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Tag Archivio per: Lutto

Normale e complicato, intervista a Sara Ancois, di Marina Sozzi

20 Settembre 2022/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Sara Ancois, psicologa e psicoterapeuta, che ha appena pubblicato un volume dal titolo Normale e complicato, che parla del lutto attraverso illustrazioni, corredate da brevissime frasi, che sono squarci di luce e di consapevolezza sulle emozioni del lutto. Tutti possono ravvisare i tratti di un proprio lutto in questo delicato e bellissimo libro, che alla fine ha una ventina di pagine più teoriche che spiegano come funziona il processo del lutto, e una ricca bibliografia.

Hai avuto un’idea geniale: parlare del lutto attraverso delle vignette. Come è nato questo progetto e come l’hai realizzato?

Ho scritto quei testi per me: stavo male, e serviva una traccia per monitorarmi mentre il tempo passava (in teoria, sapevo quello cui sarei andata incontro. In pratica, no). Quando sono rientrata in studio, sono arrivati pazienti con sintomi psicosomatici e flessioni depressive collegati ad esperienze di perdita. Tutti lamentavano la passività del momento, e giravano attorno all’idea di essere stati condannati a “subire” qualcosa, mentre ogni terapeuta sa che la rielaborazione di un lutto è un processo molto attivo (anche a livello organico: si modificano le mappe neurali neocorticali, n.d.a). Ho proposto loro i testi, e ho cominciato a raccontare il funzionamento del processo mentale che stavano sperimentando proprio come fosse una storia: non il lavoro del lutto in senso generico, ma proprio “il loro Sig. Lutto al lavoro”. Funzionava. Dicevano di sentirsi partecipi di una dinamica umana, in compagnia, e soprattutto intervenienti, con qualcosa d’importante da fare. Pian piano s’è strutturato un metodo di lavoro. Grazie a Marina è fondato in senso medico e grazie a Danilo, ha un volto. Abbiamo costruito le tavole illustrate per usare meno parole possibili: le emozioni dolorose hanno poca voglia di ascoltare e, se cianci troppo, s’infastidiscono.

Hai fatto anche una ricerca, intervistando cento persone. Che metodo hai usato per le interviste e cosa hai imparato da questo lavoro?

Il questionario (inventato) è stato somministrato via e-mail a contatti reperiti da amici. Ad oggi, gli intervistati restano per me 100 generosi sconosciuti. Era importante costruire un campione anonimo (risposte non condizionate) e il più possibile significativo in senso statistico: ho valutato distribuzione (genere sessuale, età, natura della perdita) e target (esperienza verificatasi negli ultimi cinque anni). Era importante, anche, verificare/confermare quelle che mi sembravano le priorità: cercavo i denominatori comuni dell’esperienza, e non di esprimere opinioni personali.
Ho imparato che i lutti sono un tabù, specialmente per chi non ne ha ancora affrontato uno. Un’amica cui ho chiesto di distribuire il questionario m’ha tacciata di invadenza e ineducazione. È stato un momento triste. Non mi ha nemmeno concesso la presunzione d’innocenza.

Normale e complicato, è il titolo del libro, e tu sei una psicoterapeuta. Non hai scritto normale “o” complicato: si può tracciare una linea di demarcazione chiara tra lutto normale e lutto complicato?

Le due forme stanno – ovvio – ai poli opposti di un continuum. Tuttavia, distinguerle in senso diagnostico è possibile e doveroso. Per fare diagnosi è necessario delimitare i confini di un fenomeno, per quanto artificioso possa sembrare, e le variabili coinvolte in questo caso sono la durata temporale della sintomatologia acuta e la sua carica invalidante.
La mia “e” è un po’ irriverente, in effetti, ma ci tenevo proprio ad interporla.
Gli individui in situazioni francamente psichiatriche soffrono, certo, ma questo non significa che chi affronta un frangente di perdita soffra meno. Ci vuole grande impegno, e fatica, per continuare a far fronte alle proprie responsabilità (lavoro, famiglia, burocrazia: tutto ciò che le persone “normali” fanno) con il dolore addosso. Non è cosa da nulla.

La nostra mente ci protegge mettendo a disposizione un processo fisiologico che ci aiuta ad individuare e ad evitare i traumi secondari – ovvero i cosiddetti fattori “complicanti” il lutto – e l’obiettivo del nostro libro è mostrare in che modo lo fa. Esistono chilometri di letteratura sull’argomento (J. Bowlby , tra gli altri), non ci siamo inventati nulla. Resta il fatto che seguire tali indicazioni non è una passeggiata ed è, appunto, complicato nel senso dell’etimo del termine: cum plico (con piegature).

A partire dalla tua esperienza, cosa consiglieresti a chi vive un lutto?

Dipende. Qual è il genere di perdita che lo innesca? La gamma è ampia (decessi, diagnosi di malattia, relazioni naufragate, tracolli finanziari, perdita di status, animali domestici, migrazione, eccetera) e il processo che parte a protezione dell’individuo, sempre diverso.

Capisco che possa non essere così per altri ma per me, tenuto conto del lavoro che faccio, osservarlo è come assistere ogni volta a un prodigio: una persona viene privata di un pezzo fondamentale della sua esistenza ed è disperata: allora corpo e mente si riorganizzano, insieme, prendono in mano la loro sopravvivenza, e la trascinano in salvo.

C’è qualche altra cosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Grazie, vorrei dirti. L’ho già fatto ma lo ripeto: grazie per l’aiuto che mi date. Non vedo l’ora di conoscervi di persona e poterlo dire, a voce.

Sono io che ti ringrazio. Quanti di voi vorranno dare la propria testimonianza? come avete vissuto le vostre perdite?

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Quando la luce dell’estate incontra il buio del dolore, di Cristina Vargas

13 Agosto 2022/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Maria Angelica Castelli, psicologa e psicoterapeuta di Torino, esperta nel tema del lutto. (immagine di Yaoyao Ma Van As)

La psicologia ci insegna che il lutto è un processo lungo, complesso e non lineare. Nella tua esperienza, ci sono momenti dell’anno che possono dimostrarsi particolarmente faticosi per chi sta attraversando un lutto?

Ti rispondo partendo da Irvin Yalom, un autore che trovo particolarmente interessante non solo per chi lavora nel campo della psicoterapia, ma anche per chi è interessato al tema del lutto. Come spiega Yalom, anche nel lutto fisiologico, in cui non ci sono elementi patologici di nessun genere, ci sono momenti di passaggio in cui il dolore si fa sentire di più. Questi passaggi sono le ricorrenze, gli anniversari, le date importanti a livello soggettivo, ma sono anche momenti più “oggettivi”, che riguardano tutti, come il Natale o le vacanze estive.

Infatti siamo in agosto… Che cosa comportano questi mesi “vacanzieri” per le persone che stanno affrontando un lutto?

Durante l’estate c’è uno scollamento tra la vita di chi è in lutto, che si è fermata o che è comunque pesantemente inficiata dal dolore, e le vite degli “altri” che invece tendono a diventare più allegre, più frivole e spensierate. La domanda “dove vai in vacanza?”, normalissima per tutti noi, può essere una violenza per chi è in lutto. Il sole stesso è in qualche modo un simbolo della dissonanza fra il buio che si prova dentro e la luce abbagliante che c’è fuori. Uno dei miei pazienti mi ha detto una volta “al funerale di mio padre c’era il sole, ma io avrei voluto che ci fosse la pioggia”. C’è dunque una grande distanza fra il “clima interiore” di chi va in vacanza e quello di chi è in lutto, e questo scollamento crea un profondo senso di solitudine.

Con l’estate, inoltre, la vita di chi lavora, in genere molto frenetica, rallenta. Il tempo aumenta e il lavoro, che è un potente stabilizzatore dell’umore, si ferma; la routine cambia e il contatto con il dolore si fa più diretto, più forte. È come se la pelle si facesse più sottile e la luce potente dell’estate mettesse in risalto la sofferenza interiore. C’è chi tende a mettere da parte il proprio dolore e a buttarsi nel clima vacanziero facendo fatica, e poi pagandone il prezzo. Oppure c’è chi fa il contrario, sentendosi molto distante da quella realtà, si isola ulteriormente e rinuncia anche a ciò che potrebbe alleviare il suo dolore.

Un pensiero, infine, va alle persone anziane in lutto, la cui vita quotidiana è fatta di ritualità: il giro del mercato, la farmacia, il negozio sotto casa, il caffè. In queste azioni c’è una dimensione relazionale importante, si incontrano persone, si compiono gesti e azioni che danno un senso alla giornata. Durante l’estate, seppur meno che in passato, le città si svuotano e la routine viene meno. Il rischio è che la solitudine si faccia più gravosa o si arrivi a un concreto isolamento.

Andare o non andare al mare (o in vacanza) quando si è in lutto… che cosa possiamo dire su questo tema?

Quando stiamo male è importante cercare di proteggerci. Ci sono situazioni che emotivamente possono ferirci, ed è bene dosarle per evitare di ritrovarsi in vacanza, magari in un luogo bellissimo, con l’unico desiderio di ritornare il prima possibile a casa. Un viaggio comporta dei cambiamenti: se stiamo bene le novità stimolano e vengono vissute con entusiasmo, ma se stiamo male esse possono acuire il senso di malessere.  Credo che sia importante rispettare il bisogno – proprio o dei propri familiari in lutto – di stare nei luoghi in cui ci si sente più sicuri. La casa è un luogo che ci protegge, una tana in cui rifugiarsi nei momenti di dolore.

Che ruolo possono avere i parenti e gli amici della persona in lutto? In che modo possono supportare al meglio il loro caro?

A me viene da pensare a cosa non fare, perché cosa fare è un campo molto ampio. A volte ci sono delle rassicurazioni che non aiutano, dei tentativi di “alleggerire” minimizzando la portata del dolore. Questo toglie alla persona in lutto la possibilità di stare nella propria condizione, ma è necessario attraversare la sofferenza per poter stare meglio. Dietro questi tentativi di rassicurazione sovente si nasconde la fatica di amici e parenti rispetto al tema della morte: la morte degli altri ci fa paura perché ci ricorda che è qualcosa che può accadere a noi.

Frasi come “era una persona anziana”, “ha smesso di soffrire”, “ha avuto una vita dignitosa” magari hanno un razionale. A un certo punto del percorso può essere di conforto pensare che il proprio caro ha avuto una lunga vita, o una buona vita, ma sono parole che non andrebbero pronunciate quando il lutto è recente. In quel momento l’unica cosa vera che possiamo fare è stare con… semplicemente accompagnare, far sentire la propria vicinanza, passare del tempo insieme alla persona in lutto. Più che le parole sono proprio le cose fatte insieme che permettono di attraversare i momenti più dolorosi. Mi capita di vedere dei pazienti anziani che mi dicono: “mio figlio (o mia figlia) fa di tutto per me. Mi porta l’acqua, mi fa la spesa, mi porta alla visita medica, ma non sta mai con me.”  Nel tentativo di fare delle cose per l’altro può capitare di perdere di vista l’importanza di fare le cose con l’altro.

