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Tag Archivio per: Lutto

WhatsApp e il messaggio diretto al morto, di Davide Sisto

19 Gennaio 2017/42 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

whatsapp

Ero al bar con una mia amica e, a un certo momento, cominciamo a parlare a proposito dell’elaborazione del lutto. Lei mi racconta che le è morto il fidanzato qualche mese prima e di quanto fosse a lui legata. Al punto che, il giorno della sua laurea, diversi mesi dopo la morte, non appena viene proclamata Dottoressa ha l’istinto di prendere il cellulare, andare su WhatsApp e mandargli un messaggio per informarlo.

Non ho voluto chiederle perché lo abbia fatto. Non mi è sembrato lì per lì il caso. Però, questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché – nei miei attuali studi filosofici – sto cercando di capire quanto la cultura digitale influisca sul nostro rapporto con la morte e con il lutto, modificandolo. Già a luglio 2016, su questo blog, avevo scritto a riguardo del legame tra la morte e Facebook, oggi il più grande cimitero (virtuale) che vi sia al mondo, quotidianamente davanti agli occhi di tutti.

Il messaggio diretto alla persona morta su WhatsApp apre, però, un altro orizzonte di considerazioni, molto particolare, che in un certo senso lambisce l’orizzonte dei vari social network, ma ampliandone la portata. Innanzitutto, non ha nulla a che vedere con le parole di commiato pubblicate su Facebook o, in alternativa, con la canzone e la poesia composte per esprimere la propria sofferenza e dare forma all’addio: tutti questi casi sono, che ci piaccia o no ammetterlo, documenti pubblici che, pur rivolti direttamente al morto, vogliamo vengano letti e condivisi anche dagli altri. Non ha nemmeno nulla a che vedere con il diario personale, perché il diario non presuppone vi sia un lettore. Lo scrivo per me stesso, per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti; magari, idealmente e simbolicamente, penso che quelle parole saranno lette dalla persona che ci manca, tuttavia – anche se utilizzassi uno stile di scrittura rivolto al morto – le parole resterebbero tra me e me. Al massimo, c’è il rischio che vengano lette da chi si appropria, con o senza il mio permesso, del diario.

Il messaggio diretto al defunto su WhatsApp è un messaggio privato, confidenziale, che viene letteralmente “spedito”; la ragazza ha spedito un’informazione direttamente al compagno che non c’è più. L’ha indirizzata proprio a lui e a nessun altro. Pertanto, tale messaggio può essere letto, a rigor di logica, soltanto dalla persona viva che lo scrive e, ipoteticamente, dalla persona morta che lo riceve. Nel momento in cui viene dato sul proprio cellulare l’invio, ci può forse essere la speranza di vedere sullo schermo, prima, la comparsa della doppia spunta quale segno del messaggio recapitato e, poi, il divenire blu di questa doppia spunta quale segno del messaggio letto. Ma, al di là di una simile speranza, c’è un gesto simbolico ben preciso, apparentemente in contrasto con la razionalità e con la realtà: la volontà di comunicare una notizia gioiosa – la laurea – alla persona con cui la si sarebbe voluta maggiormente condividere.

E, allora, WhatsApp, se utilizzato in un’ottica appunto simbolica, con la chiara coscienza della realtà della morte, può divenire un tramite romantico tra chi è rimasto e chi non c’è più. Un modo per mantenere vivo, nella propria mente e nel proprio sentire, il legame. Magari immaginando la felicità e l’orgoglio che avrebbe provato lui, fosse stato lì in vita, vedendo la sua compagna laurearsi. Personalmente, non sottovaluterei la portata simbolica e romantica di questo gesto, anzi mi sembra un modo di esprimere quel “legame continuo” tra l’aldiquà e l’aldilà, teorizzato da numerosi filosofi del passato (il romanticismo tedesco ottocentesco, per esempio) e da diversi psicologi odierni e, mai come oggi, avvalorato da quel corpo tecnologico – che è il digitale – in cui si conserva lo spirito delle persone, vive o morte che siano. Inoltre, il fatto che rimanga, dinanzi agli occhi di chi ha spedito il messaggio, la sola spunta della spedizione, senza quella della ricezione, può essere un modo in più per prendere coscienza dello stato delle cose presenti. Quindi, per comprendere l’assenza e la perdita definitive, per farsi una ragione del carattere irreversibile della morte e, dunque, per unire alla natura benefica dell’immaginazione quella pratica del raziocinio.

Vi è mai capitato di scrivere un messaggio o una lettera direttamente a un vostro caro deceduto? E come valutate questa esperienza? Attendo testimonianze e pensieri.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/01/Depositphotos_73231401_s-2015-e1484825902124.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-01-19 12:39:012017-01-19 12:39:01WhatsApp e il messaggio diretto al morto, di Davide Sisto

Il lutto perinatale è un vero lutto? di Erika Zerbini

28 Novembre 2016/1 Commento/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

24apr-perdita-figlio-1932-photo-from-webRiceviamo questa importante testimonianza da Erika Zerbini, e ci fa piacere suggerire il suo blog sul luttoperinatale, “ovvero sul lutto”, come scrive Erika.

Il lutto perinatale è un dolore profondo causato dalla morte di un figlio, avvenuta durante i mesi della sua attesa o nel primo periodo dopo la sua nascita. E’ un’esperienza che ho affrontato due volte e che ho avuto bisogno di esplorare a fondo.

“Mi dispiace, il battito non c’è più”. In genere è con queste parole che è dato l’annuncio della morte. Una frase che ho compreso essere ormai di rito in queste circostanze. Non è pronunciata la parola morte. Non è pronunciata la parola figlio, né mamma, né papà, inesistente la parola famiglia.

Sulle prime è un colpo durissimo, come se si venisse fisicamente percossi ripetutamente, fino in fondo all’anima. Stordimento, vertigine, disorientamento, sono le iniziali sensazioni che ho avvertito. “E ora?”, la prima domanda che ho posto. Mia figlia era nel mio grembo da 21 settimane, non mi restava che partorirla, così come era. No, non partorirla in effetti, piuttosto espellerla. Ho atteso tre giorni per poter espellere il materiale abortivo, intanto ho portato in giro una pancia piena di morte: sono stata una tomba.

Lo stordimento del principio è diventato il dolore acuto e potente delle ossa rotte dopo le botte. Finché mia figlia è uscita da me in una sala parto vera, mentre mio marito mi teneva la mano e l’ostetrica l’aspettava là, con le braccia pronte, lo sguardo attento e la testa che spuntava fra le mie ginocchia.

Il giorno seguente siamo usciti da soli dal luogo in cui la vita nasce, mentre la nostra era svanita. “Dove la metto?”, me lo chiedevo mentre mi aggiravo fra le stanze della mia casa. “Tutto questo silenzio, queste cose che non servono più a nessuno, questo corpo che non ha saputo far vivere, questo figlio che non c’è più… ma questo figlio c’è mai stato?”

Ho cercato sul web una traccia di quel che ci era accaduto, speravo di trovare una formula scaccia dolore. Ho trovato queste due parole: lutto perinatale. Un vero e proprio mondo a parte, fatto di figli speciali e madri speciali; giorni del ricordo che scorrono sulle home page, nuovi figli, detti arcobaleno, che portano in loro lo scotto del lutto. Non un lutto qualunque, bensì il lutto perinatale. Un lutto particolare che viene da una morte indicibile, irraccontabile, per i più inesistente.

In effetti una morte con alcune peculiarità: è la morte di un figlio che non è nato, o se è nato non è vissuto, o se è vissuto lo ha fatto per talmente poco tempo che la società non lo ha ancora investito dello status di figlio vero. E’ una morte che talvolta avviene dentro: dentro il corpo della mamma. Un corpo che tradisce, una madre che non assolve al suo compito, una donna che perde il suo valore perché non sa fare ciò per cui è nata.

