Normale e complicato, intervista a Sara Ancois, di Marina Sozzi
Abbiamo intervistato Sara Ancois, psicologa e psicoterapeuta, che ha appena pubblicato un volume dal titolo Normale e complicato, che parla del lutto attraverso illustrazioni, corredate da brevissime frasi, che sono squarci di luce e di consapevolezza sulle emozioni del lutto. Tutti possono ravvisare i tratti di un proprio lutto in questo delicato e bellissimo libro, che alla fine ha una ventina di pagine più teoriche che spiegano come funziona il processo del lutto, e una ricca bibliografia.
Hai avuto un’idea geniale: parlare del lutto attraverso delle vignette. Come è nato questo progetto e come l’hai realizzato?
Ho scritto quei testi per me: stavo male, e serviva una traccia per monitorarmi mentre il tempo passava (in teoria, sapevo quello cui sarei andata incontro. In pratica, no). Quando sono rientrata in studio, sono arrivati pazienti con sintomi psicosomatici e flessioni depressive collegati ad esperienze di perdita. Tutti lamentavano la passività del momento, e giravano attorno all’idea di essere stati condannati a “subire” qualcosa, mentre ogni terapeuta sa che la rielaborazione di un lutto è un processo molto attivo (anche a livello organico: si modificano le mappe neurali neocorticali, n.d.a). Ho proposto loro i testi, e ho cominciato a raccontare il funzionamento del processo mentale che stavano sperimentando proprio come fosse una storia: non il lavoro del lutto in senso generico, ma proprio “il loro Sig. Lutto al lavoro”. Funzionava. Dicevano di sentirsi partecipi di una dinamica umana, in compagnia, e soprattutto intervenienti, con qualcosa d’importante da fare. Pian piano s’è strutturato un metodo di lavoro. Grazie a Marina è fondato in senso medico e grazie a Danilo, ha un volto. Abbiamo costruito le tavole illustrate per usare meno parole possibili: le emozioni dolorose hanno poca voglia di ascoltare e, se cianci troppo, s’infastidiscono.
Hai fatto anche una ricerca, intervistando cento persone. Che metodo hai usato per le interviste e cosa hai imparato da questo lavoro?
Il questionario (inventato) è stato somministrato via e-mail a contatti reperiti da amici. Ad oggi, gli intervistati restano per me 100 generosi sconosciuti. Era importante costruire un campione anonimo (risposte non condizionate) e il più possibile significativo in senso statistico: ho valutato distribuzione (genere sessuale, età, natura della perdita) e target (esperienza verificatasi negli ultimi cinque anni). Era importante, anche, verificare/confermare quelle che mi sembravano le priorità: cercavo i denominatori comuni dell’esperienza, e non di esprimere opinioni personali.
Ho imparato che i lutti sono un tabù, specialmente per chi non ne ha ancora affrontato uno. Un’amica cui ho chiesto di distribuire il questionario m’ha tacciata di invadenza e ineducazione. È stato un momento triste. Non mi ha nemmeno concesso la presunzione d’innocenza.
Normale e complicato, è il titolo del libro, e tu sei una psicoterapeuta. Non hai scritto normale “o” complicato: si può tracciare una linea di demarcazione chiara tra lutto normale e lutto complicato?
Le due forme stanno – ovvio – ai poli opposti di un continuum. Tuttavia, distinguerle in senso diagnostico è possibile e doveroso. Per fare diagnosi è necessario delimitare i confini di un fenomeno, per quanto artificioso possa sembrare, e le variabili coinvolte in questo caso sono la durata temporale della sintomatologia acuta e la sua carica invalidante.
La mia “e” è un po’ irriverente, in effetti, ma ci tenevo proprio ad interporla.
Gli individui in situazioni francamente psichiatriche soffrono, certo, ma questo non significa che chi affronta un frangente di perdita soffra meno. Ci vuole grande impegno, e fatica, per continuare a far fronte alle proprie responsabilità (lavoro, famiglia, burocrazia: tutto ciò che le persone “normali” fanno) con il dolore addosso. Non è cosa da nulla.
La nostra mente ci protegge mettendo a disposizione un processo fisiologico che ci aiuta ad individuare e ad evitare i traumi secondari – ovvero i cosiddetti fattori “complicanti” il lutto – e l’obiettivo del nostro libro è mostrare in che modo lo fa. Esistono chilometri di letteratura sull’argomento (J. Bowlby , tra gli altri), non ci siamo inventati nulla. Resta il fatto che seguire tali indicazioni non è una passeggiata ed è, appunto, complicato nel senso dell’etimo del termine: cum plico (con piegature).
A partire dalla tua esperienza, cosa consiglieresti a chi vive un lutto?
