Si può dire morte
  • HOME
  • Aiuto al lutto
  • La fine della vita
  • Ritualità
  • Vecchiaia
  • Riflessioni
  • Chi Siamo
  • Contatti
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu

Tag Archivio per: Lutto

Lutto e crescita, intervista a Giuliano Grossi, di Marina Sozzi

14 Febbraio 2020/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Giuliano Grossi, psicologo e psicoterapeuta, membro dell’Associazione  “Lutto e Crescita – GRIEF & GROWTH” di Roma.

Perché avete voluto dare questo nome alla vostra associazione, lutto e crescita? Qual è il pensiero che sta dietro a questa scelta? Come interpretate il lutto?

La perdita di una persona cara è un’esperienza che tutti gli esseri umani vivono nella loro esistenza e si configura come un’esperienza molto complessa da definire. Basti pensare che la cultura anglosassone ha ben tre terminologie diverse per riferirsi al lutto: “grief” per indicare le reazioni emotive, cognitive e comportamentali dopo una perdita; “mourning” ossia le modalità espressive socioculturali, i riti e i comportamenti diversi tra culture e religioni; “bereavement” che indica per lo più il periodo doloroso che precede un riadattamento della persona dopo la perdita.

Esistono vari modelli di lettura del processo di elaborazione del lutto, che mostrano come questo determini dei cambiamenti nella percezione di sé (come più forti e resilienti), nella propria filosofia di vita, nella relazione con gli altri; e inoltre un maggior apprezzamento della vita, un cambiamento spirituale. Tutti questi aspetti indicano che c’è stata una crescita definita “post-traumatica”. In altri termini, dopo un evento luttuoso, è possibile che si inneschino una serie di adattamenti dal punto di vista emotivo e cognitivo necessari a dare un senso alla perdita.

Abbiamo voluto, quindi, mettere in luce sia l’aspetto della perdita sia quello della ricostruzione, evidenziando come l’elaborazione del lutto sia una continua altalena di vissuti: nella disperazione vi sono “pause” dal dolore che consentono di attingere a  preziose riserve di energia.

Quindi crescita, in che senso? Umano, spirituale, religioso?

Sicuramente tutti e tre. Lo studio e l’esperienza clinica dei processi di elaborazione normale e patologica del dolore mostrano come coloro che affrontano una perdita significativa inneschino un profondo processo di ristrutturazione personale. Ciò implica la messa in discussione delle proprie credenze e valori, delle rappresentazioni mentali e delle modalità comportamentali. È certamente un processo complesso e influenzato dall’azione di vari fattori, come la tipologia di perdita, le differenze di genere nelle modalità di fronteggiarla e gli stili di attaccamento.
È chiaro che il lutto solleva un’enorme domanda di senso, alla quale l’individuo è chiamato a rispondere rivedendo tutte le sue conoscenze ed esperienze. La ricerca di senso smuove la persona verso la ristrutturazione delle proprie certezze e rappresentazioni relative al mondo, all’esistenza e all’essere con gli altri. È inevitabile che la ricerca di tali risposte elevi l’individuo al piano spirituale e religioso, inteso come l’insieme dei valori che possono orientare e fornire una soluzione al dilemma esistenziale.

Dare un senso alla perdita richiede la scoperta di quelle capacità intuitive, di sensibilità mistica che superino le cristallizzazioni dei dogmatismi, dei pregiudizi religiosi, delle limitazioni mentali e dei fanatismi.
In tal senso, la religione e la fede possono rappresentare un prezioso contenitore degli interrogativi, delle angosce e dei sentimenti di perdita scatenati dalla morte. Le religioni offrono uno spazio per il dialogo sulla e con la morte, spesso ostacolato in altre dimensioni del sociale. Inoltre, qui la domanda di senso relativa alla scomparsa sembra trovare una risposta nelle teorie sull’aldilà, o nella preghiera come strumento di relazione, veicolando l’idea che un legame si mantenga lo stesso. In definitiva, nella spiritualità e nella religione è possibile trovare un luogo sicuro in cui l’animo e il cuore tormentati possono finalmente riposare, trovare pace e risposte.

Nella ricerca sul lutto si parla molto di “continuing bonds”. Un termine che avete usato anche voi. Perché ritenete importante mettere l’accento sui legami che continuano con il defunto?

La brusca interruzione di una relazione con il proprio caro costituisce uno degli aspetti più complessi e traumatici del lutto. Tuttavia l’amore, le fantasie, le aspettative e tutto ciò che è stato investito nella relazione con l’altro sembrano sopravvivere alla morte, per cui potremmo dire che quest’ultima interrompe l’interazione con l’altro, ma non il legame.

Certamente la riorganizzazione del rapporto con il defunto costituisce una tappa importante del processo di elaborazione del lutto. Klass e i suoi collaboratori (1996) hanno proposto una nuova lettura del distacco e della continuità del legame con il defunto. L’autore si propone di spiegare gli intricati processi emotivo-affettivi per cui gli individui costruiscono un forte legame con i defunti.

La presenza e l’intensità del legame con il defunto si indagano attraverso i comportamenti e le esperienze individuali relative alla perdita: ad esempio si verifica quanto sia sentita la presenza del defunto, se ne vengano conservati gli oggetti e quanto si sia attaccati ai ricordi.

Klass distingue due tipologie di legame, il continuing bond esternalizzato e internalizzato. Il primo indica quei processi cognitivi ed emotivi che caratterizzano il rapporto con il defunto, per cui l’individuo si illude che quest’ultimo sia ancora vivo. Ad esempio, la persona può riferire di averne sentito il tocco o di averne ascoltato la voce, oppure di aver immaginato che potesse apparire da un momento all’altro. Tale fattore sarebbe da ricondursi ad un lutto irrisolto, non elaborato. Quello internalizzato, invece, allude ad una relazione con il defunto che è stata interiorizzata, assumendo la valenza di “base sicura”, per cui egli è parte della vita dell’individuo. Ad esempio, quest’ultimo può considerarlo come una guida, un rifugio sicuro, indicando un processo di elaborazione adattivo del lutto. Qui si allude ad una vicinanza mentale ed emotiva, piuttosto che fisica.

Certamente il mantenimento di un legame con il defunto non rappresenta una novità, chiunque può imbattersi in testimonianze a riguardo parlando con persone in lutto. Inoltre, in tutto il mondo si possono riscontrare diversi culti e riti volti ad onorare il rapporto con chi non c’è più, dagli spazi riservati nelle case (piccoli altari votivi) o nelle città (il cimitero delle anime pezzentelle a Napoli),  alle feste in onore dei defunti (il dìa de muertos nella tradizione messicana). Ancor prima delle teorie, dei costrutti scientifici le persone hanno trovato da sole una soluzione all’enigma del “non posso più vederti, ma sento che ci sei”, dimostrando come un legame possa trasformarsi ma non distruggersi.

Definire ed enfatizzare il costrutto del legame che continua consente di restituire una valenza preziosa, ai fini del processo di elaborazione del lutto, a tutti quei tentativi di ridefinire il rapporto con chi non c’è più. Da un punto di vista clinico, ciò fornisce un importante indicatore del lutto “normale”, non complicato e di quello patologico.

Inoltre, avete organizzato un incontro sul tema “Il corpo accusa il lutto”: in quali modi il lutto coinvolge il corpo?

Per introdurre il discorso sul rapporto tra lutto e corpo, si può partire dalla definizione stessa del Disturbo da Lutto Persistente nella quale è specificato che esso si associa ad un aumento dei rischi per la salute, come «i disturbi cardiaci, ipertensione, cancro, deficit immunologici e ridotta qualità della vita», a causa degli elevati livelli di stress ad esso conseguenti.

L’incremento della mortalità sembra essere dovuto allo stato depressivo, al peggioramento dello stato di salute e ad un cambiamento negativo degli stili di vita, delle condizioni economiche e dei legami sociali, in seguito al lutto. Molti studi hanno mostrato le ripercussioni dell’episodio del lutto sulla salute fisica e mentale. Si pensi che dopo la perdita, in particolare durante il primo periodo, è più probabile andare incontro a disabilità, ospedalizzazioni e ad un maggior uso di medicinali. Altre ricerche hanno evidenziato una correlazione tra l’episodio del lutto e un aumento dell’incidenza di cancro e di infezioni sessualmente trasmissibili.

Tra i principali correlati morbosi successivi ad un lutto, si può dedicare un capitolo a parte all’aumento dell’incidenza di malattie cardiovascolari. Ad esempio, uno studio di Mostofsky e colleghi (2012) ha mostrato come chi subisce un lutto abbia il 21% di probabilità in più di subire un attacco cardiaco, il 6% in più durante la settimana che segue la notizia, a causa degli scompensi provocati dallo stress emotivo.

I fattori correlati all’insorgenza di disturbi cardiovascolari dopo il lutto sono la predisposizione ad uno stato protrombotico e le alterazioni della pressione arteriosa, dell’attivazione piastrinica, dei livelli di coagulazione del sangue e di cortisolo (l’ormone dello stress). Quest’ultimo aumenta del 3% e può persistere anche oltre i sei mesi, incrementando il rischio cardiaco e determinando una riduzione della funzione immunitaria, oltre che della qualità di vita. Le modificazioni immunitarie conducono ad una riduzione della risposta delle cellule T-linfociti e delle Natural Killer, accanto ad un aumento dei neutrofili e delle cellule infiammatorie non specifiche. Un altro fattore da indagare è quello relativo alla variazione della frequenza cardiaca, che può incrementare il rischio cardiovascolare.

C’è qualcosa che vorresti ancora dire e che non ti ho chiesto?

Penso sia prezioso sensibilizzare gli operatori medico-sanitari, non solo della salute mentale, all’importanza di acquisire specifiche capacità di tollerare e gestire i problemi riguardanti la morte, il morire e il lutto. In altri termini di sviluppare un’adeguata Death Competence: parlare della morte senza trattarla come un tabù.

Essere competenti rispetto alla morte richiede un alto livello di monitoraggio e autoregolazione emotiva, che assicuri al consulente una tolleranza rispetto alle narrazioni e ai vissuti che emergono dai pazienti, necessaria ai fini dell’efficacia dell’intervento terapeutico. Agli operatori è, dunque, richiesto di accogliere i propri vissuti relativi alla perdita e di integrarli adeguatamente nell’immagine di sé. L’ansia e la paura, correlate alla scarsa maturità dell’operatore nel gestire il tema della morte, possono costituire un ostacolo all’interazione con il paziente.