E’ una morte che non ha le parole della morte, forse sembra che usando le parole della morte si procuri perfino più dolore. Così questa morte assume le parole della malattia: va risolta, guarita. Ed è sistemata quando la donna esce dall’ospedale senza il corpo estraneo che poteva mettere in pericolo la sua esistenza. Quando in verità una famiglia esce dall’ospedale mutilata nel suo intimo e nella sua struttura.

Quale fatica è stata concederci di abbandonare noi stessi al dolore che provavamo. Un dolore incompreso, solitario, invisibile. Quale fatica è stata concederci di accedere al percorso della morte e i suoi riti, per i quali abbiamo dovuto fare precisa richiesta, come se stessimo usurpando la scena ai decessi, quelli veri. Quale fatica è stata, per noi, mettere insieme le sensazioni e in atto i gesti, per poi scoprire che tutti quei gesti hanno permesso alle sensazioni di fluire e ci hanno condotto verso la ricostruzione della nostra famiglia mutilata, eppure viva, poi addirittura speranzosa, ancora dotata del coraggio e la spinta vitale necessari per proseguire nella nostra esistenza con piena soddisfazione.

Offrire a questa morte le parole della morte significa legittimare la vita di quel figlio, il dolore della sua famiglia e riconoscerle il diritto di essere in lutto. Il percorso del lutto prevede delle tappe, è preludio di trasformazione, porta con sé il valore del tempo necessario per compiere il suo percorso. Offrire a questa morte le parole della morte, significa legittimarla al lutto, significa che l’aggettivo perinatale non lo ha infine snaturato: si tratta di un lutto vero.

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Il giorno dei morti, di Davide Sisto

1 Novembre 2016/8 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

with Roses, Round, Circle Shape

Probabilmente pochi di voi sapranno che Schelling, il noto filosofo dell’idealismo tedesco, ha scritto, tra il 1809 e il 1810, un meraviglioso gioiello letterario, intitolato Clara, per elaborare il terribile lutto che lo aveva colpito in quel periodo: la morte prematura e improvvisa dell’amatissima moglie Caroline. Dai colori autunnali talmente intensi da far sussultare l’anima anche del lettore più composto, Clara è un viaggio appassionato tra i cunicoli romantici che legano insieme la morte, il lutto, l’immortalità e, in generale, il senso della vita. Non è un caso che il racconto cominci il giorno dei Morti, con la processione dei cittadini verso il cimitero. “Tutte le relazioni vitali recise – osserva Schelling – si rinnovavano qui […] i fratelli si univano nuovamente ai fratelli, i figli ai genitori e tutti erano nuovamente una famiglia”. E, dopo una descrizione minuziosa del rito del 2 novembre, le cui ombre sono appena rischiarate dal sole nero della malinconia, il filosofo tedesco si chiede retoricamente, attraverso la voce di uno dei personaggi, se non sia giusto dedicare “i fiori dell’autunno ai morti che in primavera, dai loro angusti loculi, ci fanno poi dono di fiori più gioiosi, a testimonianza della vita perenne e della resurrezione eterna”.

Il 2 novembre tutte le relazioni vitali recise si rinnovano. Può sembrare banale, ma questo è il senso autentico del giorno dei Morti: non c’è recisione in grado di scalfire una volta per tutte i legami che creiamo nel corso della nostra vita. Non c’è assenza di immagine esteriore che impedisca alla silhouette della persona amata deceduta di danzare dinanzi ai nostri occhi; non c’è silenzio esteriore che metta a tacere la sua inconfondibile voce. La sua silhouette e la sua voce si riversano in noi, come – d’altra parte – le nostre in lui, anche se non esiste più fisicamente. È questo, di fatto, quel “Mondo degli Spiriti” che, a detta di Goethe, solo chi ha la mente chiusa e il cuore morto non vede e non sente.

Ora, ciò è valido tutto l’anno e, il più delle volte, per chi è in vita in modo molto doloroso. Il giorno dei Morti, nelle tradizioni di moltissimi paesi nel mondo, ridimensiona la recisione delle relazioni vitali in maniera – invece – solare. Prendiamo il Dia de los muertos, la festa azteca in Messico, che per la sua originalità, per i suoi colori e per il suo significato ha ottenuto il titolo di Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO a partire dal 2003. Tra fine ottobre e inizio novembre, in Messico si festeggia la visita annuale dei defunti ai parenti e agli amici ancora in vita. E allora, in modo festoso, giovani e adulti si recano di mattino presto al cimitero e posano sulle tombe – insieme a fotografie, cibo e candele – i Cempasùchil, fiori gialli o arancioni con un intenso profumo che permette alle anime dei morti di trovare la strada del ritorno. Gli abitanti dei paesi lasciano le porte di casa aperte per facilitare questa visita o preparano dinanzi alle proprie abitazioni cibo, bevande e cuscini affinché i defunti possano saziarsi e riposare dopo il lungo viaggio. Nel mentre, hanno luogo processioni e feste molto colorate in maschera, durante le quali protagoniste assolute sono le Calacas, gli scheletri raffigurati con abiti festosi, che danzano e suonano allegramente strumenti musicali. Il significato di questa festa è che la morte non è recisione, ma passaggio il quale non preclude la possibilità, almeno per un giorno, che i vivi e morti possano effettivamente incontrarsi, ancora una volta nel mondo presente. Qui l’audio de La Calacas, la canzone popolare del giorno, che recita: “Al suonar della mezzanotte/ i teschi fuori per una passeggiata/ molto felici saltano sulla vostra auto/ in bicicletta e con i pattini”.

Il Dia de los muertos messicano è un esempio, tra i tanti, dei modi in cui viene celebrato il giorno dei Morti, quale incontro effettivo, più gioioso che doloroso, tra i vivi e i defunti. In Italia vige, prevalentemente, un’atmosfera meno allegra, più incentrata sulla compostezza del ricordo, sulla riflessione plumbea della morte, atmosfera figlia di un rapporto – quello italiano – tutt’altro che pacificato con il Tristo Mietitore. Ma con alcune importanti eccezioni, che richiamano alla mente la ritualità messicana. Ad esempio, in Sicilia si narra che anticamente, durante la notte tra il 1 e il 2 novembre, i defunti portassero doni ai bambini. Tradizione che viene portata avanti dai genitori, i quali comprano giocattoli che poi nascondono in casa, di modo che i figli li possano trovare la mattina del 2 novembre quale regalo, appunto, da parte dei morti. A ciò si accompagnano i biscotti tipici, come i crozzi ‘i mottu (ossa di morto), fatti di pasta garofanata a forma di osso, i pupatelli, ripieni di mandorle tostate, o i taralli, ciambelle rivestite di glassa zuccherata. Nella provincia di Massa Carrara, invece, la tradizione narra che i defunti ritornino in vita per convincere i loro familiari a distribuire prodotti alimentari ai più bisognosi. Così come in molte altre regioni, tra cui il Piemonte, le famiglie lasciano la tavola imbandita e si recano al cimitero.

Al di là delle singole tradizioni, il giorno dei Morti rappresenta una routine, con le sue processioni al cimitero, che obbliga le persone – almeno per qualche ora – a riflettere sul senso della vita e della morte (e non solo – si spera – a scegliere i fiori più belli per mettersi in mostra…). Certo, non bisognerebbe aspettare una data sul calendario per farlo. Né occorrerebbe consumare il rito nel modo di Roland Barthes che, sul suo noto diario del lutto per la morte della madre, ammette – in data 2 novembre 1977 – la sua devastazione in preda alla presenza di spirito. Tuttavia, senza questa festa, avremmo un’occasione in meno per rinnovare tutte le relazioni vitali recise e capire che non c’è recisione che possa distruggere i legami che abbiamo costruito in vita.