Dipende. Qual è il genere di perdita che lo innesca? La gamma è ampia (decessi, diagnosi di malattia, relazioni naufragate, tracolli finanziari, perdita di status, animali domestici, migrazione, eccetera) e il processo che parte a protezione dell’individuo, sempre diverso.
Capisco che possa non essere così per altri ma per me, tenuto conto del lavoro che faccio, osservarlo è come assistere ogni volta a un prodigio: una persona viene privata di un pezzo fondamentale della sua esistenza ed è disperata: allora corpo e mente si riorganizzano, insieme, prendono in mano la loro sopravvivenza, e la trascinano in salvo.
C’è qualche altra cosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?
Grazie, vorrei dirti. L’ho già fatto ma lo ripeto: grazie per l’aiuto che mi date. Non vedo l’ora di conoscervi di persona e poterlo dire, a voce.
Sono io che ti ringrazio. Quanti di voi vorranno dare la propria testimonianza? come avete vissuto le vostre perdite?



Abbiamo intervistato Maria Angelica Castelli, psicologa e psicoterapeuta di Torino, esperta nel tema del lutto. (immagine di Yaoyao Ma Van As)
Il 14 gennaio scorso è uscita la terza stagione di After Life, la serie tv Netflix scritta e diretta da Ricky Gervais, uno dei comici britannici attualmente più noti al mondo per la sua geniale irriverenza. Il successo mondiale di After Life è riconducibile al modo in cui, nel corso delle tre stagioni, è stato raccontato un lutto, quello vissuto dal protagonista Tony – interpretato dallo stesso Gervais – nei confronti della moglie Lisa, morta prematuramente a causa di un tumore. Sotto i video dei trailer su YouTube e nelle pagine social dedicate alla serie e ai suoi protagonisti si contano decine, se non migliaia, di commenti da parte di persone di tutte le età le quali ringraziano di cuore Gervais per l’aiuto dato attraverso la serie tv, raccontando a loro volta le proprie personali perdite. In particolare, molti utenti sostengono che i contenuti narrativi delle tre stagioni sono dotati dell’encomiabile capacità di trasmettere un gigantesco senso di liberazione e di emancipazione. In parte, ciò dipende da una sceneggiatura che dosa sapientemente i momenti drammatici con gli istanti scanzonati, questi ultimi al limite del politicamente scorretto. Un mix che, nel delineare i contorni della tipica dark comedy britannica (in stile Funeral Party), riesce a risultare convincente nella descrizione di quel carattere agrodolce che caratterizza ogni evento della vita. In parte, dipende dal legame tra Tony e la perdita: Tony soffre e non vuole razionalmente smettere di soffrire, vuole essere libero di soffrire come e quanto vuole. La rappresentazione del lutto elude qualsivoglia semplicistica chiave di lettura volta a una riappacificazione con le dinamiche della vita che spesso, nelle sceneggiature cinematografiche, risulta stucchevole, moralistica e irreale. Tony è lucidamente consapevole del carattere irrimediabile della perdita e del significato radicale della morte, quindi della fine ultima del mondo in cui ha vissuto insieme a Lisa. Non pretende un suo ideale ritorno, si limita ad accettare le dure leggi della vita, sentendosi libero di provare dolore, di tener conto della possibilità del suicidio, senza necessariamente rendere conto agli altri. Generoso ed empatico verso le persone della sua cittadina di provincia ma totalmente autocentrato per quanto riguarda i suoi sentimenti, egli si perde amaramente nella visione ripetuta dei video registrati insieme a Lisa o, in alternativa, dei video che Lisa gli ha preparato prima di morire per sostenerlo, conoscendo il suo carattere autodistruttivo. È ferreo, al limite della pedanteria, nel non voler trasformare un’amicizia in una nuova relazione sentimentale, perché semplicemente non vuole avere un mondo diverso rispetto a quello che ha avuto con Lisa. Le sue uniche vie di fuga sono le lunghe passeggiate solitarie con il suo adorato cane e i dialoghi filosofici con un’anziana vedova che incontra ogni giorno al cimitero e che cerca di fargli vedere la realtà da un’altra prospettiva. Nel corso del tempo le persone che vogliono bene a Tony riusciranno – almeno, in parte – a scuoterlo, a mutare la sua generosità innata in una nuova ragione esistenziale, benché il suo disincantato nichilismo non riesca mai del tutto a nutrire il barlume della rinascita.

Abbiamo intervistato Nicola Ferrari, dell’associazione Maria Bianchi, che da anni si occupa di sostegno al lutto, su una strategia che ha chiamato “La narrazione guidata”. 
