Credo che un ruolo importante possano averlo anche gli amici. Un’idea può essere quella di organizzarsi per dare un aiuto concreto. Le persone in lutto, soprattutto nelle prime fasi, non si preoccupano dei loro bisogni primari – mangiare, dormire, sistemare la casa, fare la spesa – in questo gli amici possano essere di supporto, fare rete intorno alla persona che è in lutto

In questo, ma anche in altri periodi dell’anno, esistono dei campanelli di allarme che ci segnalano che è il momento di cercare aiuto?

Dipende molto dal momento del lutto. Quando un lutto è recente non ci sono regole, il dolore si può manifestare nei modi più diversi ed è difficile identificare dei campanelli di allarme.

Quando invece i mesi passano, ci si muove verso il trascorrere dell’anno e nulla cambia, anzi, sembra che le cose siano del tutto ferme e lo spazio vitale si riduca sempre più; quando si sprofonda in una condizione di apatia; quando la giornata è tempestata da pensieri intrusivi che inficiano la capacità di funzionare, quando c’è un vissuto depressivo, il pianto è costante e non è liberatorio, ma è disperato e lascia la persona ancora più avvolta nella sofferenza, è bene cercare aiuto.

Un altro segnale importante è l’assenza del desiderio. Non c’è uno spartiacque, ma a un certo punto del percorso di elaborazione del lutto dovrebbero lentamente fare capolino dei desideri, come se fossero dei semini di qualcosa che deve ancora germogliare. Questo non vuol dire che la sofferenza scompaia, ma che pian piano dovrebbero nascere delle spinte vitali che si alternano al dolore. Può essere il desiderio di qualcosa da mangiare; di andare al cinema; di fare delle piccole cose: in qualsiasi forma si presenti, il desiderio è un segnale di ancoraggio alla vita. Quando invece il desiderio manca del tutto, può essere il segnale che qualcosa si è bloccato e che il lutto si sta complicando.

Può succedere, però, che la persona non riesca a cogliere i propri campanelli di allarme: in questi casi è importante che chi è intorno colga dei segnali: la trascuratezza, l’isolamento, la poca voglia di parlare o, al contrario, l’impossibilità di distogliere la mente dal tema del lutto nonostante oramai siano trascorsi parecchi mesi possono indicare che qualcosa non va e che è il momento di intervenire.

A chi ci si può rivolgere in queste situazioni?

Credo che la prima figura di riferimento sia il medico di medicina generale, a cui è possibile chiedere un consiglio sull’opportunità di chiedere aiuto e delle indicazioni sulle risorse del territorio. Credo sia utile anche confrontarsi con altre persone che hanno vissuto problemi simili. In molte città ci sono dei gruppi di sostegno condotti con diverse metodologie, anche se purtroppo alcune esperienze si sono interrotte con il Covid. Nel nostro caso, a Torino, i servizi di cure palliative offrono un supporto psicoterapeutico ai familiari delle persone che sono state seguite nelle ultime fasi, e nell’autunno sarà avviato un gruppo di sostegno. Credo che intervenire tempestivamente sia importante, anche perché più passa il tempo più è difficile farsi aiutare.

Voi avete esperienze in proposito? Volete condividerle?

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After life, una salubre rappresentazione del lutto, di Davide Sisto

4 Aprile 2022/2 Commenti/in Aiuto al lutto, Riflessioni/da sipuodiremorte

Il 14 gennaio scorso è uscita la terza stagione di After Life, la serie tv Netflix scritta e diretta da Ricky Gervais, uno dei comici britannici attualmente più noti al mondo per la sua geniale irriverenza. Il successo mondiale di After Life è riconducibile al modo in cui, nel corso delle tre stagioni, è stato raccontato un lutto, quello vissuto dal protagonista Tony – interpretato dallo stesso Gervais – nei confronti della moglie Lisa, morta prematuramente a causa di un tumore. Sotto i video dei trailer su YouTube e nelle pagine social dedicate alla serie e ai suoi protagonisti si contano decine, se non migliaia, di commenti da parte di persone di tutte le età le quali ringraziano di cuore Gervais per l’aiuto dato attraverso la serie tv, raccontando a loro volta le proprie personali perdite. In particolare, molti utenti sostengono che i contenuti narrativi delle tre stagioni sono dotati dell’encomiabile capacità di trasmettere un gigantesco senso di liberazione e di emancipazione. In parte, ciò dipende da una sceneggiatura che dosa sapientemente i momenti drammatici con gli istanti scanzonati, questi ultimi al limite del politicamente scorretto. Un mix che, nel delineare i contorni della tipica dark comedy britannica (in stile Funeral Party), riesce a risultare convincente nella descrizione di quel carattere agrodolce che caratterizza ogni evento della vita. In parte, dipende dal legame tra Tony e la perdita: Tony soffre e non vuole razionalmente smettere di soffrire, vuole essere libero di soffrire come e quanto vuole. La rappresentazione del lutto elude qualsivoglia semplicistica chiave di lettura volta a una riappacificazione con le dinamiche della vita che spesso, nelle sceneggiature cinematografiche, risulta stucchevole, moralistica e irreale. Tony è lucidamente consapevole del carattere irrimediabile della perdita e del significato radicale della morte, quindi della fine ultima del mondo in cui ha vissuto insieme a Lisa. Non pretende un suo ideale ritorno, si limita ad accettare le dure leggi della vita, sentendosi libero di provare dolore, di tener conto della possibilità del suicidio, senza necessariamente rendere conto agli altri. Generoso ed empatico verso le persone della sua cittadina di provincia ma totalmente autocentrato per quanto riguarda i suoi sentimenti, egli si perde amaramente nella visione ripetuta dei video registrati insieme a Lisa o, in alternativa, dei video che Lisa gli ha preparato prima di morire per sostenerlo, conoscendo il suo carattere autodistruttivo. È ferreo, al limite della pedanteria, nel non voler trasformare un’amicizia in una nuova relazione sentimentale, perché semplicemente non vuole avere un mondo diverso rispetto a quello che ha avuto con Lisa. Le sue uniche vie di fuga sono le lunghe passeggiate solitarie con il suo adorato cane e i dialoghi filosofici con un’anziana vedova che incontra ogni giorno al cimitero e che cerca di fargli vedere la realtà da un’altra prospettiva. Nel corso del tempo le persone che vogliono bene a Tony riusciranno – almeno, in parte – a scuoterlo, a mutare la sua generosità innata in una nuova ragione esistenziale, benché il suo disincantato nichilismo non riesca mai del tutto a nutrire il barlume della rinascita.

Ora, ciò che rende brillante After Life, a mio avviso,non è certamente l’idea che non ci sia speranza di superare la sofferenza per un lutto importante e che non si debba cominciare a vivere in un nuovo mondo senza il proprio caro. Semmai, è la capacità di non reprimere in alcun modo il legittimo e autonomo bisogno di sentirsi disperati all’interno di una società che, totalmente votata alla performatività e alla forza psicofisica di stampo machista, vede il dolore come un negativo segno di debolezza. Tony accoglie con lucidità il carattere radicale della morte e l’irrimediabilità della perdita. Il suo legame con Lisa, nella dimensione successiva al lutto, non si traduce nell’infantile non accettazione, aspetto che ritroviamo in molte narrazioni o riflessioni sulla perdita dei propri cari (mi vengono in mente Elias Canetti con il suo libro incompiuto contro la morte o alcune riflessioni contenute in Dove lei non è di Roland Barthes). È invece un legame che tiene conto in maniera razionale che non si può tornare indietro, che le regole del gioco sono queste. Le soluzioni sono allora due: voltare pagina adattando a sé – il più velocemente possibile – il fastidioso motto the show must go on o rinunciare a farlo, per un certo lasso di tempo o addirittura per sempre. Tony sceglie la seconda soluzione, convinto che sia lui a dettare i tempi alla sua sofferenza e alla sua eventuale ripresa. Se nessuno di noi può reclamare dei diritti nei confronti della vita mortale e se è una favola da cartone animato l’idea che l’amore più puro renda immortale nel qui e ora un legame sentimentale, allora ogni singolo individuo ha il diritto di fare della propria sofferenza ciò che vuole, a prescindere dal bon ton produttivistico delle società in cui viviamo. Si può anche decidere di non essere positivi, di non essere forti. Ma questo non è un inno alla debolezza, al suicidio, alla fragilità, è semmai la consapevolezza che ci sono tempi e modi diversi per affrontare la sofferenza soggettiva. E l’aiuto altrui diventa fondamentale rispettando questo bisogno di far proprio il dolore, non prevaricandolo. Semmai, trovando il percorso che meglio aderisce al carattere di chi sta soffrendo. In questo senso, si capisce perché le persone che hanno apprezzato After Life parlino di senso di liberazione e di emancipazione. Il tema è certamente delicato e può anche essere letto come una nociva individualizzazione del lutto che toglie peso al benevolo sostegno dello spazio pubblico. Ma, come sempre, si possono trovare delle vie di mezzo tra ciò che impone la società per il bene del singolo, spesso non rispettando i suoi bisogni, e ciò che pretende il singolo di contro alla società, rimanendo intrappolato nel labirinto dell’autodistruzione. Gervais mira, durante le tre stagioni di After Life, a cercare questa mediazione tra due vie che risultano entrambe fallimentari. E lo fa evidenziando quanto sia difficile raggiungerla.

Dal mio punto di vista, si tratta di una narrazione molto matura per quanto concerne la perdita. Voi cosa ne pensate? Avete apprezzato After Life? Fateci sapere.

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Parlare della morte con gli adolescenti: una sfida che dobbiamo raccogliere, di A. Cristina Vargas

22 Marzo 2022/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Gli interventi formativi sul fine vita rivolti ai giovani, specialmente quando si usano metodologie partecipative e si dà spazio alla loro voce, sono momenti preziosi per promuovere una maggior consapevolezza su questo tema e per sviluppare risorse importanti di fronte alle sfide inevitabili dell’esistenza come la resilienza, la capacità di auto-osservazione e l’ascolto reciproco. E voi che ne pensate? Quali sono le vostre esperienze, positive o anche faticose, nel parlare della morte con gli adolescenti e i giovani?

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La narrazione guidata e l’elaborazione del lutto, intervista a Nicola Ferrari, di Marina Sozzi

7 Febbraio 2022/51 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Nicola Ferrari, dell’associazione Maria Bianchi, che da anni si occupa di sostegno al lutto, su una strategia che ha chiamato “La narrazione guidata”.

Tu hai studiato una strategia di elaborazione del lutto che si chiama Narrazione Guidata. È un metodo che permette alle persone in lutto di trovare le “parole giuste”. Perché è importante trovarle?

Trovare le parole ‘giuste’, cioè quelle vere, quelle che cor-rispondono a ciò che sentiamo e desideriamo, non è importante. È decisivo. Scoprire le frasi e i termini che definiscono il nostro dolore, il lascito di chi abbiamo perduto e le modalità per continuare ad amarlo, permette di creare una separazione tra l’Io e l’esperienza di perdita, crea dei confini all’assenza. Il dolore che si può esprimere, che ha parole per se stessi autentiche e autorevoli, si trasforma: da un vissuto nel quale affoghiamo ad una realtà che ha caratteristiche e aspetti definibili. E tutto ciò che si può esprimere, che ha parole per raccontarsi, può essere affrontato, non solo subìto.

Alle spalle di questo metodo c’è una particolare teoria del lutto?

