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Tag Archivio per: elaborazione del lutto

Lutto e crescita, intervista a Giuliano Grossi, di Marina Sozzi

14 Febbraio 2020/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Giuliano Grossi, psicologo e psicoterapeuta, membro dell’Associazione  “Lutto e Crescita – GRIEF & GROWTH” di Roma.

Perché avete voluto dare questo nome alla vostra associazione, lutto e crescita? Qual è il pensiero che sta dietro a questa scelta? Come interpretate il lutto?

La perdita di una persona cara è un’esperienza che tutti gli esseri umani vivono nella loro esistenza e si configura come un’esperienza molto complessa da definire. Basti pensare che la cultura anglosassone ha ben tre terminologie diverse per riferirsi al lutto: “grief” per indicare le reazioni emotive, cognitive e comportamentali dopo una perdita; “mourning” ossia le modalità espressive socioculturali, i riti e i comportamenti diversi tra culture e religioni; “bereavement” che indica per lo più il periodo doloroso che precede un riadattamento della persona dopo la perdita.

Esistono vari modelli di lettura del processo di elaborazione del lutto, che mostrano come questo determini dei cambiamenti nella percezione di sé (come più forti e resilienti), nella propria filosofia di vita, nella relazione con gli altri; e inoltre un maggior apprezzamento della vita, un cambiamento spirituale. Tutti questi aspetti indicano che c’è stata una crescita definita “post-traumatica”. In altri termini, dopo un evento luttuoso, è possibile che si inneschino una serie di adattamenti dal punto di vista emotivo e cognitivo necessari a dare un senso alla perdita.

Abbiamo voluto, quindi, mettere in luce sia l’aspetto della perdita sia quello della ricostruzione, evidenziando come l’elaborazione del lutto sia una continua altalena di vissuti: nella disperazione vi sono “pause” dal dolore che consentono di attingere a  preziose riserve di energia.

Quindi crescita, in che senso? Umano, spirituale, religioso?

Sicuramente tutti e tre. Lo studio e l’esperienza clinica dei processi di elaborazione normale e patologica del dolore mostrano come coloro che affrontano una perdita significativa inneschino un profondo processo di ristrutturazione personale. Ciò implica la messa in discussione delle proprie credenze e valori, delle rappresentazioni mentali e delle modalità comportamentali. È certamente un processo complesso e influenzato dall’azione di vari fattori, come la tipologia di perdita, le differenze di genere nelle modalità di fronteggiarla e gli stili di attaccamento.
È chiaro che il lutto solleva un’enorme domanda di senso, alla quale l’individuo è chiamato a rispondere rivedendo tutte le sue conoscenze ed esperienze. La ricerca di senso smuove la persona verso la ristrutturazione delle proprie certezze e rappresentazioni relative al mondo, all’esistenza e all’essere con gli altri. È inevitabile che la ricerca di tali risposte elevi l’individuo al piano spirituale e religioso, inteso come l’insieme dei valori che possono orientare e fornire una soluzione al dilemma esistenziale.

Dare un senso alla perdita richiede la scoperta di quelle capacità intuitive, di sensibilità mistica che superino le cristallizzazioni dei dogmatismi, dei pregiudizi religiosi, delle limitazioni mentali e dei fanatismi.
In tal senso, la religione e la fede possono rappresentare un prezioso contenitore degli interrogativi, delle angosce e dei sentimenti di perdita scatenati dalla morte. Le religioni offrono uno spazio per il dialogo sulla e con la morte, spesso ostacolato in altre dimensioni del sociale. Inoltre, qui la domanda di senso relativa alla scomparsa sembra trovare una risposta nelle teorie sull’aldilà, o nella preghiera come strumento di relazione, veicolando l’idea che un legame si mantenga lo stesso. In definitiva, nella spiritualità e nella religione è possibile trovare un luogo sicuro in cui l’animo e il cuore tormentati possono finalmente riposare, trovare pace e risposte.

Nella ricerca sul lutto si parla molto di “continuing bonds”. Un termine che avete usato anche voi. Perché ritenete importante mettere l’accento sui legami che continuano con il defunto?

La brusca interruzione di una relazione con il proprio caro costituisce uno degli aspetti più complessi e traumatici del lutto. Tuttavia l’amore, le fantasie, le aspettative e tutto ciò che è stato investito nella relazione con l’altro sembrano sopravvivere alla morte, per cui potremmo dire che quest’ultima interrompe l’interazione con l’altro, ma non il legame.

Certamente la riorganizzazione del rapporto con il defunto costituisce una tappa importante del processo di elaborazione del lutto. Klass e i suoi collaboratori (1996) hanno proposto una nuova lettura del distacco e della continuità del legame con il defunto. L’autore si propone di spiegare gli intricati processi emotivo-affettivi per cui gli individui costruiscono un forte legame con i defunti.

La presenza e l’intensità del legame con il defunto si indagano attraverso i comportamenti e le esperienze individuali relative alla perdita: ad esempio si verifica quanto sia sentita la presenza del defunto, se ne vengano conservati gli oggetti e quanto si sia attaccati ai ricordi.

Klass distingue due tipologie di legame, il continuing bond esternalizzato e internalizzato. Il primo indica quei processi cognitivi ed emotivi che caratterizzano il rapporto con il defunto, per cui l’individuo si illude che quest’ultimo sia ancora vivo. Ad esempio, la persona può riferire di averne sentito il tocco o di averne ascoltato la voce, oppure di aver immaginato che potesse apparire da un momento all’altro. Tale fattore sarebbe da ricondursi ad un lutto irrisolto, non elaborato. Quello internalizzato, invece, allude ad una relazione con il defunto che è stata interiorizzata, assumendo la valenza di “base sicura”, per cui egli è parte della vita dell’individuo. Ad esempio, quest’ultimo può considerarlo come una guida, un rifugio sicuro, indicando un processo di elaborazione adattivo del lutto. Qui si allude ad una vicinanza mentale ed emotiva, piuttosto che fisica.

Certamente il mantenimento di un legame con il defunto non rappresenta una novità, chiunque può imbattersi in testimonianze a riguardo parlando con persone in lutto. Inoltre, in tutto il mondo si possono riscontrare diversi culti e riti volti ad onorare il rapporto con chi non c’è più, dagli spazi riservati nelle case (piccoli altari votivi) o nelle città (il cimitero delle anime pezzentelle a Napoli),  alle feste in onore dei defunti (il dìa de muertos nella tradizione messicana). Ancor prima delle teorie, dei costrutti scientifici le persone hanno trovato da sole una soluzione all’enigma del “non posso più vederti, ma sento che ci sei”, dimostrando come un legame possa trasformarsi ma non distruggersi.