E voi come vivete questa giornata? Quali sono i vostri pensieri e le vostre abitudini? Date importanza a questo giorno oppure no? Come si concilia il giorno dei Morti con la diffusa negazione della morte?

Raccontateci il vostro giorno dei Morti.

 

 

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Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti

25 Ottobre 2016/11 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

fullsizerender-2Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui. È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano. Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita. In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

E voi? Quali sono state le emozioni principali che avete provato dopo un lutto? Chi tra di voi ha dovuto affrontare l’elaborazione di un lutto, ritiene a posteriori di aver ricevuto dalla famiglia o da altri il sostegno necessario, o ritiene di essere stato solo in questo momento doloroso della propria vita?

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/10/orologi-molli_2907355_311834-e1477253809441.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-10-25 08:22:022016-10-25 08:22:02Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti

Il lutto collettivo: ha senso provare dolore per la morte di uno sconosciuto? di Davide Sisto

3 Settembre 2016/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

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Il terribile terremoto che ha flagellato in questi giorni il Centro Italia, cagionando centinaia di morti, mi spinge a riflettere su un tema particolarmente delicato e su cui è in corso un ampio dibattito: l’elaborazione collettiva del lutto. In altre parole, il particolare sentimento di dolore e di perdita provato dai componenti di una specifica comunità quando muoiono persone sconosciute, ma percepite geograficamente e/o culturalmente vicine, a causa di un cruento fatto di cronaca, di un attentato terroristico o di una catastrofe naturale.

Nel luglio 2014 il New York Times pubblica un articolo dello scrittore olandese Arnon Grunberg, il quale manifesta il suo radicale scetticismo nei confronti del lutto collettivo, all’indomani dell’abbattimento nell’Ucraina orientale del volo MH17, dei cui 298 passeggeri a bordo 193 erano dei Paesi Bassi (vedi NyT). Grunberg, notando come i social network intensifichino il bisogno di esibire in pubblico le emozioni e determinino altresì un giudizio morale negativo su chi si ritrae dal cordoglio collettivo, si chiede:

  • Perché mai dovrebbe avere un senso razionale la sofferenza degli olandesi per la morte dei propri connazionali piuttosto che per quella di cittadini di altri paesi europei? Perché mai dovrebbe creare maggiore dolore in un olandese la morte di duecento sconosciuti olandesi rispetto a quella di duecento iracheni o afghani uccisi durante un bombardamento? In tutti i casi sono, infatti, sconosciuti e, inoltre, gli olandesi morti per l’abbattimento del volo MH17 non sono stati uccisi in quanto olandesi.
  • Non è che il lutto collettivo rischi di diventare un pericoloso strumento per promuovere una specifica identità collettiva (nel caso citato: il nazionalismo olandese) e per stabilire quindi una differenza qualitativa tra un “noi” e un “loro”?
  • Non è meglio rispettare il carattere intimo, personale e non condivisibile del lutto? Non c’è niente di male a non provare alcun sentimento nei confronti di una tragedia che non ci coinvolge in prima persona. Anzi, è una forma di sopruso e di violenza la pretesa mediatica che tutti debbano sentirsi coinvolti emotivamente quando, per esempio, viene abbattuto un aereo con centinaia di passeggeri.

Nella conclusione dell’articolo Grunberg arriva a sostenere che l’indifferenza al lutto collettivo sia un segno di umanità, poiché farsi coinvolgere da tutta la sofferenza del mondo non potrebbe che renderci casi psichiatrici, a lungo andare distaccati apaticamente dalla realtà quotidiana per limitare il proprio dolore. “Io – conclude – riconosco la tragedia, prendo coscienza che tu sei in lutto, ma non riesco a unirmi a te, non ora. […] E reciprocamente, quando sarà il mio turno di essere in lutto, non ti obbligherò a esserlo anche tu accanto a me”.

Grunberg sottolinea alcune evidenti degenerazioni a cui può andare incontro la partecipazione emotiva della collettività al lutto per persone sconosciute, a seguito di una tragedia particolarmente significativa. Per esempio, il rischio che insorga irrazionalmente una forma di nazionalismo deleterio, che spinga a creare barriere tra un “noi” e un “loro”, è cristallino e lo possiamo constatare sia in questi giorni del post-terremoto in Italia (pensiamo allo stupidissimo confronto stabilito da alcuni tra i terremotati italiani nelle tende e i profughi stranieri negli alberghi), sia dopo i recenti attentati terroristici in Francia (con l’immediata recrudescenza dei partiti xenofobi). Così come, su un piano razionale, è legittimo manifestare alcuni dubbi sul fatto di sentirsi – superficialmente? – coinvolti in un lutto nei confronti di determinati individui o popolazioni, rimanendo indifferenti verso la morte di altri individui o popolazioni (cfr. il caso dei bombardamenti in Iraq), solo perché i primi vivono in territori limitrofi ai nostri, mentre gli altri appartengono a culture lontane e differenti.

A mio modo di vedere, però, il pensiero di Grunberg perde di vista l’aspetto più propriamente “sensibile” dell’elaborazione collettiva del lutto: l’istintiva immedesimazione nella sofferenza indicibile dell’altro e il bisogno di farla propria per far capire – da un lato – a chi sta soffrendo che non è solo e – dall’altro – a se stessi che la morte è parte della vita.

Quando ho letto dell’attentato terroristico al Bataclan, ho avuto un autentico colpo al cuore. Sono un appassionato di musica e di concerti hard rock e, molto probabilmente, fossi stato a Parigi sarei anch’io andato a sentire, in quella maledetta sera, gli Eagles of Death Metal. E, allora, in quel colpo al cuore, nel suo battito frenetico si materializza simbolicamente il senso di perdita di un amico sconosciuto, con cui si condivideva una passione (“fratelli nel metal”, come si dice enfaticamente tra appassionati), dissoltasi in pochi secondi nel vuoto temporale per un semplice sparo. Si materializza lo strazio legato all’immagine di due genitori che, proprio come sarebbe successo ai miei genitori, si vedono crollare il mondo addosso, esattamente l’istante dopo quelli in cui vigeva la serenità al pensiero del proprio figlio nelle viscere dell’adrenalina musicale.

Matura, soprattutto, la coscienza della precarietà della vita, la quale – anche solo per un attimo – ci rammenta il valore della premura nei confronti degli altri. Perché questa è la prima idea che balena nella mente quando, per esempio, si immagina una persona di Amatrice che, andando a dormire serenamente a mezzanotte, si sveglia di colpo poche ore dopo, ritrovandosi – magari – senza più casa e famiglia.

Una simile forma di partecipazione rimane certamente superficiale se non accompagnata da un gesto concreto d’aiuto, un po’ narcisistica (in fondo, più la vittima mi assomiglia, più io provo dolore per lei perché inconsciamente penso a me stesso) e anche lontana dal sentire personale che caratterizza il lutto. Tuttavia, può rivelare anche un lato profondamente pedagogico. La collettività che condivide il dolore per un lutto può maturare, proprio in questa singola occasione, la consapevolezza che la vita non è soltanto un frenetico correre dalla mattina alla sera, senza sapere esattamente verso dove si corre e perché si corre. Non è solo una piattaforma grigia piena di interessi personali e di piccoli egoismi o gelosie. Introiettare in sé, anche per poche ore, il dilaniarsi di chi è stato colpito da una tragedia immane rappresenta un momento di rottura, un breve salto nella consapevolezza che la morte, da un momento all’altro, in una qualsiasi forma, può farci visita e interrompere la precedente corsa. Forse, si diventa casi psichiatrici proprio quando si prende alla lettera il ragionamento di Grunberg, inaridendo il proprio sentire e credendo che ognuno abbia un dolore esclusivo, che riguarda soltanto se stessi e che – appunto – esclude tutti gli altri. Forse, nel partecipare – appunto, anche superficialmente – al lutto altrui si può riaccendere quella fioca luce che, ricordandoci di quanto possa essere precaria la vita, ci fa sentire parte di un legame sociale e ci ricorda il profondo valore della “premura”.

