripetutamente ai fatti, ripercorrendoli più e più volte nel tentativo di ricostruire la dinamica di quanto è successo e di trovarvi un senso. La mente si affolla di domande ricorrenti, a cui non sempre è possibile dare risposte certe: Poteva andare diversamente? Di chi è la colpa? Avrei potuto impedire che accadesse? Questi interrogativi si intrecciano spesso con vissuti emotivi intensi e non sempre facili da nominare, come la paura, la rabbia e il senso di colpa.

Nel caso delle morti violente, il percorso giuridico che necessariamente si apre diventa uno degli aspetti più complessi da attraversare. Il bisogno di verità e di giustizia è molto forte per i superstiti e può portare a riporre elevate aspettative nelle indagini o, quando si verifica, nel successivo processo. Tuttavia, il complesso ingranaggio giudiziario, con i suoi spazi freddi e i suoi tempi tecnici, raramente è allineato con i bisogni emotivi di chi è in lutto: i procedimenti si allungano, le risposte tardano ad arrivare e, con esse, può prolungarsi la sensazione di un tempo sospeso, denso di nodi irrisolti che aggiunge spesso un ulteriore carico di sofferenza.
Può anche succedere che i familiari di chi muore in forma violenta si trovino a confrontarsi con diverse forme di colpevolizzazione delle vittime: puntare il dito contro chi è morto diventa talvolta un modo per evitare di farsi carico di responsabilità collettive, che possono essere difficili da ammettere. Per le famiglie, scontrarsi con questi atteggiamenti rappresenta una vera e propria seconda ferita, una “vittimizzazione secondaria” che si aggiunge a un lutto già profondamente faticoso. A questo si affianca la sovraesposizione mediatica e i rischi a cui essa espone: spazi che consentono l’anonimato, come i social network, possono essere sia una fonte di supporto sia una vera e propria gogna.

Studi come quelli di George Bonanno hanno mostrato come, anche di fronte a eventi potenzialmente devastanti, molte persone riescano a ritrovare nel tempo un nuovo equilibrio dopo la perdita. Qualcuno trova la forza di andare avanti agganciandosi all’amore per chi ancora c’è. Per altri si apre la via dell’attivismo, come forma di restituzione di voce e dignità a chi non c’è più. Per altri ancora, la via passa attraverso la testimonianza e la condivisione del dolore. Per i più, il cammino per continuare a vivere è un percorso faticoso, fatto di fatiche quotidiane, di alti e bassi, di adattamenti spesso silenziosi e imperfetti, che puntellano lo sforzo di continuare a vivere anche mentre si soffre. C’è una pluralità di risposte possibili che va ben oltre i modelli teorici e che non ha tempi prestabiliti.

Anche quando colpisce una singola persona, il lutto traumatico ha una profonda dimensione sociale e interroga il modo in cui una comunità si prende cura dei propri membri. La tutela della vita e della sicurezza non è mai solo una questione individuale, ma il risultato di una responsabilità reciproca. Il dolore degli altri ci riguarda. Accostarsi con rispetto e solidarietà alle storie di chi perde una persona cara in circostanze traumatiche, anche quando siamo spettatori lontani, testimonia la nostra capacità di occuparci dei legami comunitari anche nei momenti più faticosi.

E voi che ne pensate? Avete esperienze da condividere o osservazioni da fare? Grazie come sempre per la vostra partecipazione.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/01/lutto-traumatico.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-01-22 09:49:192026-01-22 09:49:19Il lutto traumatico: quando la morte degli altri ci interroga come società, di Cristina Vargas

La scrittura autobiografica e il lutto, di Marina Sozzi

19 Dicembre 2025/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Da quando, nel 2016, ho seguito un master che mi ha insegnato varie tecniche per modulare e gestire le emozioni, e per condurre gruppi, ho fatto numerose esperienze di laboratori di scrittura autobiografica. È stato, fin da subito, lo strumento che ho sentito più mio, e che mi è parso potentissimo, per gli effetti che ha avuto su di me e che osservo negli altri.
Negli anni, mi è capitato spesso di avere nei gruppi persone che stavano cercando di superare un lutto e di ritrovare il senso della propria vita. E ho potuto constatare che la scrittura autobiografica, senza naturalmente avere la pretesa di essere uno strumento terapeutico risolutivo, ha tuttavia la capacità di aiutare. Provo in poche parole a spiegare perché, a mio modo di vedere.

Sappiamo ormai che ogni lutto è una storia personale e unica, nonostante si possano rinvenire aspetti ricorrenti. I tempi e i modi di superamento sono molteplici, tanti quante sono le persone in lutto e le loro storie di vita. Come suggeriscono studi recenti (Margaret Stroebe e Henk Schut), da un lato i dolenti si concentrano sulla sofferenza legata alla perdita, provano emozioni di tristezza e nostalgia, e coltivano il ricordo defunto, cercano di creargli uno spazio nella vita che continua. In una parola, non possono fare a meno di avere lo sguardo rivolto all’indietro. Al contempo, dall’altro lato, sono impegnati in attività orientate alla ricostruzione, che riguardano la necessità di adattarsi alla vita senza la persona perduta. Queste ultime includono la ripresa della routine quotidiana e la ricerca di nuove esperienze, relazioni o modi per ristrutturare la propria vita. Talvolta anche queste attività producono stress, quando per esempio una persona deve assumere ruoli che erano del morto e che trova difficili da portare avanti. Il lutto consiste in un’oscillazione tra questi due orientamenti, permettendo agli individui di affrontare il loro dolore mentre si adattano al cambiamento indotto dalla perdita. Non si tratta però di un’oscillazione tra il buio e la luce, o tra dolore e speranza di guarigione. Questo modello evidenzia la complessità dell’esperienza del lutto, sottolineando che non c’è una sola giusta o normale maniera di viverlo e che le emozioni possono variare notevolmente nel corso del tempo. Questo processo, diverso per ognuno, richiede di dare un posto alla relazione con il morto, di rileggere la propria storia e ciò che è stato vissuto con chi non c’è più, e al contempo comprendere come è possibile continuare con la propria biografia, proiettarsi nel futuro.

In che modo la scrittura autobiografica (specialmente se sperimentata in gruppo) può sostenere questo processo? Nella mia esperienza, le persone in lutto, qualsiasi sia la consegna che viene data loro (quando si lavora in gruppo il conduttore dà un titolo, una consegna per evitare il blocco della pagina bianca), tornano con il pensiero a episodi vissuti con il defunto, li rielaborano, talvolta danno un nuovo significato a fatti che avevano sempre interpretato in modo univoco. Ricreano, costruiscono ponti tra gli eventi, rendono mobile, cangiante l’esperienza vissuta, la rileggono. Talvolta allentano il senso di colpa, riconoscendo di aver fatto il possibile in una determinata situazione, di non avere avuto altra scelta. Si mettono in un’ottica di cambiamento: reinterpretare è già cambiare, assumere un punto di vista nuovo, sentirsi diversi. E siccome la perdita è un’esperienza di cambiamento piuttosto violenta, perché non scelta, assecondare il flusso invece di resistergli può senz’altro facilitare il recupero. Non solo. Spesso le persone hanno ricordi angosciosi di momenti particolarmente dolorosi della malattia del proprio caro scomparso, o di frasi dette o che si sarebbero volute dire e non sono state pronunciate. Mettere su carta il dolore, la mancanza, ma anche il rimpianto o talvolta il rimorso, renderli oggettivi e condividerli con gli altri, è un po’ come posarli per terra, toglierseli dalla schiena, alleggerirsi. Constatare che il dolore è cifra distintiva dell’umano, che nessuno ne va immune, sostiene perché avvicina, crea una piccola comunità di affinità elettive. In un contesto in cui ciascuno parla delle sue sofferenze, la propria si stempera, allenta un po’ la presa.

Naturalmente per i lutti più difficili serve un sostegno psicologico, individuale o di gruppo. Tuttavia, questo è uno strumento che offre un contributo prezioso al ritrovamento del benessere.

Voi che ne pensate? Avete fatto esperienze di scrittura autobiografica? Vi succede di scrivere quando vi sentite appesantiti da un vissuto, o quando siete insonni? Vi saremo grati se condividerete le vostre esperienze.