A tal proposito, si pensi all’importanza per il medico di acquisire delle competenze specifiche nell’ambito della comunicazione delle cattive notizie (breaking bad news). Quest’ultima conduce i familiari e i caregiver verso la presa di coscienza di un evento potenzialmente destabilizzante. Il percorso di elaborazione del lutto e la ridefinizione del legame con il morente hanno inizio nel momento in cui si riceve la comunicazione della diagnosi infausta. Per cui è fondamentale curare le strategie comunicative della diagnosi e non lasciarla ad improvvisazioni creative del momento.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/02/Duy-Huynh_Synchronicity_dw-1-e1581673687799.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-02-14 10:52:592020-02-14 10:52:59Lutto e crescita, intervista a Giuliano Grossi, di Marina Sozzi

“Dovevi fare scudo al gufo con la tua macchina!”: i commenti sui profili social dei morti di Davide Sisto

25 Novembre 2019/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da diversi anni osservo con attenzione, da studioso della Digital Death, i comportamenti degli utenti di Facebook all’interno dei profili di persone a loro sconosciute, il cui nome e cognome è però menzionato sui quotidiani a causa di una sopraggiunta morte violenta. Tra le tante novità apportate dall’utilizzo quotidiano dei social network vi è, infatti, quella di poter entrare nella “casa virtuale” di tutti coloro che, per un motivo o per un altro, finiscono sotto i riflettori dei mass media. Nei casi di una morte violenta, conseguenza di un efferato fatto di cronaca nera, si materializza solitamente sugli schermi dei nostri computer e smartphone la famosa scena finale del film “Bianco, rosso e verdone” di Carlo Verdone: morta la nonna di Mimmo all’interno di una cabina elettorale, le persone presenti in loco, invece di rispettarne la morte, litigano rumorosamente tra loro a proposito della validità del voto che la donna ha espresso prima del suo ultimo respiro. Mentre Mimmo piange e chiede silenzio.

Su Facebook succede più o meno lo stesso. Un esempio per tutti. A metà gennaio 2019 i quotidiani nazionali riportano la notizia della morte di una donna ventenne, travolta da un’automobile mentre tentava di aiutare un gufo in difficoltà. Il suo profilo Facebook è stato immediatamente invaso: a) da coloro che hanno sentito il bisogno di esprimere il proprio dolore, scrivendo il classico “R.I.P.” sotto una fotografia della defunta; b) dagli animalisti che hanno attribuito alla donna un ruolo eroico: ha sacrificato la sua vita per aiutare un animale in difficoltà; c) da coloro che hanno offeso la donna, che ha sacrificato la sua vita per un futile motivo, aiutare un animale in difficoltà. Ne è derivato un duraturo scambio di insulti tra la categoria b) e la categoria c), il quale ha implicato poi l’intervento – con un’altra serie di insulti – di coloro che hanno reputato incivile litigare sul profilo di una donna morta. La cosa deprimente è che nessuno di questi aveva conosciuto la vittima, e nessuno ha pensato al dolore provato dai genitori, dal fidanzato e dagli amici.

Questo è un comportamento che si reitera ogniqualvolta ha luogo un fatto di cronaca nera. C’è chi scrive, sempre sul profilo del morto, che ora è “un angelo in Paradiso” e c’è, ovviamente, chi risponde stizzito: “che ne sai se esiste veramente il Paradiso?” C’è chi, nel caso di un omicidio, elucubra pubblicamente – in uno spazio virtuale non suo – sulle modalità con cui il carnefice ha ucciso la vittima. Ci sono quelli che litigano sul presunto comportamento incauto del morto, se la fine della sua vita è legata – per esempio – a un incidente stradale. Centinaia sono state, a questo proposito, le condivisioni del video che due ragazzi italiani hanno realizzato in automobile, prima di morire in un incidente dovuto all’eccessiva velocità. Condivisioni accompagnate da sfottò, rimproveri o insulti.

Come ho detto all’inizio, queste abitudini non sono certo prerogativa esclusiva dei social network. Nella dimensione offline succede più o meno lo stesso. La differenza fondamentale è, però, la seguente: su Facebook tutte le parole e le opinioni personali vengono registrate a tempo indeterminato all’interno di uno spazio privato, anche nel caso in cui l’utente abbia scelto la privacy pubblica per le proprie condivisioni. E quelle registrazioni sortiscono un effetto deleterio su chi sta soffrendo la perdita improvvisa di una persona amata. Violano con superficialità la privacy del dolente, che si ritrova a dover sopportare l’offesa e il giudizio che persone sconosciute manifestano in maniera arbitraria nei confronti della vittima.

Occorrerebbe, pertanto, limitare il proprio perverso desiderio di partecipazione a un evento che non ci riguarda in prima persona, ricordando che la dimensione online e quella offline non sono separate. Soprattutto, sarebbe necessario porre a se stessi la domanda seguente: come mi sentirei se decine o centinaia di sconosciuti entrassero nel profilo social di mio figlio, morto all’improvviso, per esprimere giudizi a caso mentre io sto piangendo la sua inaspettata perdita? In altre parole, la convivenza all’interno dei social network implica una presa di coscienza sui comportamenti da adottare e da evitare in circostanze come quelle descritte. A mio modo di vedere, se proprio si sente la necessità insopprimibile di partecipare a un evento luttuoso, occorre limitarsi a esprimere le proprie condoglianze, evitando commenti e discussioni con altri utenti in merito a quanto è accaduto.

Ciò che più conta è non aggiungere inutile dolore a quello già provato da chi sta soffrendo e, dunque, ricordare che ci si può mettere in disparte e che non è fondamentale “partecipare” se non si è chiamati in causa. Questi pensieri, che sono banali e sorgono spontanei, vanno evidenziati perché sembrano sfuggire a centinaia di persone incapaci di utilizzare con raziocinio gli strumenti digitali.

Quali sono le vostre esperienze a riguardo? Attendiamo, come sempre, le vostre opinioni.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/11/Depositphotos_30625095_s-2019-e1574678517942.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-11-25 11:57:002019-11-25 11:57:00“Dovevi fare scudo al gufo con la tua macchina!”: i commenti sui profili social dei morti di Davide Sisto

Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità, di Davide Sisto

30 Maggio 2019/17 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Al termine di una lezione sulla morte digitale che ho tenuto a un corso di Psicologia, uno studente mi si avvicina per chiedermi un parere a proposito di un tipo di lutto molto specifico: quello per la perdita di una parte della propria identità. Chiedo allo studente di spiegarmi meglio cosa intende. E lui mi risponde dicendo che sta pensando a quelle situazioni traumatiche, o semplicemente dolorose, che ci spingono a cambiare noi stessi radicalmente. A far morire per necessità un lato della nostra personalità e, di conseguenza, a svilupparne altri inediti, ritrovandoci, però, nella condizione di soffrire per la mancanza di ciò che non siamo più e che mai più saremo.

Ovviamente, è una riflessione tanto profonda da un punto di vista emotivo quanto complessa da un punto di vista psicologico. Non è un caso che provenga da uno studente di Psicologia. Resta il fatto che mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare nel corso del tempo. In effetti, il ragionamento sembra più astratto di quanto lo sia in realtà. Decidere, più o meno consapevolmente, di lasciar morire – o addirittura di uccidere – una parte della nostra identità è la conseguenza tipica di un’esperienza dolorosa che ci obbliga, per la nostra sopravvivenza, a un sacrificio e a un cambiamento.

Questa esperienza dolorosa è di solito legata a una fine non voluta, magari legata alla morte di una persona amata o a una relazione sentimentale conclusasi male. Ma può anche essere riferita a un malessere riguardante specifiche situazioni esistenziali, le quali devono essere superate e, in parte, rimosse per il nostro benessere psicofisico. Credo che ognuno di noi, nel momento in cui ha avuto luogo uno shock o una delusione, si sia trovato nella necessità di dover sviluppare determinate prerogative della propria personalità, lasciandone sullo sfondo altre. Fa parte dei percorsi di crescita ed è anche il frutto di quella disillusione che, purtroppo, non lascia indenne nessuno a causa degli insuccessi e dei rimpianti con cui – prima o poi – tutti scendiamo a patti.

È interessante, tuttavia, soffermarsi sul lutto che si prova per una parte di noi seppellita. Non si tratta di un lutto metaforico. Ogni fine, di una vita o di una relazione sentimentale, produce contemporaneamente la conclusione di un intero mondo. Il mondo che riguardava il nostro legame unico e irripetibile con l’altro. Siamo abituati a dare una definizione univoca alla nostra identità, ma in realtà ciascuno di noi ha tante identità quanti sono i rapporti che sviluppa nella società. Difficilmente si è uguali con tutti gli interlocutori. Non si tratta di ipocrisia, ma di un normale adattamento della nostra personalità all’esigenza particolare (un partner lavorativo è diverso da uno sentimentale) o alle caratteristiche dell’altra persona (c’è chi è permaloso, chi non si prende sul serio, chi è iroso, ecc.). Tale adattamento è ancor più marcato quando l’intimità aumenta. Ed è ovvio che la fine del rapporto con l’altro si porti via tutto ciò che abbiamo creato insieme, compreso il nostro modo di stare con lui. Ciò avviene il più delle volte contro la nostra volontà. E qui si genera il lutto: l’impossibilità di ritrovare quel noi che è morto con colui che amavamo, quindi l’impossibilità di recuperare l’intero mondo terminato.

Questo è, d’altronde, il meccanismo tipico a fondamento della nostalgia per un tempo che, essendo passato, non tornerà più e che, proprio perché passato, ci sembra preferibile rispetto al tempo che verrà.

La chiave di lettura per l’elaborazione di questo particolare lutto è nell’ultimo concetto espresso. Dobbiamo, cioè, prendere coscienza che ciò che è finito non tornerà più e che ciò che verrà sarà, forse, migliore o comunque non meno importante. Riscoprire la dimensione del futuro come antidoto dell’immobilismo nostalgico provocato dalla morte. Prendiamo il caso, sempre più frequente, dell’anziano che, dopo cinquanta-sessanta anni di matrimonio, resta vedevo. Si ritrova negli ultimi anni della sua vita a fare un’esperienza che praticamente ha vissuto soltanto quando era molto giovane. I figli, il più delle volte, temono che non ce la possa fare. Ma non capita di rado che proprio questa nuova identità da “indossare” sia per l’anziano un modo per crearsi una vita differente, sperimentando ciò che mai avrebbe immaginato. A proposito, consiglio il libro “Fissando il Sole” di Irvin Yalom, in cui racconta proprio una rinascita derivante dalla morte di una parte di sé.

Alla fine, credo che l’unico modo per elaborare il lutto per la perdita di una parte di sé consista nel tentare di guardare il meno possibile al passato, attribuendo un valore superiore a ciò che sta innanzi. Ogni giorno può essere l’occasione giusta per rinascere e, dunque, per comprendere che la morte dell’altro conclude, sì, tutto un nostro mondo ma può anche aprirne un altro, che non è detto sia meno luminoso.