Definire ed enfatizzare il costrutto del legame che continua consente di restituire una valenza preziosa, ai fini del processo di elaborazione del lutto, a tutti quei tentativi di ridefinire il rapporto con chi non c’è più. Da un punto di vista clinico, ciò fornisce un importante indicatore del lutto “normale”, non complicato e di quello patologico.

Inoltre, avete organizzato un incontro sul tema “Il corpo accusa il lutto”: in quali modi il lutto coinvolge il corpo?

Per introdurre il discorso sul rapporto tra lutto e corpo, si può partire dalla definizione stessa del Disturbo da Lutto Persistente nella quale è specificato che esso si associa ad un aumento dei rischi per la salute, come «i disturbi cardiaci, ipertensione, cancro, deficit immunologici e ridotta qualità della vita», a causa degli elevati livelli di stress ad esso conseguenti.

L’incremento della mortalità sembra essere dovuto allo stato depressivo, al peggioramento dello stato di salute e ad un cambiamento negativo degli stili di vita, delle condizioni economiche e dei legami sociali, in seguito al lutto. Molti studi hanno mostrato le ripercussioni dell’episodio del lutto sulla salute fisica e mentale. Si pensi che dopo la perdita, in particolare durante il primo periodo, è più probabile andare incontro a disabilità, ospedalizzazioni e ad un maggior uso di medicinali. Altre ricerche hanno evidenziato una correlazione tra l’episodio del lutto e un aumento dell’incidenza di cancro e di infezioni sessualmente trasmissibili.

Tra i principali correlati morbosi successivi ad un lutto, si può dedicare un capitolo a parte all’aumento dell’incidenza di malattie cardiovascolari. Ad esempio, uno studio di Mostofsky e colleghi (2012) ha mostrato come chi subisce un lutto abbia il 21% di probabilità in più di subire un attacco cardiaco, il 6% in più durante la settimana che segue la notizia, a causa degli scompensi provocati dallo stress emotivo.

I fattori correlati all’insorgenza di disturbi cardiovascolari dopo il lutto sono la predisposizione ad uno stato protrombotico e le alterazioni della pressione arteriosa, dell’attivazione piastrinica, dei livelli di coagulazione del sangue e di cortisolo (l’ormone dello stress). Quest’ultimo aumenta del 3% e può persistere anche oltre i sei mesi, incrementando il rischio cardiaco e determinando una riduzione della funzione immunitaria, oltre che della qualità di vita. Le modificazioni immunitarie conducono ad una riduzione della risposta delle cellule T-linfociti e delle Natural Killer, accanto ad un aumento dei neutrofili e delle cellule infiammatorie non specifiche. Un altro fattore da indagare è quello relativo alla variazione della frequenza cardiaca, che può incrementare il rischio cardiovascolare.

C’è qualcosa che vorresti ancora dire e che non ti ho chiesto?

Penso sia prezioso sensibilizzare gli operatori medico-sanitari, non solo della salute mentale, all’importanza di acquisire specifiche capacità di tollerare e gestire i problemi riguardanti la morte, il morire e il lutto. In altri termini di sviluppare un’adeguata Death Competence: parlare della morte senza trattarla come un tabù.

Essere competenti rispetto alla morte richiede un alto livello di monitoraggio e autoregolazione emotiva, che assicuri al consulente una tolleranza rispetto alle narrazioni e ai vissuti che emergono dai pazienti, necessaria ai fini dell’efficacia dell’intervento terapeutico. Agli operatori è, dunque, richiesto di accogliere i propri vissuti relativi alla perdita e di integrarli adeguatamente nell’immagine di sé. L’ansia e la paura, correlate alla scarsa maturità dell’operatore nel gestire il tema della morte, possono costituire un ostacolo all’interazione con il paziente.

A tal proposito, si pensi all’importanza per il medico di acquisire delle competenze specifiche nell’ambito della comunicazione delle cattive notizie (breaking bad news). Quest’ultima conduce i familiari e i caregiver verso la presa di coscienza di un evento potenzialmente destabilizzante. Il percorso di elaborazione del lutto e la ridefinizione del legame con il morente hanno inizio nel momento in cui si riceve la comunicazione della diagnosi infausta. Per cui è fondamentale curare le strategie comunicative della diagnosi e non lasciarla ad improvvisazioni creative del momento.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/02/Duy-Huynh_Synchronicity_dw-1-e1581673687799.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-02-14 10:52:592020-02-14 10:52:59Lutto e crescita, intervista a Giuliano Grossi, di Marina Sozzi

Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

22 Aprile 2019/19 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Può la perdita del proprio amato trasformarsi in una forma di rinascita? A prescindere dal credo religioso, dal tipo di unione, matrimonio o coppia di fatto (ancora da normare in molti comuni italiani), che cosa significa perdere la propria dolce metà?Un incontro inaspettato con Luke, uno straniero di mezza età in visita a Torino di recente, continua a echeggiare con le sue parole: Riavviare, ripristinare e resettare. La lista degli input potrebbe proseguire, ma per Luke l’elenco si ferma a Rinascimento. Luke ha deciso di trasferirsi e reiniziare la sua vita proprio in Italia, culla della rinascita umanistica. Il blog Si può dire morte diventa un’occasione per osservare il tema della morte tenendo in considerazione il melting-pot culturale, ossia la cultura di provenienza o di adozione; il dolore della separazione dal punto di vista di una coppia omosessuale attraverso le parole di ‘Un americano a Roma’. Dopo 23 anni trascorsi con Darin, il marito di Luke morto a causa di un tumore nel 2018, Luke ha deciso di riscrivere la storia della sua vita. Si tratta di un passaggio, che dal biologico (la morte del corpo) diventa biografico. Il suo viaggio è iniziato con un biglietto di sola andata Los Angeles-Roma ed é in-progress nel suo blog The Spaghetti Diaries (Claudio Cravero)

La mia storia di perdita non è unica rispetto al lutto di chiunque altro perda una persona cara. Ciò che potrei considerare unico é l’insieme delle scelte che sto facendo non solo per affrontare il dolore, ma per dare una risposta alla domanda esistenziale che, dalla notte dei tempi, l’essere umano si pone costantemente: “Dove sto andando?”.