E voi cosa pensate del ragionamento di Grunberg? Attendo opinioni e pensieri.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/09/Fotolia_109920245_XS-2-e1472832595985.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-09-03 12:13:232016-09-03 12:13:23Il lutto collettivo: ha senso provare dolore per la morte di uno sconosciuto? di Davide Sisto

Soli ma insieme: come aiutare bambini e adolescenti in lutto, di Davide Sisto

28 Luglio 2016/1 Commento/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Chico triste y pensativoOggi vi raccontiamo il sito web “Soli ma insieme.Un sito per bambini e ragazzi in lutto” ( http://solimainsieme.it/), nato dalla collaborazione tra due enti non profit, FILE (http://www.leniterapia.it/) e Gruppo Eventi (http://www.gruppoeventi.it/). Si tratta di uno dei primi siti web italiani dedicati a bambini e adolescenti in lutto e, di conseguenza, agli adulti – familiari e insegnanti – che li seguono in questo momento delicato della loro vita. L’idea a fondamento del sito è estendere anche alla Rete il lavoro che le due organizzazioni svolgono quotidianamente con i gruppi di Auto Mutuo Aiuto per le persone in lutto. Ne parliamo con la responsabile, Livia Crozzoli Aite.

Il sito internet è diviso principalmente in due sezioni, una dedicata ai bambini e una agli adolescenti. Quali sono le domande più frequenti dei bambini in lutto? Quali invece degli adolescenti in lutto? Come cambia la percezione della morte tra l’età infantile e quella adolescenziale?

I bambini, fin da piccoli, risentono profondamente dell’assenza della persona cara, anche se non sanno esprimere a parole le emozioni e i sentimenti che provano, né conoscono inizialmente il significato della parola “morte”. Man mano che cominciano a comprenderne il significato, in seguito alle proprie osservazioni interiori e alle sollecitazioni esterne, pensano che la persona morta possa magicamente tornare a vivere e domandano: “quando tornerà?”. Con il passare del tempo, si meravigliano pertanto che non torni: “la nonna è ancora morta?”, per citare il titolo di un libro di Alba Marcoli. Crescendo, i bambini capiscono il carattere definitivo dell’assenza e pongono domande molto semplici riguardanti sia la persona defunta (“dov’è?”, “dove dorme?”, “cosa mangia?”, “mi vede?”) sia se stessi e le proprie emozioni (“mi manca tanto, come farò senza?”, “non la vedrò più?”, “che ne sarà di me?”). Con la maturazione intellettiva e con una acquisita capacità di introspezione, formulano infine domande e osservazioni sempre più mature: “perché si muore?”, “tutti muoiono, quindi morirò anch’io?” e via dicendo.
L’adolescente, invece, appropriatosi dei concetti di irreversibilità, cessazione delle funzioni vitali e universalità dell’evento, ha una piena consapevolezza sia dell’inevitabilità della propria morte sia delle ripercussioni che la perdita del familiare avrà sulla sua vita. Come abbiamo scritto nel sito: “Il lutto nell’adolescenza è come una marea: porta con sé onde d’urto emozionali violente e impone un ripensamento di sé, delle relazioni con gli altri, del mondo e del senso della vita”. Ecco alcune delle domande degli adolescenti: “perché proprio a me?”, “quanto durerà questo dolore?”, “come farò senza la sua presenza?”, “perché mi sento così diverso dagli altri?”, “perché vivere se poi si muore?”.

Nelle richieste di aiuto dopo un lutto ci sono delle differenze di genere nei bambini e negli adolescenti?

È una domanda a cui è difficile rispondere. Per ora, nel sito, da poco online, non sono affluite domande dirette che possano chiarire questo aspetto. Ma l’esperienza clinica mi fa dire che i bambini, ma anche gli adolescenti, per motivi diversi non chiedono solitamente aiuto e cercano di evitare il dialogo e il confronto su eventi così dolorosi. Anche se poi emergono comportamenti, malesseri o malattie psicosomatiche che sono da considerarsi come equivalenti del lutto! Per tale ragione, abbiamo inserito nel sito una parte molto ampia dedicata agli adulti – familiari e insegnanti – per renderli consapevoli di ciò, di modo che vi possano porre attenzione.

Mi ha colpito molto la domanda, nella sezione degli adolescenti, se è sbagliato divertirsi o andare alle feste dopo un lutto. Questa domanda mi fa pensare al legame tra il lutto e il senso di colpa. Riguardo a questo legame, c’è una differenza sostanziale tra l’età infantile e l’età adolescenziale?

Provare rimpianti, scrupoli e sensi di colpa è un vissuto comune, sia nei bambini che negli adolescenti. È parte integrante del lutto: c’è timore di aver trascurato e fatto arrabbiare la persona che non c’è più, di averla odiata o di averle augurato la morte in un momento di rabbia. I bambini tendono a concentrarsi maggiormente sugli avvenimenti del passato, mentre gli adolescenti sulle problematiche del presente, dal momento che stanno già vivendo una fase delicata di crescita. In particolare, i più grandi si sentono in colpa per i sentimenti ambivalenti che provano nei confronti di chi non c’è più. A volte, desiderano non farsi troppo coinvolgere dal dolore che segna la famiglia, di modo da poter riprendere una vita normale con i coetanei e non sentirsi troppo diversi e in difficoltà. È bene aiutare i bambini a esprimere i loro vissuti, a rassicurarli e a far loro sperimentare momenti piacevoli di distrazione e divertimento, spiegandogli che la vita deve riprendere il suo corso. Sono in genere i grandi che organizzano le attività che alleggeriscono il peso della perdita e del dolore della famiglia in lutto, mentre dagli adolescenti ci si aspetta che trovino in se stessi l’energia per ricominciare a vivere.
Bambini e ragazzi, anche se vivono situazioni piacevoli di divertimento e di allargamento dei propri confini, non dimenticano chi non c’è più: il dolore della perdita e dell’assenza resta profondamente radicato dentro di loro, anche se non ne parlano e non lo danno a vedere.

Come ci si comporta con i bambini e i ragazzi in relazione al suicidio di un parente o di un amico?

Comunicare a un bambino e a un ragazzo che una persona della famiglia si è tolta la vita è una delle situazioni più difficili e delicate da affrontare, anche perché in famiglia tutti sono sconvolti e disorientati, impegnati in molteplici aspetti pratici e legali, nonché molto incerti se rivelare o meno la verità. In genere si tende a non darne notizia, rimandando il discorso soprattutto con i bambini. Si desidera, infatti, proteggerli e si teme di spaventarli e di provocare dolore, dal momento che il suicidio, per una molteplicità di motivi (soprattutto la vergogna sociale), è difficile da sopportare e comprendere anche in età adulta. In realtà, se ne dovrebbe parlare in maniera semplice e comprensibile, cercando una situazione di vicinanza affettiva, procedendo a tappe e rimanendo attenti e disponibili, in ascolto delle domande, delle osservazioni e delle reazioni che accompagnano il dialogo sia con il bambino sia con l’adolescente, che su questo tema è molto sensibile. È meglio che il bambino e il ragazzo apprendano la verità da una persona cara piuttosto che da un estraneo, magari per strada o nel cortile della scuola, luoghi nei quali può accadere che la verità sia detta senza cautela.

Il ricordo della persona morta. Come cambia l’esperienza del ricordo tra l’età infantile e quella adolescenziale?