E voi cosa ne pensate? Vi è accaduto di avere l’acuta consapevolezza di aver perso una parte di voi?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/05/Depositphotos_21277201_s-2019-e1559208827711.jpg 265 300 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-05-30 11:35:482019-05-30 11:35:48Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità, di Davide Sisto

Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

22 Aprile 2019/19 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Può la perdita del proprio amato trasformarsi in una forma di rinascita? A prescindere dal credo religioso, dal tipo di unione, matrimonio o coppia di fatto (ancora da normare in molti comuni italiani), che cosa significa perdere la propria dolce metà?Un incontro inaspettato con Luke, uno straniero di mezza età in visita a Torino di recente, continua a echeggiare con le sue parole: Riavviare, ripristinare e resettare. La lista degli input potrebbe proseguire, ma per Luke l’elenco si ferma a Rinascimento. Luke ha deciso di trasferirsi e reiniziare la sua vita proprio in Italia, culla della rinascita umanistica. Il blog Si può dire morte diventa un’occasione per osservare il tema della morte tenendo in considerazione il melting-pot culturale, ossia la cultura di provenienza o di adozione; il dolore della separazione dal punto di vista di una coppia omosessuale attraverso le parole di ‘Un americano a Roma’. Dopo 23 anni trascorsi con Darin, il marito di Luke morto a causa di un tumore nel 2018, Luke ha deciso di riscrivere la storia della sua vita. Si tratta di un passaggio, che dal biologico (la morte del corpo) diventa biografico. Il suo viaggio è iniziato con un biglietto di sola andata Los Angeles-Roma ed é in-progress nel suo blog The Spaghetti Diaries (Claudio Cravero)

La mia storia di perdita non è unica rispetto al lutto di chiunque altro perda una persona cara. Ciò che potrei considerare unico é l’insieme delle scelte che sto facendo non solo per affrontare il dolore, ma per dare una risposta alla domanda esistenziale che, dalla notte dei tempi, l’essere umano si pone costantemente: “Dove sto andando?”.

Quando subiamo una perdita traumatica, tra queste la morte del proprio compagno, credo sorga spontaneo interrogarsi sul senso di quanto successo e cercarne un significato. Qual è stata la ragione della fine? Che cosa tutto questo ha a che fare con me? Che cosa la morte mi insegna e quale lezione posso imparare da qui in poi?

Dopo la morte di mio marito nel 2018, la mia passione per i viaggi, il desiderio di conoscere culture e persone diverse, unite al mio amore per l’Italia, nonché paese di mio nonno, sono stati di conforto per aiutarmi a scoprire ciò che la vita aveva in serbo per me. La vita di un essere umano non può fermarsi all’esperienza biologica della morte del proprio amato, per quanto lacerante questa possa essere. Credo che il mondo non sia che un piccolo punto, a prescindere dalle dimensione esplorabile del nostro pianeta, rispetto alla grandezza della vita stessa. Adesso più di prima, quindi, la sperimentazione del viaggio e la mia destinazione.

Inizialmente, ho anch’io opposto resistenza ad una possibile fase di rinascita biografica. Per resistenza, intendo il desiderio di non voler cambiare nulla e lasciare tutto esattamente com’era prima che mio marito morisse. Questo avrebbe significato tentare di replicare una vita di fatto non replicabile. La mia resistenza, quindi, era nei confronti di una vita vista in prospettiva. L’aspetto retrospettivo della resistenza, al contrario, mi permetteva solo di stare nel dolore per averne un’esperienza profonda. Ma questo atteggiamento non mi aiutava a uscirne, a guarire. Ho ritrovato questa attitudine più e più volte anche mentre frequentavo gruppi cosiddetti ‘del dolore’. Il mio centro a Palm Desert, in California,  è stato il primo luogo nel quale ho iniziato a dare una forma collettiva e diversa al dolore. Sebbene abbia trovato conforto nel raccontare la mia storia personale e il mio rapporto con la morte, ho visto molte altre persone del centro stagnare e opporre resistenza al cambiamento di prospettiva: non riuscivano a vedere la loro perdita da un’altra angolazione.

Ho ascoltato storie di persone che combattevano da anni contro il proprio dolore, e cercavano continuamente di riconnettersi con quel punto nel quale la morte le aveva separate dai loro cari. Non credo che il tempo guarisca le ferite, come comunemente si è soliti rincuorarci. Il dolore non diminuisce nel corso del tempo. Quello che cambia è l’atteggiamento rispetto alle possibilità di una vita più ampia, proprio lì, al di là del dolore. Il dolore è una forma di crescita per permettere alla vita di chi resta di espandersi. In un certo senso, la nostra biografia si amplifica proporzionalmente allo spazio che decidiamo di dare alla vita stessa, sperimentando così una trasformazione del dolore in qualcosa di più grande e inaspettato. Ho così compreso che l’espansione della mia biografia fosse l’unica opzione per vivere una vita ‘con’ e non ‘senza’.

Con la morte di Darin ho deciso di salutare 30 anni incredibili e colmi di ricordi in California, donando e vendendo quanto possedevo. Al tempo stesso, ho espresso quanta gratitudine possibile rispetto a quanto ricevuto sino ad allora e sono ripartito dalla mia esperienza per creare un nuovo e più profondo valore per la mia stessa esistenza. In questa direzione, il cambiamento ha corrisposto alla mia comprensione, fisica, emotiva ed intellettuale, di una vita da vivere in modo più autentico e profondo, volta alla creazione di valore – ovunque mi trovi.

Essendo italo-americano, sebbene cresciuto negli Stati Uniti, le mie esperienze familiari mi facevano pensare che dopo la morte del proprio coniuge si dovesse convivere con il lutto per il resto della vita, definendo un prima (con) e un dopo (senza); due tempi precisi ma in ogni caso riempiti e definiti dalla perdita. Nonostante i cambiamenti culturali in corso, mi sono scontrato con abitudini sociali alle quali non avevo mai prestato attenzione prima. Ad esempio, non mi ero mai accorto di quanto siamo propensi a catalogare e classificare il nostro status con etichette. Dopo la morte di Darin, mi sentivo continuamente chiamare ‘vedovo’.  Confesso che, a 47 anni, ho rifiutato questa definizione, poiché sarebbe rimasta tale a meno che non mi fossi risposato. È vero, di fatto sono vedovo, ma questa classificazione mi rimanda sempre e solo alla situazione dell’“assenza” di mio marito.

Inoltre, in una relazione gay, credo che l’etichetta ‘vedovo’ porti con sé ulteriori complicazioni ancora da sciogliere. Sebbene i diritti delle coppie omosessuali siano avanzati in modo significativo nell’ultimo decennio, solo ora si inizia a sentire parlare di ‘vedovi’o ‘vedove’ tra le coppie dello stesso sesso. A livello socio-culturale, anche questo aspetto diventerà inevitabilmente sempre più comune e mi auguro che presto sia affrontato anche a livello politico e civile. Infatti, mi sento ancora chiedere come sia morto il mio ‘amico’.

La perdita di un amico è una cosa, la perdita del tuo compagno o della tua compagna é ben altra. Quindi rispondo in genere che “ho perso il compagno di una vita, non ho perso un amico”. Mi sembra ci sia ancora molta confusione in questo senso. Il diritto al lutto del proprio amato è lo stesso a prescindere dalla sessualità dei partner.

Durante questo processo iniziato con la morte di Darin, ho trovato che la scrittura sia a pieno titolo una forma di terapia. Ora capisco perché gli scrittori scrivono, quasi come mossi da un’urgenza comunicativa. Anche se non so ancora dove il mio blog The Spaghetti Diaries mi porterà nei prossimi mesi, vorrei che le persone che leggono i miei post capissero l’importanza delle scelte che facciamo per la nostra vita, indipendentemente dalle circostanze. La mortalità, si sa, é un aspetto della vita, ma la morte del tuo amato non è la morte di te. È, anzi, lo stimolo per ripartire e continuare a cercare il proprio scopo, il più grande possibile.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/04/Depositphotos_15773729_s-2019-e1555854337192.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-04-22 16:06:562019-04-22 16:06:56Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

Lutto ed emergenza: intervista al dottor Marco Lesca, di Serena Corongi

5 Febbraio 2019/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Marco Lesca, medico d’emergenza che lavora da anni sul territorio piemontese sia presso la centrale operativa 118, sia in ambulanza, per chiedergli come affronta il lutto durante un’emergenza sanitaria. Il dottor Lesca ci ha raccontato la sua esperienza a titolo personale e non rappresenta il Sistema 118.
Per chi non conoscesse il Sistema 118 (raggiungibile in Piemonte con il numero unico 112) stiamo parlando di un sistema complesso che supporta il cittadino nelle situazioni di urgenza. Quando componiamo il numero, l’operatore che ci risponde (un infermiere), in collaborazione con un medico della centrale, ha il compito di comprendere l’accaduto, sostenerci psicologicamente e inviarci l’ambulanza più adatta. Il dott. Lesca, quando lavora in ambulanza, collabora con infermieri e soccorritori.

Da anni lavora in emergenza e affronta quotidianamente il lutto, ci racconta la sua esperienza? Cosa la mette più in difficoltà? Vedere il lutto e il dolore dei parenti è faticoso e lo stress che viviamo, soprattutto quando siamo in centrale operativa e ci occupiamo di supportare al telefono le persone in emergenza sanitaria, è molto elevato.
L’esperienza mi porta ad affrontare il lutto in modi differenti. In emergenza infatti ci occupiamo di malattia, trauma, infarto, ictus, ostruzione delle vie aeree e tutte le cause che possono portare una persona al decesso. Ci confrontiamo con la morte di neonati o di bambini così come con quella di adulti e di anziani. In molti casi la nostra paura non è solo la possibile morte, ma anche i danni celebrali che possono essere riportati dai pazienti, in modo particolare dai bambini. Questi ultimi vengono spesso trasportati in ospedale per togliere il dolore dagli occhi dei genitori. Alcuni miei colleghi distinguono tra la morte attesa e la morte non prevista, mentre la mia esperienza mi porta a credere che i parenti non siano mai preparati al lutto e quindi personalmente non credo in tale distinzione. Esiste una differenza tra la costatazione di un decesso e una rianimazione: nel primo caso non trattiamo il paziente, ci occupiamo di decretarne la morte e di supportare la famiglia, nel secondo caso invece procediamo per tentare di far ripartire la complessa macchina che è il corpo umano. Infine, c’è il lutto dovuto al suicidio, uno tra i più destabilizzanti per i familiari. In questo caso chiediamo l’intervento degli Spes, le squadre psicologiche di emergenza sociale, per sostenere i congiunti.
L’emozione che si prova di fronte alla morte è molto violenta. I parenti soffrono e piangono per la persona che li ha lasciati o che li sta per lasciare. Davanti a questa sofferenza io da medico provo una forte sensazione di impotenza.
Spesso le persone vedono i medici come onnipotenti e ci chiedono di “salvare” i loro cari in ogni modo e da ogni male. Siamo noi a sentirci e ad essere consapevoli di essere impotenti, e la responsabilità che percepiamo e che ci viene data è per noi fonte di grande stress. In alcuni casi piangiamo a seguito di un servizio, ma mai davanti ai parenti. Per questo motivo nel corso degli anni è stato inserito un sostegno psicologico per i medici e gli infermieri che ne fanno richiesta, ma non è raggiungibile a tutte le ore e spesso prima di avere un colloquio siamo costretti ad attendere settimane.

