I cimiteri di Tokyo, tra tecnologia hi tech e tradizione, di Davide Sisto
Durante le prime due settimane del gennaio 2026 sono stato a Tokyo, dove ho potuto osservare con i miei occhi alcune caratteristiche tipiche dei cimiteri locali. Un aspetto che immediatamente salta all’occhio del visitatore occidentale è l’armonica unione tra tradizione e innovazione. La città dispone infatti di due anime complementari: quella tecnologica e cyberpunk, tipica dei quartieri centrali come Shibuya e Shinjuku e dell’isola artificiale di Odaiba, e quella tradizionale colma di antichi templi e cimiteri, come Nakano, Yanaka, Aoyama e Ryogoku, per citarne alcuni.
Per quanto riguarda il campo dell’innovazione cimiteriale, non si può non menzionare per primo il Ruriden (Azure Mausoleum), di cui avevo parlato ne La morte si fa social. Ubicato a pochi metri di distanza dalla fermata metropolitana molto centrale di Ushigome-Yanagichō, il Ruriden – che fa parte del tempio buddista di Koukokuji – consiste in una stanza non particolarmente grande e ovoidale a cui si accede tramite una porta automatica. Dentro ci sono sei pareti composte da alcune migliaia di piccole statuette blu di Buddha illuminate a LED con diversi colori, i quali mutano costantemente, rappresentando le quattro stagioni. A ogni statuetta corrisponde un defunto, le cui ceneri sono conservate nella sua base. Appena entrati, i dolenti accedono a una piccola tastiera dove indicano il nome del loro caro defunto, illuminando così la statuetta corrispondente e lasciando fiori e oggetti in sua memoria sotto la parete. Sul pavimento è proiettato un disegno artificiale con dei fiori rosa. La nascita del Ruriden dipende da uno dei principali problemi sociali ed economici del Giappone: il costo esosissimo del lotto di terra familiare e della pietra tombale corrispondente, il quale varia tra i 2.300.000 yen (18.500 euro) e i 4.600.000 yen (37.000 euro), a cui si aggiungono ulteriori spese annuali per il mantenimento. Per tale ragione, i giapponesi scelgono soluzioni alternative, come quella del Ruriden, le cui statuette determinano una spesa di circa 750.000 yen (circa 6.000 euro). L’atmosfera interna è veramente avvolgente e particolare, con tutte queste statuette che si illuminano, aderendo perfettamente ai colori e alle immagini riprodotte sul pavimento.
Un’altra alternativa al cimitero tradizionale è il Shinjuku Rurikoin Byakurengedo. Ubicato nel cuore del quartiere centrale di Shinjuku, questo tempio buddista hi tech è stato progettato dall’architetto Kiyoshi Takeyama. Sembra una navicella spaziale, bianca e quadrata, immersa tra i grattacieli. Nei due piani alti ci sono i templi buddisti, alquanto scarni ed esteticamente anonimi. Negli altri tre piani, purtroppo non ad accesso libero, ci sono le urne cinerarie. Anche in questo caso, il parente digita su una tastiera il nome e il cognome del defunto e si apre automaticamente una porticina al cui interno c’è una sorta di mobile che conserva la sua immagine e le sue ceneri.
Il terzo esempio di cimitero tecnologico è il Kuramae-ryoen, nei pressi della Tokyo Skytree e del quartiere antico di Asakusa, nonché vicino al fiume Sumida. La struttura esterna ricorda un palazzo industriale, di colore chiaro con striature blu artificiale, che si illuminano di notte. Il Kuramae-ryoen contiene oltre settemila urne cinerarie. Il dolente scansiona il proprio documento d’identità e un meccanismo robotico recupera la scatola “zushi”, dove sono contenute le ceneri del defunto, mentre la sua foto appare sul monitor vicino. Il dolente può scegliere la musica da mettere in sottofondo, personalizzando ulteriormente l’urna. Sembra di stare all’interno di una sorta di fabbrica, in cui tutti i movimenti sono automatizzati.
Per quanto riguarda invece l’aspetto tradizionale dei cimiteri giapponesi, meritano menzione soprattutto i cimiteri di Nakano, Yanaka e Aoyama, quest’ultimo il più grande e importante di Tokyo, dove sono seppelliti numerosi personaggi famosi locali. Ognuno di questi cimiteri assomiglia a un semplice parco: immerso nel verde, è privo di mura esterne che separano il cimitero dalla città, è aperto al pubblico 24/7 (a dimostrazione della rinomata sicurezza giapponese) e colmo di panchine. A causa dei costi esosi di cui sopra e del fenomeno della solitudine tipico della società giapponese, capita spesso che le persone decidano di comprare un lotto di terra al di fuori del contesto familiare, dunque con amici e conoscenti, di modo da dividere le spese. Capita, pertanto, di vedere pietre tombali con più nomi indicati sulla parte superiore, non necessariamente legati da un vincolo di famiglia.