Se intendiamo teoria come modalità di lettura dell’evento, assolutamente sì. La Narrazione Guidata non a caso l’abbiamo denominata ‘sistema logico-linguistico’ proprio per sottolineare quanto sia importante partire da un progetto che inizia proprio dal modo in cui si intende il lutto, i processi elaborativi, la ricostruzione esistenziale, per poi procedere con la stessa logica rispetto a definire cosa è una relazione d’aiuto, come si decidono gli obiettivi da raggiungere… Bisogna in altri termini oltrepassare idee e modelli, fortemente radicati in Italia, che attribuiscono ad esempio alla narrazione un’efficacia che per il solo fatto che  si condivide con altri produca cambiamenti in chi vive un lutto. Dotarsi di un modello interpretativo sull’esperienza del lutto significa mettere in pratica un progetto di supporto, non solo una vicinanza e solidarietà umana a chi soffre, esperienza certamente importante ma non strategica in chi fatica a superare questa fase della vita. In questa sede sarebbe troppo lungo spiegare questo sistema ed eccessivamente riduttivo sintetizzarlo in poche frasi ma c’è l’assoluta disponibilità ad approfondirlo con i lettori di questo blog tramite contatti individuali.

Come funziona concretamente la Narrazione Guidata?

E’ l’attenzione assoluta al linguaggio, cioè alla forma che si utilizza nel raccontare il proprio vissuto di perdita nelle sue dimensioni emotive, esistenziali, cognitive, pratiche… Si tratta cioè di aiutare la persona in lutto, durante gli incontri individuali ma anche nei gruppi o tramite la scrittura, attraverso domande esplicite e implicite, riformulazioni, richieste dirette di chiarimenti, proposte alternative di parole, rimandi e tante altre strategie linguistiche, a trovare il linguaggio che esattamente gli cor-risponde, che in maniera sempre più precisa, e quindi vera, lo definisce. Questo percorso linguistico, alternato ovviamente all’ascolto silenzioso, alla condivisione di emozioni ed esperienze e a tutto quello che si mette in campo in una relazione d’aiuto, permette a chi soffre di rivelarsi a se stesso con lo scopo finale di rispondere alla domanda centrale di questo processo: amore mio, amore che non sei più qui con me, come posso continuare ad amarti?

Ci sono dei facilitatori. Chi sono? Come vengono formati?

Abbiamo un gruppo di operatori della Narrazione Guidata all’interno dell’Associazione Maria Bianchi e molti altri esterni ne abbiamo formati in questi ultimi quindici anni. Ci sono adesso gruppi di auto aiuto per il lutto in Italia che utilizzano questo metodo e/o che lo integrano con ciò che già fanno, vari professionisti come psicologi e psicoterapeuti, cerimonieri e operatori funebri, docenti che vivono l’esperienza della comunità scolastica in lutto. Il percorso non è breve, non si tratta di lezioni frontali, perché quello che voglio è far sperimentare in prima persona ai partecipanti la Narrazione Guidata. Per questo partiamo sempre dai vissuti personali di lutto o di perdita: ognuno prova su di sé, con i nostri stimoli, cosa provoca la riflessione e il continuo aggiustamento delle parole utilizzate. Poi si tratta di trovare insieme il modello interpretativo di cui parlavo prima per costruire un progetto che sia a ognuno realmente corrispondente. Tutto questo prevede tempi distesi, pause di riflessione e approfondimenti tra un incontro e l’altro, totale coinvolgimento personale. Bisogna in altri termini imparare a guidare la narrazione, non il narrato. È un’esperienza, almeno per me e noi dell’associazione, tanto impegnativa quanto magnifica.

La Narrazione Guidata ha qualcosa in comune con la medicina narrativa? Hai tratto spunto da questa disciplina?

Ho rubato da molte parti. Non credo ci sia più la novità assoluta, la scoperta di una innovazione che cambi tutto lo scenario. Si tratta di conoscere ciò che già si fa, che altri hanno studiato, messo in pratica e sperimentato per poi piegarlo allo specifico nostro, in questo caso i processi di ricostruzione esistenziale dopo una perdita. Senz’altro tutta la riflessione e la pratica della Medicina Narrativa costituisce una bacino enorme da cui attingere, così come gli studi classici e più frequenti sul lutto, una parte della PNL, le fondamenta dei gruppi di auto aiuto ma anche, almeno per me, ciò che attraverso altre strade illumina il buio: la poesia di Emily Dickinson, i racconti di Raymond Carver, la pittura di Van Gogh, la musica di J.S.Bach, alcuni film e serie (Six Feet Under, After Life solo per citarne alcune). Credo che sia necessario riempirsi degli altri, dei risultati dei loro cuori e delle loro menti, e poi tenerseli dentro, farli vivere, accoglierli per trasformarli in qualcosa di totalmente personale e unico.

C’è qualcosa che desideri dirmi e che non ti ho chiesto?

C’è stato un momento nella mia vita che ho sempre impresso come assolutamente decisivo perché mi fece capire il valore e l’efficacia della Narrazione Guidata. Ero a Parigi con la mia famiglia, molti anni fa, a visitare il Museo Rodin. C’era un caldo terrificante ed io ero all’esterno con mio figlio piccolo di 2 anni nel giardino di questa villa-museo. Lui si avvicina ad una ragazza che stava copiando con fogli e matite le sculture poste all’esterno. Li vedo entrare in contatto, ero a qualche metro: qualche parola, sguardi reciproci, mio figlio che tocca i fogli, lei disponibile. Sento che gli chiede come si chiama e lui risponde: Andrei. In quel momento la ragazza inizia a piangere, si guarda intorno smarrita. Mi avvicino. Era la compagna di uno dei vigili del fuoco intervenuti per primi l’undici settembre. Iniziamo a parlare e mi racconta. Aveva saputo dagli altri vigili presenti che il suo fidanzato aveva capito che il grattacielo sarebbe crollato ma decise di entrare e uscire, entrare e uscire per salvare più persone possibili. Ha preferito salvare loro invece che il nostro amore, mi disse ad un certo punto. Era arrabbiata, delusa, vinta. Una persona così, come la definiresti? le chiesi.

Ricordo che rimase in silenzio, lo sguardo verso l’altro, gli occhi a destra, a cercare la parola cor-rispondente. Poi si rilassò, un sorriso appena accennato. Il con-tatto con il suo sé più profondo era avvenuto, in un contesto assolutamente non strutturato, senza preparazione e nulla di quello che cerco di attivare quando c’è una relazione d’aiuto con una persona in lutto. Quella parola era e resta sua ma fu, me lo disse l’anno dopo quando andammo a trovarla a New York, decisiva: smise di fare la guida a Ground Zero, iniziò una nuova relazione che portò alla nascita di due figli. Mi ricordo ancora con stupore e incredulità quando alla fine mi disse che Andrei era il nome che, insieme al suo compagno deceduto, si erano promessi, durante un viaggio in Italia vicino a Mantova (dove io abito), di dare al loro figlio se fosse rimasta incinta.

Quando sarà il prossimo corso per facilitatori di narrazione guidata?

Inizieremo in marzo, con un percorso a distanza per i motivi ben noti, in collaborazione con Scuola Capitale Sociale; i dettagli qui.
Mi preme sottolineare, perché la vivo come una risorsa, come in questi percorsi partecipino persone che hanno ruoli diversi rispetto all’esperienza della perdita: professionisti, facilitatori di gruppi AMA, operatori nelle agenzie funebri, cerimonieri laici, studenti, singoli che vogliono acquisire competenze spendibili sul campo. Questo dato conferma sempre di più quanto sia importante apprendere ciò che si può utilizzare, ciò che favorisce un reale cambiamento e non solo perché aggiunge conoscenze, riflessioni, idee.
È da un po’ di tempo che cerco di affrontare questa questione con altre persone impegnate nel campo del lutto che hanno ruoli e competenze diverse per cercare di trovare una maggiore correlazione e arricchimento reciproco tra ricerche, studi, pratiche, analisi. Non è affatto facile, ci sono molte resistenze ma questa è un’altra storia.

Per approfondimenti è disponibili il libro: Narrazione Guidata: un modello logico-linguistico. Teoria e pratica di un modello d’intervento nelle situazioni di lutto.

La versione cartacea si può richiedere direttamente all’Associazione Maria Bianchi, la versione e-book (anche in inglese e spagnolo) è disponibile su tutte le principali piattaforme.

Cosa pensate di questo approccio? lo conoscevate? pensate possa essere adeguato all’elaborazione del lutto?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2022/02/narrazione-guidata-400x250-1-copia-e1644063536539.png 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2022-02-07 09:00:002022-02-07 16:54:25La narrazione guidata e l’elaborazione del lutto, intervista a Nicola Ferrari, di Marina Sozzi

Festeggiare il Natale nel lutto? di Eloisa Cotza

8 Dicembre 2021/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Riceviamo e pubblichiamo con piacere una riflessione sulle feste natalizie e il lutto della psicologa Eloisa Cotza.

Dicembre apre le porte alle feste, all’attesa del nuovo anno, alle riunioni familiari, al tempo di vacanza e di vicinanza. La ritualità che cadenza le festività ha un importante significato psicologico: le esperienze di vita che viviamo si susseguono secondo un ritmo ciclico fatto di periodi di sosta che si ripetono e restano nel tempo, anno dopo anno. Le feste portano la sicurezza del conosciuto nelle nostre vite fatte di un continuo entrare/uscire tra vecchio e nuovo, tra atteso e inaspettato, tra la conservazione e la perdita di aspetti di noi, di affetti, di relazioni. Il Natale simboleggia la nascita, la speranza, i nuovi arrivi e i nuovi orizzonti da tracciare. Il tutto si gioca in uno scenario semplice, piccolo, familiare, fatto degli affetti più vicini con cui scambiare doni e buon cibo, in un’atmosfera calda e sicura che chiamiamo casa.

Dal punto di vista psicologico il Natale rappresenta, quindi, due esperienze fondamentali: il mondo degli affetti e il senso di sicurezza. Ci sentiamo sicuri e liberi di esprimere le nostre emozioni con coloro che sentiamo realmente vicini e verso cui rivolgiamo il nostro affetto più intimo e autentico. Non c’è nascita né speranza senza gli affetti veri accanto a noi.

Si può, allora, vivere il Natale quando abbiamo perso un nostro caro? Può una moglie che ha perso il marito e che, magari, ha dei figli da accudire e crescere nel dolore della perdita e nel senso di solitudine profonda, avere ancora motivi per fare festa, per celebrare la speranza? Possono dei bambini che hanno perso un genitore sentirsi al sicuro e nella gioia di ricevere doni e di guardare avanti con fiducia? Può un genitore provare gioia, offrire e ricevere regali e attenzioni dopo la morte di un figlio? La perdita ci rimanda, inevitabilmente, a una dimensione di vuoto e di mancanza che si fa strada nella nostra mente in maniera totalizzante. Perdere chi amiamo significa anche perdere una parte di sé: ci viene strappata via la persona e il nostro unico e intimo modo di stare con lei, di amarla e di darle un ruolo nella nostra vita. Ci fa sentire del tutto impreparati, minaccia il nostro senso di sicurezza e di fiducia verso noi stessi e verso il mondo, rompe la catena del susseguirsi degli eventi della nostra storia e dei nostri progetti per il futuro.