I bambini piccoli hanno sicuramente meno ricordi rispetto agli adolescenti. Ma gli adulti, nominando la persona amata scomparsa e rievocando le esperienze vissute insieme, tengono vivo il ricordo e la “presenza” di chi non c’è più. La memoria della vita vissuta insieme è un aspetto importante che aiuta il processo di elaborazione del dolore e del lutto. Per questo motivo, nel sito si invitano i bambini a raccogliere e conservare oggetti significativi (biglietti d’auguri, foto, regali fatti e ricevuti, ecc.) a disegnare e descrivere i momenti vissuti insieme (nel gioco, in vacanza, al cinema, in moto, allo stadio, ecc.) e a fare una descrizione della persona, di modo che rimanga nel tempo, a livello interiore ed emotivo, il suo ricordo.
Gli adolescenti, invece, avendo avuto un’esperienza di contatto più lunga con chi è mancato, dispongono di maggiori strumenti personali e di maggiori possibilità per ricordare le esperienze condivise, i momenti piacevoli, dolorosi e difficili. Anche se, per l’età che stanno vivendo, sono interessati maggiormente a impegnarsi nelle proprie esperienze di vita. Certamente, col passare del tempo alcuni ricordi si affievoliscono e mutano; rimane l’essenza della relazione, in quanto la raffigurazione interiore della persona, a cui si era legati affettivamente, dura tutta la vita.

Quali sono le difficoltà maggiori degli adulti, in una società come la nostra in cui si fa fatica a parlare della morte, nei confronti delle domande dei bambini riguardo alla morte e alla perdita di un proprio parente o di un proprio amico? Quali consigli si possono dare agli adulti?

Gli adulti, essendo per primi impreparati a reggere l’impatto della morte, credono che non si debba condividere con i bambini il dolore per la perdita di un familiare. Pensano che siano troppo piccoli per capire o troppo impressionabili e fragili per reggere l’evento; temono, inoltre, le loro reazioni e pensano di non saperle gestire o di commettere errori o addirittura di danneggiarli provocando ulteriori sofferenze. Ma i bambini non vanno lasciati soli: meglio il pianto, il dolore e gli affetti condivisi che l’esclusione o il silenzio. Infatti, il silenzio degli adulti non protegge dalla sofferenza e non preserva dalla paura e dallo smarrimento, né fa diventare i bambini più maturi. Se il bambino partecipa agli eventi e viene informato in modo semplice e realistico, in linea con la sua età e con la sua capacità di comprensione, facendo sì che comunichi i suoi sentimenti e interrogativi all’interno di un rapporto di fiducia e di dialogo, egli avrà maggiori strumenti per esprimere e interpretare le emozioni e i sentimenti, propri e altrui.
L’adulto in grado di dare ascolto al bambino, di creare un contatto fisico e caloroso, di rassicurarlo e incoraggiarlo a esprimere i propri sentimenti offre la possibilità di ricordare la persona morta e di interiorizzare l’esperienza psichica della protezione ricevuta.

Molto interessante è il blog interno “La piazzetta”, dedicato ai ragazzi in lutto. Penso sia molto terapeutico per un adolescente scrivere del proprio dolore per la morte di una persona cara e quindi condividerlo con gli altri. Soprattutto, tenendo conto di come generalmente sia ritenuto sconveniente farsi vedere fragili dai propri coetanei. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Il blog è il nostro tentativo di offrire agli adolescenti uno spazio moderato, ma non facilitato, in cui possano comunicare e interagire con altri coetanei oppure, semplicemente, dare libero sfogo a ciò che può risultare difficile esprimere in altri contesti. È necessario iscriversi per poter inserire un post, poi però il ragazzo può anche partecipare in forma anonima, se preferisce. Tutta la sezione destinata ai ragazzi tiene conto di quanto sia difficile per gli adolescenti esporsi in prima persona: é per questo che abbiamo inserito moltissime testimonianze, con lo scopo di non far sentire il singolo ragazzo solo e unico nella dura esperienza della morte di una persona cara.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/07/Fotolia_99782618_XS-1-e1469651447939.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-07-28 09:18:462016-07-28 09:18:46Soli ma insieme: come aiutare bambini e adolescenti in lutto, di Davide Sisto

E INFINE…si può dire morte

1 Dicembre 2014/61 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Cari amici,
come sa chi mi conosce personalmente o ha letto Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita, sono vent’anni che studio la controversa relazione di noi esseri umani con il proprio e l’altrui morire, con i lutti, con i riti, con la memoria dei defunti, con i luoghi dei morti; con la malattia, la medicina, le cure palliative e le scelte che si possono fare alla fine della vita; con la paura d’invecchiare, con l’estrema vecchiaia, con le demenze dei propri cari.

Tutti temi che fanno tremare anche i più coraggiosi tra noi, che fanno fare gli scongiuri ai più superficiali, ma che rappresentano pure il destino comune a tutti, anche ai tanti che preferiscono mettere la testa sotto la sabbia. Temi, inoltre, che restituiscono, a chi vi si addentra, un significato non solo al proprio diventare vecchi e morire, ma soprattutto alla vita di ciascuno, nella sua pienezza.

Da un paio d’anni scrivo questo blog, ma ora sento l’esigenza di agire, negli anni che mi restano, per aiutare chi soffre e per condividere con quante più persone possibile un messaggio che mi ha cambiato la vita: la consapevolezza della morte ci insegna che ogni singolo istante è unico e, se sappiamo assaporarlo, restando nel presente, ciò che ci viene restituito è il tempo, che di solito fugge impietoso. E inoltre, se sentiamo (nel corpo, non solo nella mente) il senso della fragilità, della vulnerabilità umana, possiamo essere più solidali e responsabili, e dare il giusto peso alle relazioni (in questo mondo frammentato, regno dell’autismo di massa).

Molti sono coloro che mi hanno invitata a fare qualcosa di più sull’invecchiare e il morire, temi sui quali le persone, oggi, desiderano riflettere. Mi hanno convinto facilmente, perché ci stavo pensando. Ho pensato a un’associazione, che trasformi i mei studi in aiuto a chi attraversa una difficoltà o un dolore, e in azione sociale.
Vorrei, prima di definire in modo preciso il profilo di questa associazione, avere le vostre considerazioni. E, vi prego, andate a ruota libera. Se esistesse una siffatta associazione (chiamiamola INFINE Onlus…), quali dovrebbero essere le sue priorità?
Quali i temi su cui impegnarsi a fondo, sia in ambito sociale sia sul piano della ricerca e della divulgazione?
Quali i contesti in cui agire? Quali battaglie condurre? Con quali strumenti?
Vi sono grata in anticipo per le vostre opinioni e i vostri suggerimenti, che sono certa arriveranno numerosi.
A presto in associazione!

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/11/LOGO_INFINE_petrolio.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-12-01 11:17:482014-12-01 11:17:48E INFINE…si può dire morte

Per favore non dite niente

1 Giugno 2014/1 Commento/in Vecchiaia/da sipuodiremorte

Ho letto d’un fiato il recente romanzo di Marco Ciriello, edito da Chiarelettere, che parla di malattia, di morire, di perdita, e di… calcio, e ho voluto intervistare l’autore.

Perché ha voluto scrivere questa storia? Un’affezione per il personaggio che l’ha ispirata? O piuttosto un interesse per l’esperienza della malattia e della morte di una persona insostituibile?

Questa storia l’ho scritta riconoscendo un dolore mio nelle parole di un’altra persona, ed ho cominciato un lungo percorso di immaginazione, ho messo insieme più storie e personaggi e il risultato è “Per favore non dite niente”. È un romanzo che contiene un mucchio di cose che esplora il dolore attraverso l’amore strutturandosi in ragionamenti filosofico calcistici. Senza André Gorz o Ernesto De Martino non avrei avuto la forza di pensare una storia così. C’è Carver applicato al calcio, e il calcio applicato al racconto carveriano sulla normalità della vita, in un percorso di perdita. Mi serviva una dimensione precisa, con una disciplina e degli obiettivi certi, per questo ho scelto il calcio.

Questo suo libro, frammentario, con molti salti temporali, sembra dirci che stare accanto a chi è malato, e poi muore, sia arduo, e produca una sorta di sgretolamento del mondo interiore. E’ così?