Quando subiamo una perdita traumatica, tra queste la morte del proprio compagno, credo sorga spontaneo interrogarsi sul senso di quanto successo e cercarne un significato. Qual è stata la ragione della fine? Che cosa tutto questo ha a che fare con me? Che cosa la morte mi insegna e quale lezione posso imparare da qui in poi?

Dopo la morte di mio marito nel 2018, la mia passione per i viaggi, il desiderio di conoscere culture e persone diverse, unite al mio amore per l’Italia, nonché paese di mio nonno, sono stati di conforto per aiutarmi a scoprire ciò che la vita aveva in serbo per me. La vita di un essere umano non può fermarsi all’esperienza biologica della morte del proprio amato, per quanto lacerante questa possa essere. Credo che il mondo non sia che un piccolo punto, a prescindere dalle dimensione esplorabile del nostro pianeta, rispetto alla grandezza della vita stessa. Adesso più di prima, quindi, la sperimentazione del viaggio e la mia destinazione.

Inizialmente, ho anch’io opposto resistenza ad una possibile fase di rinascita biografica. Per resistenza, intendo il desiderio di non voler cambiare nulla e lasciare tutto esattamente com’era prima che mio marito morisse. Questo avrebbe significato tentare di replicare una vita di fatto non replicabile. La mia resistenza, quindi, era nei confronti di una vita vista in prospettiva. L’aspetto retrospettivo della resistenza, al contrario, mi permetteva solo di stare nel dolore per averne un’esperienza profonda. Ma questo atteggiamento non mi aiutava a uscirne, a guarire. Ho ritrovato questa attitudine più e più volte anche mentre frequentavo gruppi cosiddetti ‘del dolore’. Il mio centro a Palm Desert, in California,  è stato il primo luogo nel quale ho iniziato a dare una forma collettiva e diversa al dolore. Sebbene abbia trovato conforto nel raccontare la mia storia personale e il mio rapporto con la morte, ho visto molte altre persone del centro stagnare e opporre resistenza al cambiamento di prospettiva: non riuscivano a vedere la loro perdita da un’altra angolazione.

Ho ascoltato storie di persone che combattevano da anni contro il proprio dolore, e cercavano continuamente di riconnettersi con quel punto nel quale la morte le aveva separate dai loro cari. Non credo che il tempo guarisca le ferite, come comunemente si è soliti rincuorarci. Il dolore non diminuisce nel corso del tempo. Quello che cambia è l’atteggiamento rispetto alle possibilità di una vita più ampia, proprio lì, al di là del dolore. Il dolore è una forma di crescita per permettere alla vita di chi resta di espandersi. In un certo senso, la nostra biografia si amplifica proporzionalmente allo spazio che decidiamo di dare alla vita stessa, sperimentando così una trasformazione del dolore in qualcosa di più grande e inaspettato. Ho così compreso che l’espansione della mia biografia fosse l’unica opzione per vivere una vita ‘con’ e non ‘senza’.

Con la morte di Darin ho deciso di salutare 30 anni incredibili e colmi di ricordi in California, donando e vendendo quanto possedevo. Al tempo stesso, ho espresso quanta gratitudine possibile rispetto a quanto ricevuto sino ad allora e sono ripartito dalla mia esperienza per creare un nuovo e più profondo valore per la mia stessa esistenza. In questa direzione, il cambiamento ha corrisposto alla mia comprensione, fisica, emotiva ed intellettuale, di una vita da vivere in modo più autentico e profondo, volta alla creazione di valore – ovunque mi trovi.

Essendo italo-americano, sebbene cresciuto negli Stati Uniti, le mie esperienze familiari mi facevano pensare che dopo la morte del proprio coniuge si dovesse convivere con il lutto per il resto della vita, definendo un prima (con) e un dopo (senza); due tempi precisi ma in ogni caso riempiti e definiti dalla perdita. Nonostante i cambiamenti culturali in corso, mi sono scontrato con abitudini sociali alle quali non avevo mai prestato attenzione prima. Ad esempio, non mi ero mai accorto di quanto siamo propensi a catalogare e classificare il nostro status con etichette. Dopo la morte di Darin, mi sentivo continuamente chiamare ‘vedovo’.  Confesso che, a 47 anni, ho rifiutato questa definizione, poiché sarebbe rimasta tale a meno che non mi fossi risposato. È vero, di fatto sono vedovo, ma questa classificazione mi rimanda sempre e solo alla situazione dell’“assenza” di mio marito.

Inoltre, in una relazione gay, credo che l’etichetta ‘vedovo’ porti con sé ulteriori complicazioni ancora da sciogliere. Sebbene i diritti delle coppie omosessuali siano avanzati in modo significativo nell’ultimo decennio, solo ora si inizia a sentire parlare di ‘vedovi’o ‘vedove’ tra le coppie dello stesso sesso. A livello socio-culturale, anche questo aspetto diventerà inevitabilmente sempre più comune e mi auguro che presto sia affrontato anche a livello politico e civile. Infatti, mi sento ancora chiedere come sia morto il mio ‘amico’.

La perdita di un amico è una cosa, la perdita del tuo compagno o della tua compagna é ben altra. Quindi rispondo in genere che “ho perso il compagno di una vita, non ho perso un amico”. Mi sembra ci sia ancora molta confusione in questo senso. Il diritto al lutto del proprio amato è lo stesso a prescindere dalla sessualità dei partner.

Durante questo processo iniziato con la morte di Darin, ho trovato che la scrittura sia a pieno titolo una forma di terapia. Ora capisco perché gli scrittori scrivono, quasi come mossi da un’urgenza comunicativa. Anche se non so ancora dove il mio blog The Spaghetti Diaries mi porterà nei prossimi mesi, vorrei che le persone che leggono i miei post capissero l’importanza delle scelte che facciamo per la nostra vita, indipendentemente dalle circostanze. La mortalità, si sa, é un aspetto della vita, ma la morte del tuo amato non è la morte di te. È, anzi, lo stimolo per ripartire e continuare a cercare il proprio scopo, il più grande possibile.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/04/Depositphotos_15773729_s-2019-e1555854337192.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-04-22 16:06:562019-04-22 16:06:56Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

17 Gennaio 2019/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Come hai deciso di diventare cerimoniere al tempio crematorio di Torino?