Come ha acquisito le competenze comunicative per affrontare il lutto con i parenti?
Purtroppo non abbiamo una formazione specifica che ci permetta di affrontare il lutto al meglio. Negli anni ho compreso che ciò che mi spaventa nel vedere la morte è la certezza che prima o poi morirò anche io. Un buon medico deve fare i conti con la propria morte per stare accanto a chi perde qualcuno e a chi sta per morire, ma anche per non essere schiacciato dalla sensazione d’impotenza di cui parlavo prima.
Ho imparato a comunicare grazie all’esperienza e ai racconti dei miei colleghi. Da anni ci tramandiamo e raccontiamo gli interventi che facciamo e le best practices, comprese le strategie per comunicare nel miglior modo con i pazienti e i parenti e i modi per gestire le emozioni che viviamo.
Ho imparato che con i familiari e i pazienti bisogna comunicare come si fa con i bambini, senza dare la possibilità di fraintendimenti, e che è necessario, soprattutto in caso di rianimazione, dare frequenti resoconti del nostro operato, per permettere alle persone di comprendere cosa sta accadendo in tempo reale. Ho lavorato molto anche sul mio tono di voce, fondamentale soprattutto nel supporto telefonico.
Spesso i parenti ci chiedono di assistere alla rianimazione, e in alcuni casi filmano gli ultimi momenti di vita del loro caro. Io non mi oppongo mai a queste pratiche e rispetto il loro bisogno, il bisogno di vedere la morte e di ricordare l’evento. Altre volte ci chiedono di portare via il corpo del defunto e ci raccontano la loro difficoltà nel restare nella stanza o nel dormire nel letto dove è deceduta la persona cara.

Come affronta con se stesso il lutto? Cosa si porta a casa?
Mi porto a casa tutto, mi ricordo di tutti gli interventi in cui ho aiutato le famiglie in lutto. All’inizio della mia carriera li raccontavo a mia moglie, poi ho capito che non era giusto coinvolgerla. Quindi parlo solo con i colleghi e alcune volte faccio fatica a comunicare anche con loro. Anche se non è facile, la condivisione tra colleghi è fondamentale.
Ritengo che noi medici di emergenza avremmo bisogno di più sostegno e di una formazione più specifica per poter fare meglio il nostro lavoro.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/02/superhero-2503808__480-e1549304568228.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-02-05 09:33:392019-02-05 09:33:39Lutto ed emergenza: intervista al dottor Marco Lesca, di Serena Corongi

Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

17 Gennaio 2019/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Come hai deciso di diventare cerimoniere al tempio crematorio di Torino?

Non è stata una vera e propria decisione. Direi più semplicemente che è successo, in modo del tutto casuale e inaspettato. Verso la fine del 2013 un caro amico – ai tempi impiegato alla Socrem come cerimoniere – mi chiese se fossi disposto a sostituirlo, visto che stava progettando di trasferirsi all’estero per motivi familiari. La sua decisione di andarsene era stata piuttosto improvvisa, e c’era questo posto vacante da coprire con una certa urgenza. Io avevo appena concluso, in modo non del tutto indolore, quel genere di iter universitario all’insegna della precarietà più disperata che dottorandi e assegnisti di ricerca purtroppo conoscono bene, e l’idea di tentare nuovi percorsi non mi dispiaceva. Il mio curriculum era abbastanza in linea con il profilo richiesto perché, fra le altre cose, durante gli anni universitari mi ero occupato di tanatologia e avevo discusso una tesi di dottorato sugli eufemismi luttuosi. Inoltre mi trascinavo dietro un discreto bagaglio di cultura generale e avevo anche una certa esperienza nell’ambito della lettura performativa. Qualche giorno dopo l’invio del curriculum, l’allora direttore del tempio di corso Novara mi contattò per un incontro conoscitivo. Probabilmente il colloquio andò bene perché di lì a poco mi richiamò proponendo di dare inizio al percorso formativo. Da allora sono passati cinque anni, e ancora non mi hanno cacciato.

Che cosa significa avere a che fare ogni giorno con il dolore e il lutto degli altri? Hai messo in atto qualche strategia per gestire questo difficile e delicato compito nella tua vita?

L’altrui dolore è una materia oscura e delicata, difficilissima da manovrare. Non la conosci, puoi solo intuirne le forme, entrare in contatto con il suo riverbero. Il tuo compito, come cerimoniere, è quello di gestire questa massa fluida senza appropriartene, sfiorandola appena, tentando l’intricatissima impresa di entrarvi dentro senza toccarla e soprattutto senza farti toccare. È un po’ come infiltrarsi in una grande bolla di sapone, restare lì dentro il tempo che serve, per poi uscire fuori con estrema cautela, in punta di piedi, evitando di farla scoppiare. All’inizio è arduo, il pericolo di lasciarsi coinvolgere è sempre dietro l’angolo. Ricordo che nei primi tempi l’idea di gestire cerimonie per bambini mi atterriva. Poi, un passo alla volta, impari a fare ordine, a collocare le cose nel posto giusto, soprattutto ad affinare la consapevolezza che un ruolo del genere impone disciplina, lucidità e un profondo autocontrollo. Ogni cerimoniere ha le sue strategie per evitare che il dolore degli altri lo colpisca, non esiste una regola, è tutto molto soggettivo. Certo non siamo macchine, non sono rari i casi in cui cerimonie particolarmente intense lasciano il segno. A volte si fatica perfino a trattenere le lacrime. Direi che il modo migliore per imparare a gestire gli aspetti più disturbanti sia quello di instaurare un dialogo continuo con gli altri cerimonieri, gli aiuto cerimonieri, i cremazionisti, gli operatori del settore, e così via. Parlare, raccontarsi, dedicare tempo al confronto con le esperienze emotive di chi osserva gli eventi dalla tua stessa prospettiva, è davvero molto importante. Così come è utilissimo ritagliarsi spazi per scherzare e prendersi in giro. Sembra brutto dirlo, ma se non trovassimo il modo di ridere ogni tanto fra un funerale e l’altro sarebbe tutto più difficile.

Il tuo è un punto di osservazione fondamentale per capire come le persone partecipino al lutto degli altri, per lo meno nella fase dei riti di morte. C’è qualcosa che hai osservato e che ti sembra importante comunicare?

Ogni giorno assisto agli effetti che il trauma della mutazione provoca nei dolenti. L’aspetto che mi colpisce sempre è il disorientamento dei superstiti di fronte al fatto che dentro quel feretro c’è un corpo e che quel corpo sta per diventare polvere. Sono convinto – lo sottolineo spesso – che il vero dramma non stia tanto nei dubbi su cosa succeda dopo la fine, ma nel senso di smarrimento che si prova al cospetto di un cadavere. Una delle domande che i partecipanti al rito funebre mi rivolgono con maggiore frequenza è se il defunto proverà dolore nel momento in cui verrà consumato dalle fiamme. Questo cruccio – molto più diffuso di quanto non si possa credere – restituisce bene la misura di quanto, per la nostra cultura, il corpo sia ancora una cosa viva anche quando smette di respirare. Anche il più devoto fra i credenti su questo terreno crolla, autodenunciando così, più o meno consapevolmente, un gigantesco irrisolto. Per spiegare meglio questo aspetto, che ritengo cruciale, uso spesso quello che chiamo il gioco del sassolino. Ecco, immaginiamo un mondo in cui il decesso di un uomo non preveda il progressivo disgregarsi dei tessuti biologici, ma l’immediata trasformazione in sasso, come un chicco di mais che diventa pop corn. Puff, ecco, signori: questa è la morte. Quali scenari aprirebbe una prospettiva del genere? Dal punto di vista dell’elaborazione del lutto, ne sono convinto, un ribaltamento completo. Il peso dell’evento traumatico si scaricherebbe in modo decisivo. Sicuramente affideremmo all’entità sasso un valore meno trascurabile, questo sì, il che consentirebbe l’apertura a nuovi orizzonti rituali. Immagino tasche piene di antenati da portare a spasso, e giardinetti pubblici lastricati di defunti irriconoscibili. Ma penso che non ci farebbero così tanta paura. Né loro, né la morte in sé.

È cambiato il tuo rapporto con la vita e con la morte da quando fai questo lavoro?

Apparirà scontato, ma quando la morte e i suoi effetti entrano a far parte della tua quotidianità, la consapevolezza di quanto la nostra esistenza sia appesa a un filo davvero sottile diventa lampante. È un costante memento mori che ti costringe a riflettere sul senso delle tue azioni, sul valore del tempo, sull’importanza di vivere ogni istante sapendo che potrebbe essere l’ultimo. Non solo l’ultimo tuo, naturalmente, ma l’ultimo delle persone che ami: amici, genitori, figli. Mi considero un agnostico orientato all’ateismo, non credo nell’aldilà, nella resurrezione dei corpi, nelle rassicuranti fantasie promesse dalle religioni, quindi il pensiero della mia morte non mi procura alcun senso di angoscia. Temo più la prospettiva di una malattia dolorosa, o dell’invalidità, e l’eventualità di andarmene prima che i miei figli diventino adulti. Inoltre trovo problematico gestire la prospettiva di una perdita irrimediabile, perché se muore qualcuno che ami, per come la vedo io, non avrai mai più occasione di incontrarlo. Allo stesso tempo avere familiarità con la morte ti aiuta a comprendere quanto sia importante ricondurla a una dimensione naturale, direi perfino ovvia. Fa parte di noi, confinarla nel nebuloso territorio degli spauracchi non ci aiuta a vivere meglio. Così come non ritengo sano vivere nell’ansia di essere dimenticati, perché a pensarci bene è proprio questo l’aspetto della morte che più atterrisce, l’idea di sparire per sempre. Eppure niente è eterno, non lo è il mondo, non lo è l’universo, non lo siamo noi. Che ci piaccia o no, siamo destinati all’oblio, forse l’unica strada percorribile per risolvere i nostri problemi con la Nera Signora è educarci a dialogare con il valore della dimenticanza. Per quanto mi riguarda, spero che quando morirò mi dimentichino in fretta. Faccio mia una frase di Montaigne che negli Essais scriveva: «Desidero che si agiscano e si allunghino gli affari della vita finché si può, e che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli, ma noncurante di essa e ancor più del mio giardino non terminato». Ecco, lavorare al tempio crematorio mi ha aiutato a comprendere meglio il significato di queste preziose parole.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/01/IMG_3012-e1547663691702.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-01-17 09:07:562019-01-17 09:07:56Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi

14 Dicembre 2018/11 Commenti/in Aiuto al lutto, Riflessioni/da sipuodiremorte

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna. La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta.  C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.