Il lutto, in realtà, è qualcosa di profondamente radicato nella nostra esperienza di esseri umani: la nascita stessa comporta un lutto. Nascere richiede di lasciare il grembo materno, di staccarci da quell’ambiente così accogliente e nutritivo dove siamo stati concepiti. Il processo stesso della crescita comporta continue perdite: per ogni obiettivo raggiunto, per ogni apprendimento, lasciamo indietro qualcosa di vecchio per fare spazio al nuovo. Cresciamo e diventiamo adulti se e solo se abbiamo potuto separarci, spesso bruscamente, dai nostri genitori, dalle nostre origini. Crescere comporta sempre, quindi, una certa dose di sofferenza, e l’esperienza della perdita caratterizza ogni nuova acquisizione. I lutti che viviamo si ripetono e si riattivano ad ogni perdita: ogni lutto è un lutto per tutti i lutti.

Affrontare il lutto di una persona cara, nonostante la sofferenza estrema che ci fa esperire, è qualcosa a cui siamo chiamati fin dalla nostra nascita e il Natale ce lo ricorda: il bambinello nasce e il suo ingresso nella vita viene festeggiato in tutto il mondo, ma sappiamo bene che la sua nascita porta con sé la certezza della morte sulla croce. Affrontare il lutto, rielaborarlo, dargli significato può, quindi, trarre grande insegnamento dalla fatica di vivere.

Credere ancora nelle feste natalizie, vivere una festa di nascita che, nonostante la certezza della morte, si ripete e offre occasioni di vicinanza e di speranza, può iniziare a riportare un po’ di luce, tratteggiare una scia nel nostro orizzonte, nonostante il buio e la nebbia del dolore e della mancanza.

E voi come sentite queste festività? Ritenete che sia possibile vivere le feste con speranza quando si è in lutto?

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Il cordoglio anticipatorio: una risorsa? intervista a Luigi Colusso, di Marina Sozzi

22 Gennaio 2021/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Luigi Colusso, sul concetto centrale del suo ultimo libro sul cordoglio anticipatorio. Luigi Colusso è medico e psicoterapeuta, ed esperto di lutto. Dal 1999 è volontario in Advar, fondazione che si occupa di cure palliative a Treviso. Ha scritto: Il colloquio con le persone in lutto, 2012 e Di fronte all’inatteso. Per una cultura del cordoglio anticipatorio (Erickson).

Tu affermi, nella prefazione al tuo libro, che il cordoglio anticipatorio è uno strumento fondamentale per condurre una buona vita. Ci puoi spiegare il concetto di “cordoglio anticipatorio”? In cosa si differenzia dal lutto anticipato, concetto che utilizzano gli psicologi?

Il cordoglio anticipatorio non attiene solamente alla perdita e al lutto, si presenta anche per eventi che si prefigurano come positivi, generando sentimenti ambivalenti. Posso fare l’esempio di un matrimonio ambito, che comunque suscita un cordoglio anticipatorio da parte dei genitori che vedono profilarsi il distacco dalla famiglia di origine. Anche l’attesa di un figlio, desiderato e ricercato, comporta il pensiero dei sacrifici e delle rinunce inevitabili con il suo arrivo. Sono due situazioni in cui mi sembrerebbe fuori posto parlare di lutto. Poi ci sono gli eventi ambivalenti, come un pensionamento, atteso come liberatorio da alcuni, mentre altri fanno di tutto per ritardare l’uscita da una professione che ha totalizzato in sé l’identità della persona. Nomino solamente, come suscitatori di cordoglio anticipatorio, traslochi, cambiamenti nel lavoro, eventi minacciosi come il lockdown o una bocciatura…
Possiamo invece riconoscere il lutto anticipato come sentimento legato a una perdita o a un lutto certi e non evitabili; ascoltare questo sentimento potrà aiutare a prepararsi all’evento, per viverlo degnamente e premunirsi verso possibili rimpianti, rimorsi o simili.
La distinzione più rilevante, però, è che il cordoglio anticipatorio può riuscire a evitare o almeno trasformare l’inverarsi dell’evento temuto. Faccio solo due esempi tra i tanti possibili: la prospettiva di un licenziamento mi spinge ad attivarmi per ricercare tempestivamente un impiego differente, oppure ad attivare il sindacato per ottenere il mantenimento del posto; accorgermi che il partner affettivo si è distanziato da me e prepara il distacco mette in moto un chiarimento, sollecita un cambiamento di entrambi, eventualmente la ricerca di un aiuto professionale per risanare il legame, per evitare la rottura.

In che modo quindi possiamo utilizzare il cordoglio anticipatorio per essere maggiormente padroni della nostra vita?

Spero che la risposta precedente abbia suggerito già qualcosa, la possibilità di modificare l’evoluzione degli eventi secondo le proprie intenzioni. Naturalmente non sempre è possibile riuscirci, ma esercitare la capacità di orientare gli eventi, o di contenere gli effetti indesiderati di un evento, alimenta l’autostima, la self competence, la speranza concreta, in base alle esperienze a mano a mano maturate nel tempo. Un altro beneficio dell’abitudine regolare a fronteggiare il cordoglio anticipatorio è la riduzione del perturbante (Freud docet), così che il tempo dell’attesa è meno fosco, meno angosciante.
Infine, un accenno alle neuroscienze: imparare a suonare il violino a tre anni sviluppa neuroni e collegamenti neuronali, per cui si saprà padroneggiare lo strumento meglio di chi lo prende in mano per la prima volta a quaranta anni, e la soddisfazione, la disinvoltura, la sicurezza del gesto saranno ben diverse. Altrettanto accade nel processo di fronteggiamento degli incontri/ scontri con gli eventi che si approssimano, a mano a mano che crescono la competenza e la qualità delle risposte messe in campo.

Cordoglio anticipatorio e “cigno nero”: qual è il rapporto tra questi due concetti? Secondo alcuni la pandemia di Covid-19 è un cigno nero. Come possiamo affrontarla seguendo il tuo ragionamento sul cordoglio anticipatorio?

Secondo il pensiero di Nassim Taleb il cigno nero è originato dal sommarsi, o dalla rapida successione, di eventi rovinosi; questa sommatoria ha capacità distruttive totali: un’alluvione dopo un terremoto che ha provocato fuoriuscita di materiale fissile radioattivo è un esempio. Un altro termine per indicare queste infauste coincidenze, quando riguardano la salute, è sindemia. Per capire, ricordo che la concentrazione di malati e morti nella pianura padana per il Coronavirus vede come concausa le malattie polmonari da inquinamento, che da tempo sono la vera causa di morte di un buon numero di persone. Possiamo temere di avere a che fare con un cigno nero perché la pandemia, non casualmente, si è manifestata in un tempo critico per l’ecosistema planetario, dopo essere usciti solo in parte dalla crisi economica mondiale, senza dimenticare le altre tensioni, legate a una globalizzazione asimmetrica, sbilanciata sul versante finanziario, produttivo di merci, consumistico quindi, tensioni di cui purtroppo soffriamo cronicamente.
Se, come ho cercato di spiegare nel libro, trasformare il sentimento del cordoglio anticipatorio in strumenti utili significa respirare a pieni polmoni in una comunità in cui circola generosamente il munus, il dono reciproco di esperienza, di accoglienza, di rispetto, di aiuto, di narrazione di sé e di accoglienza delle narrazioni altrui, tutto quello che insomma minimizza il perturbante… bene, non so se riusciremo a venirne fuori brillantemente, certo avremo fatto il meglio possibile, soprattutto avremo per tutti la miglior qualità di vita possibile, date le condizioni.

I professionisti della salute devono spesso dare risposte a problemi legati al cordoglio anticipatorio. Come potrebbero aiutare i loro pazienti a far fronte alla malattia e alla morte?

Esempi classici che vedono le persone approcciare professionisti della salute perché alle prese con problemi di vita, di salute o ambedue, sono le crisi familiari (consultorio familiare), la diagnosi di disabilità di un figlio, l’accertata incurabilità di una malattia cronica ingravescente, non solo oncologica. Un servizio efficace prevede l’offerta dell’empowerment per governare i problemi senza assumere la delega totale. L’operatore consulta insieme alla persona la bussola per orientarsi e guardare insieme il futuro e i problemi che si prospettano; si chiariscono, si interrogano, si narrano ripetutamente fino a far evaporare il perturbante. Sappiamo che non sempre si torna a casa con i problemi risolti, ma sempre si può tornare cresciuti. Dalle sconfitte si impara a vincere, se si è lottato e si prende confidenza con i meccanismi, le tecniche, gli strumenti che aiutano. Le narrazioni che le persone scambiano con gli operatori possono servire proprio a questo. La chiave del cordoglio anticipatorio efficace è il gomitolo narrativo avvolto, srotolato, e intrecciato mille volte ogni giorno, a casa, al lavoro, con gli operatori, nelle interazioni di comunità.

Perché le cure palliative costituiscono un modello nella tua idea del cordoglio anticipatorio? La capacità di “stare” che apprendono i curanti in cure palliative è l’aspetto cruciale della questione?

La capacità di “stare” nelle situazioni di sofferenza è senz’altro un punto di forza per chi pratica le cure palliative. È un punto di forza perché stiamo parlando di professionisti che riconoscono il proprio travaglio ma non indietreggiano, e non rinunciano a una vita fuori del lavoro, all’umorismo. Sono la dimostrazione che cultura, formazione, motivazione e supervisione sono nutrienti abbastanza, danno senso alla vita.
La trappola potrebbe essere scaricare il compito di prendersi cura di lutto anticipato e cordoglio anticipatorio solo su di loro, mentre è una opportunità per tutti e, credo, una competenza necessaria per tutti gli operatori della salute. Necessaria per lavorare bene e per stare bene. Prendersi cura l’uno dell’altro non è un gesto professionale, è il gesto singolare che ci ha fatto uscire dalle caverne e arrivare sulla Luna.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dirci?

Vi racconto un debito di gratitudine. In oltre venti anni ho conosciuto centinaia di persone che hanno fatto ricorso al servizio di sostegno al lutto della Fondazione Advar, Rimanere insieme. Accogliendo con partecipazione le loro narrazioni, cercando di accompagnare ciascuno nella ricerca del senso della sua storia di vita, ho imparato a riconoscere il cordoglio anticipatorio sperimentato da ognuno. L’esperienza reiterata mi suggerisce che l’elaborazione del lutto è senz’altro facilitata, con tutte le eccezioni singolari che possono darsi, quando si è dato spazio al cordoglio anticipatorio. Inoltre, ho potuto cogliere la differenza con il lutto per la morte improvvisa, che non dà spazio al cordoglio anticipatorio.