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Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari

24 Novembre 2025/16 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Riceviamo e con piacere pubblichiamo un articolo di Nicola Ferrari sul rapporto tra decluttering e lutto.

C’è qualcosa di sorprendentemente affine tra l’atto di svuotare un armadio e ricordare chi abbiamo perso. È una sensazione che mi ha investito subito, appena ho conosciuto per caso Marie Kondo, incappando in suoi video in rete: questa piccola donna giapponese, diventata celebre in tutto il mondo grazie ai suoi libri e alla serie su Netflix, è in questi anni la più famosa esperta di decluttering domestico, la pratica di liberarsi di ciò che si considera vecchio, inutile o comunque non più necessario per creare poi un nuovo ordine. Ma il suo approccio, denominato metodo KonMari, va ben oltre l’ordine materiale di un cassetto o una stanza: si tratta di raccogliere tutto e averlo ben sotto gli occhi, scegliere ciò che resta e ciò che si elimina, ringraziare e lasciare andare.
Dietro l’apparente leggerezza si nasconde una grammatica del congedo: mettere via ciò che non dà più gioia e accogliere il nuovo si trasformano in esercizi di consapevolezza che ricordano da vicino il lavoro del lutto. Ogni vestito che si mette sul letto diventa un frammento biografico potentissimo, ogni decisione su cosa farne una microseparazione. Il riordino delle varie stanze si converte in un rito laico: imparare a riconoscere ciò che può restare e ciò che deve essere lasciato, non per negare la perdita ma per renderla affrontabile. Forse, in fondo, il metodo non insegna solo a fare spazio fisico a casa ma, trasportato metaforicamente, riconosce il posto che l’assenza occupa nelle nostre vite per decidere come vivere il lascito.
C’è un momento, per me il più elevato di ogni puntata della serie, durante il quale Marie Kondo entra nelle case di famiglie sommerse dal caos, si siede sul pavimento e in silenzio, in pochi secondi, avvia il semplice rito di ringraziare la casa per tutto quello che ha offerto e per il conseguente rinnovo. È una situazione semplice, breve ma ogni volta densissima e davvero emozionante perché prefigura ciò che accadrà poi intimamente.
Dopo questo veloce cerimoniale, inizia la seconda fase del suo metodo: con una sequenza preordinata i vestiti vengono accumulati, i libri ripresi uno ad uno, la cucina svuotata e così via, intervenendo su tutte le stanze e tipologie di oggetti. Questi gesti, che durano per i proprietari vari giorni, aiutano a ritrovare una forma di equilibrio. Il suo sistema, pensando alle nostre perdite, non ‘pulisce’ il dolore ma aiuta a rimettere insieme ciò che è disperso. Riorganizza la presenza dell’altro dentro noi stessi per dare un nuovo posto a ciò che continua ma deve assumere una forma diversa. Non si tratta quindi di minimalismo perché si va oltre la valorizzazione della semplicità e l’eliminazione del superfluo e neppure di swedish death cleaning, l’altro approccio che si fonda sempre sul togliere ma con lo scopo finale di evitare questo lavoro di scelta ai cari che resteranno dopo di noi. È invece un procedimento che mira a trasformare la materia in significato, rendendo il percorso del lutto un processo di selezione, una possibilità per trovare una leggerezza che ci permetta di continuare a vivere accanto alla memoria senza esserne schiacciati. In questa logica, il lutto implica un grande riordino: prima di oggetti, poi di immagini interiori e infine di significati; lei ci dice inconsapevolmente quanto il prendersi cura di ciò che resta sia il più efficace gesto di amore per chi abbiamo perso ma anche per noi stessi.
Ogni volta che la guardo o la cerco in rete, mi appare sempre più strepitoso l’enorme successo che ha avuto, considerando tra l’altro che il mondo del decluttering è veramente colmo di esperti, influencer, appassionati in ogni continente; alla fine poi questo minuto essere umano non propone niente di assolutamente nuovo in questo vasto panorama, ma la risonanza che sta avendo da anni la rende del tutto unica. È stata ospite ovunque, ha creato (ovviamente) un’azienda che offre percorsi di formazione per diventare suoi consulenti certificati e tanto altro; molto dipende dal suo mantra: tieni solo ciò che ti dà gioia, il resto ringrazialo e liberatene. Un pensiero semplice e riconoscibilissimo e forse è proprio questo, oltre alla possibilità di vederlo incarnato con coerenza nella sua persona, a renderlo così identificabile e prossimo a tanti. Si tratta di conversare con l’assenza tramite i vestiti, i libri, gli utensili da cucina che abbiamo in casa e che si trasformano in un tramite diretto: toccarli, guardarli direttamente e poi ascoltare come attivano memorie e riflessioni, decidere dove collocarli e cosa farne, ringraziare per quello che ci donano, risistemando giorno dopo giorno la stanza, la vita.
Riordinare è un atto di gratitudine, lasciare andare una preparazione rappresentativa alla morte, la ricerca della gioia un’opzione che va conquistata. Che una forma di ordine possa anche diventare un modo per orientare l’esistenza dopo la perdita è un fatto, non una metafora.
Cosa ne pensate? Avete fatto questa operazione di decluttering dopo una perdita?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/11/Decluttering.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-11-24 10:22:252025-11-24 10:22:25Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari

La famiglia in lutto, di Cristina Vargas

7 Luglio 2025/1 Commento/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Quando riflettiamo sul lutto il nostro sguardo spesso si focalizza sui vissuti e sulle emozioni del singolo dolente. Tuttavia, il lutto è un fenomeno intersoggettivo per eccellenza. La morte di una persona cara modifica in modo profondo e talvolta radicale le reti interpersonali e comporta cambiamenti di ampio respiro a livello relazionale.
In questo articolo vorrei soffermarmi sull’impatto del lutto nelle dinamiche familiari.
Possiamo considerare la famiglia – qualsiasi forma essa assuma – come un sistema dinamico, aperto e in costante mutamento. Così come c’è un ciclo di vita di ogni persona, c’è un ciclo di vita familiare: le famiglie attraversano fasi diverse, i ruoli e le dinamiche cambiano, i rapporti si evolvono e mutano nel tempo. Nell’avvicendarsi delle generazioni, le nascite e le morti possono essere pensate come dei passaggi; momenti di cambiamento radicale che sollecitano in profondità tanto gli individui quanto l’intero gruppo.

I lutti, in particolare, sono fra gli eventi più complessi che i gruppi familiari si trovano ad affrontare. Murray Bowen, uno dei primi autori a essersi occupato di questo tema in modo sistematico, descrive il lutto come “un’onda d’urto emotiva” che colpisce la famiglia. I contraccolpi di quest’onda – diretti o, più spesso, sotterranei – possono farsi sentire ovunque nel sistema familiare e possono durare talvolta per anni.

Durante il percorso di elaborazione e integrazione della perdita possono succedere molte cose all’interno della famiglia.
Nella maggior parte dei casi, dopo un primo momento di crisi, è possibile (ri)trovare un senso di alleanza e, insieme, scoprire delle risorse inattese e attivare una risposta resiliente.
Altre volte, tuttavia, l’onda d’urto colpisce in modo più violento e possono crearsi degli scontri: ne sono esempio le liti fra fratelli per differenze di opinione riguardo alla gestione del fine vita di un genitore o per questioni legate alla successione ereditaria; oppure le separazioni – statisticamente molto numerose – fra i coniugi che affrontano il dolore atroce della morte precoce di un figlio.
In certe situazioni si può essere espulsi dal gruppo familiare o, specularmente, si può sentire il bisogno di scappare. In altri casi ci si può avvicinare troppo ad alcuni parenti, fino a diventare inseparabili. È il caso, per esempio, del partner di un figlio o una figlia adulti deceduti in età ancora giovanile, che viene “inglobato” nella famiglia del defunto e diventa “un altro figlio”. Questa vicinanza inizialmente è necessaria o consolatoria nei primi tempi, ma può ostacolare la tessitura di nuovi rapporti o diventare molto problematica quando il genero o nuora cominciano a desiderare di aprirsi a un nuovo legame di coppia.