Non è stata una vera e propria decisione. Direi più semplicemente che è successo, in modo del tutto casuale e inaspettato. Verso la fine del 2013 un caro amico – ai tempi impiegato alla Socrem come cerimoniere – mi chiese se fossi disposto a sostituirlo, visto che stava progettando di trasferirsi all’estero per motivi familiari. La sua decisione di andarsene era stata piuttosto improvvisa, e c’era questo posto vacante da coprire con una certa urgenza. Io avevo appena concluso, in modo non del tutto indolore, quel genere di iter universitario all’insegna della precarietà più disperata che dottorandi e assegnisti di ricerca purtroppo conoscono bene, e l’idea di tentare nuovi percorsi non mi dispiaceva. Il mio curriculum era abbastanza in linea con il profilo richiesto perché, fra le altre cose, durante gli anni universitari mi ero occupato di tanatologia e avevo discusso una tesi di dottorato sugli eufemismi luttuosi. Inoltre mi trascinavo dietro un discreto bagaglio di cultura generale e avevo anche una certa esperienza nell’ambito della lettura performativa. Qualche giorno dopo l’invio del curriculum, l’allora direttore del tempio di corso Novara mi contattò per un incontro conoscitivo. Probabilmente il colloquio andò bene perché di lì a poco mi richiamò proponendo di dare inizio al percorso formativo. Da allora sono passati cinque anni, e ancora non mi hanno cacciato.

Che cosa significa avere a che fare ogni giorno con il dolore e il lutto degli altri? Hai messo in atto qualche strategia per gestire questo difficile e delicato compito nella tua vita?

L’altrui dolore è una materia oscura e delicata, difficilissima da manovrare. Non la conosci, puoi solo intuirne le forme, entrare in contatto con il suo riverbero. Il tuo compito, come cerimoniere, è quello di gestire questa massa fluida senza appropriartene, sfiorandola appena, tentando l’intricatissima impresa di entrarvi dentro senza toccarla e soprattutto senza farti toccare. È un po’ come infiltrarsi in una grande bolla di sapone, restare lì dentro il tempo che serve, per poi uscire fuori con estrema cautela, in punta di piedi, evitando di farla scoppiare. All’inizio è arduo, il pericolo di lasciarsi coinvolgere è sempre dietro l’angolo. Ricordo che nei primi tempi l’idea di gestire cerimonie per bambini mi atterriva. Poi, un passo alla volta, impari a fare ordine, a collocare le cose nel posto giusto, soprattutto ad affinare la consapevolezza che un ruolo del genere impone disciplina, lucidità e un profondo autocontrollo. Ogni cerimoniere ha le sue strategie per evitare che il dolore degli altri lo colpisca, non esiste una regola, è tutto molto soggettivo. Certo non siamo macchine, non sono rari i casi in cui cerimonie particolarmente intense lasciano il segno. A volte si fatica perfino a trattenere le lacrime. Direi che il modo migliore per imparare a gestire gli aspetti più disturbanti sia quello di instaurare un dialogo continuo con gli altri cerimonieri, gli aiuto cerimonieri, i cremazionisti, gli operatori del settore, e così via. Parlare, raccontarsi, dedicare tempo al confronto con le esperienze emotive di chi osserva gli eventi dalla tua stessa prospettiva, è davvero molto importante. Così come è utilissimo ritagliarsi spazi per scherzare e prendersi in giro. Sembra brutto dirlo, ma se non trovassimo il modo di ridere ogni tanto fra un funerale e l’altro sarebbe tutto più difficile.

Il tuo è un punto di osservazione fondamentale per capire come le persone partecipino al lutto degli altri, per lo meno nella fase dei riti di morte. C’è qualcosa che hai osservato e che ti sembra importante comunicare?

Ogni giorno assisto agli effetti che il trauma della mutazione provoca nei dolenti. L’aspetto che mi colpisce sempre è il disorientamento dei superstiti di fronte al fatto che dentro quel feretro c’è un corpo e che quel corpo sta per diventare polvere. Sono convinto – lo sottolineo spesso – che il vero dramma non stia tanto nei dubbi su cosa succeda dopo la fine, ma nel senso di smarrimento che si prova al cospetto di un cadavere. Una delle domande che i partecipanti al rito funebre mi rivolgono con maggiore frequenza è se il defunto proverà dolore nel momento in cui verrà consumato dalle fiamme. Questo cruccio – molto più diffuso di quanto non si possa credere – restituisce bene la misura di quanto, per la nostra cultura, il corpo sia ancora una cosa viva anche quando smette di respirare. Anche il più devoto fra i credenti su questo terreno crolla, autodenunciando così, più o meno consapevolmente, un gigantesco irrisolto. Per spiegare meglio questo aspetto, che ritengo cruciale, uso spesso quello che chiamo il gioco del sassolino. Ecco, immaginiamo un mondo in cui il decesso di un uomo non preveda il progressivo disgregarsi dei tessuti biologici, ma l’immediata trasformazione in sasso, come un chicco di mais che diventa pop corn. Puff, ecco, signori: questa è la morte. Quali scenari aprirebbe una prospettiva del genere? Dal punto di vista dell’elaborazione del lutto, ne sono convinto, un ribaltamento completo. Il peso dell’evento traumatico si scaricherebbe in modo decisivo. Sicuramente affideremmo all’entità sasso un valore meno trascurabile, questo sì, il che consentirebbe l’apertura a nuovi orizzonti rituali. Immagino tasche piene di antenati da portare a spasso, e giardinetti pubblici lastricati di defunti irriconoscibili. Ma penso che non ci farebbero così tanta paura. Né loro, né la morte in sé.

È cambiato il tuo rapporto con la vita e con la morte da quando fai questo lavoro?