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I drammatici effetti psicologici della pandemia, di Davide Sisto

27 Ottobre 2020/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

All’indomani del DPCM del 25 ottobre 2020, relativo alle misure politiche da prendere a causa della nuova temibile ondata del contagio da Covid-19, i cittadini, principalmente sui social media come Facebook e Twitter, si stanno interrogando a proposito della necessità di alcune decisioni, quali la chiusura totale dei teatri e dei cinema e la chiusura parziale, dopo le 18, di ristoranti e bar. Decisioni che riguardano, cioè, l’esclusiva sfera dei passatempi, dei divertimenti e degli scambi sociali all’interno dello spazio pubblico, così come lo abbiamo vissuto fino alla fine dello scorso febbraio. In particolare, stanno emergendo – in modo piuttosto problematico per la tenuta della nostra società – gli effetti negativi del lockdown primaverile, non solo da un punto di vista economico ma anche e soprattutto da un punto di vista psicologico ed emotivo. Mettendo da parte il pensiero dei negazionisti e di coloro che – dall’inizio della pandemia – hanno subito parlato impropriamente di “dittatura sanitaria”, è chiaro che la repentina trasformazione dell’altro in un possibile pericolo per sé e per i propri cari, la riscoperta altrettanto improvvisa della propria mortalità, nonché la sensazione sgradevole di essere soli e isolati dinanzi a un nemico tanto pervasivo quanto invisibile, abbiano generato conseguenze psicologiche ed emotive tutt’altro che trascurabili.

Recentemente, l’AGI ha pubblicato questa intervista sulla tenuta psicologica degli abitanti della provincia di Bergamo alla dottoressa Gloria Volpato, a cui si è rivolto anche il Comitato Noi Denunceremo dei familiari delle vittime. Volpato ha portato alla luce una situazione molto preoccupante: un numero crescente di pazienti abusa di medicine autoprescritte e di psicofarmaci per rimediare all’insonnia e all’ansia, o vive con l’ossessione quotidiana di essere un potenziale untore, isolandosi volontariamente dagli altri, o, ancora, incrementa in maniera eccessiva le attività fisiche, ammettendo di non essere più in grado di gestire il controllo dello spazio pubblico in cui vive. All’aumento della sindrome da stress post-traumatico si aggiunge il senso di precarietà determinato dal costante cambiamento di stili di vita, dovuto anche in parte al susseguirsi settimanale di DPCM che impediscono di fatto ogni forma di programmazione della propria quotidianità, dalle continue immagini televisive dei malati intubati e dei morti, nonché dagli inutili litigi perpetrati dai politici e dai medici in perenne disaccordo gli uni con gli altri.

Mani perennemente sanificate, sguardi torvi per ogni colpo di tosse in un luogo pubblico, litigi sull’uso della mascherina, timore di contagiare i propri cari e di essere – a propria volta – contagiati, l’assenza quasi totale di esperienze pubbliche che alleggeriscano la malinconica vita quotidiana: la principale sensazione che si prova è quella di essere alienati e distanti da tutti, trovando nei soli schermi dei computer e degli smartphone il punto di contatto con il mondo esterno (chissà come avremmo vissuto la stessa situazione senza le tecnologie digitali…). Ed ecco, come riporta Volpato, casi deleteri come quello della mamma che invita il figlio, una volta portato all’asilo, a non avvicinarsi agli altri bambini; oppure come quello di Nunzia de Girolamo, ex deputato di Forza Italia, che non riesce a gestire la disperazione della piccola figlia, la quale associa la morte al Covid che ha contagiato la mamma (qui il resoconto giornalistico).

Ora, siamo (quasi) tutti consapevoli della difficoltà estrema di gestire una simile situazione di emergenza, dunque di fornire delle regole per mezzo delle quali contenere il contagio e limitare i comportamenti sconsiderati dei tanti cittadini che, continuando a rimuovere la morte, vivono come esseri invincibili e immortali. Tuttavia, mi auguro che venga presa coscienza delle conseguenze psicologiche dell’emergenza, non dimenticando tutti coloro che, non contagiati dal virus, sviluppano forme gravi di depressione, ansie, atteggiamenti autodistruttivi e dipendenze legate al senso di impotenza percepito nel corso degli ultimi mesi. Non basta, cioè, assicurarsi che il minor numero di cittadini si ammali e muoia a causa del Covid; occorre non lasciare soli coloro che hanno patito di colpo un lutto, imprevisto fino a qualche mese prima, coloro che hanno visto intensificarsi un senso di solitudine già percepito nei periodi pre-Covid (fa un certo effetto leggere, oggi, la decennale scritta sulla vetrata di un parcheggio nel quartiere Crocetta di Torino: “salviamoci da questa solitudine”), coloro che per ragioni economiche hanno meno mezzi per difendersi dall’isolamento e dalla tristezza sociale.

Voi avete percepito nella vostra vita un incremento di malesseri psicologici e sociali a causa della pandemia e del lockdown? Attendiamo i vostri racconti.

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La casa come luogo dei fantasmi. Una breve riflessione sulla presenza spettrale dei morti, di Davide Sisto

5 Ottobre 2020/3 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Recentemente mi è capitato di vedere su Netflix il film “Storia di un fantasma” (2017), scritto, diretto e montato da David Lowery. Il protagonista è il silenzioso e invisibile fantasma di un uomo morto in un incidente stradale che, coperto dal classico lenzuolo bianco, vaga senza meta per la casa in cui ha vissuto. Egli osserva inerme, senza poter essere a sua volta visto, l’iniziale dolore lancinante della compagna, mutatosi nel corso del tempo in una inevitabile nuova vita (con un nuovo fidanzato). Una scena fa decisamente effetto: pochi giorni dopo il decesso, vediamo il fantasma in piedi davanti alla compagna la quale, seduta per terra, ingurgita in modo scomposto una torta. Nel silenzio tombale della casa, questa scena si prolunga per diversi minuti, fino a quando la donna corre in bagno a vomitare.

Il tema della presenza spettrale del morto nella casa in cui ha abitato non è certo originale, per usare un eufemismo. Mark Fisher, nel libro Spettri della mia vita, ci ricorda che la parola haunt in inglese significa sia luogo di residenza sia ciò che lo invade o lo disturba. «L’Oxford English Dictionary indica come uno dei primi significati del termine haunt quello di ‘fornire di una casa, una dimora’», osserva Fisher. Dall’epoca della letteratura gotica a quella dei film horror sono ricorrenti, se non addirittura quotidiane, le narrazioni delle case infestate dai fantasmi. Al tempo stesso, chiunque abbia letto e amato il romanzo Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marìas avrà memorizzato, senza dubbio, l’immagine delle gonne stropicciate e poggiate accanto al letto di una donna morta all’improvviso: in quelle gonne viene simbolicamente collocato il rapporto continuativo tra la vita e la morte, quasi come se – da un momento all’altro – potessero essere di nuovo indossate dalla loro proprietaria.

Di fatto, è la particolare dialettica tra presenza e assenza propria dello statuto del morto a determinare la sua vita spettrale tra le mura domestiche. Come ci insegna il tanatologo Thomas Macho, il morto rappresenta sempre l’incarnazione della presenza di un assente; una specie di doppio, che continua a essere presente tra i vivi nonostante la sua assenza fisica e che – di fatto – ispira ogni innovazione tecnologica. Dall’invenzione della scrittura alle tecnologie digitali odierne non facciamo altro che tentare di dare una forma fisica alternativa al morto svanito per sempre, cercando di mettere a frutto la dialettica tra presenza e assenza, all’interno di cui egli è collocato, per limitare le sofferenze della perdita. Ogni invenzione tecnologica, consapevole del legame inscindibile tra gli spettri dei morti e i vivi, cerca – in definitiva – di dare un nuovo corpo ai fantasmi.

«Cancellando una traccia – osserva tuttavia Aleida Assmann – la sopravvivenza di una persona o di un evento nella memoria dei posteri diventa altrettanto impossibile che la scoperta di un delitto». Lo scienziato Desmond Morris, all’indomani della morte della donna con cui ha vissuto sessantasei anni, cerca di applicare il pensiero di Assmann, eliminando tutte le sue tracce. Prima le migliaia di libri, i dipinti e gli oggetti di antiquariato comprati insieme alla moglie nel corso di oltre mezzo secolo di matrimonio. Poi i semplici utensili – una tazza, per esempio – in cui sono conservati simbolicamente i più naturali gesti quotidiani di una vita condivisa. Quindi, l’intera casa. Si è infatti reso conto che solo abbandonando quel deposito materiale e simbolico di ricordi condivisi è possibile non sentire l’opprimente presenza dello spettro della moglie.

Non sempre, in altre parole, è salutare il desiderio di dare un corpo al fantasma del morto. Anzi, può essere profondamente utile unire ai riti funebri, che determinano la separazione della vita insieme al morto da quella senza il morto, una scelta personale radicale: il totale cambiamento della propria quotidianità, di modo da non rimanere prigionieri dei ricatti dei fantasmi. Esattamente come ha scelto di fare Desmond Morris.

Quali sono le vostre esperienze legate alla presenza invisibile dei morti nelle vostre abitazioni? Cosa avete affrontato i loro spettri? Attendiamo le vostre storie.

 

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La meditazione e l’accompagnamento, intervista a Guidalberto Bormolini, di Marina Sozzi

21 Settembre 2020/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Proponiamo una breve intervista a Guidalberto Bormolini, monaco e presidente di TuttoèVita Onlus. Al centro dell’esperienza dell’associazione vi è la pratica della meditazione. Lo stesso padre Bormolini pratica e insegna la meditazione e propone percorsi di accompagnamento spirituale a chi deve affrontare una malattia grave o l’approssimarsi della morte. Si occupa inoltre di dialogo interreligioso.

Ci racconti brevemente di cosa si occupa l’associazione Tutto è Vita, che presiedi, quali sono i principali progetti e le attività in corso?

TuttoèVita Onlus si occupa di accompagnamento spirituale nella malattia grave e nel lutto. In questa missione si comprendono non solo le persone malate e i loro familiari, ma gli stessi operatori sanitari. Il principio che ci guida è che non ci sono accompagnatori attivi e persone accompagnate passive: si entra in una relazione che è arricchente per entrambi. Il perno attorno a cui ruota sia il nostro modello di accompagnamento, sia quello della formazione degli operatori è la meditazione. Questi percorsi sono concepiti come uno spazio aperto e inclusivo, in cui far vivere un’esperienza integrale, per prendersi cura globalmente delle dimensioni di corpo, psiche e spirito.
Con questa convinzione stiamo costruendo sulle colline di Prato un Hospice centrato sulla meditazione. Collegato al progetto dell’Hospice, abbiamo già avviato il progetto “La Casa del Grano”, in cui proponiamo dei percorsi residenziali per persona malate in un’ottica di presa in carico globale e precoce: ovvero già dai primi tempi dopo la notizia di una prognosi infausta.

Perché avete scelto la meditazione come pratica centrale per l’accompagnamento e anche per affrontare la propria malattia? Che caratteristiche ha questo strumento? 

I documenti scientifici più importanti sul fine vita rimarcano l’importanza della dimensione spirituale nella cura, ma è raro che questa sia presa in carico nel sistema sanitario. Spesso il timore dell’intervento “confessionale” finisce per paralizzare il sistema. Occorre trovare percorsi che possano essere accolti sia da diverse religioni che al di fuori delle religioni, in base ai percorsi personali di chi chiede sostegno.
La meditazione è contemporaneamente la più antica e attualizzata esperienza per avvicinarsi al mondo spirituale. Ogni tradizione religiosa ha una pratica meditativa, ma la meditazione è praticata anche fuori dalle religioni, quindi è il miglior percorso per attingere forze interiori che altrimenti rischiano di restare sopite.

Come sei arrivato nella tua biografia a decidere di approfondire il tema della morte?