Capita anche che la famiglia si “immobilizzi”, perché qualsiasi movimento potrebbe intaccare un equilibrio troppo precario: anche i più piccoli cambiamenti diventano impensabili, l’aria si carica di “non detti” e nello stare insieme si ha la sensazione di “camminare sulle uova” per non dire o fare qualsiasi cosa che possa turbare la calma apparente. Questa situazione può presentarsi nelle morti perinatali, di cui non si riesce a parlare, o quando la causa della morte non può essere nominata perché coperta di stigma.
In altri casi, i più gravi, l’intero sistema collassa, la famiglia si disgrega e si allontana, o si aggroviglia in rapporti conflittuali che sembrano non avere nessuna via possibile di risoluzione.
La psicoterapeuta Froma Walsh ci ricorda che la morte di uno dei suoi membri comporta molteplici perdite per la famiglia. Non solo perdiamo una persona cara, ma si crea anche un vuoto nel ruolo – implicito o esplicito – che quella persona ricopriva all’interno del gruppo: la famiglia, di conseguenza, deve imparare a funzionare in un modo nuovo sia negli aspetti pratici (materiali e organizzativi), sia per quanto riguarda la sfera relazionale (affettiva e comunicativa).

In molte situazioni i ruoli devono essere riscritti.
Penso per esempio a Lucia, una donna di successo a livello professionale. Dopo la morte improvvisa del marito, Lucia si ritrovò a dover riorganizzare il proprio tempo in funzione delle esigenze dei figli, ridusse il lavoro per accompagnarli a scuola e cominciò a occuparsi delle grandi e piccole incombenze della cura, di cui prima si occupava il marito. Forte e determinata, la donna non perdeva un colpo, ma sentiva che la sua vita era diventata “un incubo” e che gli impegni legati ai figli (prima limitati ma piacevoli) si erano trasformati in veri e propri macigni. Le emozioni che provava erano complesse: c’era la tristezza per la morte di un marito amato, ma anche la rabbia contro di lui per averla lasciata sola e il senso di colpa, enorme e debordante, per non riuscire a “godersi” la cura dei figli e per non essere la mamma presente e premurosa di cui avrebbero avuto bisogno. Il percorso, per Lucia, una volta riconosciute queste emozioni, è stato quello di trovare un suo modo di essere mamma, riscrivendo da capo un ruolo che sentiva difficile, ma al quale non voleva, né poteva sottrarsi.

Ci sono casi in cui i ruoli possono invertirsi o confondersi.
Nel lavoro con i vedovi e le vedove un po’ più avanti con l’età, è frequente che il superstite sperimenti un profondo senso di solitudine e può capitare che, inconsciamente, si cerchi di colmare il vuoto lasciato dal partner con la presenza dei figli o figlie adulti. Questo può creare tensioni, se figli e figlie si sentono eccessivamente (o indebitamente) sollecitati dalla richiesta di cura, oppure, al contrario, può portare i figli a trascurare altri ambiti della loro vita per stare accanto al genitore superstite, che percepiscono come fragile e senza sufficienti risorse per ritrovare la sua autonomia.

In tutte le situazioni che abbiamo elencato, l’autoconsapevolezza è il primo passo verso la costruzione di nuove modalità di rapporto e di nuovi equilibri. Riconoscere quello che sta succedendo nella nostra vita familiare non è affatto facile, perché ne siamo coinvolti in profondità e alla situazione contingente – il lutto – si aggiungono emozioni antiche, che si sono sviluppate lungo la storia di legami sempre complessi e mai lineari.
La via, per quanto faticosa, è quella dell’ascolto reciproco, del dialogo sincero, del desiderio di capire fino in fondo il punto di vista degli altri. Queste competenze, unite all’affetto e alla cura, sorreggono il gruppo familiare nel processo di riorganizzazione e di attivazione della resilienza, attingendo a risorse che a volte nemmeno sapevano di avere.
Quando le difficoltà sono invece eccessive, è possibile cercare aiuto. Uno sguardo sistemico, attento ai cambiamenti concreti e alle dinamiche relazionali che si sviluppano nella famiglia, ma esterno a esse, può talvolta essere un aiuto prezioso per ricentrarsi e ritrovarsi.
E voi che ne pensate? Ci sono esperienze – personali o professionali – che vi va di condividere rispetto a questo tema?

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Le app per il lutto: opportunità o rischio? di Davide Sisto

5 Maggio 2025/3 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

In un’epoca sempre più segnata dal progressivo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale si stanno diffondendo, in tutto il mondo, nuove modalità per affrontare problemi di natura psicologica o addirittura psichiatrica, soprattutto legati all’elaborazione del lutto. In altre parole, sono state create svariate app, alcune scaricabili gratuitamente altre a pagamento, che offrono supporto sia collettivo sia personalizzato al lutto in una maniera molto particolare: in primo luogo, una volta creato il proprio account, permettono all’utente di accedere a gruppi di supporto e a forum collettivi i quali, moderati da professionisti umani e generalmente intenti a usare la lingua inglese, offrono molteplici testimonianze personali relative a una perdita dolorosa. Ciascun utente, in altre parole, può o solo leggere passivamente i racconti altrui o intervenire attivamente con la narrazione delle proprie vicende private. Ci si ritrova, pertanto, immersi all’interno di gruppi di supporto in cui incontrare persone provenienti da tutto il mondo, le quali hanno vissuto esperienze simili alla propria, confrontandosi con loro senza uscire di casa, usando il solo smartphone e la mediazione dello schermo. In queste sezioni dell’app sono inoltre incluse vere e proprie bibliografie dedicate al tema del lutto e della salute mentale.

In secondo luogo, queste app forniscono – di solito, sottoscrivendo un abbonamento – anche un supporto del tutto personalizzato. Vi sono, cioè, professionisti riconosciuti – psicologi, psichiatri, svariati terapeuti e addirittura notai e giuristi – a disposizione del singolo utente, di modo da fare sedute terapeutiche tramite gli schermi e da ottenere le consulenze necessarie in merito alla gestione delle eredità del caro estinto, compreso il supporto per la compilazione di documenti legali e finanziari.

Oltre ai professionisti umani, vi sono anche – in alcuni casi – veri e propri chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa, i quali offrono la loro assistenza come terapeuti virtuali 24h su 24. Pertanto, il singolo utente può decidere di parlare delle proprie vicende private con un programma di intelligenza artificiale, in grado di adattarsi alle risposte e di creare un legame emotivo con il paziente, riuscendo spesso ad affrontare anche le situazioni più critiche, come – per esempio – la minaccia di un atto suicidario (o, almeno così, viene garantito). La peculiarità di questi chatbot è la loro disponibilità totale e senza pause. Li si può contattare in qualsiasi momento del giorno e della notte, essendo privi delle esigenze tipicamente umane.

Le app per ora più utilizzate sono Untangle, DayNew, Empathy. Recentemente, un team di ricercatori del Dartmouth ha condotto la prima sperimentazione clinica su un chatbot terapeutico basato su IA generativa, chiamato Therabot. “Dopo otto settimane, tutti coloro che avevano usato Therabot hanno registrato una riduzione significativa dei sintomi, superiore alla soglia considerata clinicamente rilevante”, leggiamo in questo articolo.
La diffusione progressiva di questo tipo di supporto tramite app, soprattutto negli Stati Uniti ma anche nel continente europeo, ovviamente non può non sollevare tutta una serie di domande. In primo luogo, c’è da chiedersi a chi, effettivamente, raccontiamo le nostre vicende personali e confidiamo i nostri problemi di salute mentale. Come spesso capita nel mare magnum delle app, non abbiamo idea di come vengano utilizzati i nostri dati e, soprattutto, se vengono protetti e preservati con cura, tenuto conto dell’estrema vulnerabilità in cui si trova il dolente. Siamo davvero preparati a barattare i nostri bisogni di condivisione e di assistenza con la condivisione sregolata di informazioni estremamente delicate? In secondo luogo, là dove vengono offerti supporti sia da professionisti umani sia da programmi di intelligenza artificiali, ci si chiede se dall’altra parte dello schermo, nel caso l’utente voglia interagire soltanto con un essere umano, se è davvero soddisfatta la sua richiesta oppure se siano utilizzati chatbot a sua insaputa. Se l’utente usa la tal app in piena notte, a causa di un’improvvisa crisi, chi gli risponde? O, detto meglio: chi gli garantisce che a rispondere sia davvero una persona in carne e ossa? Inoltre, i chatbot sono programmati generalmente per trattenere il più possibile gli utenti che ne fanno uso: questo non inficia la relazione terapeutica? Non rischia, ad esempio, di creare subdole forme di dipendenza emotiva e psicologica? In terzo luogo, il supporto mediato dagli schermi, che sia offerto da un terapeuta umana o da uno artificiale, ha la stessa rilevanza di quello fatto in presenza?