Apparirà scontato, ma quando la morte e i suoi effetti entrano a far parte della tua quotidianità, la consapevolezza di quanto la nostra esistenza sia appesa a un filo davvero sottile diventa lampante. È un costante memento mori che ti costringe a riflettere sul senso delle tue azioni, sul valore del tempo, sull’importanza di vivere ogni istante sapendo che potrebbe essere l’ultimo. Non solo l’ultimo tuo, naturalmente, ma l’ultimo delle persone che ami: amici, genitori, figli. Mi considero un agnostico orientato all’ateismo, non credo nell’aldilà, nella resurrezione dei corpi, nelle rassicuranti fantasie promesse dalle religioni, quindi il pensiero della mia morte non mi procura alcun senso di angoscia. Temo più la prospettiva di una malattia dolorosa, o dell’invalidità, e l’eventualità di andarmene prima che i miei figli diventino adulti. Inoltre trovo problematico gestire la prospettiva di una perdita irrimediabile, perché se muore qualcuno che ami, per come la vedo io, non avrai mai più occasione di incontrarlo. Allo stesso tempo avere familiarità con la morte ti aiuta a comprendere quanto sia importante ricondurla a una dimensione naturale, direi perfino ovvia. Fa parte di noi, confinarla nel nebuloso territorio degli spauracchi non ci aiuta a vivere meglio. Così come non ritengo sano vivere nell’ansia di essere dimenticati, perché a pensarci bene è proprio questo l’aspetto della morte che più atterrisce, l’idea di sparire per sempre. Eppure niente è eterno, non lo è il mondo, non lo è l’universo, non lo siamo noi. Che ci piaccia o no, siamo destinati all’oblio, forse l’unica strada percorribile per risolvere i nostri problemi con la Nera Signora è educarci a dialogare con il valore della dimenticanza. Per quanto mi riguarda, spero che quando morirò mi dimentichino in fretta. Faccio mia una frase di Montaigne che negli Essais scriveva: «Desidero che si agiscano e si allunghino gli affari della vita finché si può, e che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli, ma noncurante di essa e ancor più del mio giardino non terminato». Ecco, lavorare al tempio crematorio mi ha aiutato a comprendere meglio il significato di queste preziose parole.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/01/IMG_3012-e1547663691702.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-01-17 09:07:562019-01-17 09:07:56Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi

14 Dicembre 2018/11 Commenti/in Aiuto al lutto, Riflessioni/da sipuodiremorte

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna. La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta.  C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.

La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese. Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

Cosa ne pensate? Vi è capitato di sentirvi particolarmente soli dopo una perdita? Avreste desiderato maggiore vicinanza dai vostri familiari o amici? Utilizzate molto i social network per fare le condoglianze? E per parlare del vostro lutto?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/12/donna-con-bambina-copia-e1544721271905.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-12-14 10:25:262018-12-14 10:25:26A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi

La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

25 Settembre 2018/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Come molti dei lettori di questo blog hanno senz’altro visto, il libro La morte si fa social di Davide Sisto, appena uscito per Bollati Boringhieri, sta avendo una grande quantità di recensioni. Ho voluto quindi rivolgergli qualche domanda un po’ più approfondita rispetto alla stampa generica: dato che la dimensione virtuale assorbe molto tempo nella nostra cultura, non possiamo più ignorare che cosa accade online a proposito della morte.

La riflessione che hai condotto sulle caratteristiche che assume la morte nel web (in vari e complessi modi) è molto innovativa, soprattutto in Italia. In che misura secondo te il modo di trattare la morte sul web è specchio dell’atteggiamento della nostra cultura offline, e in che misura invece si possono rilevare online nuovi e diversi orientamenti?

Le attuali tecnologie digitali registrano, dunque rendono visibili, i comportamenti che segnano comunemente lo spazio pubblico in cui viviamo. Pertanto, l’onnipresenza della morte nel web – soprattutto, le registrazioni audiovisive di omicidi, suicidi e morti in diretta – mette dinanzi ai nostri occhi quella spettacolarizzazione del morire che è la conseguenza prima della sua rimozione sociale e culturale. Noi, in altre parole, guardiamo quei video su YouTube come se fossero dei film. La differenza fondamentale emerge, secondo me, negli spazi interattivi, come i social network: il fatto che la morte sia così presente all’interno di luoghi adibiti a creare perlopiù amicizie e relazioni sentimentali mette le persone dinanzi alla realtà della morte. La presenza dei profili dei morti su Facebook, il più grande cimitero che vi sia al mondo, e la condivisione pubblica delle malattie tumorali da parte di giovani Youtuber registrano visivamente la morte. La vediamo, come non siamo più abituati a farlo offline. Se, pertanto, utilizziamo questa opportunità per educare le persone tanto a un uso corretto del web quanto a comprendere il ruolo della morte nella vita, allora forse il web diventa uno strumento per guardare la morte e il suo legame con la vita in modo diverso rispetto agli ultimi decenni.

Questo libro sta avendo molto successo, segno che il tema della morte interessa e che, se coniugata con il mondo digitale, incuriosisce ancora di più. Nel tuo libro parli di Death Education, immaginando che possa aver luogo online. Oltre a questo blog (che spero possa stare nel novero delle fonti di educazione alla morte) mi fai qualche altro esempio di fonte a disposizione di molti, in grado di modificare la mentalità ?

Il primo esempio che mi viene in mente è “La Cura” (http://la-cura.it/) di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico. Scoperto di avere un tumore al cervello, Iaconesi – che è un ingegnere robotico e un hacker – mette online la propria cartella clinica e chiede al mondo intero di partecipare alla sua cura. Crea, cito le sue parole, “una cura partecipativa open source per il cancro”. Rispondono milioni di persone da tutto il mondo – artisti, ricercatori, medici, ecc. – portando un loro personale contributo. Questo tipo di esperimento, che ha permesso la guarigione di Iaconesi, ha creato una autentica comunità attorno al malato di tumore, facendolo uscire dall’isolamento sociale in cui troppo spesso si ritrova. Un altro esempio è quello delle “cancer vlogger”, ragazze che pubblicano quotidianamente video su YouTube o Facebook in cui parlano della loro malattia a milioni di spettatori. Molti studiosi sostengono che questo fenomeno sia utile per ripensare il rapporto tra salute e malattia, vita e morte. Nel nostro blog abbiamo parlato qualche anno fa del sito “Soli ma insieme” (http://www.solimainsieme.it/), che offre strumenti significativi per bambini e ragazzi in lutto. Per quanto riguarda più specificamente la Death Education, nelle scuole, negli ospedali e nelle Università inglesi e americane sono utilizzate le forme di elaborazione collettiva del lutto su Facebook come occasioni per discutere della morte. Stacey Pitsillides, ideatrice del sito “Digital Death” (www.digitaldeath.eu), è un esempio di ricercatrice che utilizza la presenza della morte nei social network all’interno di progetti universitari interdisciplinari che mettono in dialogo le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Sarebbe interessante farlo pure in Italia.