Sin da giovane, come è normale nei piccoli paesi, sono stato educato a un rapporto naturale con la morte e il morire. Ma è stato decisivo l’incontro con padre Cappelletto, un gesuita che è stato mio padre spirituale e maestro di meditazione. Mi esortò a non fare meditazione esclusivamente per il mio benessere personale, ma avere sempre cura della sofferenza altrui. E mi invitò ad andare a visitare malati gravi e stare con loro, pregando e meditando. È stata un’esperienza fondamentale e tuttora parte della mia missione.

Tutto è Vita ha anche una collana editoriale: che libri pubblicate, come li scegliete e li programmate?

La nostra collana propone testi che aiutino a vedere la morte dal punto di vista della vita e non come opposto alla vita. Ma si estende anche a riflessioni per affrontare le grandi difficoltà e sfide della vita stessa. In particolare molti dei testi sono dedicati al tema dell’accompagnamento spirituale nel fine vita e nelle cure palliative. Per fare questo abbiamo chiesto ad alcuni fra i principali esperti di tanatologia e cure palliative di dare un contributo che stimoli in particolare l’attenzione alla spiritualità come parte integrante del processo di cura.  Attendiamo anche un contributo di Marina, che oltre ad essere un’amica è una persona che ammiro molto e che può testimoniare in modo credibile come la morte può essere “sorella”.

Consiglieresti qualche titolo ai nostri lettori, quali ti sono più cari?

Uno per i volontari delle cure palliative: un testo del medico Filippo Canzani, che può essere prezioso per chi si occupa di accompagnamento: Dizionario delle ultime parole. Manuale sulle cure palliative per volontari e familiari.
E poi un testo dal titolo fortemente evocativo: La donna che trasforma la morte in vita. Dalla vedovanza al servizio d’amore, di Barbara Carrai. Sono racconti di una donna, lei stessa vedova, che ha lavorato come inviata per l’ONU in molti paesi in guerra. Un’incredibile testimonianza di come l’amore possa trasformare la morte in occasione di vita.

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Lutti non riconosciuti, di Marina Sozzi

27 Luglio 2020/14 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Stanno arrivando le vacanze estive, e come sempre si tratta di un momento particolarmente difficile per chi ha perso una persona cara e si trova immerso nel dolore. Quest’anno, chi ha perduto un congiunto a causa del Covid o durante il Covid, ha un peso ulteriore da sopportare, l’angoscia di non aver potuto accompagnare, salutare, celebrare le vite concluse, o purtroppo talvolta spezzate, con riti funebri degni di tale nome. Abbiamo già scritto molto a tal proposito su questo blog.

Ma vogliamo rivolgere il pensiero anche a quei lutti che nella nostra società sono meno riconosciuti o non sono riconosciuti affatto.

Esiste infatti, in ogni cultura, una sorta di gerarchia della gravità dei lutti, stabilita in funzione dell’importanza attribuita a ogni relazione. Siamo naturalmente, nell’ambito delle norme non scritte, e anche non dette, che tuttavia condizionano gli individui. Per fare un esempio, nel Seicento – quando la mortalità infantile era molto elevata e la rilevanza della famiglia di origine molto forte (la famiglia non era ancora nucleare) – la perdita di un bambino entro i dieci anni era considerata un evento avverso ma tollerabile; oggi, in una società in cui si fanno pochi figli e la mortalità infantile si è fortunatamente quasi azzerata, la morte di un bambino è vissuta come l’esperienza più insopportabile che si possa attraversare. Non si tratta solo di affermare che il dolore per la perdita di un figlio non era espresso nel Seicento, mentre può essere manifestato ai giorni nostri. È proprio la percezione del dolore che è diversa, perché, come è spiegato nel bel libro di David Le Breton, Antropologia del dolore, tale percezione non è né universale né atemporale: anzi, è culturalmente determinata.

Ora, la nostra società, fondata sulla famiglia ristretta, considera lutti gravi e gravissimi la perdita dei figli e dei coniugi, dei genitori (specie se avviene quando i figli sono ancora giovani), dei fratelli e delle sorelle, e legittima emozioni di grande dolore per questi lutti.

Invece, ritiene che la morte di una persona al di fuori di questa cerchia di “soggetti importanti” nella nostra vita non dovrebbe dar luogo allo sviluppo di un vero e proprio lutto, inteso come quell’insieme di processi psicologici, consci o inconsci, suscitati dalla perdita di una persona amata (così Bowlby definiva il lutto).

Il lutto per i nonni è il primo ad essere misconosciuto nella nostra cultura. Si cerca di proteggere i bambini dal dolore della perdita, e si mente frequentemente sulla morte dei nonni. Una morte che viene sovente dapprima occultata (non si permette ai bambini di dare un ultimo addio e non li si porta ai funerali) e poi sottovalutata, da genitori che spesso non sono in grado di sostenere il dolore dei bambini. E si tratta di una trascuratezza che può dare esiti problematici, specialmente quando la relazione con i nonni era stretta e quotidiana. I bambini si trovano così ad affrontare da soli la perdita dei nonni, con un malessere che non riescono a interpretare. In questi mesi, con la morte di molti anziani per Covid 19, abbiamo perso molti nonni. È importante non nascondere l’accaduto ai bambini, non dissimulare il proprio dolore: facendolo, si impedisce ai bambini di riconoscere e processare la propria sofferenza.

Anche la perdita di un amico si inscrive nel novero dei lutti poco riconosciuti: per quanto stretta sia stata la relazione amicale, la perdita non gode dello stesso riconoscimento di quella di un membro della famiglia. Ben diversa era la considerazione della perdita di un amico nella cultura greca e romana, ad esempio, dove l’amicizia godeva di uno status di particolare importanza. Si pensi all’Etica Nicomachea di Aristotele, due libri della quale sono dedicati all’amicizia; o al De Amicitia di Cicerone, opera nella quale Lucio tollerava la morte dell’amico Scipione solo in nome della memoria: “mi godo il ricordo della nostra amicizia, così che mi sembra d’aver vissuto felicemente, perché sono vissuto con Scipione, col quale ho condiviso le cure pubbliche e private, col quale ho avuto in comune la casa e la vita militare, e, cosa in cui è tutta l’essenza dell’amicizia, il massimo accordo delle volontà, delle propensioni, delle opinioni.”

Un altro lutto non ancora del tutto culturalmente accolto è quello della cosiddetta “morte perinatale”, la morte del feto o del neonato: è un tema delicato, di cui talvolta abbiamo parlato in questo blog. Accade ancora che i ginecologi, le ostetriche, in generale i curanti che stanno intorno alla donna che ha perso il figlio minimizzino, e dicano: “ma lei è giovane, può farne un altro”. Lentamente, sta emergendo un altro tipo di comportamento, che prevede la sepoltura del bambino morto, e interpreta la perdita perinatale come lutto. Ma è una sensibilità ancora poco diffusa. Erika Zerbini, una mamma che ha deciso di occuparsi di lutto perinatale a partire dalla propria esperienza, afferma in un’intervista : “Molto raramente si hanno le parole per poter spiegare questo tipo di lutto e quasi mai si hanno le parole legate alla morte. Non ci viene mai detto: “tuo figlio è morto”. Ci viene detto: “il battito non c’è più”. Le parole sono importanti per identificare chiaramente quale sia la situazione e per poter mettere in atto quelle dinamiche utili ad accettarla. Le faccio un altro esempio: il parto del nostro bambino morto viene chiamato “espulsione”.

L’esempio più eclatante di lutto non riconosciuto è la morte dell’amante, etero od omosessuale, in quanto i legami clandestini non godono di quel riconoscimento sociale che è essenziale, essendo gli umani animali sociali, per rielaborare la perdita e condividere il dolore.  Una relazione non riconosciuta con il defunto rende difficoltoso il lavoro del lutto, compromettendo quindi il benessere psico-sociale della persona, a breve e lungo termine.

Ma, come abbiamo visto, a essere private del diritto a un lutto pienamente riconosciuto socialmente non sono solo le relazioni irregolari o segrete. La nostra cultura fatica ad accogliere diversi lutti, che si fondano su legami del tutto “alla luce del sole”, come quello dei nonni con i nipoti o dei genitori con il nascituro. La cultura condiziona, certo, ma la consapevolezza culturale è in grado, seppure lentamente, di cambiare le cose.

Quello che è accaduto col Covid è che tutte le persone in lutto hanno dovuto sostenere la mancanza di condivisione che è solitamente caratteristica dei lutti non riconosciuti. Tutti non hanno potuto dire addio, non hanno potuto organizzare riti, hanno dovuto elaborare la perdita nell’isolamento.
Questa esperienza può forse portarci a ripensare i nostri stereotipi culturali riguardanti il lutto, cercando di esserne consapevoli, e immedesimandoci nel dolore di chi ha perso qualcuno che amava, a prescindere dal ruolo che il defunto aveva nella vita di chi resta.

Cosa ne pensate? Avete fatto esperienza di lutti non riconosciuti? O potete raccontare esperienze di altri? Grazie, come sempre, se vorrete condividerle.

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Esprimere il lutto su YouTube, di Davide Sisto

7 Luglio 2020/2 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Mi è capitato di leggere recentemente alcuni saggi di Margaret Gibson, docente universitaria australiana che si occupa da anni di Death Studies, la quale ha posto una particolare attenzione sul rapporto tra YouTube e il lutto.

Nel periodo compreso tra il gennaio e il maggio 2014 Gibson ha compiuto le sue ricerche partendo dalla digitazione, all’interno di YouTube, dell’espressione “death of a parent”. Il primo risultato ottenuto consiste in 203.000 “vlogs”, termine con cui si indicano generalmente i video usati come dei blog da parte degli utenti. Il numero esorbitante di dati ricavati viene opportunamente ridotto, escludendo i video di persone anziane che ricordano la morte dei propri cari avvenuta nel passato remoto e, soprattutto, eliminando i video che non hanno alcuna relazione con il lutto se non in maniera allegorica o simbolica. Rimane a Gibson una molteplicità significativa di testimonianze da parte di persone molto giovani, adolescenti o post-adolescenti, che davanti alla videocamera raccontano minuziosamente come sono morti i propri genitori, senza alcun tipo di pudore e con una partecipazione emotiva che spesso li porta a commuoversi. Questi video sono, perlopiù, visti da centinaia di migliaia di utenti e comprendono decine di migliaia di commenti da parte di coetanei che con il protettivo uso di nickname, oltre a offrire il proprio conforto al narratore, raccontano a loro volta i propri lutti.

In Italia la situazione non risulta molto diversa. Il numero dei video incentrati sulla narrazione della morte dei propri genitori è assai elevato, pur ovviamente più contenuto rispetto ai video in lingua inglese. In particolare, mi hanno colpito i casi specifici di due ragazze adolescenti, ciascuna delle quali ha raccontato come ha vissuto la perdita della propria madre all’interno di due video visualizzati da oltre due milioni di persone e con decine di migliaia di commenti. Tra questi ultimi risultano assai interessanti quelli di chi ammette di aver visto il video per puro caso e di sentirsi – al tempo stesso – molto coinvolto nella narrazione.