L’innovazione tecnologica si evolve più rapidamente del modo di vivere degli esseri umani, dunque c’è da chiedersi se gli strumenti finora utilizzati dai terapeuti nelle sedute in presenza possano essere così facilmente sostituibili da quelli usati a distanza, tramite lo smartphone. Difficile dare oggi una risposta oggettiva. A mio modo di vedere, trovo positivi i forum e i gruppi di supporto presenti in alcune di queste app che, come negli altri gruppi presenti sui social media, possono offrire calore e vicinanza a chi fa fatica a rapportarsi con le persone che lo circondano. Più delicata la questione relativa alla vera e propria terapia tramite app. Di certo, è indice di una realtà in continua trasformazione, la quale intercetta i cambiamenti sociali e culturali degli esseri umani. Occorre, pertanto, non censurare ma tenere gli occhi aperti, facendo in modo che queste innovazioni possano rappresentare un surplus di aiuto, non una sostituzione.
E voi cosa ne pensate? Avete mai provato un app per il lutto? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/05/evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-05-05 10:39:252025-05-05 10:39:25Le app per il lutto: opportunità o rischio? di Davide Sisto

Il lutto della vedova, ieri e oggi, di Marina Sozzi

2 Aprile 2025/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Quando leggo che nella nostra società chi ha subìto una perdita viene lasciato solo, privo di riti collettivi e senza norme codificate, ed è costretto a vivere il proprio dolore ripiegato su se stesso, nel foro interiore, non sono più d’accordo. E desidero argomentare le ragioni di questo mio disaccordo.
Prendiamo una figura emblematica del lutto, quella della vedova. Se si guarda alla storia, constatiamo che nel mondo antico le vedove subivano terribili coercizioni, erano prive di diritti ed erano messe sotto tutela (dei figli o di altre figure familiari), impossibilitate a scegliere per sé: considerate deboli e incapaci, erano spesso indigenti e prive di peso sociale. Nelle civiltà con struttura patriarcale, infatti, la posizione della donna, già subordinata a quella del marito, diventa ancor più precaria a seguito di un’eventuale vedovanza.
Solo durante il tardo Medioevo (XV secolo), le vedove hanno cominciato a poter ereditare la proprietà del marito qualora avessero dei figli minori, e spesso le donne sceglievano di non risposarsi per tutelare la propria autonomia e i propri beni.
Ma anche senza risalire tanto indietro nella storia, durante la seconda metà del XIX secolo, nella società vittoriana, il lutto, ma in particolare il ruolo della vedova, era strettamente normato.
Poiché la mortalità era molto alta, a causa di malattie, mancanza di asepsi, diete povere di nutrienti essenziali, e trattamenti medici del tutto inefficaci, il numero delle vedove (e dei vedovi) era grande. Le regole che regolavano l’etichetta del lutto per le donne variavano a seconda del legame con il defunto: e quelle che andavano rispettate per un marito erano le più rigide e durature. Il lutto delle vedove era suddiviso in tre fasi, da un lutto intenso e profondo a un lutto parziale, con una durata complessiva che poteva arrivare a due anni e mezzo. Abiti a lutto, crespo nero, pesante velo nero sul viso, solo gioielli “da lutto”, in particolare fotografie del defunto. Le vedove non erano tenute solo a precise regole di vestiario (talvolta molto onerose per le famiglie meno abbienti); anche la loro vita personale e le loro attività erano rigorosamente limitate. Per periodi determinati, erano costrette a casa e non potevano fare né ricevere visite, e neppure risposarsi (limitazione grave per quelle che non riuscivano a mantenere se stesse e i figli). L’aspettativa sociale era molto condizionante, e le donne che non rispettavano le usanze erano duramente disapprovate dall’intera comunità. La figura della vedova era soprattutto chiamata a suscitare commozione e pietà, e ci si aspettava che desse spettacolo del suo strazio, che annunciava un lutto inalterabile, definitivo, assoluto. Nel Médecin de campagne di Balzac la vedova compie il gesto, atteso dai presenti, di tagliare una ciocca di capelli; ciò significa che non si risposerà.
Non tutti però condividevano queste elaborate e grevi usanze. Nel 1875 in Inghilterra fu fondata la National Funeral and Mourning Association, che predicava il ritorno alla semplicità, e che ricevette anche l’appoggio della gerarchia ecclesiastica. Ma per vedere un cambiamento furono necessari alcuni decenni, e alcuni importanti eventi politici, sociali e culturali, e purtroppo anche bellici. La Prima guerra mondiale costituì infatti una frattura radicale nelle usanze del lutto per le vedove. Come è noto, la guerra fu un’ecatombe inedita di giovani uomini che perdevano la vita nelle trincee: le loro donne, mogli, madri, fidanzate, mandarono avanti l’economia al posto di coloro che erano al fronte. Queste donne non erano più incoraggiate a portare il lutto: sia perché quegli abiti sarebbero stati inadatti nei luoghi di lavoro, per la loro scomodità; sia perché tante donne in nero avrebbero demoralizzato la popolazione dei paesi belligeranti. Poco per volta le cose iniziarono a cambiare, finché le regole imposte non furono quasi ovunque abbandonate.
Un ruolo molto rilevante, per quanto riguarda la mentalità, lo ricoprì la visione freudiana del lutto, espressa in Lutto e Melancolia, del 1917. Ritenendo che occorresse scindere il legame con il morto per liberare la libido e tornare a vivere, Freud compì uno spostamento interpretativo fondamentale del fenomeno del lutto, portandolo dall’esteriorità (le regole sociali del lutto) all’interiorità. Successivamente, l’interpretazione di Freud è stata criticata da molti studiosi, che hanno proposto modelli psicologici differenti: tuttavia, si è continuato a guardare al lutto come evento che riguarda la psiche.
Nel frattempo, il nostro mondo è cambiato, nelle nostre società di grandi dimensioni sono venute meno le convenzioni rigide, le norme e i protocolli, e si è molto ridotto il controllo sociale, così che generalmente si è ampliata la libertà, la soggettività, la possibilità di scelta su come vivere il proprio lutto. Recentemente è stato inoltre sempre più chiaro che nessun modello di interpretazione può essere rigidamente applicato: ogni lutto è un’esperienza a se stante, ogni persona fa il suo personalissimo percorso di lutto.
Oggi, inoltre, accanto a una maggiore libertà, abbiamo efficaci pratiche di aiuto per chi fatica a superare un lutto: il sostegno della psicologia, da un lato, o l’aiuto tra pari (i gruppi di Auto Mutuo Aiuto), e inoltre siti e strumenti online a disposizione anche di chi vive in parti remote del paese. Cfr. ad esempio: Senza di te del Gruppo Eventi di Roma e l’associazione Maria Bianchi di Mantova.
Tuttavia, chi si occupa di sostegno al lutto rileva ancora una difficoltà tra le vedove. Benché sia loro riconosciuto il diritto di riprendere pienamente a vivere, fanno ancora fatica a concedersi di pensare a una nuova relazione affettiva. I cambiamenti di mentalità, ancora una volta, appaiono lenti, di lungo periodo.
Cosa ne pensate? Avete esperienze vostre o di persone a voi vicine? Che impressione avete del nostro modo di vivere il lutto? Vi pare che stiamo procedendo nella direzione giusta?