Nel libro parli spesso di consolazione delle persone che hanno subito una perdita. Consolazione che si può cercare in siti che propongono avatar del defunto e spettri digitali; ma anche nelle interazioni su Facebook a proposito della morte dell’amato; o perfino nell’invio di messaggi Whatsapp al morto. La psicologia ci insegna però che il dolente ha bisogno, prima di tutto, di prendere coscienza della morte del proprio caro. Tutti questi sostituti virtuali del morto non rischiano di rallentare il processo di elaborazione del lutto?

Il rischio è tangibile. Da una parte, i cosiddetti “griefbot”, per mezzo dei quali è possibile continuare a dialogare con i morti, rappresentano chiaramente la non accettazione della perdita e del distacco. Sono la conseguenza del tentativo di tenere stretto a sé digitalmente chi non potrà più esserci fisicamente. Dall’altra, la presenza dei profili dei morti su Facebook e su WhatsApp può mantenere vivo a tempo indeterminato il dolore in un genitore che ha perso il figlio. Va però anche detto che tutti questi mezzi digitali offrono alle persone la possibilità di continuare a tenere stretta a sé una quantità inimmaginabile di ricordi e di narrazioni del defunto. E questo, nei casi in cui il lutto è stato elaborato, è benevolmente consolatorio.
Il prevalere delle opportunità o delle criticità dipende dal lavoro che viene fatto offline. Oggi abbiamo questi strumenti digitali che segnano la nostra vita quotidiana. Sappiamo che possono acuire il dolore per la perdita o, in alternativa, possono fornire una maggiore consolazione rispetto al passato. Se il dolente è abbandonato a se stesso, ovviamente le criticità del web prevalgono. Anche in questo caso mi chiedo: quando la società imparerà a mettere a frutto con intelligenza e raziocinio le inedite opportunità offerte dal progresso?

Ho trovato molto interessante la questione della memoria. La memoria, per esistere e avere senso, ha bisogno anche di oblio. Qualcosa si ricorda perché si dimentica il resto. Non stiamo affastellando troppa memoria? Tutta questa memoria non rischia di trasformarsi in una nuova forma di oblio indifferenziato? Questa domanda non vale solo per i defunti, ma certo nel caso della morte appare particolarmente pertinente.

Con me sfondi una porta aperta. Sono quasi privo di fotografie della mia vita personale e familiare. Tendo ad accumulare meno ricordi possibili. Dal momento che ho un carattere malinconico, lo tengo a bada cercando di guardare sempre in avanti, senza tener troppo conto di ciò che mi sta alle spalle. Oggi, le persone accumulano in formato digitale una quantità inimmaginabile di fotografie, registrazioni audiovisive, testi scritti. Tutto questo materiale è profondamente dispersivo e soffocante. Ma, di nuovo, la memoria digitale può trasformarsi in un’occasione per fare selezione e per preparare la propria eredità personale. Se si insegnasse, a partire dagli anni della formazione scolastica, l’importanza dell’oblio per la memoria stessa, forse si riuscirebbe anche a rendere le persone consapevoli di quanto sia necessario selezionare le proprie memorie per il futuro. Questa quantità immensa di memorie è l’ennesima occasione per porsi la domanda: “cosa voglio lasciare agli altri dopo la mia morte?”. Quindi, per riflettere sulla propria mortalità e sull’uso responsabile del web nei suoi confronti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/09/Depositphotos_110069884_s-2015-e1537871405124.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-09-25 12:32:212018-09-25 12:32:21La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

Il dolore non va in vacanza. Intervista a Enrico Cazzaniga, di Marina Sozzi

2 Agosto 2018/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Enrico Cazzaniga è psicologo e psicoterapeuta, esperto di tematiche del lutto, fondatore di molti gruppi di Auto Mutuo Aiuto sul lutto in Italia e in Canton Ticino, autore, tra gli altri, di un prezioso testo che tratta tutti gli aspetti del lutto e della perdita, intitolato Il lutto. Gli chiediamo di aiutarci a capire perché, per chi ha perso una persona cara, sia così difficile affrontare l’estate.

Quali sono secondo te le ragioni di questa difficoltà che viene ad aggiungersi al dolore?

Intanto una premessa. Vivere il lutto oggi, più di ieri, è difficile per la perdita dei rituali collettivi e l’impoverimento della rete relazionale d’appartenenza, ottimi contenitori del dolore e preziosi sostegni alla quotidianità di chi, spesso, si ritrova con la vita completamente stravolta. E, d’estate, le relazioni sono ancora più allentate del solito. Anche per il solo fatto che molti parenti, amici e vicini vanno in vacanza.

Quindi in primo luogo c’è la solitudine. E poi?

L’estate rappresenta per la maggior parte degli italiani un momento di stacco dalla vita quotidiana, di fuga dalla “normalità” e dalla routine, quel momento che quasi tutti aspettano per rilassarsi, distrarsi, riposare e rinvigorirsi in previsione del ritorno al lavoro e/o alla vita in città.
Il tempo del lutto è invece un tempo “speciale”, intriso di dolore, almeno inizialmente, spesso ancora più arduo poiché si fatica a riconoscerlo come tale, a permettersi di soffrire. E’ un tempo in cui ci si è lasciati alle spalle la vita che ci è familiare, e ci si ritrova immersi in una esistenza che non si riconosce più, e che spaventa, soprattutto se si guarda al futuro. Per le persone in lutto la routine non esiste (se non nella dimensione del dolore). Sono due modi completamente diversi di vivere il tempo, che accentuano la solitudine di chi ha perso una persona cara.
Inoltre, l’estate talvolta acuisce i sentimenti di tristezza legati alla perdita: spesso è infatti gravata anche dai ricordi del tempo di vacanza trascorso con la persona che non c’è più.

Quindi è difficile pensare che una persona in lutto possa distrarsi dal dolore?

Dal dolore del lutto ci si distrae generalmente, durante l’anno, con quelli che ho definito “i grandi distrattori”, cioè il lavoro, lo sport, i nipotini, gli hobby eccetera. E questi d’estate vengono meno. Non è poi infrequente che ci sia un’istanza sociale, e anche familiare, che richiede a chi è in lutto tempi più veloci di costruzione di una nuova dimensione esistenziale. E d’estate questa richiesta si fa più pressante ancora, e chi soffre per una perdita spesso si sente “assediato” dai consigli forniti da chi parte per le vacanze.

Esiste qualche strategia per vivere meglio questo periodo dell’anno, che a volte diventa arduo per diversi anni consecutivi dopo la perdita?