Ma il rapporto tra YouTube e il lutto è assai più esteso e complesso di quanto si possa immaginare. Per esempio, provate a cercare il toccante video musicale di “Doesn’t Remind Me” degli Audioslave, in cui vediamo un bambino americano alle prese con la morte del padre, avvenuta durante la guerra in Iraq. Il tema del brano diventa l’occasione per un confronto sulla perdita e sulla memoria dei genitori all’interno dei commenti: gli utenti, provenienti da tutto il mondo, raccontano, infatti, le esperienze simili che hanno vissuto in prima persona. Addirittura, il video della famosissima canzone “Everybody Hurts” dei R.E.M. si è tramutato, nel corso degli anni, in una specie di stanza virtuale di Auto Mutuo Aiuto in formato digitale: sono innumerevoli i racconti, nei commenti, delle sofferenze vissute da parte degli utenti, i quali si danno un reciproco sostegno che dura spesso negli anni e che, a detta di molti, genera un profondo senso di benessere. Si tenga conto che “Everybody Hurts” conta attualmente più di 75 milioni di visualizzazioni e circa 19 mila commenti.

I pochi esempi qui riportati di un fenomeno estremamente variegato e diffuso rientrano, innanzitutto, all’interno del processo di radicale trasformazione della nostra vita pubblica a causa dello sviluppo intergenerazionale delle tecnologie digitali. Nel periodo compreso tra la nascita dei primi forum e la diffusione dei social network (YouTube viene inaugurato il 23 aprile 2005) un’ampia parte della popolazione mondiale ha imparato a utilizzare le tecnologie digitali per plasmare le proprie narrazioni autobiografiche insieme a tutti gli altri utenti. Questi inediti esperimenti di autobiografie collettive, le quali integrano insieme parole, fotografie e video, assumono un significato del tutto specifico in relazione al lutto: portano alla luce, in maniera impietosa, tutte le mancanze e il senso di solitudine che i cittadini percepiscono nella dimensione offline. Quando si soffre per un grave lutto, ormai ci si è rassegnati a sentirsi soli e incompresi. Spesso, a risultare insoddisfacenti sono proprio i comportamenti degli amici o delle persone più vicine, le quali si lasciano sopraffare dall’imbarazzo e dal disagio non sapendo cosa dire o cosa fare. In più, non aiuta il tipo di società in cui viviamo, segnata tanto dalla rimozione del dolore e della morte quanto dalla mancanza oggettiva di tempo da dedicare alla sofferenza e alla fragilità. Ne consegue che il vuoto percepito nel mondo offline sia colmato dall’uso protettivo degli schermi, i quali garantiscono quella distanza e quella temporalità sospesa per mezzo di cui ci si libera dall’imbarazzo e ci si esprime serenamente, sia che lo si faccia con il proprio nome e cognome sia che lo si faccia in maniera anonima.

Non è un caso, a mio modo di vedere, che siano soprattutto le persone più giovani a utilizzare YouTube per raccontare i propri lutti: non si sentono, in primo luogo, soffocati dagli adulti, i quali spesso risultano impreparati a dare un sostegno efficace ed empatico, e quindi possono esprimere il proprio dolore usando il linguaggio e i riferimenti simbolici a loro più consoni. Trovano, in secondo luogo, un modo per evidenziare il proprio malessere e, dunque, per lanciare un messaggio anche a chi sta nella dimensione offline. Non si sentono inibiti, in terzo luogo, dai tabù culturali e sociali che reprimono i sentimenti in nome di un presunto contegno, il più delle volte foriero di traumi, disagi e insoddisfazioni.

Pertanto, è molto importante imparare a non sottovalutare le modalità con cui si manifesta il lutto nella dimensione online. Intercettare i linguaggi, i comportamenti simbolici, le norme autoprodotte che regolano le diverse comunità online significa, in presenza di un lutto, generare progressivamente le risposte giuste che, ora, mancano nella dimensione offline. Se vogliamo vivere in una società in cui non vi sia contrapposizione tra online e offline, in cui la vita online non rappresenti un’alternativa alla vita offline, ma un suo salutare complemento, occorre introdursi in queste autogestite forme di AMA digitale, osservare e capire i comportamenti. Non ha molto senso vivere di pregiudizi, a mio avviso generati anche dai sensi di colpa legati alla consapevolezza della propria inefficacia.

Bisogna, in altre parole, inserire i linguaggi e le espressioni comportamentali, che si sviluppano nel mondo online, all’interno dei percorsi di studio pedagogici, psicologici, filosofici, ecc. per riuscire – un giorno – a limitare la solitudine e l’incomprensione regnanti nel mondo offline. Perché è facile lamentarsi quotidianamente del fatto che viviamo in una società segnata dall’isolamento e dall’atomizzazione degli individui. Meno facile è capire come porvi rimedio, magari prendendo spunto dalle opportunità offerte dalla Rete e dai messaggi che arrivano da quel mondo “virtuale” generalmente guardato con sospetto e con ritrosia.

Quali sono le vostre opinioni in merito?

 

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/07/Parent-Suicide-e1594109439478.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-07-07 10:15:382020-07-07 10:15:38Esprimere il lutto su YouTube, di Davide Sisto

I Met You: cosa succede quando una madre incontra nella realtà virtuale la figlia morta? di Davide Sisto

25 Maggio 2020/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Il 6 febbraio 2020 l’emittente sudcoreana MBC ha trasmesso una parte sostanziosa di un documentario, intitolato I Met You, il quale mostra l’incontro – tramite Realtà Virtuale – tra una donna, Jang Ji-sung, e la figlia Nayeon, morta nel 2016 a sette anni a causa di un tumore. Il progetto, portato avanti dall’emittente sudcoreana per oltre otto mesi, si è occupato innanzitutto della graduale ricostruzione delle fattezze e della voce di Nayeon, a partire dalle fotografie e dai documenti audiovisivi che l’hanno immortalata nel corso della sua breve vita. In secondo luogo, ha usufruito del sostegno offerto da un’altra bambina della stessa età, la quale è stata sottoposta a più sessioni di motion capture per rendere realistici i movimenti dell’avatar. Quindi, ha creato un ambiente virtuale specifico che, simile a un parco, risulta composto da un prato, da un numero significativo di alberi e da un cielo costellato da molteplici nuvole bianche. All’interno di questa specie di parco è stato inserito l’avatar di Nayeon, una volta integrate insieme le sue personali memorie digitali e le movenze dell’altra bambina sottopostasi al progetto.

Il risultato, visibile anche su YouTube all’interno di un video condiviso dalla MBC stessa e visualizzato da quasi venti milioni di utenti, è sconvolgente: il documentario, infatti, sovrappone costantemente la presenza “fisica” della madre nell’asettico studio di registrazione alla sua presenza “virtuale” nel mondo creato a tavolino, al quale si accede tramite un visore. Il video mostra Nayeon che si muove verso la madre, comincia a dialogare con lei, le dona un fiore e poi le offre una fetta di torta, dal momento che l’incontro ha avuto luogo nel giorno del compleanno della bambina. Jang Ji-sung, in lacrime, muove le mani nel vuoto, in direzione del volto della figlia che le appare sullo schermo del visore: l’alternanza delle riprese tra il mondo reale e il mondo virtuale mette lo spettatore nella condizione di cogliere gli effetti che produce l’immersione in un mondo immaginario. La vicenda di Jang Ji-sung e Nayeon evidenzia i giganteschi progressi nell’ambito di quella “presenza psicologica” che – secondo Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab in California – dovrebbe rappresentare la caratteristica fondamentale della Realtà Virtuale, annullando la distanza tra il mondo reale e quello virtuale. Non a caso, Jang Ji-sung, una volta superata la commozione, descrive l’esperienza vissuta con queste parole: “Forse è davvero il Paradiso. Ho visto Nayeon, che mi ha chiamata, mi ha sorriso, è stato molto breve ma è stato un bel momento. Penso di aver vissuto il sogno che ho sempre voluto. Spero che tante persone si ricordino di Nayeon dopo aver visto lo show”.

Le parole usate da Jang Ji-sung sono, a mio avviso, molto importanti per cercare di comprendere una simile iniziativa senza assumere una posizione – anche comprensibilmente – solo negativa. Chiunque lavori, infatti, nel campo dell’elaborazione del lutto sa bene quali siano i pericoli di questo esperimento tecnologico: in una situazione di particolare fragilità emotiva e psichica, si rischia di confondere la rappresentazione virtuale con la realtà “fisica”, maturando una dipendenza che vanifica il ruolo salubre del rito funebre. Si mette da parte il significato positivo della rottura tra il mondo terminato (vissuto insieme alla persona deceduta) e il nuovo mondo (vissuto senza la persona deceduta), rimanendo imprigionati nel ricordo e nella sofferenza per l’assenza di un legame che è venuto fisicamente a mancare.

Le parole di Jang Ji-sung portano alla luce, tuttavia, un altro significato da attribuire a questo esperimento: esso rappresenta un breve momento di ricongiunzione, simile a un sogno, che permette alla madre di interagire – almeno, una volta ancora – con la figlia deceduta. Dagli albori dei tempi, ogni innovazione tecnologica nasconde implicitamente in sé il desiderio di mantenere un legame, non solo spirituale, con il morto. Pensiamo, banalmente, alle numerose diatribe sui pericoli che le invenzioni della fotografia e del fonografo generavano all’interno del fragile legame tra i vivi e i morti. L’uso della Realtà Virtuale, in questo senso, permette di rendere più vivido il ricordo delle movenze, dello sguardo e della voce del morto, impendendo che il tempo ne determini la lenta e malinconica cancellazione dalla memoria. Permette, da un altro punto di vista, di ritagliarsi una piccola via di fuga dalle leggi della vita, riprendendo il contatto desiderato con la persona che non c’è più, anche se all’interno di un contesto finzionale.

Ora, sono ampiamente consapevole dei tanti rischi che ne derivano: innanzitutto, la potenza della Realtà Virtuale non è paragonabile a quella della fotografia, dal momento che la prima a differenza della seconda permette una vera e propria interazione con il morto. In secondo luogo, non tutti hanno la lucidità e la razionalità per non rimanerne intrappolati. In terzo luogo, non tutti maturano lo stesso tipo di rapporto con il proprio passato: c’è chi è più propenso a rimanerne nostalgicamente legato e, in tal caso, l’esperimento di I Met You può generare solo conseguenze negative. Infine, bisogna tener conto delle differenze culturali: i paesi orientali come la Corea del Sud, il Giappone e la Cina hanno un legame tradizionalmente più intimo e complesso con le rappresentazioni tecnologiche delle persone (gli ologrammi, per esempio, svolgono un ruolo sociale molto più sviluppato rispetto al nostro paese). Pertanto, ciò che funziona all’interno di determinate culture e società non è detto che funzioni in altre culture, portate a una maggiore diffidenza nei confronti delle innovazioni tecnologiche.

In conclusione, soppesando i pro e i contro, ci tengo a provare a interpretare I Met You senza un atteggiamento eccessivamente impaurito o pregiudizievole. Mi piace vederlo come un tentativo molto innovativo, quasi utopico, di mantenere vivo il ricordo dei propri cari, pur essendo consapevole che ogni innovazione porta con sé una serie di pericoli che mai vanno sottovalutati. Credo che al pregiudizio sia necessario contrapporre quell’apertura mentale che permette di affrontare la rivoluzione digitale in corso con razionalità, di modo da offrire alle persone che rischiano di rimanerne intrappolate il miglior supporto possibile, un supporto che viene inevitabilmente a mancare se si dice a ogni novità tecnologica “no” a prescindere.