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Reddit e le comunità online sul lutto, di Davide Sisto

8 Marzo 2025/1 Commento/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Da alcuni anni in tutto il mondo gli utenti della Rete popolano in maniera sempre più attiva Reddit. Tenendo conto della definizione – certamente sommaria – che ne dà Wikipedia, Reddit è “un sito Internet di social news, intrattenimento e forum dove gli utenti registrati (chiamati redditors) possono pubblicare contenuti sotto forma di post testuali o di collegamenti ipertestuali (link)”. Ogni singolo individuo si registra, con il proprio nome e cognome o con un nickname, e quindi condivide post, domande, suggestioni su ogni tipo di argomento, ciascuno suddiviso su base tematica. Pare che il nome derivi da un gioco di parole: “I read it on Reddit”, l’ho letto su Reddit. La suddivisione per temi fa di Reddit la modernizzazione più efficiente dei forum frequentati prima dell’epoca dei social. Un utente, alla domanda di un neofita riguardo alla natura di questo luogo online, ha significativamente risposto: “È l’ultimo posto su internet dove invece di sentirti rispondere ‘e mica penserai che mi legga quel papiro (2 righe)’ si possono ancora fare discussioni argomentate, praticamente un’evoluzione dei forum del 2005”. Generalmente, le discussioni non producono lo stesso tipo di nervosismo presente all’interno dei social media classici, ma determinano una serie di riflessioni che permettono di ampliare la conoscenza su questo o quel tema a partire dall’esperienza pratica del singolo iscritto. Questo è uno dei motivi per cui si sta imponendo una nuova tendenza nella dimensione online: gli utenti sono sempre più passivi sui social media canonici e sempre più attivi invece all’interno dei luoghi come Reddit, nei quali si sentono maggiormente a proprio agio (forse, anche perché scelgono di solito di popolarli in modo anonimo).

È ovvio, sulla base di quanto appena detto, che su Reddit vi siano anche svariate comunità dedicate al tema della morte e del lutto: r/GriefSupport, r/Grieving e r/Bereveament sono le più note. Entrare al loro interno significa cogliere immediatamente un aspetto strutturale piuttosto interessante: sembra, cioè, di varcare la porta d’ingresso di un grande edificio dotato di innumerevoli stanze, ognuna dedita a un argomento molto specifico legato all’elaborazione del lutto. Per esempio, c’è la stanza in cui gli utenti parlano del decesso appena avvenuto di un proprio genitore, di un nonno, del partner o dell’animale domestico: ognuna di queste “stanze” è, pertanto, ulteriormente suddivisa in base al soggetto particolare di cui si soffre l’immediata perdita. Vi è, quindi, la stanza dedicata al lutto anticipatorio e a tutti gli aspetti emotivi e psicologici che lo caratterizzano. C’è la stanza dedicata alle riflessioni di natura filosofica o antropologica sulla morte, quella dedicata alle questioni legali in merito alle eredità, quella che si occupa delle commemorazioni della morte di un proprio caro avvenuta il tal giorno del tal anno, quella ancora che si occupa dei lutti non compresi e sottovalutati e via dicendo. Su r/GriefSupport ho contato più di venti sottocategorie. Ogni argomento presuppone forme variegate di narrazione: testi scritti uniti a immagini fotografiche e video, ma anche a link che rimandano ad altri social media (TikTok in primis) o a saggi scientifici e articoli giornalistici sul lutto. Addirittura, sono condivisi dai partecipanti gli indirizzi utili a cui rivolgersi nella città di appartenenza del dolente. A partire dalla domanda o dalla suggestione del singolo utente si articolano infatti decine, se non migliaia, di risposte le quali alternano il sostegno al dolente con la narrazione di un’esperienza personale simile.

In un articolo pubblicato su Mashable un ventenne racconta come Reddit lo abbia aiutato ad affrontare la morte del padre. Egli, in particolare, sottolinea la distanza emotiva tra le persone che fanno parte della sua cerchia quotidiana, le quali non sono riuscite a soddisfare le sue esigenze, e quelle incontrate su Reddit tramite la mediazione degli schermi: “Non importa quanto siano lontane, sanno esattamente come mi sento”, afferma. In altre parole, la condivisione pubblica – ma protetta tramite nickname – di una propria esperienza personale luttuosa su Reddit ha permesso, una volta ancora, di trovare quel tipo di comunità assente nella dimensione offline. La differenza rispetto a ciò che succede sui social come Facebook o Instagram è la sensazione di disporre di una maggiore protezione e di sentirsi in un luogo per così dire “domestico”. Chi entra dentro questo tipo di comunità, conoscendo le caratteristiche proprie dei forum, ha una maggiore familiarità con il tipo di parole da usare rispetto a luoghi, come appunto i social canonici, in cui sembra di stare sulla piazza pubblica della città, per cui ogni singolo individuo sente l’esigenza di esprimere un pensiero anche quando non è richiesto. Ovviamente, il lettore del blog può subito credere che siamo di nuovo in presenza dell’incapacità attuale degli esseri umani di unirsi tra loro senza la mediazione degli schermi. L’amara realtà, tuttavia, non può trascurare la natura potente del forum, soprattutto per le generazioni che ne hanno fatto ampio uso e che quindi ne conoscono le componenti simboliche: questo tipo di strumento, già nell’epoca pre-social, serve infatti per ampliare il proprio sguardo interpretativo sugli avvenimenti. Nei forum i simili si scelgono tra loro e questa scelta alleggerisce il senso di incomprensione che ognuno prova quando, per esempio, sta soffrendo. In altre parole, luoghi come Reddit possono essere intesi non solo come dei surrogati ma come delle integrazioni alle proprie mancanze personali.

Qualcuno di voi conosce Reddit e questo tipo di comunità? In alternativa, frequenta i forum sul lutto traendone benefici? Fatecelo sapere nei commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/03/reddit.png 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-03-08 09:43:542025-03-07 15:35:21Reddit e le comunità online sul lutto, di Davide Sisto

Il linguaggio della colpa, di Cristina Vargas

26 Novembre 2024/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Il senso colpa, in tutte le sue forme, è un’emozione forte, che segna profondamente il nostro agire e che spesso costella il percorso di elaborazione del lutto. Potente regolatore del comportamento individuale, il senso di colpa è una delle emozioni sociali, nel senso che esso ha la funzione di collegare il sentire e l’agire di ciascuno di noi a codici morali che hanno radici culturali, storiche e religiose.

Il filosofo e teologo ebraico Martin Buber, in polemica con le correnti psicologiche individualistiche allora dominanti, proponeva di ancorare la colpa alla relazione che la persona ha con il mondo e con gli altri. La colpa, spiegava Buber, non è solo un faticoso movimento intrapsichico da cui liberarci, ma ha un aspetto vitale, inevitabile (e forse necessario), poiché l’essere umano ha la potenzialità di commettere dei danni, lo sa, e deve occuparsene. In questa prospettiva, questa emozione si situa nello spazio intersoggettivo, che è anche il luogo del legame affettivo e della responsabilità reciproca.

La colpa però è un’arma a doppio taglio. Essa, per esempio, ha avuto un ruolo importante nel portare le donne a interiorizzare le disuguaglianze di genere, oppure può bloccarci in ruoli che non ci appartengono, oppure che non riusciamo ad abbandonare per timore di deludere qualcuno che ci sta (o che ci stava) a cuore.

Questa linea di pensiero critico è fondamentale, perché ci permette di affermare che esistono sensi di colpa infondati, che non hanno agganci nella realtà, ma che sono il frutto di convenzioni sociali introiettate, o di una percezione distorta di quello che è accaduto.
Fondato o infondato, razionale o irrazionale, il senso di colpa accompagna le esperienze di perdita, ed è una delle emozioni che sovente caratterizzano il lutto. Ne coglie bene la portata Michele Reich, in arte ZeroCalcare, quando scrive:

“Però c’è un’altra parte del corpo a cui le risposte non cambiano nulla. Che se ne frega del cervello. È tipo qui, all’altezza dell’esofago, circa. Dove ci sta quel groviglio brutto di nostalgia. E di rimpianti. E di rimorsi. Di quello che non sei riuscito a dire. Di chi non sei riuscito a capire. Finché eri in tempo…”

Queste sue parole, che nelle ultime settimane stanno circolando nei social media, non solo intercettano vissuti in cui ognuno di noi può riconoscersi, ma ci ricordano anche che c’è una grande ricchezza lessicale nell’ambito semantico della colpa.

Il rimpianto e il rimorso si assomigliano, ma non sono la stessa cosa. Ci sono differenze etimologiche e concettuali importanti, che conferiscono sfumature di significato diverse a queste due emozioni.