La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese. Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

Cosa ne pensate? Vi è capitato di sentirvi particolarmente soli dopo una perdita? Avreste desiderato maggiore vicinanza dai vostri familiari o amici? Utilizzate molto i social network per fare le condoglianze? E per parlare del vostro lutto?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/12/donna-con-bambina-copia-e1544721271905.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-12-14 10:25:262018-12-14 10:25:26A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi

La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

25 Settembre 2018/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Come molti dei lettori di questo blog hanno senz’altro visto, il libro La morte si fa social di Davide Sisto, appena uscito per Bollati Boringhieri, sta avendo una grande quantità di recensioni. Ho voluto quindi rivolgergli qualche domanda un po’ più approfondita rispetto alla stampa generica: dato che la dimensione virtuale assorbe molto tempo nella nostra cultura, non possiamo più ignorare che cosa accade online a proposito della morte.

La riflessione che hai condotto sulle caratteristiche che assume la morte nel web (in vari e complessi modi) è molto innovativa, soprattutto in Italia. In che misura secondo te il modo di trattare la morte sul web è specchio dell’atteggiamento della nostra cultura offline, e in che misura invece si possono rilevare online nuovi e diversi orientamenti?

Le attuali tecnologie digitali registrano, dunque rendono visibili, i comportamenti che segnano comunemente lo spazio pubblico in cui viviamo. Pertanto, l’onnipresenza della morte nel web – soprattutto, le registrazioni audiovisive di omicidi, suicidi e morti in diretta – mette dinanzi ai nostri occhi quella spettacolarizzazione del morire che è la conseguenza prima della sua rimozione sociale e culturale. Noi, in altre parole, guardiamo quei video su YouTube come se fossero dei film. La differenza fondamentale emerge, secondo me, negli spazi interattivi, come i social network: il fatto che la morte sia così presente all’interno di luoghi adibiti a creare perlopiù amicizie e relazioni sentimentali mette le persone dinanzi alla realtà della morte. La presenza dei profili dei morti su Facebook, il più grande cimitero che vi sia al mondo, e la condivisione pubblica delle malattie tumorali da parte di giovani Youtuber registrano visivamente la morte. La vediamo, come non siamo più abituati a farlo offline. Se, pertanto, utilizziamo questa opportunità per educare le persone tanto a un uso corretto del web quanto a comprendere il ruolo della morte nella vita, allora forse il web diventa uno strumento per guardare la morte e il suo legame con la vita in modo diverso rispetto agli ultimi decenni.

Questo libro sta avendo molto successo, segno che il tema della morte interessa e che, se coniugata con il mondo digitale, incuriosisce ancora di più. Nel tuo libro parli di Death Education, immaginando che possa aver luogo online. Oltre a questo blog (che spero possa stare nel novero delle fonti di educazione alla morte) mi fai qualche altro esempio di fonte a disposizione di molti, in grado di modificare la mentalità ?

Il primo esempio che mi viene in mente è “La Cura” (http://la-cura.it/) di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico. Scoperto di avere un tumore al cervello, Iaconesi – che è un ingegnere robotico e un hacker – mette online la propria cartella clinica e chiede al mondo intero di partecipare alla sua cura. Crea, cito le sue parole, “una cura partecipativa open source per il cancro”. Rispondono milioni di persone da tutto il mondo – artisti, ricercatori, medici, ecc. – portando un loro personale contributo. Questo tipo di esperimento, che ha permesso la guarigione di Iaconesi, ha creato una autentica comunità attorno al malato di tumore, facendolo uscire dall’isolamento sociale in cui troppo spesso si ritrova. Un altro esempio è quello delle “cancer vlogger”, ragazze che pubblicano quotidianamente video su YouTube o Facebook in cui parlano della loro malattia a milioni di spettatori. Molti studiosi sostengono che questo fenomeno sia utile per ripensare il rapporto tra salute e malattia, vita e morte. Nel nostro blog abbiamo parlato qualche anno fa del sito “Soli ma insieme” (http://www.solimainsieme.it/), che offre strumenti significativi per bambini e ragazzi in lutto. Per quanto riguarda più specificamente la Death Education, nelle scuole, negli ospedali e nelle Università inglesi e americane sono utilizzate le forme di elaborazione collettiva del lutto su Facebook come occasioni per discutere della morte. Stacey Pitsillides, ideatrice del sito “Digital Death” (www.digitaldeath.eu), è un esempio di ricercatrice che utilizza la presenza della morte nei social network all’interno di progetti universitari interdisciplinari che mettono in dialogo le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Sarebbe interessante farlo pure in Italia.

Nel libro parli spesso di consolazione delle persone che hanno subito una perdita. Consolazione che si può cercare in siti che propongono avatar del defunto e spettri digitali; ma anche nelle interazioni su Facebook a proposito della morte dell’amato; o perfino nell’invio di messaggi Whatsapp al morto. La psicologia ci insegna però che il dolente ha bisogno, prima di tutto, di prendere coscienza della morte del proprio caro. Tutti questi sostituti virtuali del morto non rischiano di rallentare il processo di elaborazione del lutto?

Il rischio è tangibile. Da una parte, i cosiddetti “griefbot”, per mezzo dei quali è possibile continuare a dialogare con i morti, rappresentano chiaramente la non accettazione della perdita e del distacco. Sono la conseguenza del tentativo di tenere stretto a sé digitalmente chi non potrà più esserci fisicamente. Dall’altra, la presenza dei profili dei morti su Facebook e su WhatsApp può mantenere vivo a tempo indeterminato il dolore in un genitore che ha perso il figlio. Va però anche detto che tutti questi mezzi digitali offrono alle persone la possibilità di continuare a tenere stretta a sé una quantità inimmaginabile di ricordi e di narrazioni del defunto. E questo, nei casi in cui il lutto è stato elaborato, è benevolmente consolatorio.
Il prevalere delle opportunità o delle criticità dipende dal lavoro che viene fatto offline. Oggi abbiamo questi strumenti digitali che segnano la nostra vita quotidiana. Sappiamo che possono acuire il dolore per la perdita o, in alternativa, possono fornire una maggiore consolazione rispetto al passato. Se il dolente è abbandonato a se stesso, ovviamente le criticità del web prevalgono. Anche in questo caso mi chiedo: quando la società imparerà a mettere a frutto con intelligenza e raziocinio le inedite opportunità offerte dal progresso?

Ho trovato molto interessante la questione della memoria. La memoria, per esistere e avere senso, ha bisogno anche di oblio. Qualcosa si ricorda perché si dimentica il resto. Non stiamo affastellando troppa memoria? Tutta questa memoria non rischia di trasformarsi in una nuova forma di oblio indifferenziato? Questa domanda non vale solo per i defunti, ma certo nel caso della morte appare particolarmente pertinente.

Con me sfondi una porta aperta. Sono quasi privo di fotografie della mia vita personale e familiare. Tendo ad accumulare meno ricordi possibili. Dal momento che ho un carattere malinconico, lo tengo a bada cercando di guardare sempre in avanti, senza tener troppo conto di ciò che mi sta alle spalle. Oggi, le persone accumulano in formato digitale una quantità inimmaginabile di fotografie, registrazioni audiovisive, testi scritti. Tutto questo materiale è profondamente dispersivo e soffocante. Ma, di nuovo, la memoria digitale può trasformarsi in un’occasione per fare selezione e per preparare la propria eredità personale. Se si insegnasse, a partire dagli anni della formazione scolastica, l’importanza dell’oblio per la memoria stessa, forse si riuscirebbe anche a rendere le persone consapevoli di quanto sia necessario selezionare le proprie memorie per il futuro. Questa quantità immensa di memorie è l’ennesima occasione per porsi la domanda: “cosa voglio lasciare agli altri dopo la mia morte?”. Quindi, per riflettere sulla propria mortalità e sull’uso responsabile del web nei suoi confronti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/09/Depositphotos_110069884_s-2015-e1537871405124.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-09-25 12:32:212018-09-25 12:32:21La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

Il dolore non va in vacanza. Intervista a Enrico Cazzaniga, di Marina Sozzi

2 Agosto 2018/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Enrico Cazzaniga è psicologo e psicoterapeuta, esperto di tematiche del lutto, fondatore di molti gruppi di Auto Mutuo Aiuto sul lutto in Italia e in Canton Ticino, autore, tra gli altri, di un prezioso testo che tratta tutti gli aspetti del lutto e della perdita, intitolato Il lutto. Gli chiediamo di aiutarci a capire perché, per chi ha perso una persona cara, sia così difficile affrontare l’estate.

Quali sono secondo te le ragioni di questa difficoltà che viene ad aggiungersi al dolore?

Intanto una premessa. Vivere il lutto oggi, più di ieri, è difficile per la perdita dei rituali collettivi e l’impoverimento della rete relazionale d’appartenenza, ottimi contenitori del dolore e preziosi sostegni alla quotidianità di chi, spesso, si ritrova con la vita completamente stravolta. E, d’estate, le relazioni sono ancora più allentate del solito. Anche per il solo fatto che molti parenti, amici e vicini vanno in vacanza.

Quindi in primo luogo c’è la solitudine. E poi?

L’estate rappresenta per la maggior parte degli italiani un momento di stacco dalla vita quotidiana, di fuga dalla “normalità” e dalla routine, quel momento che quasi tutti aspettano per rilassarsi, distrarsi, riposare e rinvigorirsi in previsione del ritorno al lavoro e/o alla vita in città.
Il tempo del lutto è invece un tempo “speciale”, intriso di dolore, almeno inizialmente, spesso ancora più arduo poiché si fatica a riconoscerlo come tale, a permettersi di soffrire. E’ un tempo in cui ci si è lasciati alle spalle la vita che ci è familiare, e ci si ritrova immersi in una esistenza che non si riconosce più, e che spaventa, soprattutto se si guarda al futuro. Per le persone in lutto la routine non esiste (se non nella dimensione del dolore). Sono due modi completamente diversi di vivere il tempo, che accentuano la solitudine di chi ha perso una persona cara.
Inoltre, l’estate talvolta acuisce i sentimenti di tristezza legati alla perdita: spesso è infatti gravata anche dai ricordi del tempo di vacanza trascorso con la persona che non c’è più.