Il lutto non ha solo una dimensione temporale, ma anche spaziale. I “luoghi” del lutto sono importanti quanto il tempo del lutto. Molti preferiscono rimanere a casa e, a volte, sentono che la tristezza aumenta; ma possono anche scoprire, paradossalmente, che proprio dalla solitudine può giungere un insperato aiuto. Dipende a che punto si è con quella che definirei “la dimensione spazio-temporale del lutto”. Ricordo, per spiegare cosa intendo, una donna che mi raccontò che la solitudine vissuta quell’estate (tre settimane in totale) le fu di grande aiuto per “toccare il fondo” e, a livello emotivo, sentire che suo marito non c’era proprio più. Prima di allora era stata “saturata” dalla presenza di amici e familiari, che non le aveva consentito di realizzare che lui non c’era “veramente” più. Era come se, dalla morte del marito in poi, non avesse più avuto un tempo e uno spazio per rimane sola con se stessa. Fu solo allora che riuscì a cominciare a ricostruire la propria vita.
A chi invece decide di partire potrebbe succedere di vivere momenti difficili, se avvertirà una discrepanza tra il tempo della vacanza, che dovrebbe essere lieve, e il peso della mancanza. Tuttavia, i momenti difficili potrebbero alternarsi con altri percepiti come buoni e costruttivi. Tornare nei luoghi vissuti con chi non c’è più può avere effetti ambivalenti: per alcuni versi può facilitare il manifestarsi della nostalgia (sentimento importantissimo che permette la chiusura del lutto), ma per altri versi, in alcuni momenti, potrebbe acuire il dolore dell’assenza.
Penso che non ci siano approcci strategici al lutto. L’unica cosa da tenere presente è che il lutto richiede tempo e luoghi adeguati per poter fare, come ha scritto Philippe Forest, il “sacrificio” del lutto.

Cosa possiamo invece fare come familiari o amici di chi è in lutto, per evitare che l’estate si trasformi in un incubo?

Familiari e amici dovrebbero rispettare i tempi di chi è in lutto, senza forzare chi non ha nessuna intenzione di divertirsi per forza. Allo stesso modo occorre rispettare la scelta dei luoghi del lutto, sostenendo i propri cari e accogliendo la loro decisione del dove vivere questo periodo. Ho conosciuto persone in lutto che d’estate vanno più spesso al cimitero…
È importante mantenere i contatti, anche telefonicamente, per far sentire la propria vicinanza.
Un utile aiuto d’estate può arrivare anche dai gruppi AMA (Auto Mutuo Aiuto). Spesso i gruppi in estate si fondono (nella nostra zona da una decina di gruppi se ne costituiscono 4/5) perché molte persone vanno in vacanza. Capita però che diverse richieste di contatto arrivino proprio in questo periodo, specie nelle grandi città. Il dolore non va in vacanza.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/08/Depositphotos_3232862_s-2015-e1533213598681.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-08-02 14:47:092018-08-02 14:47:09Il dolore non va in vacanza. Intervista a Enrico Cazzaniga, di Marina Sozzi

Stare vicini a chi è in lutto, di Marina Sozzi

30 Ottobre 2017/16 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Elderly Woman and pictureIl lutto è un momento di cambiamento difficile, forse l’esperienza più dura di fronte alla quale si trova un essere umano. E’ un tempo rischioso: il legame profondo e costitutivo che ci lega alle altre persone implica il pericolo di smarrire noi stessi perdendo chi ci è caro. Al contempo, il lutto è un periodo potenzialmente fecondo, come tutte le situazioni che richiedono un cambiamento importante, una riflessione e una revisione della propria vita, delle proprie priorità, delle proprie relazioni e delle proprie scelte.

Vivere nella società occidentale non è di aiuto a chi è in lutto. La nostra cultura ha provato a eliminare la sofferenza (in generale) e la sofferenza legata al lutto in particolare. Richiede a chi ha subito una perdita di fare in fretta a risolvere il proprio lutto e stare di nuovo bene, tornare a produrre e soprattutto a consumare. Sul lavoro si possono prendere tre giorni per lutto, poi – se non è ancora possibile tornare a lavorare – occorre mettersi in mutua. E, dal punto di vista simbolico, mettersi in mutua significa essere malati.
La maggior parte dei riti legati alla morte sono scomparsi, soprattutto nello spazio urbano. La nostra civiltà non elabora, non riflette, non inventa rituali e usanze sociali sull’esperienza della morte, e ha relegato nell’interiorità dell’individuo la difficoltà del lutto. Il dolore per la perdita è diventato un problema interno alla psiche degli individui, che coinvolge solo in minima parte le reti sociali dei cittadini. La psicologia ha avuto in gestione il lutto, così come alla medicina è stato delegato il trattamento della fine della vita.

Non stupisce quindi che la maggior parte delle persone in lutto si trovino in una profonda solitudine, poco accolte, poco accettate da una cultura imbarazzata dal dolore umano e ancor più dalla morte.
Questa è la ragione per cui si è creata l’esigenza di offrire strategie per sostenere chi è in lutto.

La proposta di aiuto si sta diffondendo, anche se solo a macchia di leopardo sul territorio italiano (se vi interessa approfondire, andate qui). Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, gruppi condotti da un terapeuta, colloqui individuali, anche via Skype, metodi basati sulla narrazione o sulla corrispondenza, blog o forum. Chiedere un aiuto strutturato o professionale, quando si soffre per una grave perdita, può essere decisivo. Siamo animali sociali e non siamo fatti per risolvere complessi cambiamenti esistenziali in solitudine.

Inoltre, non va sottovalutato l’aiuto che proviene dal nostro entourage amicale e sociale. Se riuscissimo a mettere da parte il disagio e il timore di essere invadenti, per stare vicini a chi ha perso un familiare nella nostra cerchia, eviteremmo di creare in lui la sensazione dolorosa di essere schivato e allontanato, che lo induce a ripiegarsi su se stesso.
Come? In primo luogo offrire il nostro ascolto e la condivisione dei ricordi concernenti il defunto, talvolta la narrazione reiterata della morte: un sostegno emotivo empatico, che deve però saper continuare nel tempo. E’ frequente oggi che tutti si stringano intorno al sopravvissuto subito dopo il funerale, per poi prendere le distanze. Un tempo esisteva, nei primi giorni e settimane dopo la morte, il cónsolo, ossia l’usanza di portare cibo a casa del defunto, affinché i familiari potessero nutrirsi, anche se non avevano la forza di occuparsi di sé.