La parola rimorso, letteralmente “mordere di nuovo”, indica quel tormento interiore provocato dalla nostra coscienza che “rode” lo spirito. Il morso evoca un dolore atroce; qualcosa che dilania il nostro corpo e la nostra anima quando emerge la consapevolezza degli errori che abbiamo commesso o dei danni che abbiamo inflitto. Ho in mente una figlia devota, che aveva compiuto rinunce personali importanti per occuparsi della madre anziana, malata e molto richiedente. In un’occasione, sovraccarica e affaticata, aveva reagito con rabbia, aveva urlato ed era arrivata a darle uno strattone sul braccio. Dopo la morte della mamma il ricordo di quell’evento divenne un pensiero fisso, che divorava tutti gli altri e la tormentava continuamente, impedendole di vedere il proprio ruolo e le proprie reazioni in una prospettiva più equilibrata. Queste situazioni non sono rare: è come se l’irrevocabile finalità della morte ci togliesse ogni possibilità di riparazione e quindi amplificasse a dismisura situazioni che in altre circostanze avremmo risolto con un “mi dispiace”.

Il rimpianto, invece, si riferisce al ricordo doloroso delle occasioni perdute; alla sofferenza che provoca il pensiero di ciò che non abbiamo fatto o da ciò che abbiamo perso. Un uomo, che era sempre stato un marito presente e responsabile, ma per formazione e carattere tendeva a esprimere poco le sue emozioni, condivise una volta in un gruppo che il suo più grande rimpianto era non aver detto “ti amo” qualche volta di più.

Altre volte il rimpianto si affaccia nella forma del dubbio. Avrò fatto tutto il possibile? Sarò stato abbastanza presente? Avrei potuto fare qualcosa di più?

Oppure si manifesta come “rammarico”, un termine spesso presente nelle parole dei dolenti, che risale al tardo latino ‘amaricare’, rendere amaro, e, ancora una volta, coglie la dimensione sensoriale, subdola e allo stesso tempo viscerale, del senso di colpa.

In altri casi, invece, vi è un potente e irrazionale senso di colpa per essere vivi, quando la persona che amiamo non lo è più. O, ancora, la colpa può farsi strada in modo insidioso, come un malessere difficile da collocare, che si manifesta proprio quando si è un po’ più sereni, quasi come se star meglio fosse un tradimento alla memoria di chi ci ha lasciato. Una giovane vedova mi raccontava che, ogni volta che faceva qualcosa di piacevole, una voce nella sua testa le diceva “non è giusto! Non è giusto che tu sia qui a mangiare la pizza con le amiche, o a passeggiare in montagna, mentre lui è sottoterra!”. E quella voce era talmente angosciosa e pesante, che spesso preferiva rimanere a casa e “non fare nulla” pur di evitarla.

Ci sono infatti rimpianti, rimorsi e rammarichi che ci perseguitano, che ci intrappolano e che ci impediscono di tornare a vivere. Non è affatto facile, ma possiamo gradualmente imparare a conoscere e a gestire queste emozioni, per arrivare a liberarcene senza remore, per aprirci a una dimensione di maggiore libertà.

In un mondo poco disposto a valorizzare (o quantomeno a tollerare) la fallibilità, conoscere e comprendere i meccanismi legati al senso di colpa può aiutarci a comprendere che non tutto può essere previsto o controllato e ad accettare la nostra umana imperfezione.

Sapere che abbiamo fatto quello che potevamo tenendo conto degli innumerevoli limiti dati dalla realtà; che abbiamo scelto ciò che – in quel momento – pensavamo fosse meglio; che siamo essere umani e dunque sbagliamo, ci aiuta a ridimensionare i rimpianti e i rimorsi, per evitare che si trasformino in un fardello che ostacola, anziché motivare, il cambiamento. La condivisione, il dialogo con altre persone che abbiano vissuto esperienze analoghe, ma anche la scrittura, il rito, l’arte e tutte le vie che ognuno trova per dare parola anche alle emozioni più faticose, facilitano la chiusura dei sospesi e permettono l’accesso a una memoria più serena di chi non c’è più.

Avete voglia di condividere le vostre esperienze e pensieri?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/11/Rimorso-della-coscienza-copia.jpg 265 351 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-11-26 09:40:282024-11-26 09:40:28Il linguaggio della colpa, di Cristina Vargas

Su TikTok il lutto diventa narrazione, di Davide Sisto

24 Ottobre 2024/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Negli ultimi anni ho parlato spesso di TikTok, nel nostro blog, in relazione ad alcuni modi di affrontare pubblicamente il lutto e la morte al suo interno (per esempio qui e qui). Al di là delle singole iniziative, ciò che è veramente interessante notare è come questo bizzarro luogo online, per lo più incline ad aderire alle esigenze delle generazioni più giovani, abbia intercettato i comportamenti social degli utenti in merito all’esposizione del lutto, cambiandone in maniera radicale le caratteristiche.

Da quando è cominciata l’epoca dei social media, quindi dai primi anni del Duemila, abbiamo assistito a una collettiva trasposizione online del dolore privato, sia esso frutto di una malattia, di un lutto o di qualche sofferenza psicologica. Da questo punto di vista risulta veramente lungimirante Michael Kibbee, il creatore del World Wide Cemetery nel 1995. Le parole con cui ha presentato trent’anni fa il progetto, tutt’ora online, anticipano con estrema previdenza ciò che sarebbe successo da lì in avanti. E, infatti, soprattutto da quando circa 3 miliardi di persone si sono iscritte a Facebook ci siamo abituati a vedere esposto il dolore privato per una perdita secondo modalità più o meno standard, le quali aderiscono alle prerogative specifiche del social media di Zuckerberg. In altre parole, è la scrittura a essere la protagonista assoluta dell’esposizione pubblica del lutto su Facebook, perlopiù mediata con qualche immagine fotografica o poche registrazioni audiovisive. Inoltre, man mano che la data di morte del proprio caro si allontana diminuiscono i riferimenti specifici alla perdita. Al massimo, le celebrazioni si rinnovano nel giorno dell’anniversario del compleanno, della data di morte o di qualche evento simbolico importante, riportato in auge dalla sezione Ricordi.

TikTok presenta aspetti radicalmente opposti a Facebook. Innanzitutto, è l’algoritmo a determinare ciò che vediamo nella timeline, secondo i gusti personali o gli hashtag digitati. I contatti che creiamo lì dentro non dipendono dalla conoscenza diretta o indiretta delle persone ma dal tipo di contenuto che desideriamo osservare (Gabriella Taddeo, nel libro Social. L’industria delle relazioni, definisce TikTok appunto come “Algorithm driven”). Inoltre, i singoli utenti tendono a trasformare i brevi video, generati utilizzando specifici filtri, contenuti musicali e altro, come tanti singoli tasselli di una narrazione che si estende temporalmente, la quale dà una connotazione specifica a ognuno di loro. In altre parole, l’attivista politico utilizza i singoli video per prolungare nel tempo le sue battaglie, permettendo ai suoi followers di identificarlo più per i temi trattati che per il suo nome e cognome, come avviene su Facebook. Ciò fa sì che svariate centinaia di migliaia di utenti trasformino il lutto patito in una storia che si prolunga nel corso dei mesi o, addirittura, degli anni. Per esempio, è canonica una situazione del genere: l’utente di TikTok ha perso il proprio partner. Allora, decide di raccontare la sofferenza che prova attraverso decine di video giornalieri in cui, in primo luogo, mostra la relazione che aveva con il proprio partner (collage di foto o brevi registrazioni audiovisive relative alla loro vita di coppia); in secondo luogo, spiega come il partner è deceduto; in terzo luogo, descrive il percorso compiuto nei giorni e nei mesi successivi alla perdita. Pertanto, vediamo magari il dolente che fa un viaggio in montagna, il primo viaggio senza la persona amata, e vi è un’alternanza tra immagini paesaggistiche e riflessioni audiovisive sull’esperienza. Oppure, siamo testimoni della ripresa del lavoro dopo il lutto, con video che mostrano le problematicità del nuovo inizio. Vi sono, poi, molteplici casi in cui vediamo dei video in cui l’utente, in lacrime, si congeda dal proprio gatto o cane, prima di portarlo dal veterinario per sopprimerlo. Questo video precede e anticipa le rappresentazioni audiovisive della vita vissuta insieme e, poi, senza il proprio animale domestico, di modo da condividere l’esperienza con gli altri followers.