Quindi è difficile pensare che una persona in lutto possa distrarsi dal dolore?

Dal dolore del lutto ci si distrae generalmente, durante l’anno, con quelli che ho definito “i grandi distrattori”, cioè il lavoro, lo sport, i nipotini, gli hobby eccetera. E questi d’estate vengono meno. Non è poi infrequente che ci sia un’istanza sociale, e anche familiare, che richiede a chi è in lutto tempi più veloci di costruzione di una nuova dimensione esistenziale. E d’estate questa richiesta si fa più pressante ancora, e chi soffre per una perdita spesso si sente “assediato” dai consigli forniti da chi parte per le vacanze.

Esiste qualche strategia per vivere meglio questo periodo dell’anno, che a volte diventa arduo per diversi anni consecutivi dopo la perdita?

Il lutto non ha solo una dimensione temporale, ma anche spaziale. I “luoghi” del lutto sono importanti quanto il tempo del lutto. Molti preferiscono rimanere a casa e, a volte, sentono che la tristezza aumenta; ma possono anche scoprire, paradossalmente, che proprio dalla solitudine può giungere un insperato aiuto. Dipende a che punto si è con quella che definirei “la dimensione spazio-temporale del lutto”. Ricordo, per spiegare cosa intendo, una donna che mi raccontò che la solitudine vissuta quell’estate (tre settimane in totale) le fu di grande aiuto per “toccare il fondo” e, a livello emotivo, sentire che suo marito non c’era proprio più. Prima di allora era stata “saturata” dalla presenza di amici e familiari, che non le aveva consentito di realizzare che lui non c’era “veramente” più. Era come se, dalla morte del marito in poi, non avesse più avuto un tempo e uno spazio per rimane sola con se stessa. Fu solo allora che riuscì a cominciare a ricostruire la propria vita.
A chi invece decide di partire potrebbe succedere di vivere momenti difficili, se avvertirà una discrepanza tra il tempo della vacanza, che dovrebbe essere lieve, e il peso della mancanza. Tuttavia, i momenti difficili potrebbero alternarsi con altri percepiti come buoni e costruttivi. Tornare nei luoghi vissuti con chi non c’è più può avere effetti ambivalenti: per alcuni versi può facilitare il manifestarsi della nostalgia (sentimento importantissimo che permette la chiusura del lutto), ma per altri versi, in alcuni momenti, potrebbe acuire il dolore dell’assenza.
Penso che non ci siano approcci strategici al lutto. L’unica cosa da tenere presente è che il lutto richiede tempo e luoghi adeguati per poter fare, come ha scritto Philippe Forest, il “sacrificio” del lutto.

Cosa possiamo invece fare come familiari o amici di chi è in lutto, per evitare che l’estate si trasformi in un incubo?

Familiari e amici dovrebbero rispettare i tempi di chi è in lutto, senza forzare chi non ha nessuna intenzione di divertirsi per forza. Allo stesso modo occorre rispettare la scelta dei luoghi del lutto, sostenendo i propri cari e accogliendo la loro decisione del dove vivere questo periodo. Ho conosciuto persone in lutto che d’estate vanno più spesso al cimitero…
È importante mantenere i contatti, anche telefonicamente, per far sentire la propria vicinanza.
Un utile aiuto d’estate può arrivare anche dai gruppi AMA (Auto Mutuo Aiuto). Spesso i gruppi in estate si fondono (nella nostra zona da una decina di gruppi se ne costituiscono 4/5) perché molte persone vanno in vacanza. Capita però che diverse richieste di contatto arrivino proprio in questo periodo, specie nelle grandi città. Il dolore non va in vacanza.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/08/Depositphotos_3232862_s-2015-e1533213598681.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-08-02 14:47:092018-08-02 14:47:09Il dolore non va in vacanza. Intervista a Enrico Cazzaniga, di Marina Sozzi

Il lutto per la morte di un animale domestico, di Davide Sisto

23 Febbraio 2018/603 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Closeup portrait of cute adorable tabby cat with stripes and yellow green eyes lying on a sofa couch with yellow brown blanket comforter on sunny dayIl 30 novembre è diventato, dal 2012, un giorno molto triste. In quella data, infatti, è morto il mio gatto Ozzy, il cui nome è un omaggio al cantante dei Black Sabbath, di cui sono appassionato. Trovato in un bidone della spazzatura, quando aveva circa due o tre mesi, Ozzy è stato in mia compagnia per quindici anni. Abbiamo condiviso due traslochi e, dal momento che lavoro principalmente a casa, siamo stati insieme per tante ore di seguito al giorno, con rituali e abitudini pienamente consolidate. Ad esempio, ogni volta che accendevo lo stereo e ascoltavo i miei cd heavy metal, lui arrivava ronfando e si piazzava sotto lo stereo. Fin da piccolo aveva probabilmente percepito quel suono come qualcosa di molto familiare e, rispettando quindi il nome che gli avevo dato, non si perdeva un singolo ascolto. Cosa che lasciava decisamente perplesso chi non aveva familiarità con la musica metal.

La morte di un animale domestico genera un lutto che non va in alcun modo sottovalutato, checché ne pensino coloro che non ne hanno mai fatta esperienza. La sera del 30 novembre 2012 mi è venuto spontaneo pulire immediatamente casa, cancellando il più possibile le sue tracce. Ho buttato via la lettiera, i piattini in cui mangiava e beveva e ho conservato con attenzione i suoi giochi preferiti, per tenerli come ricordo. Non è stato facile abituarsi a dormire senza il suo peso sulle gambe, che per anni ha condizionato il mio riposo notturno obbligandomi a stare praticamente immobile, quasi mummificato, fino alla mattina seguente. Non è stato facile entrare in un supermercato e passare, senza sussulti emotivi, nel reparto in cui vengono venduti i prodotti alimentari per gatti. Non è stato facile, in linea generale, ricostruire daccapo le abitudini casalinghe, mettendo da parte ciò che ha segnato quindici anni di convivenza. Dalla finestra strategicamente aperta, per farlo andare sul balcone, a quella strategicamente chiusa, per non perderlo. Dall’organizzazione dei viaggi e delle vacanze, tenendo conto delle esigenze casalinghe di Ozzy, all’apertura della porta di casa, dietro cui si manifestava immediatamente la sua presenza “miagolante”.

Il rapporto che si crea con un animale domestico non è dissimile da quello che si crea con una persona amata, per cui si vive una situazione di perdita e di elaborazione del lutto che non va sottovalutata, perché può creare – soprattutto, in persone che vivono da sole – un trauma. Non si tratta soltanto di una forma di autosuggestione legata alle abitudini consolidate nel corso degli anni. Nasce un autentico legame in cui entrambi i soggetti vivono mediando le proprie esigenze con quelle dell’altro. Il gatto, così come ogni altro animale domestico, diviene un membro ufficiale della famiglia, al punto che – come indicato in alcuni studi americani – la sua perdita è una delle principali cause dell’insorgenza di una depressione.

A ciò va aggiunto un aspetto che ho constatato in prima persona. La dimensione affettiva nei confronti del proprio gatto domestico è particolarmente intensa poiché si ha la percezione di trovarsi in una condizione di totale accudimento. Si ha la sensazione, cioè, che quel gatto dipenda totalmente dalla cura della persona, per cui ci si sente molto responsabilizzati nelle scelte e nelle decisioni. Inoltre, pur essendo portato a una forma di autarchia quasi caricaturale, il gatto vive un rapporto di totale amore con la persona che lo accudisce come si deve, evitando quelle situazioni conflittuali che invece caratterizzano le relazioni tra esseri umani.

Tutti questi aspetti rendono la relazione molto forte e accettarne la rottura diventa particolarmente doloroso. Alcuni affrontano questo dolore prendendo subito un altro gatto; altri, invece, non se la sentono di sostituirlo. E anche questi due comportamenti dimostrano quanto sia delicata l’elaborazione del lutto.

Quali sono le vostre esperienze a riguardo? Attendiamo commenti e aneddoti su questo tema molto sentito.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/02/Depositphotos_164913146_m-2015.jpg 667 1000 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-02-23 11:53:582018-02-23 11:53:58Il lutto per la morte di un animale domestico, di Davide Sisto

Facebook e il bisogno di superare insieme il lutto, di Davide Sisto

24 Gennaio 2018/8 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Depositphotos_13269187_m-2015Lo scorso 24 aprile 2017 è stato pubblicato sulla rivista internazionale Nature Human Behaviour il primo studio completo sul ruolo sociale che ricopre Facebook quando muore una persona cara. William R. Hobbs, esperto in scienze sociali presso la Northwestern University negli Stati Uniti, e Moira Burke, analista dei dati di Facebook, hanno dato vita a una sostanziosa ricerca sul legame tra il lutto e il social network più popolare al mondo, pervenendo a risultati piuttosto sorprendenti (qui è possibile leggere i dati dell’intero studio).

I due studiosi hanno analizzato tutte le interazioni possibili (post, commenti, fotografie e tag) in 15.000 reti sociali su Facebook all’interno di cui è morta una persona, mettendole a confronto con altre 30.000 reti simili in cui però il lutto non ha avuto luogo, per un totale di quasi tre milioni di persone monitorate. Queste reti sociali, scelte con estrema cura per evitare di imbattersi in profili finti, sono state studiate per un periodo di quattro anni, tra il 2011 e il 2015, analizzando gli effetti della morte di una persona avvenuta tra il gennaio 2012 e il dicembre 2013, in modo da poter confrontare le interazioni precedenti e successive al lutto. Ovviamente, sono state prese le necessarie precauzioni per rispettare la privacy individuale.

I risultati sono i seguenti: quando una persona muore, i suoi amici aumentano del 30% il numero di interazioni tra di loro all’interno di Facebook. Solo dopo diversi mesi, a volte addirittura anni, le interazioni tornano a stabilizzarsi a un valore pari a quello precedente il lutto. Pare, inoltre, che i livelli di interazione si mantengano assai elevati nelle reti che includono soprattutto persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni e che le reti in cui ha avuto luogo un suicidio evidenzino una maggiore difficoltà a riprendersi dal lutto.