A Nakano e Yanaka ci sono poi ampi settori del cimitero dedicati agli animali domestici. Se Yanaka è rinomata per la celebrazione dei gatti (diverse strutture nel quartiere includono immagini di svariati felini e tempietti per celebrarli), la struttura cimiteriale di Nakano dispone di un intero edificio, collocato qualche gradino sotto alla parte a immediato accesso dalla strada, all’interno del quale si è letteralmente circondati dalle lapidi in ricordo di cani, gatti, uccellini, furetti e ogni altro animale domestico. Vicino a ogni loculo, che conserva le ceneri, vediamo una o più immagini fotografiche del singolo animale domestico, i suoi giochi preferiti, le scatolette di cibo, a volte anche delle bottigliette d’acqua e una targa con il nome, la data di nascita e di morte. Al fondo dell’edificio troviamo un piccolo tempietto, all’interno di cui pregare.
Tutti questi aspetti, brevemente descritti, evidenziano un cambiamento in corso significativo delle tradizioni cimiteriali: la necessità di usare l’innovazione tecnologica per abbattere i costi, l’amore incondizionato per gli animali domestici (sempre più simili, anche in Occidente, a veri e propri componenti familiari), la naturalezza con cui si inserisce il cimitero nel contesto cittadino, ribadendo quanto sia labile il confine tra la vita e la morte.
Qualcuno di voi è stato a Tokyo o in Giappone? Avete visitato i cimiteri? Pensate che queste soluzioni siano importabili da noi? Fatecelo sapere.



Le Case funerarie sono un fenomeno in rapida espansione nel territorio italiano. Questi spazi, quasi del tutto sconosciuti nel nostro paese fino ai primi anni Duemila, oggi sono sempre più presenti nel contesto urbano e stanno gradualmente diventando parte delle scelte rituali nel fine vita.
All’inizio del mese di gennaio, mentre ero in Colombia, ho partecipato alla dispersione delle ceneri di una cara amica di famiglia. Non era prevista una vera e propria cerimonia, ma i figli hanno scelto un bel luogo di montagna, che era stato importante per lei in vita, e ci siamo riuniti lì per spargere le ceneri e per piantare un albero nativo, che può vivere per secoli nelle foreste tropicali ed è simbolo di permanenza e di rinascita. Mentre alcuni scavavano, le note del Concerto d’Aranjuez hanno scandito un silenzio lungo, appena modulato dal suono del vento, dal fruscio delle foglie, dalla vanga che smuoveva la terra e dal cinguettio degli uccelli. Non c’erano né ufficianti, né sacerdoti, ma la forza della melodia ha conferito solennità e profondità alle nostre azioni, trasformandole in un rito a tutti gli effetti.
Abbiamo intervistato Gian Piero Piretto in merito 




In giugno a Bologna ho avuto il piacere di partecipare in qualità di relatore a un convegno che si è svolto all’interno della fiera “Devotio. Esposizione internazionale di prodotti e servizi per il mondo religioso”. Questo convegno, che ha coinvolto sociologi, esperti di storia delle religioni e di architettura sacra, nonché importanti esponenti del mondo cristiano, si è soffermato sulla metamorfosi contemporanea degli spazi e delle parole della memoria cristiana nei cimiteri. In particolare, i vari interventi hanno cercato di comprendere se il tema della Risurrezione sia ancora presente negli spazi e nelle parole che caratterizzano i luoghi dei defunti, analizzando le trasformazioni rituali e culturali del XXI secolo. L’aspetto certamente più interessante che ne è emerso, rappresentando di fatto il filo rosso dell’intero convegno, è l’ineludibile incidenza delle tecnologie digitali attualmente in uso sulle ritualità funebri cristiane.
Dopo aver lavorato nel campo del fine vita per più di quindici anni, e aver sentito tutti i racconti possibili e immaginabili su Tanexpo, quest’anno per la prima volta ho avuto l’occasione di aggirarmi per due giorni come “osservatrice partecipante” fra i padiglioni di Bologna Fiere.
Come antropologa mi sono a lungo interrogata sul tema della morte e sui diversi modi in cui le varie società umane conferiscono significato e ritualizzano il fine vita. Uno dei primi popoli presso cui ho avuto l’opportunità di svolgere ricerche etnografiche sono i wayuu, una delle più grandi comunità indigene della Guajira Colombiana e del Venezuela.
Abbiamo intervistato l’antropologa Cristina Vargas chiedendole come siano cambiati, a suo parere, i riti funebri in epoca Covid. 