I casi che si possono osservare sono i più disparati. C’è addirittura chi, utilizzando una serie di espedienti mediatici, riproduce se stesso mentre parla con il proprio caro defunto, che è presente nel video mediante la riproduzione di precedenti video che aveva realizzato nel corso della sua vita.

TikTok ha trasformato, in definitiva, l’esposizione limitata nel tempo del lutto su Facebook in una vera e propria narrazione che si protrae ad libitum. Una narrazione che, in un certo qual modo, rende il singolo follower spettatore più del percorso compiuto dal dolente che dell’impatto immediato del lutto nella sua vita. Anche le interazioni nei commenti, per quanto numerose ed empatiche, risultano secondarie rispetto allo scopo principale, che è di natura rappresentativa, comunicativa o, appunto, narrativa. Siamo nel campo dell’autofiction più che in quello della testimonianza. Ovviamente, non sono pochi coloro che interpretano questo tipo di esposizione del lutto nei termini di una spettacolarizzazione del dolore o di una sua capitalizzazione, soprattutto da parte di chi ha profili seguiti da milioni di followers. Il fenomeno, a mio avviso, è troppo recente per trarre considerazioni oggettive e chiare. Mi sembra, tuttavia, evidente il desiderio di mostrare pubblicamente il percorso più che il mero fatto. Ciò, ovviamente, amplia in modo notevole il carattere sempre più pubblico del lutto. Rende, soprattutto, le generazioni più giovani avvezze a una condivisione narrativa che sgretola, quasi del tutto, il carattere privato della perdita. Ogniqualvolta ne parlo con gli studenti, liceali e universitari, emerge da parte loro una consapevolezza della rappresentazione audiovisiva condivisa decisamente differente rispetto al bisogno di tenere per sé le proprie emozioni ed esperienze. Come sapete, non amo dare giudizi netti su questi fenomeni, ma osservarli.

Mi limito soltanto a cogliere l’accelerazione di un processo: dai due, tre post su Facebook, per ricordare il proprio caro defunto, alla narrazione esposta man mano per giorni, mesi, addirittura anni su TikTok. Sarà curioso capire quale sarà l’impatto di questa metamorfosi sui futuri adulti e anziani, all’interno di una società sempre più tecnologizzata e abituata a una morte social.

Voi cosa ne pensate? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/10/lutto-Tik-Tok-copia.png 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-10-24 09:29:202024-10-24 09:29:20Su TikTok il lutto diventa narrazione, di Davide Sisto

I gruppi “condotti” di supporto al lutto: una risorsa nel lutto complicato, di Cristina Vargas

24 Agosto 2024/3 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

I gruppi di supporto sono una risorsa fondamentale nell’accompagnamento alle persone in lutto. In questo blog ci siamo più volti soffermati sull’Auto Mutuo Aiuto, evidenziando la validità di questo approccio, che punta sul reciproco supporto fra pari, sulla condivisione e sulla (ri)costruzione di una rete sociale intorno ai dolenti. Esistono, però, altre tipologie di gruppo: ci sono quelli a orientamento analitico o psicodinamico; quelli sistemico-relazionali; quelli psicodrammatici; quelli a orientamento gestaltico, esistenziale o cognitivista e molti altri ancora. Queste diverse metodologie sono accomunate dalla presenza permanente di uno psicoterapeuta di gruppo che conduce il percorso. Infatti, non a caso, essi spesso vengono chiamati informalmente “gruppi condotti”.

In questo articolo vorrei soffermarmi sulle caratteristiche e sulle potenzialità di questi gruppi, partendo dal ruolo del conduttore o conduttrice. La parola “ruolo” non è casuale: essa sta a indicare una specifica posizione di responsabilità verso i partecipanti e un funzione ben precisa, di cura e coordinamento, rispetto al gruppo.

Nei gruppi condotti, il terapeuta ha innanzitutto la funzione di costruire e mantenere un gruppo coeso, in cui tutti i membri provino un senso di appartenenza, accettazione e valorizzazione. Secondo Irvin Yalom, la coesione del gruppo è uno dei principali fattori che permettono il verificarsi di un cambiamento individuale nei percorsi di terapia di gruppo.

La morte di una persona cara, in particolare in una società come la nostra, che tende a confinare il lutto nella sfera individuale, genera un forte senso di isolamento e un dolore profondo di cui non sempre si può parlare. Un gruppo coeso permette il confronto autentico con gli altri e attiva la possibilità di riconoscersi nelle esperienze comuni, cosa che è essenziale per sentirsi meno soli e sperimentare un senso di condivisione e reciprocità.

Il conduttore ha inoltre il compito di garantire un clima di sicurezza, che permetta a ciascuno la libera espressione di sé. A tal fine, egli stabilisce un “patto” che fonda il lavoro del gruppo: la riservatezza, il rispetto della verità soggettiva, l’ascolto reciproco e il non giudizio sono alcuni degli ingredienti essenziali di questo accordo, che consente di lavorare insieme verso il comune obiettivo di stare meglio. Talvolta succede che le persone portino con fatica vissuti carichi di un angosciante senso di colpa (quella volta che, sopraffatta, ho strattonato mio marito malato; quella volta che a mio figlio ho detto “vattene”), e che provino un grande sollievo quando nel gruppo si attiva una modalità orientata al non giudizio e, anziché puntare il dito accusatore o dire “avresti dovuto…”, gli altri partecipanti colgono l’occasione per condividere i loro momenti di rabbia e i loro sensi di colpa.

Il ruolo del conduttore  si differenzia da quello dell’osservatore; da quello dell’esperto tematico (che può portare informazioni ed esperienze al gruppo sulla base delle sue competenze in uno specifico ambito) o da quello del facilitatore. Quest’ultima figura è forse quella con cui ci sono maggiori ambiti di sovrapposizione, ma, in essenza, un facilitatore (soprattutto quando non è un professionista in ambito psicologico) dovrebbe avere il compito di agevolare i processi comunicativi e relazionali, senza però intervenire direttamente sul piano terapeutico.

Un ulteriore aspetto che contraddistingue i gruppi condotti è la costante attenzione che il terapeuta rivolge alla dinamica gruppale. Prendendo spunto dalla teoria dei sistemi complessi possiamo affermare che un gruppo è sempre qualcosa in più della somma dei singoli individui che ne fanno parte. Un gruppo si trasforma con il tempo in una sorta di microcosmo sociale. Fra le persone che appartengono al gruppo si creano relazioni, si intrecciano legami, si sviluppano vicinanze e lontananze: è  compito del conduttore monitorare e gestire al meglio queste dinamiche, restituendole quando opportuno al gruppo, in modo che gradualmente ognuno possa diventare più consapevole delle proprie modalità relazionali.

Nella mia esperienza di ricerca o di lavoro con diversi tipi di gruppi di supporto al lutto,  mi è capitato di imbattermi in numerosi fraintendimenti relativi alla figura del conduttore. A volte si teme si teme che il suo sguardo possa essere giudicante e orientato a stabilire ciò che è “normale” e ciò che è “patologico”.  Sul versante opposto, può nascere l’aspettativa irrealistica che il terapeuta sia una sorta di figura messianica che, in qualche modo, “risolverà” le difficoltà dei partecipanti. Credo invece sia importante ricordare che ogni storia personale è unica e che non esistono modalità prestabilite per elaborare un lutto. Il compito del terapeuta è dunque quello di mettere la propria competenza e la propria esperienza al servizio di ciascun particolare gruppo, in modo da poter ascoltare i bisogni (espliciti e impliciti) dei partecipanti e proporre di conseguenza stimoli che possano favorire il percorso di elaborazione della perdita.

Il lutto non è una patologia, ma un’esperienza esistenziale che ognuno di noi è chiamato ad affrontare. Proprio per questo, con o senza l’intervento di uno psicoterapeuta, ogni gruppo in cui c’è un clima accogliente e orientato alla condivisione, in cui membri possono sentirsi ascoltati e aiutarsi a vicenda, può dimostrarsi un efficace strumento di supporto.