Hobbs e Burke hanno paragonato questo comportamento al fenomeno che ha luogo nel nostro sistema nervoso, quando si è colpiti da un ictus. In tal caso, alcune cellule cerebrali muoiono e il cervello si “riavvia” formando nuovi circuiti neuronali per compensare la perdita subita. Così, le persone che vedono il mondo crollargli addosso, quando patiscono un lutto, cercano un rifugio all’interno di cui fare gruppo, per poter ricostruire quella vita percepita come spezzata insieme alla morte dell’amato. E Facebook offre il rifugio richiesto, in una società in cui si è gradualmente perduto il senso di comunità e la voglia di essere uniti: fornisce, innanzitutto, la necessaria protezione al sentimento del dolente, il quale prova spesso pudore e vergogna nell’esprimerlo dinanzi alle altre persone. La mediazione dello schermo aiuta, infatti, ad essere più estroversi. Dà, poi, la sensazione, autentica o illusoria che sia, della partecipazione collettiva: i tanti “like” e commenti sotto la foto del defunto o sotto un post commemorativo trasmettono calore umano al singolo individuo che sta soffrendo.

Un caso recente molto significativo è quello della mamma di Luca Borgoni, morto lo scorso anno per un incidente in montagna. La donna, dal momento della perdita del figlio, è riuscita ad entrare nel suo account, aggiornandolo quasi quotidianamente e scrivendo i post in prima persona, come se fosse il figlio a scriverli. Ha spiegato ai giornali che questo comportamento la fa stare bene e le dà la forza per affrontare la quotidianità. Sottolinea, in particolare, quanto siano preziosi i commenti degli altri utenti e le centinaia di “like” che ricevono i suoi post. Facebook, comunque, per ragioni legate soprattutto alla privacy, ha reso commemorativo ultimamente il profilo del figlio, togliendo la possibilità alla donna di continuare ad entrare nell’account.

Da studioso del rapporto tra la cultura digitale e la morte, ritengo che questi dati evidenzino delle cristalline opportunità offerte da Facebook, spesso al centro di critiche – anche condivisibili – per i rischi di isolamento e di autismo che produce all’interno delle nostre vite. Disporre di questo spazio virtuale per tener viva la memoria della persona amata e, al tempo stesso, per sostenersi a vicenda è un aspetto che non va sottovalutato né banalizzato.

Anche perché, come dimostra la ricerca di Hobbs e Burke, ciò mette in luce una necessità: quella di ritrovare il modo per condividere insieme il lutto, per fare comunità. Pertanto, sarebbe il caso di trasformare la piattaforma del social network come un punto di partenza basilare per recuperare una solida dimensione solidale una volta che siamo offline. Occorrerebbe leggere i dati di questa ricerca come uno stimolo per affiancare le risorse offerte da Facebook a una rinnovata dimensione comunitaria nello spazio pubblico, la quale tolga alle persone la sensazione di sentirsi isolate. E questo vale soprattutto in riferimento ai più giovani, i quali sembrano essere i principali fruitori delle commemorazioni funebri sui social.

Usciamo dalla futile contrapposizione tra online e offline per rifondare le basi solidali della società. E il lutto è, forse, l’occasione più autentica e umana per realizzare questo compito.

A qualcuno di voi è capitato di utilizzare Facebook per elaborare un lutto? Se sì, vi è servito?

Attendiamo le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/01/lutto-fb-blog.jpg 154 302 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-01-24 11:07:392018-01-24 11:07:39Facebook e il bisogno di superare insieme il lutto, di Davide Sisto

Stare vicini a chi è in lutto, di Marina Sozzi

30 Ottobre 2017/16 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Elderly Woman and pictureIl lutto è un momento di cambiamento difficile, forse l’esperienza più dura di fronte alla quale si trova un essere umano. E’ un tempo rischioso: il legame profondo e costitutivo che ci lega alle altre persone implica il pericolo di smarrire noi stessi perdendo chi ci è caro. Al contempo, il lutto è un periodo potenzialmente fecondo, come tutte le situazioni che richiedono un cambiamento importante, una riflessione e una revisione della propria vita, delle proprie priorità, delle proprie relazioni e delle proprie scelte.

Vivere nella società occidentale non è di aiuto a chi è in lutto. La nostra cultura ha provato a eliminare la sofferenza (in generale) e la sofferenza legata al lutto in particolare. Richiede a chi ha subito una perdita di fare in fretta a risolvere il proprio lutto e stare di nuovo bene, tornare a produrre e soprattutto a consumare. Sul lavoro si possono prendere tre giorni per lutto, poi – se non è ancora possibile tornare a lavorare – occorre mettersi in mutua. E, dal punto di vista simbolico, mettersi in mutua significa essere malati.
La maggior parte dei riti legati alla morte sono scomparsi, soprattutto nello spazio urbano. La nostra civiltà non elabora, non riflette, non inventa rituali e usanze sociali sull’esperienza della morte, e ha relegato nell’interiorità dell’individuo la difficoltà del lutto. Il dolore per la perdita è diventato un problema interno alla psiche degli individui, che coinvolge solo in minima parte le reti sociali dei cittadini. La psicologia ha avuto in gestione il lutto, così come alla medicina è stato delegato il trattamento della fine della vita.

Non stupisce quindi che la maggior parte delle persone in lutto si trovino in una profonda solitudine, poco accolte, poco accettate da una cultura imbarazzata dal dolore umano e ancor più dalla morte.
Questa è la ragione per cui si è creata l’esigenza di offrire strategie per sostenere chi è in lutto.

La proposta di aiuto si sta diffondendo, anche se solo a macchia di leopardo sul territorio italiano (se vi interessa approfondire, andate qui). Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, gruppi condotti da un terapeuta, colloqui individuali, anche via Skype, metodi basati sulla narrazione o sulla corrispondenza, blog o forum. Chiedere un aiuto strutturato o professionale, quando si soffre per una grave perdita, può essere decisivo. Siamo animali sociali e non siamo fatti per risolvere complessi cambiamenti esistenziali in solitudine.

Inoltre, non va sottovalutato l’aiuto che proviene dal nostro entourage amicale e sociale. Se riuscissimo a mettere da parte il disagio e il timore di essere invadenti, per stare vicini a chi ha perso un familiare nella nostra cerchia, eviteremmo di creare in lui la sensazione dolorosa di essere schivato e allontanato, che lo induce a ripiegarsi su se stesso.
Come? In primo luogo offrire il nostro ascolto e la condivisione dei ricordi concernenti il defunto, talvolta la narrazione reiterata della morte: un sostegno emotivo empatico, che deve però saper continuare nel tempo. E’ frequente oggi che tutti si stringano intorno al sopravvissuto subito dopo il funerale, per poi prendere le distanze. Un tempo esisteva, nei primi giorni e settimane dopo la morte, il cónsolo, ossia l’usanza di portare cibo a casa del defunto, affinché i familiari potessero nutrirsi, anche se non avevano la forza di occuparsi di sé.

Anche oggi questo tipo di sostegno pratico è particolarmente gradito. Non solo preparare una torta o una cena, ad esempio, ma anche aiutare a sbrigare burocrazie, informarsi sul sostegno disponibile, telefonare a istituzioni e associazioni: nella maggior parte dei casi chi è in lutto si sente spossato e privo di energia, e fa fatica a prendere iniziative.

Occorre anche rispettare i tempi del dolente, senza spingerlo ad abbreviarli troppo, evitando le frasi fatte, tipo “il tempo guarisce tutto” o “chi vive si dà pace”. Evitare di dare consigli, specialmente sul processo e sui tempi di elaborazione del lutto, e in generale limitarsi a suggerimenti esplicitamente richiesti. La relazione d’aiuto che si viene a creare in questi casi è particolarmente preziosa e arricchente, sia per chi ha subito la perdita, sia per chi offre la sua disponibilità.

Avete esperienze in merito, sia per lutti che avete vissuto, sia per l’aiuto che avete dato a vostri amici o parenti? Potete raccontare le difficoltà che avete incontrato? Di cosa avreste avuto bisogno?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/10/IMG_1602-e1509295763121.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-10-30 11:02:422017-10-30 11:02:42Stare vicini a chi è in lutto, di Marina Sozzi

L’insonnia di Evita: le incredibili vicissitudini di una mummia, di Davide Sisto

14 Marzo 2017/14 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

evita-peron-salmaRendere presenti i “resti” della persona deceduta, di modo che ciascuno possa identificare chiaramente le spoglie e localizzare i morti, è generalmente ritenuta un’azione necessaria per il benessere tanto del singolo individuo quanto dell’intera società. Bisogna sapere con certezza di chi è il corpo del defunto e, soprattutto, dov’è il luogo in cui egli riposa eternamente per avviare un’equilibrata elaborazione del lutto.

In caso contrario, può succedere ciò che è capitato in Argentina a Evita Perón, l’amatissima politica e sindacalista argentina, vissuta nella prima metà dello scorso secolo. Per quasi vent’anni, infatti, il suo cadavere sparì nel nulla, vagabondando da una parte all’altra del mondo e lasciando nel popolo argentino il presentimento che le sanguinarie vicissitudini politiche – avvenute durante questo ventennio – siano state l’effetto dell’influenza spettrale di una salma privata del suo meritato sonno eterno.

Eva no duerme. Questo è il titolo di un film del 2015, diretto dal regista Pablo Agũero e dedicato proprio al cadavere senza riposo di Evita. Ma perché, dopo la sua morte, ella “non dorme”? Poco prima di morire Evita chiese al marito, il Presidente Juan Domingo Perón, di far imbalsamare il suo corpo una volta avuto luogo il decesso. Morì il 26 luglio 1952 e subito fu chiamato Pedro Ara, imbalsamatore e professore di anatomia, noto per aver – presumibilmente – restaurato la mummia di Lenin. Per tredici giorni il cadavere di Evita, truccato, pettinato e coperto da un sudario bianco e dalla bandiera argentina, fu esposto nell’atrio della Segreteria di Buenos Aires per l’ultimo omaggio da parte di migliaia di cittadini. Si narra che si formarono file lunghe anche due chilometri, a dimostrazione dell’affetto delle persone nei suoi confronti.