Sì, ho provato con la scrittura a restituire la perdita e il percorso della malattia. Ogni giorno di dolore è una discesa, uno spostamento. Il dolore e la perdita sono principalmente stupore, uno stupore che ci rende nomadi, non credo che ci renda migliori, nomadi sì, ci portano in spazi che non ci appartengono, stupendoci, e lì comincia un lavoro di adeguamento, senza essere mai educati, non c’è metodo, solo possibilità di provare e riprovare, cercando di adeguarsi, a volte riesce a volte no, con una amarezza di fondo, fino a quando il vuoto diventa presenza, con una lingua e una immagine diversa.

“Magari si potessero barattare le prodezze sul campo con un solo giorno in più con la donna che ami”. Il lutto non è dunque solo dolore bruto, ma anche potenziale ricchezza, cambiamento in grado di farci dare un nuovo ordine alle priorità, per maturare. E’ ciò che pensa?

Chiunque abbia avuto a che fare con l’irreversibilità della perdita entra in questa ottica, baratterebbe tutto per tornare indietro, c’è persino chi non ne esce più da questa fase, soprattutto se scambia la perdita per una punizione di Dio. Io ne ho avute di perdite devastanti ed è ovvio che abbia riflettuto a lungo su dolore e irreversibilità, in ogni romanzo c’è molto di quello che ci accade ma almeno nei miei niente è una confessione.

Il titolo “per favore non dite niente” richiama la convinzione del protagonista che chi cerca di esprimergli vicinanza dica in genere frasi inopportune, o poco sentite. Crede che sia molto difficile stare vicino a chi ha perso un congiunto?

Bisogna distinguere: io non mi riferisco all’elaborazione del lutto che ha bisogno di molte discussioni, né a come amici e parenti declinano il ricordo di chi è andato via, ma parlo del funerale, del congedo. Si dicono un mucchio di banalità davanti alla morte, è preferibile abbracciare, e parlarne dopo, magari senza improvvisare. Generazioni di filosofi e scrittori non sono riusciti a dare una risposta efficace, figuriamoci se può riuscirci uno che magari è andato al funerale per educazione e si sente elevato a rispondere a un mistero. Avrei preferenza di non conoscere quelle risposte.

Personalmente, non so nulla del gioco né del mondo del calcio. Ma ho pensato che questo libro abbia anche il pregio di parlare a un numero di persone maggiore rispetto a quelle raggiunte, di solito, dalla letteratura che tratta di malattia e di morte. Lo pensa anche lei? E’ un obiettivo che le interessa?

Non lo so, me lo auguro, quando scrivo penso alla credibilità di quello che racconto non al numero di lettori. In molti mi dicono di aver pianto durante la lettura, e poi di quello che hanno vissuto o rivissuto. Il mio obiettivo è scrivere storie credibili, mescolando persone vere e personaggi che invento, e nella confusione di tempo e realtà, nella riproduzione e invenzione di vite che credo si trovi la letteratura. Se non parliamo di morte e amore di cosa dobbiamo parlare? Mi hanno detto che la mia storia “ha la forza dei romanzi russi” non so se è vero, di certo ho molto studiato Dostoevskij e Albert Caraco che non è russo ma ne ha la forza, e molti altri, e nemmeno sto lì a gongolarmi, per questo che ritengo un complimento enorme. Penso che sì, magari è anche così, ma lo dirà il tempo che, come per la vita, è un critico spietato, obiettivo, concretissimo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/06/imgres.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-06-01 11:17:532018-10-23 18:42:14Per favore non dite niente

Lutto e Narrazione Guidata: una metodologia innovativa.

23 Settembre 2013/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

C’è una domanda che mi capita di pormi, quando qualcuno intorno a me perde una persona cara, e constato che le reazioni individuali sono spesso molto diverse. Perché alcune persone sono resilienti, e riescono a far fronte con stoicismo e serenità al loro lutto, e altre precipitano in un malessere profondo e hanno bisogno d’aiuto per superare il sentimento di perdita?
Propongo il mio interrogativo a Nicola Ferrari, psico-pedagogista che anima, dal 1986, l’associazione Maria Bianchi, che ha lo scopo di sostenere gli individui in lutto e di formare il personale curante su questi temi.
Nicola Ferrari sostiene che dal 1986 a oggi la richiesta di aiuto è molto cresciuta in Italia, e che la capacità di convivere col dolore per la perdita non è molto diffusa: non siamo abituati a immaginare di affrontare la vita senza i nostri affetti. La resilienza si attiva, invece, in un secondo momento, quando si riesce a comprendere che la sofferenza esiste, ma si può decidere cosa farne, non è ineluttabile lasciarsene sommergere. Allora, cambia l’esperienza della perdita.

Chi sono coloro che si rivolgono a voi?
In genere, il 60, 70% delle persone che arrivano all’associazione sono reduci da un’altra esperienza di supporto, che non è stata efficace. Capita non di rado che alcuni abbiano già intrapreso senza successo una terapia psicologica o psicoanalitica.
Inoltre, vedendo chi sono i nostri utenti, dobbiamo sfatare il mito secondo cui ha bisogno d’aiuto chi non è sostenuto dalla famiglia o chi viene abbandonato dagli amici. Viceversa, anche gli individui con congiunti amorevoli e amici capaci di vicinanza hanno l’esigenza di un aiuto esterno. Evidentemente, cercano qualcosa di diverso nel supporto che chiedono alla nostra associazione: probabilmente desiderano cogliere il significato del dolore che provano.

Come aiutate i dolenti?
Utilizziamo tre strategie, a seconda delle esigenze di chi è in lutto: gli incontri individuali, i gruppi di auto mutuo aiuto e il servizio di corrispondenza. Questi tre modi hanno una logica comune, s’ispirano a un unico modello d’intervento che è quello della Narrazione Guidata. Le persone in lutto raccontano la loro storia e trovano in primo luogo un ascolto attento e attivo, empatico. Poi, gradualmente, sono guidate a riflettere sulla narrazione che loro stessi hanno fatto, sui termini che hanno utilizzato e sul loro preciso significato. E’ quasi un’analisi linguistica. Nella ricerca del termine che corrisponde puntualmente all’emozione, trovano la verità di ciò che sta loro accadendo.

Un esempio?
Quando un dolente dice di provare un dolore “infinito”, si può ad esempio chiedergli che cosa intenda per infinito. “E’ piuttosto un dolore illimitato, ossia ti sembra che non debba mai finire? O è molto esteso, nel senso che occupa la tua vita in ogni suo aspetto?” La migliore definizione dei termini lo aiuta a cogliere cosa prova. E’ una chiave di volta per iniziare a modificare il punto di vista sul proprio dolore, a smettere di subirlo e a trasformare la riflessione linguistica in azione.

Come avviene la narrazione nel servizio Cor-rispondenze?
Avviene quasi completamente tramite internet anche se è possibile utilizzare lo scambio tramite lettera postale. Vi sono sei operatori esperti che rispondono alle mail. Far “risuonare” interiormente il dolore altrui, trasmetterlo e condividerlo con parole scritte, può aprire una via e favorire, in chi vive un lutto, un tentativo di riconciliazione con se stessi, con la vita e con la persona perduta per sempre. Si crea e condivide insieme uno spazio dove il cambiamento esistenziale diventa possibile.

Avete buoni risultati?
In genere i feedback che ci arrivano sono positivi. Aiutiamo circa 130/150 persone l’anno. Quando rimaniamo in contatto con i nostri ex utenti, ci rendiamo conto che parlano del congiunto che hanno perduto anche sorridendo. Purtroppo molte persone non riescono ad ammettere di essere in difficoltà, e così preferiscono soffrire piuttosto che accedere all’aiuto che avrebbero a portata di mano.