Cosa ne pensate?

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Il lutto soffocato dal Coronavirus: cosa fare? di Nicola Ferrari

9 Aprile 2020/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Solitamente questo blog pubblica solo testi originali, scritti per  “Si può dire morte”. Tuttavia, per l’importanza e l’utilità di questa riflessione sul lutto di Nicola Ferrari, abbiamo deciso di pubblicarlo anche qui, nonostante  si trovi sul sito dell’associazione Maria Bianchi.

“È stato ricoverato d’urgenza e da allora non ci ha più visto, non ha sentito le nostre voci, non ha più sentito la nostra forza. E quando è morto me lo hanno detto con una chiamata, al cellulare, neanche ti possono guardare negli occhi. Ho richiamato il dottore una, due, dieci volte perché volevo sapere cosa ha detto, cosa ha fatto prima di morire. Come sono stati gli ultimi momenti? Quali sono state le sue ultime parole? Mi hanno detto che voleva andare a casa, che voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi.”

Questa testimonianza è solo una delle tante che in queste settimane si possono trovare in rete e sui giornali e molte altre ne compariranno prossimamente. A tutt’oggi ci sono circa 17.600 decessi in Italia e 72.700 nel mondo: calcolando che in molti Stati l’epidemia è solo a livello iniziale, quante famiglie nel giro di pochi mesi saranno in lutto?
Quante società sportive, gruppi di vario tipo, colleghi di lavoro, amici d’infanzia, comunità religiose e laiche si troveranno senza uno di loro? È del tutto realistico pensare a cifre con sei zeri.

E tutta questa immane quantità di persone in lutto si ritroverà accomunata da un’esperienza molto simile: non aver potuto stare accanto a chi stava morendo, non avergli fatto sentire l’amore, il sostegno, l’amicizia; non essere riuscito ad ascoltarlo, a farsi vedere, ad abbracciarlo, aver vissuto la consapevolezza ora dopo ora che il decesso di chi amo sta arrivando ed essere costretto a restare lontano, a casa, impotente e incapace.

Ma non finisce qui: perché poi c’è la vestizione del corpo, che non si può fare, non lo si può preparare con dignità e cura e poi c’è la salma che non si può vedere perché la bara va chiusa in fretta per motivi sanitari e poi c’è il funerale che non c’è: non c’è il rito, non c’è il saluto, non c’è il piangere con chi è disperato come me, non c’è il sentirsi parte di una piccola comunità o di una grande famiglia. Non c’è la possibilità di sapere che sei seppellito dove ti spetta di stare ma, molto spesso, ammucchiato dove c’è posto, insieme ad altri anonimi defunti. E pure se si è tra quelli che hanno un posto dove andare a ricordare o pregare chi hai perso, non lo puoi nemmeno vedere da lontano.
– Ha finito di soffrire – è la consolazione di chi rimane. E ovunque collochiamo il nostro caro, probabile che sia così.
Per lui.
Non per chi rimane, non per chi l’ha amato o gli ha voluto bene, non per chi lo stimava, lo desiderava o anche solo lo sopportava e lo accettava così, come era, come lui faceva con noi. Cosa accade allora a chi resta?

Dinamiche del lutto da Coronavirus

Nei tempi immediatamente successivi al decesso, come stiamo constatando dal nostro osservatorio tramite i contatti che ci arrivano, nei parenti-famigliari-amici di chi è morto per Coronavirus si manifestano:

–  un intenso senso di colpa (avrei potuto cercare di vederlo, potevo pensare di fargli avere un cellulare per comunicare, dovevo mandargli un messaggio tramite un infermiere o un dottore…);

–  sensazione di sconforto dovuta al pensiero di avere mancato, di avere fallito umanamente nei confronti di chi è morto (non sono stato in grado di dirti che sono qui con te, di proteggerti, di consolarti);

–  pensieri frequentissimi, a volte snervanti e molto acuti, fortemente deprimenti e carichi di angoscia perché riferiti in maniera continua a ricostruire o immaginare come la persona deceduta avrà vissuto gli ultimi giorni (cosa avrà pensato? Come si sarà sentito restando da solo?);

– ira e rabbia per il senso di ingiustizia che si prova dovuto proprio alla causa della morte (non è giusto che mio padre sia morto così, non si può morire di qualcosa che non si vede, di un virus che arriva da lontano, non è possibile morire perché la scienza non trova un vaccino…).

E poi ci saranno, di certo più complesse da decifrare ed affrontare, tutte le conseguenze nei tempi più lunghi, quando l’emergenza finirà e si potrà tornare ad una graduale normalità: con le bare già interrate, sarà possibile svolgere un ‘secondo’ funerale? E se non lo sarà, come si può salutare chi amiamo senza la ritualità confortante e aggregante che da sempre genera un funerale religioso o civile?

Quanto inciderà la gioia di poterci riabbracciare, essere liberi e uscire, il desiderio di riprendere quegli impegni che almeno un po’ ci avvicinano alla vita di prima, con il dolore e lo strazio represso di dover andare, settimane dopo il decesso, nella casa del papà, del nonno, nell’incontrare i parenti del nostro amico o collega defunto, nello svolgere le pratiche burocratiche ineliminabili?

Si vivrà un secondo lutto condiviso ed espresso, dopo il primo chiuso e quasi totalmente taciuto?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che emergono; molti altri ne appariranno presumibilmente con il protrarsi dell’isolamento e con la modificazione di alcune variabili (la questione economica, ad esempio, sarà uno di quegli aspetti della vita dei prossimi mesi che inevitabilmente creerà ripercussioni a vari livelli, così come la durata del periodo di chiusura lavorativa e distanziamento sociale e la maggior o minore capacità della gente di riattivare forme di coesione sociale sul territorio).

Ma se di fronte a queste e altre difficoltà, quello che possiamo fare è al massimo ipotizzarle e prepararci ad intercettarle se si manifesteranno, tanto invece si può ora mettere in campo.

Cosa fare adesso?

Ossigenare il lutto.
Infondergli l’aria, quella stessa che passa attraverso i bocchettoni, i tubi, il casco che vedevamo solo nei film strappalacrime e che ora sono il simbolo della guerra in corso.

Bisogna creare le condizioni perché lo strazio di questo lutto soffocato possa respirare a pieni polmoni: il dolore che si narra, che ha pieno diritto di cittadinanza quando trova luoghi, persone, momenti per essere raccontato e accolto da altri, diminuisce, nell’immediato, la sua carica angosciante, permettendo un iniziale senso di maggior sollievo e minore solitudine; se questo processo narrativo si riesce a proseguirlo e a condividerlo con altri nella mia stessa situazione, diventa allora possibile continuare a ricordare il proprio caro, o almeno iniziare a farlo, e a recuperare il suo lascito esistenziale (vero obbiettivo di un percorso rielaborativo) nonostante l’isolamento in casa, l’impossibilità di svolgere il funerale, di incontrarsi con altri parenti o amici affranti.

Le possibilità sono varie, oltre a quelle più evidenti e utilizzate spontaneamente che si riferiscono cioè all’uso della rete, dei social, dei cellulari e di tutto quello che può essere utilizzato per creare contatti:

–  individuare un tempo preciso durante la giornata da dedicare a chi abbiamo perso. Può essere un momento anche breve, magari ripetuto più di una volta durante le settimane ma è importante, soprattutto se non si è in casa da soli, che sia concordato, preparato, atteso. Un momento specifico, apposta solo per te che non ci sei più, che definisce una pausa nella quotidianità imposta e che sottolinea che ora niente è più importante di te;

–  preparare lo spazio nel quale staremo per ricordarti: non c’è bisogno di nulla di complesso, servono segni che rendano questo luogo intimo, dedicato, rispettoso. Può bastare una candela, una diversa disposizione delle sedie, la ricerca di una luce calda, una semplice attenzione e novità per terra, appesa al muro, sul divano, nel tavolino;

–  narrare quello che si prova: a voce alta, ognuno agli altri ma anche senza suono alcuno, sapendo comunque che tutti sappiamo che stiamo raccontando. Riempire di parole il dolore, farlo emergere, dettagliarlo, permettere che la sofferenza interna acquisisca forma e caratteristiche perché tutto ciò che si nomina, se le parole usate sono cor-rispondenti a ciò che viviamo interiormente, si può affrontare, diventa contemporaneamente dentro e fuori di noi. Oppure si può scrivere (ma il processo è identico): messaggi brevi e lettere lunghe, anche queste da condividere tra i presenti, da leggere a voce alta o da passarsi l’un l’altro in silenzio o da tenere gelosamente tutte per sé;

–  mantenere viva la memoria del nostro caro e ricordare l’intera sua vita, non solo l’ultimo periodo di malattia, per evitare proprio che questa fase finale si fissi in noi diventando totalizzante, dominante e invasiva; chi abbiamo perso era una persona che ha il diritto di non essere ricordata solo per lo strazio degli ultimi suoi giorni perché la sua esistenza è stata assolutamente più ricca e significativa. Aiutarci quindi a ripensarlo come era pienamente: la sua personalità, le sue passioni, i doni e i limiti, i momenti indimenticabili, i viaggi, il cibo che amava… Quando è possibile recuperare fotografie o oggetti a lui appartenuti o comunque significativi, utilizzando anche cellulari, eventuali profili in rete, materiale digitale presenti in computer o tablet: l’impatto è spesso molto intenso e coinvolgente e crea una immediata vicinanza e senso di appartenenza fra tutti i presenti;

–  creare rituali, anche semplici, per salutare e ringraziare il defunto: l’accensione di una candela, l’ascolto di una musica, la lettura di una poesia, la libera espressione di ognuno con una frase, la ripetizione di un gesto particolare appartenuto al suo modo di fare, piantare un nuovo fiore, seme o albero se si ha un giardino o dei vasi…;

–  progettare il futuro: una volta finito l’isolamento, ci saranno tante incombenze da svolgere legate al funerale, eredità, casa, altre persone coinvolte…. Decidere insieme come gestire tutto quanto come modo da un lato per ‘continuare’ la vita e dall’altro per testimoniare concretamente l’amore per chi abbiamo perso prendendoci cura di tutte le conseguenze.

“Voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi” è la testimonianza inserita all’inizio, ma che corrisponde all’esperienza che hanno avuto migliaia di persone in riferimento ad un loro caro deceduto da solo in ospedale.

E anche se non ho potuto esserci, se non ci sono state le condizioni oggettive per restare con te, tenerti la mano, farti sentire il mio amore e la mia vicinanza concreta, posso dirlo ugualmente anche adesso: “sono qui, sono qui per te, sono sempre qui.”

Lo posso fare adesso, anche se non ci sei più, e lo posso dire a testa alta se decido che no, no padre mio, no nonna, no figlio mio: non te andrai da questa terra, non te ne andrai definitivamente da questa terra.
Perché fino a quando sarò vivo, io ti ricorderò.
Dirò a chi ho intorno che persona eri, lo dirò onestamente, senza enfatizzare; e per quel poco che sarò capace di fare, trasmetterò ciò che hai lasciato alla mia vita e a quella di chi ancora amo.

Non è indispensabile uscire di casa per iniziare tutto questo.

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