Trascorsi i giorni commemorativi, Ara cominciò a imbalsamarlo: lo lasciò immerso in vasche contenenti liquidi non identificati e iniettandogli, attraverso la carotide, una soluzione di formalina, di modo che penetrasse nel sistema circolatorio. Il lavoro di Ara durò circa un anno, passato il quale il cadavere di Evita fu posto su un letto sotto una cappa di vetro, lontano dalla luce del sole e dalle temperature elevate. Nessuno si occupò più della salma, anche perché in Argentina ebbero luogo sconvolgimenti politico-sociali, il cui culmine fu – due anni più tardi – la destituzione del Presidente Juan Domingo Perón. Il nuovo Presidente, Eduardo Leonardi, non si interessò alla vicenda, benché gli avversari antiperonisti non si fossero dimenticati di quella mummia. Quando sostituì Leonardi al comando del paese, il generale Aramburu decise di far scomparire la salma di Evita, affidandola al colonnello Moori Koenig, il quale la caricò su un camion. Si racconta che fu trasportata in diversi edifici militari per evitare che fosse ritrovata dai peronisti. La cosa curiosa è che, ovunque fosse messa, in quel punto specifico venivano puntualmente visti fiori e candele accese. La presenza “ingombrante” di questa specie di mummia spinse il colonnello Koenig, in balia di sopraggiunti squilibri mentali, a cercare di sbarazzarsene, tuttavia senza successo. Ciò non impedì comunque alla salma di Evita, nel corso degli anni, di arrivare in Europa, trasportata da un prete italiano, il quale consegnò poi ad Aramburu una busta con le istruzioni per un suo eventuale ritrovamento. Ma egli non volle prendersi questa responsabilità e diede la busta a un notaio con l’ordine di consegnarla, una volta deceduto, al suo successore. Nel 1970, venne giustiziato dal Movimento Peronista Montonero proprio perché non rivelò il luogo in cui si trovava Evita. Poco dopo si scoprì che era stata seppellita sotto falso nome nel cimitero di Milano. Solo nel 1974, in seguito ad altre vicissitudini, il cadavere finalmente tornò nella patria natia e, dopo essere stato risistemato, fu seppellito definitivamente nel cimitero della Recoleta, ottenendo il meritato riposo finale.

Questa incredibile vicenda, per cui le sorti politiche di un popolo sono state legate per quasi vent’anni alla ricerca di un cadavere mummificato scomparso, conferma l’importanza simbolica del rito funebre. La condizione del morto, che precede la sepoltura o la cremazione, è una condizione particolare, di confine. Il defunto, lontano dal riposo che gli spetta per definizione, è costretto a vivere in uno stato di passaggio, il cui termine è definito dal funerale che sancisce l’uscita dal mondo dei vivi e l’ingresso in quello dei morti. Finché si troverà in bilico tra i due mondi, egli verrà considerato come pericoloso, come una specie di spettro insonne che non riesce a diventare spirito. Uno spettro che, quindi, può avere – secondo i vivi – un’influenza negativa per la loro vita. Non è affatto un caso che la sparizione della salma di Evita abbia generato tensioni, squilibri mentali, preoccupazioni e violenze.

Cosa vi fa pensare questa vicenda? Ritenete sia necessaria per il proprio benessere psicofisico la consapevole localizzazione delle spoglie del caro estinto? Come sempre, attendiamo le vostre opinioni e i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/03/evita-peron-morta.jpeg 437 560 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-03-14 10:55:382017-03-14 10:55:38L’insonnia di Evita: le incredibili vicissitudini di una mummia, di Davide Sisto

Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto

8 Febbraio 2017/19 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Global warming concept: face of woman with cracked skin

I dati dell’Eures, Istituto di ricerche economiche e sociali, relativi alle donne uccise in Italia nel 2016 da mariti, fidanzati o compagni sono particolarmente inquietanti. Nel solo ultimo anno si sono infatti registrati 116 casi, all’incirca uno ogni tre giorni. Quello della violenza omicida sulle donne è, di fatto, un argomento su cui ormai si discute da tempo e che crea – per la sua emergenza – ampi dibattiti sul ruolo della donna nella società italiana, nonché sulle strategie educative e culturali da adottare per frenare questa terribile mattanza di genere.

Tra le numerose considerazioni che possono essere svolte sulle dinamiche a fondamento di questo tipo di violenza, ce n’è una – in particolare – che riguarda i meccanismi psicologici alla base del nostro rapporto con la morte e il lutto.

Come sappiamo bene tutti, ciò che ci fa maggiormente soffrire quando muore una persona amata è la perdita. Il distacco forzato, che abbia indifferentemente avuto luogo all’indomani di una morte improvvisa o avvenuta in seguito a un lungo decorso patologico, crea dilanianti lacerazioni, spesso insanabili, poiché produce nella nostra vita un cambiamento radicale da un punto di vista sia pratico sia emotivo-sentimentale. Ci sentiamo frastornati, abbandonati, feriti da chi ci ha lasciato. L’elaborazione del lutto risponde proprio alla necessità di far fronte, ogni giorno, all’assenza, quindi al venir meno di consuetudini, con le quali si sono riempite gioiosamente le proprie giornate, di specifici rituali che hanno delineato l’intimità con quell’unica persona, di condivisioni e di esperienze, di basi – percepite come solide – su cui abbiamo costruito la nostra quotidianità. In questo blog il discorso sul lutto è familiare, dunque non è il caso di insistere su quell’interruzione che rende lancinante la morte delle persone amate.

Perdita, distacco forzato, abbandono, assenza e interruzione sono anche le caratteristiche tipiche della fine di una relazione sentimentale, soprattutto quando non è consensuale. La psicoanalisi e la psicologia ci insegnano, da tempo immemore, la somiglianza tra il lutto per la morte di una persona amata e il dolore causato invece dalla conclusione di un legame amoroso. Colui che è stato lasciato – contro la sua volontà – dalla moglie, fidanzata o compagna, magari dopo una lunga relazione, si sente abbandonato e spaesato come nel caso del lutto.

C’è però una sostanziale differenza che, se sottovalutata, può diventare molto pericolosa: a morire, in questo caso, non è la persona fisica, ma la relazione sentimentale, l’amore, il legame. La perdita ha luogo, cioè, a livello simbolico, spirituale, potremmo dire “virtuale”, e non segue la definitiva scomparsa dell’amata. Inoltre, nei casi di una rottura non consensuale, il legame è percepito come morto principalmente da uno dei due partner, non da entrambi. Si potrebbe addirittura dire che “chi ha lasciato” considera la morte del legame come il preludio di una rinascita, di una nuova vita; mentre “chi è stato lasciato” ritiene che la propria vita stia invece nella ripresa del rapporto. Il non accettare la morte (in questo caso, del legame amoroso), quando prende la forma di una malattia grave, si può trasformare nella ricerca della morte fisica dell’amata: “Ti uccido perché tu non sia di nessun altro e continui a essere mia”. In altre parole, la morte diviene il simbolo della continuazione: “ti ho persa in vita, ti continuo a tenere a me nella morte”.

Vita e morte si scambiano i propri ruoli, secondo colui che è stato lasciato e non è capace di elaborare la perdita. Se la vita di chi lascia necessita del distacco, allora al lasciato che rifiuta questo distacco – in modo patologico – la morte è l’unica soluzione per evitarlo, per far continuare ciò che è finito.

Come potete immaginare, questo ragionamento è molto complesso e si integra con molti altri meccanismi psicologici, che coinvolgono il possesso, l’orgoglio, la gelosia, un’educazione infantile manchevole, a partire da cui si sono sviluppati traumi, disturbi della personalità, frustrazioni. In altre parole, il cosiddetto “femminicidio” è la conseguenza di un mix letale di aspetti culturali, personali, educativi, patologici, per cui – al di là di alcuni sintomi comuni – occorre tenere bene a mente la storia singola e irripetibile dei protagonisti. Inoltre, non va dimenticato che, spesso, l’uccisione della compagna o la violenza commessa nei suoi confronti avviene quando la relazione è ancora in corso, non necessariamente a seguito della sua rottura. Quindi, quello di cui vi ho parlato riguarda una specifica casistica che non esaurisce il fenomeno in sé. Una specifica casistica da cui, sia ben chiaro, non si vuole in alcun modo trarre una qualche forma di giustificazione del reato o del carnefice, la cui autodeterminazione e il cui libero arbitrio non permettono assolutamente di trasformarlo in una specie di vittima.

La mia intenzione, più che altro, è quella di porre l’attenzione sulla particolare relazione tra la morte del partner e la continuazione simbolica del rapporto, di modo da trarre indicazioni utili in vista di strategie per mezzo di cui aiutare il partner lasciato, prima che possa commettere un reato. Per fargli capire che non c’è continuazione; semmai, c’è l’autentica perdita. La perdita di tutto ciò che ha reso quel rapporto indimenticabile e che va conservato nella propria memoria, con la consapevolezza che, allo stesso modo della vita, anche i legami sentimentali non durano per sempre, a parte qualche rarissima eccezione.

Cosa ne pensate di questo ragionamento? E, in senso più generale, vi è mai capitato di vivere la fine di una relazione sentimentale come un lutto? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/02/Depositphotos_66893141_s-2015-copia-e1486553816481.jpg 268 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-02-08 12:38:352017-02-13 11:47:38Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto
Pagina 4 di 6«‹23456›»

Vuoi sapere quando scrivo un nuovo articolo?

Iscriviti alla nostra newsletter!

Ultimi articoli

  • C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
  • I segni degli assenti, di Cristina Vargas
  • La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
  • I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
  • Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas

Associazioni, fondazioni ed enti di assistenza

  • Associazione Maria Bianchi
  • Centre for Death and Society
  • Centro ricerche e documentazione in Tanatologia Culturale
  • Cerimonia laica
  • File – Fondazione Italiana di leniterapia
  • Gruppo eventi
  • Soproxi
  • Tutto è vita

Blog

  • Bioetiche
  • Coraggio e Paura, Cristian Riva
  • Il blog di Vidas
  • Pier Luigi Gallucci

Siti

  • Per i bambini e i ragazzi in lutto

Di cosa parlo:

Alzheimer bambini bioetica cadavere cimiteri consapevolezza coronavirus Covid-19 culto dei morti cura cure palliative DAT Death education demenza dolore elaborazione del lutto Eutanasia Facebook felicità fine della vita fine vita formazione funerale hospice living will Lutto memoria morire mortalità Morte morti negazione della morte pandemia paura paura della morte perdita riti funebri rito funebre social network sostegno al lutto suicidio Suicidio assistito testamento biologico tumore vita
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy
  • Copyright © Si può dire morte
  • info@sipuodiremorte.it
  • Un Progetto di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/Immagine-in-evidenza-1.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-08-04 17:59:592026-08-04 17:59:59C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-23 10:09:472026-07-23 10:09:47I segni degli assenti, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-02 09:23:492026-07-02 09:23:49La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-06-22 11:53:132026-06-22 12:08:32I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/paleoantropologia-resti-fossili._w630-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-06-12 09:59:502026-06-12 09:59:50Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/aspettativa-vita.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-18 17:59:352026-05-18 17:59:35Disuguaglianze nella morte, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-07 10:03:582026-05-07 10:05:31Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/04/disagio-adolescenziale.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-04-07 08:56:322026-04-07 08:59:36Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/03/caring_massage_tse-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-03-19 16:51:332026-03-19 16:54:09Il Caring massage: intervista a Marco Vacchero, di Marina Sozzi
Prec Prec Prec Succ Succ Succ

Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.