Come lavorate? Avete finanziamenti?
Lavoriamo tutti gratuitamente, come volontari, e spesso mettiamo anche denaro nostro nell’associazione. Le uniche entrate sono le quote associative, gli eventi di raccolta fondi, il 5xmille, che servono a nutrire la mediateca, che nella nostra sede di Suzzara, vicino a Mantova, mette a disposizione gratuitamente al pubblico a tutt’oggi ca. 1000 libri, 100 DVD, numerosi atti e dispense, tutti sul tema del lutto e della relazione d’aiuto.

Avete altri progetti?
Stiamo pubblicando un libro sul servizio Cor-rispondenze, che uscirà presto in formato e-book: un saggio che contiene gli aspetti teorici, metodologici e numerose semplificazioni di cor-rispondenze già terminate. Sarebbe un modo per diffondere la metodologia della Narrazione Guidata.

Ringraziando il dottor Ferrari, vi invito a andare a dare un’occhiata al sito: www.mariabianchi.it, dove troverete maggiori dettagli sul tema del lutto, sul modo di affrontarlo proposto dall’associazione e su come accedere all’aiuto offerto dall’associazione Maria Bianchi. E, se posso suggerirvi un gesto simbolico, iscrivetevi, credo che valga la pena dimostrare il nostro sostegno a chi fa volontariato per ridurre l’altrui sofferenza.
Un’ultima domanda a voi: che ne pensate di questa metodologia della Narrazione Guidata, anche per corrispondenza? La suggerireste a un vostro amico o parente in lutto?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/09/images1.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-09-23 16:12:062013-09-26 13:16:25Lutto e Narrazione Guidata: una metodologia innovativa.

Come un altro mondo: i gruppi AMA e il lutto

9 Marzo 2013/62 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Tutti voi sapete che perdere una persona cara può essere un’esperienza tragica, che agisce scombussolando il quotidiano, mettendo in discussione i punti di riferimento, le certezze costruite nell’arco di una vita. Come affrontiamo oggi questa realtà? La nostra società, che fatica a nominare la parola morte, non è attrezzata per far fronte al lutto degli individui: tende a interpretarlo come disagio psicologico, e a delegare i casi troppo dolorosi alle psicoterapie.
Tuttavia, una soluzione, umana e solidale, è oggi presente e si va diffondendo anche in Italia, i gruppi di auto mutuo aiuto (AMA) sul tema del lutto, iniziati da Enrico Cazzaniga a Milano più di un decennio fa. Se volete trovare dove sono in Italia, date un’occhiata a questo link http://www.automutuoaiuto.com/lutto/mappatura.html.

I gruppi AMA rappresentano un’efficace risorsa per chi ha vissuto una perdita importante, e trovano il loro fondamento in alcuni principi: il rispetto, la solidarietà, la valorizzazione della relazione, il prendersi cura dei nuovi membri. Principi che ricordano molto i valori costitutivi delle comunità tradizionali, oggi frammentate e scomparse, di cui i gruppi potrebbero essere una rivisitazione contemporanea.
Di seguito, in sintesi, le principali funzioni dei gruppi:
1) Aiutare i partecipanti al gruppo a esprimere i propri sentimenti (dolore, nostalgia, paura, rabbia, senso di colpa, solitudine) senza il timore di essere giudicati.
2) Sviluppare la capacità di riflettere sulle proprie modalità di comportamento, soprattutto qualora siano orientate a non superare il dolore della perdita.
3) Aumentare le capacità individuali nel far fronte ai problemi (compito fondamentale per coloro che si erano appoggiati, psicologicamente o nell’organizzazione della vita quotidiana, alla persona defunta).
4) Incrementare la stima di sé, delle proprie abilità e risorse, lavorando su una maggiore consapevolezza personale.
5) Facilitare la nascita di nuove relazioni, combattendo così il senso di solitudine creato dalla perdita, ridando dignità alla sofferenza, che diviene condivisibile.
6) Promuovere uno stile di vita a sostegno della salute individuale, familiare e sociale.

In genere, nonostante l’importanza che riveste questa metodologia dell’aiuto, non sono molti gli studi che si occupano di approfondirne il funzionamento e di riflettere sul loro significato.
Per questo, vi segnalo con vero piacere il libro Come un altro mondo. Pratiche di socializzazione dell’esperienza della perdita dentro e fuori la Rete, della sociologa Alessandra Micalizzi: partendo dai risultati di un’approfondita ricerca empirica, il libro entra nel merito delle caratteristiche dei gruppi di auto mutuo aiuto dedicati a questo tema, senza trascurare l’auto mutuo aiuto presente in Rete. Questo il link per guardare o acquistare il libro su amazon: http://www.amazon.it/altro-mondo-Tecnologia-societ%C3%A0-ebook/dp/B0094MRXJG/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1362841035&sr=1-2
Qualcuno di voi ha partecipato, o sta partecipando a gruppi di auto mutuo aiuto? E’ un’esperienza che vi è stata d’aiuto? La fareste se vi trovaste a soffrire per una perdita?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/03/AMA.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-03-09 16:44:522013-03-09 16:44:52Come un altro mondo: i gruppi AMA e il lutto

Cosa dire della morte ai nostri figli?

4 Febbraio 2013/18 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Ricevo e pubblico con piacere un post di Francesca Ronchetti (www.francescaronchetti.it), che si occupa dell’elaborazione del lutto nei bambini:

“Una delle difficoltà che incontrano molti genitori nell’educazione dei propri figli è spiegare cosa sia la morte. Le mamme e i papà muoiono? Io morirò? Molti adulti evitano il tema, che li mette a disagio, pensando di proteggere i bambini…perché svelare loro l’amara verità? Tuttavia, i bambini non vivono in un mondo protetto, la morte tocca anche le loro famiglie e il loro ambiente: un insegnante, un compagno, un nonno, o anche solo un animale domestico. Cosa dire al bambino? La nonna è partita per un lungo viaggio? In questo modo, si lascia il bambino inutilmente in attesa del suo ritorno, aumentando il suo spaesamento e la sua sofferenza. D’altronde, la vita acquisterebbe più senso se riuscissimo a vedere la morte come dimensione umana per eccellenza, come limite, come finitezza, come il concludersi naturale dell’esistenza. La morte è soprattutto un momento per intensificare i legami: non priviamo dunque i bambini, e noi stessi come genitori, della condivisione di un’esperienza dolorosa ma importante. Spieghiamo loro mediante parole semplici che l’esistenza umana, al pari di qualsiasi altra forma di vita, è destinata ad avere una conclusione, così come un inizio. E’ importante educarli alla finitezza, parlare loro della morte, del ciclo di vita, del cammino che tutti dovremo percorrere, alcuni prima, altri dopo: fin dalla prima infanzia, e non solo come risposta a eventi dolorosi, a una perdita da elaborare. I bambini sono in grado di accettare anche le esperienze più difficili se accompagnati per mano.”

Vi chiedo:
Siete d’accordo? Volete raccontarci le vostre esperienze? Come avete parlato della morte ai vostri figli? Cosa consigliereste a altri genitori?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/02/imgres-7.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-02-04 09:07:342013-02-04 09:07:34Cosa dire della morte ai nostri figli?