Tuttavia, ci sono situazioni in cui il lutto può complicarsi, destabilizzando l’assetto identitario della persona; il progetto di vita può destrutturarsi; possono slatentizzare disturbi psichici pregressi oppure possono comparire sintomi gravi di disagio psicologico.

In questi casi la presenza di uno/una psicoterapeuta di gruppo rappresenta una risorsa fondamentale per consentire un’adeguata attenzione alle parti più problematiche dei partecipanti e creare un contesto in cui è possibile lo svelamento e la successiva integrazione delle angosce più intime e terrificanti, come il desiderio di morire oppure i pensieri ricorrenti che fanno temere di impazzire.

Infine, una potenzialità spesso trascurata, dei gruppi condotti, è che essi permettono l’uso di metodologie attive, che coinvolgono il corpo e la comunicazione non verbale. Lo psicodramma, per esempio, si avvale dei fattori terapeutici tipici del gruppo, ma anche di quelli dell’azione e della scena teatrale e a mio avviso ha notevoli potenzialità nel campo del lutto.

E voi, avete avuto esperienze l’interno di gruppi condotti? Che ne pensate di questa metodologia di lavoro?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/08/immagine-lutto.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-08-24 11:14:522024-08-26 18:19:22I gruppi “condotti” di supporto al lutto: una risorsa nel lutto complicato, di Cristina Vargas

“Get ready with my boyfriend’s funeral”. Il lutto su Tik Tok, di Davide Sisto

26 Marzo 2024/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Recentemente, durante un mio incontro pubblico sui temi della morte digitale, una partecipante mi ha chiesto un parere riguardo alla versione funebre del celeberrimo acronimo GRWM usato su Tik Tok, YouTube e Instagram. L’acronimo sta per “Get Ready With Me”, “preparati con me” o “prepariamoci insieme”, e indica l’abitudine – da parte soprattutto degli utenti social più giovani – di creare dei tutorial relativi al make-up e al look da indossare durante specifiche circostanze, per lo più solari e disimpegnate. Siamo oramai tutti consapevoli di quanto sui social media vada di moda questo tipo di tutorial, per mezzo dei quali gli influencer sponsorizzano o, comunque, consigliano abiti, modi per fare la perfetta skin care e cose simili. Non immaginavo, però, che spopolasse anche la seguente versione dell’acronimo indicato: “get ready with me for my boyfriend’s funeral” o “get ready with me for my mom’s funeral”. Dietro queste sigle si nascondono centinaia, se non addirittura migliaia, di video in cui vediamo persone molto giovani che si truccano o si vestono davanti alla telecamera in vista della partecipazione al funerale del proprio partner o genitore. I video durano uno o due minuti, hanno generalmente un sottofondo musicale malinconico e contengono qualche concisa frase di spiegazione. In realtà, il funerale solitamente ha già avuto luogo. Il video è, dunque, una specie di messinscena per sottolineare un momento particolare del lutto appena avvenuto, su cui spesso si pone poca attenzione: appunto, il momento preciso in cui ci si deve vestire e truccare per andare al funerale di una persona amata, quindi una situazione di estremo dolore legata a una perdita appena avvenuta. I video, generalmente, uniscono atmosfere drammatiche con altre più ilari o ironiche, guadagnando milioni di visualizzazioni e di like, nonché centinaia di migliaia di commenti di coetanei che raccontano esperienze luttuose simili o che condividono il proprio calore virtuale alla persona immortalata.

Ne cito un paio: Karine, una ragazza che ha appena perso la madre, la quale in un minuto di video mostra il tipo di make up e di abito nero che ha indossato per il suo funerale. Gli hashtag usati, oltre a GRWM, sono #funeral #fyp #foryoupage #foryou. Il video, in cui vediamo la ragazza a tratti in lacrime a tratti con un sorriso disincantato, conta quasi diciotto mila commenti, nonché più di due milioni di like. Ancora più significativo è il video dell’influencer Paige Gallagher che si è truccata davanti alla telecamera per la morte del suo compagno. Durante il video chiede a chi ha vissuto un lutto significativo se ha avuto, durante la fase del rito funebre, la sensazione simile alla sua di essere dentro un gioco in realtà virtuale, in cui si perde il contatto con la tangibilità del reale. Tra i milioni di followers che hanno visto il video alcuni la ringraziano per dare testimonianza a questa particolare situazione del lutto, altri invece la condannano radicalmente. Costoro ritengono, infatti, che sia di cattivo gusto ridurre il necessario raccoglimento per la perdita patita all’ennesima esposizione narcisistica di sé, dando rilievo a cose del tutto futili come l’abito o il make up per andare al funerale.

Durante gli ultimi giorni ho osservato numerosi video simili su Tik Tok per cercare di farmi un’idea sul valore di questa particolare scelta. Da una parte, mi sembra che la versione funebre del GRWM sia parente di tutte quelle iniziative che hanno finora segnato la presenza della morte sui social media, come – per esempio – i selfie ai funerali condivisi su Instagram qualche anno fa o i video narrativi sulla perdita di un genitore condivisi su YouTube. Queste iniziative, per lo più portate avanti da persone molto giovani, tendono a creare narrazioni in parte drammatiche in parte ironiche, cercando quindi di condividere pubblicamente il proprio dolore mediante scelte stilistiche agrodolci. La condivisione pubblica del dolore, unito a una qualche forma di ironia, nasconde l’esigenza di parlare insieme ai propri coetanei del lutto, di mostrarne i segni, di invitare a ritrovare nel tempo la risata e dunque di eliminare quel carattere di riservatezza che, almeno per alcuni, genera più sofferenza che sollievo. Inoltre, va detto che la scelta del look per la partecipazione al funerale richiama alla mente svariate ritualità funebri, ciascuna con le sue regole e le sue abitudini. Ci sono, come sappiamo, culture che danno un’importanza fondamentale al modo di presentarsi al funerale. Dunque, non c’è niente di particolarmente offensivo né di inusuale nel dare spazio visivo, sui social, a questo tipo di preparazione, magari determinando una riflessione collettiva sul tema. Inoltre, è sempre molto difficile dover giudicare in maniera radicalmente netta registri comportamentali e stilistici spesso molto differenti, come quelli che separano le generazioni pre-social da quelle abituate a usarli quotidianamente. Se questo tipo di iniziativa è una scusa per affrontare il lutto in pubblico e per ragionare sul dolore che accompagna il rito funebre, allora non mi pare che ci sia nulla di male.
Dall’altra parte, ovviamente, il dubbio che la messinscena a funerale avvenuto nasconda, dietro un proposito positivo, la mera capitalizzazione del like e della visibilità è altrettanto plausibile. Quando qualcosa diventa tendenza, rischia molto spesso di creare atteggiamenti superficiali o tesi semplicemente a trarre vantaggi dalla fragilità ostentata. E se l’essere umano di per sé è abile a mostrare il peggio di sé anche nelle circostanze in cui si richiede empatia, raccoglimento e calore reciproco, allora non c’è da stupirsi se qualcuno si approfitta della versione funebre del GRWM per trarre vantaggi economici o di mera visibilità.

Da studioso dei meccanismi che caratterizzano le relazioni sui social in presenza di un lutto riesco a vedere gli elementi positivi di questa nuova iniziativa, che spinge le persone più giovani a mettere in discussione una certa riservatezza, a volte ipocrita, a volte figlia dell’imbarazzo relazionale, che caratterizza i primi momenti di una perdita. Per me il bicchiere è mezzo pieno, non mezzo vuoto. Ovviamente, occorre fare attenzione affinché non si banalizzi un momento così delicato come quello relativo al rito funebre. Ma questa attenzione vale sia dentro che fuori i social media.

Voi cosa ne pensate? Vi sembra una scelta inopportuna? Oppure, trovate un aspetto positivo in questo tipo di iniziativa? Ancora: cogliete in cose del genere un distacco generazionale piuttosto marcato? Attendiamo le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/03/influencer-marketing-copia.jpg 265 356 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-03-26 14:45:412024-03-26 14:45:41“Get ready with my boyfriend’s funeral”. Il lutto su Tik Tok, di Davide Sisto
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