Narrare il lutto

21 Gennaio 2013/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Nella nostra cultura, dove pochi e smorti riti vengono celebrati, dove ciascuno vive la propria vita individuale, la narrazione del dolore ha preso il posto della sua condivisione, e dal narrare nascono nuove comunità elettive.
Così funzionano i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati al lutto, i cui partecipanti si riuniscono per raccontare il proprio male di vivere con la perdita, e poco per volta sono meno soli, ritrovano solidarietà, vicinanza e amicizia.
C’è chi invece di parlare, decide di scrivere. Per scrivere la propria esperienza di perdita occorre saper trovare le parole giuste. Non necessariamente letterariamente efficaci, ma corrispondenti a quel che vive nella memoria, nel cuore e nella mente di chi soffre (cfr. anche il sito dell’Associazione Maria Bianchi, che dedica una parte del suo lavoro di sostegno al lutto proprio alla narrazione, www.mariabianchi.it )
Ci sono eccellenti libri sull’esperienza del lutto, ne ricordo qualcuno per chi abbia piacere di ritrovare propri sentimenti nelle parole altrui: Philippe Forest ci ha raccontato la perdita della sua bimba di quattro anni in Tutti i bambini tranne uno, e scrive “Ho fatto di mia figlia un essere di carta”. Louise Candlish in Da quando non ci sei parla della sua fuga in Grecia e della lenta, sofferta ripresa della speranza di poter vivere, dopo la morte della figlia Emma. Ray Kluun, Senza di lei, narra la sua terribile esperienza di un lutto bloccato dopo la morte della moglie, di come si è perso per mesi nella droga e nel sesso. Joan Didion in L’anno del pensiero magico, percorre il primo anno dopo la morte del marito, un anno in cui tutto viene rimesso in discussione. Brigitte Giraud in E adesso? narra la perdita del marito in un incidente d’auto e la fatica di continuare a vivere, C. S. Lewis, Diario di un dolore, evoca il suo lutto per la moglie e il suo sgomento di fronte al vacillare della fede. Ce ne sono molti altri. Molti di questi autori non erano scrittori professionisti, eppure hanno avuto l’esigenza di trovare le parole “giuste”. Giuste per mettere una distanza tra sé e il proprio dolore, giuste per ricordare la persona perduta e l’amore provato, giuste per scoprire che ogni lutto è un dolore diverso, e nessuno stereotipo può servire.
Vorrei parlarvi anche di un blog, bellissimo a partire dal nome, Tra2mondi. E’ un padre che scrive a proposito della perdita della propria bambina: “Nostra figlia, Agathe, se ne è andata all’età di tre anni, tre anni fa. Vorrei poter scrivere qui la nostra storia e condividerla. Non so se ci riuscirò. Finalmente mi sono detto che la sola cosa che un uomo può fare, su questa Terra, è testimoniare della propria vita, qualunque essa sia, senza mentirsi. La storia di nostra figlia ci ha fatto cambiare. Cambiare significa iniziare a vedere il mondo, la vita, in modo diverso. Anche per questo ho pensato di chiamare questo blog ‘tra2mondi’.”
Due mondi esplorati con le parole “giuste” da Stefano, papà di Agathe. Stefano vuole mettere la sua esperienza a disposizione di tutti coloro che lo desiderano, e creare una difficile comunicazione con altri sul tema più occultato e impronunciabile tra tutti i silenzi che circondano la morte: la morte di un bambino.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/01/Narrare-la-perdita.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-01-21 12:31:552013-01-31 21:58:55Narrare il lutto

Il lutto come disturbo mentale

7 Gennaio 2013/15 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Due notizie inquietanti: 1) la Big Pharma ha preparato un antidepressivo specifico per il malessere del lutto; 2) al contempo, la depressione conseguente a una perdita è stata catalogata come disturbo mentale nel Manuale Diagnostico e Statistico degli psichiatri, il DSM 5. Il DSM, pubblicato dall’American Psychiatric Association, è una sorta di Bibbia per gli psichiatri di tutto il mondo, molto influente sul piano sociale, poiché stabilisce la linea di demarcazione tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è.
Secondo il Washington Post, è scandalo. La Big Pharma commercializzerà un prodotto, il cui nome è Wellbutrin, che renderà miliardi di dollari, sulla base di uno studio fatto su un numero esiguo di soggetti (22); alcuni psichiatri americani, i cui interessi sono molto vicini a quelli della casa farmaceutica, hanno avallato l’operazione, inserendo la depressione post lutto tra le malattie da trattare con antidepressivi.
Oltre all’aspetto delinquenziale dell’operazione, tuttavia, vedo altre considerazioni da fare. Finora non si era giunti a tanto.
Per Bowlby – uno dei maggiori studiosi della fine del Novecento, il cui modello d’interpretazione del lutto è ancora molto seguito – la depressione che si manifesta dopo una perdita è una fase del lutto “normale”, dotata, inoltre, di una sua specifica utilità. La fase depressiva consente di prendere definitivamente coscienza della perdita e di cominciare a intravvedere la necessità di riorganizzare la propria vita.
Fino alla Prima guerra mondiale la parola “lutto” rimandava ai rituali di morte che andavano rispettati. Da allora, e fino a oggi, avevamo “psicologizzato” il lutto, considerandolo un male dell’anima, che andava risolto nel “foro interiore”, “elaborato” all’interno della persona, semmai col supporto della famiglia, e/o di un terapeuta.
Oggi lo stiamo medicalizzando, affidando a una pillola il nostro dolore. Che operazione stiamo compiendo?
Dal punto di vista culturale, non stupisce che gli psichiatri americani che hanno aggiornato il DSM abbiano pensato di farla franca: la loro interpretazione del lutto non è così distante dalle aspettative diffuse nel mondo occidentale.
Al bando ogni esperienza che non sia piacevole! Ingurgitiamo farmaci pur di non fermarci! Non permettiamo che la sofferenza rallenti il ritmo forsennato delle nostre vite, non cediamo al malessere, non facciamo mai spazio alla riflessione, all’introspezione che il dolore, invece, richiede. Ci sarà qualcuno che sarà sollevato sapendo che esiste una pillola miracolosa nel caso in cui perda una persona cara?
Ma davvero vogliamo essere o diventare così, macchine da guerra, senza umanità e fragilità, senza dolore e vulnerabilità, neppure quando la sventura ci è addosso, neppure quando un grande affetto ci lascia? È questa la società di domani che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/01/Charlie-Brown.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-01-07 18:51:302013-01-07 18:51:30Il lutto come disturbo mentale

Before I die I want…

1 Gennaio 2013/35 Commenti/in Vecchiaia/da sipuodiremorte

Cari amici, buon inizio anno, tempo di bilanci e di progetti.
Voglio raccontarvi un’iniziativa che mi ha conquistata. L’idea è di Candy Chang, un’artista e designer. In un agosto sonnacchioso, all’improvviso, Candy perse una persona a lei cara: il suo pensiero andò a tutto quello che quella donna avrebbe ancora voluto fare: imparare a suonare il piano, vivere a Parigi, vedere l’oceano Pacifico. Fu un’occasione per pensare alla morte e per riflettere sulle priorità della vita, sulle cose veramente importanti. Solo che, anche quando ebbe capito cosa veramente contava per lei e cosa no, si accorse di trascurarlo, di perdersi facilmente nei meandri della quotidianità.
Allora Candy ebbe un’idea. Per non dimenticare, volle condividere con quanta più gente possibile la sua riflessione. Trovò, nel suo quartiere a New Orleans, una casa abbandonata, e trasformò un muro esterno di questa casa in un’enorme lavagna, sulla quale scrisse: “Before I die I want to______” (Prima di morire voglio______), seguito da uno spazio bianco. Chiunque passasse di lì poteva prendere un gessetto e terminare la frase, riflettere sulla vita e condividere le proprie aspirazioni in uno spazio pubblico.
Era un esperimento, Candy non poteva essere certa che riuscisse. Ma già il giorno dopo, la lavagna era zeppa di scritte e considerazioni, alcune spiritose, altre commoventi. Quello spazio abbandonato era divenuto un luogo costruttivo, meditativo, intenso, capace di illuminare la vita, e di mostrare a ciascuno che non siamo soli nelle nostre battaglie e nelle nostre speranze.
Ora lo propongo a voi, in uno spazio virtuale come questo blog: cosa vorreste, più di ogni altra cosa, prima di morire?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/01/before-i-die-writings-e1357050213289.jpg 234 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-01-01 15:43:022018-10-23 18:42:14Before I die I want…
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