Anche oggi questo tipo di sostegno pratico è particolarmente gradito. Non solo preparare una torta o una cena, ad esempio, ma anche aiutare a sbrigare burocrazie, informarsi sul sostegno disponibile, telefonare a istituzioni e associazioni: nella maggior parte dei casi chi è in lutto si sente spossato e privo di energia, e fa fatica a prendere iniziative.

Occorre anche rispettare i tempi del dolente, senza spingerlo ad abbreviarli troppo, evitando le frasi fatte, tipo “il tempo guarisce tutto” o “chi vive si dà pace”. Evitare di dare consigli, specialmente sul processo e sui tempi di elaborazione del lutto, e in generale limitarsi a suggerimenti esplicitamente richiesti. La relazione d’aiuto che si viene a creare in questi casi è particolarmente preziosa e arricchente, sia per chi ha subito la perdita, sia per chi offre la sua disponibilità.

Avete esperienze in merito, sia per lutti che avete vissuto, sia per l’aiuto che avete dato a vostri amici o parenti? Potete raccontare le difficoltà che avete incontrato? Di cosa avreste avuto bisogno?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/10/IMG_1602-e1509295763121.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-10-30 11:02:422017-10-30 11:02:42Stare vicini a chi è in lutto, di Marina Sozzi

Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti

25 Ottobre 2016/11 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

fullsizerender-2Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui. È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano. Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita. In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

E voi? Quali sono state le emozioni principali che avete provato dopo un lutto? Chi tra di voi ha dovuto affrontare l’elaborazione di un lutto, ritiene a posteriori di aver ricevuto dalla famiglia o da altri il sostegno necessario, o ritiene di essere stato solo in questo momento doloroso della propria vita?

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/10/orologi-molli_2907355_311834-e1477253809441.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-10-25 08:22:022016-10-25 08:22:02Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti

Cosa dire della morte ai nostri figli?

4 Febbraio 2013/18 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Ricevo e pubblico con piacere un post di Francesca Ronchetti (www.francescaronchetti.it), che si occupa dell’elaborazione del lutto nei bambini:

“Una delle difficoltà che incontrano molti genitori nell’educazione dei propri figli è spiegare cosa sia la morte. Le mamme e i papà muoiono? Io morirò? Molti adulti evitano il tema, che li mette a disagio, pensando di proteggere i bambini…perché svelare loro l’amara verità? Tuttavia, i bambini non vivono in un mondo protetto, la morte tocca anche le loro famiglie e il loro ambiente: un insegnante, un compagno, un nonno, o anche solo un animale domestico. Cosa dire al bambino? La nonna è partita per un lungo viaggio? In questo modo, si lascia il bambino inutilmente in attesa del suo ritorno, aumentando il suo spaesamento e la sua sofferenza. D’altronde, la vita acquisterebbe più senso se riuscissimo a vedere la morte come dimensione umana per eccellenza, come limite, come finitezza, come il concludersi naturale dell’esistenza. La morte è soprattutto un momento per intensificare i legami: non priviamo dunque i bambini, e noi stessi come genitori, della condivisione di un’esperienza dolorosa ma importante. Spieghiamo loro mediante parole semplici che l’esistenza umana, al pari di qualsiasi altra forma di vita, è destinata ad avere una conclusione, così come un inizio. E’ importante educarli alla finitezza, parlare loro della morte, del ciclo di vita, del cammino che tutti dovremo percorrere, alcuni prima, altri dopo: fin dalla prima infanzia, e non solo come risposta a eventi dolorosi, a una perdita da elaborare. I bambini sono in grado di accettare anche le esperienze più difficili se accompagnati per mano.”

Vi chiedo:
Siete d’accordo? Volete raccontarci le vostre esperienze? Come avete parlato della morte ai vostri figli? Cosa consigliereste a altri genitori?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/02/imgres-7.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-02-04 09:07:342013-02-04 09:07:34Cosa dire della morte ai nostri figli?

Narrare il lutto

21 Gennaio 2013/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Nella nostra cultura, dove pochi e smorti riti vengono celebrati, dove ciascuno vive la propria vita individuale, la narrazione del dolore ha preso il posto della sua condivisione, e dal narrare nascono nuove comunità elettive.
Così funzionano i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati al lutto, i cui partecipanti si riuniscono per raccontare il proprio male di vivere con la perdita, e poco per volta sono meno soli, ritrovano solidarietà, vicinanza e amicizia.
C’è chi invece di parlare, decide di scrivere. Per scrivere la propria esperienza di perdita occorre saper trovare le parole giuste. Non necessariamente letterariamente efficaci, ma corrispondenti a quel che vive nella memoria, nel cuore e nella mente di chi soffre (cfr. anche il sito dell’Associazione Maria Bianchi, che dedica una parte del suo lavoro di sostegno al lutto proprio alla narrazione, www.mariabianchi.it )
Ci sono eccellenti libri sull’esperienza del lutto, ne ricordo qualcuno per chi abbia piacere di ritrovare propri sentimenti nelle parole altrui: Philippe Forest ci ha raccontato la perdita della sua bimba di quattro anni in Tutti i bambini tranne uno, e scrive “Ho fatto di mia figlia un essere di carta”. Louise Candlish in Da quando non ci sei parla della sua fuga in Grecia e della lenta, sofferta ripresa della speranza di poter vivere, dopo la morte della figlia Emma. Ray Kluun, Senza di lei, narra la sua terribile esperienza di un lutto bloccato dopo la morte della moglie, di come si è perso per mesi nella droga e nel sesso. Joan Didion in L’anno del pensiero magico, percorre il primo anno dopo la morte del marito, un anno in cui tutto viene rimesso in discussione. Brigitte Giraud in E adesso? narra la perdita del marito in un incidente d’auto e la fatica di continuare a vivere, C. S. Lewis, Diario di un dolore, evoca il suo lutto per la moglie e il suo sgomento di fronte al vacillare della fede. Ce ne sono molti altri. Molti di questi autori non erano scrittori professionisti, eppure hanno avuto l’esigenza di trovare le parole “giuste”. Giuste per mettere una distanza tra sé e il proprio dolore, giuste per ricordare la persona perduta e l’amore provato, giuste per scoprire che ogni lutto è un dolore diverso, e nessuno stereotipo può servire.
Vorrei parlarvi anche di un blog, bellissimo a partire dal nome, Tra2mondi. E’ un padre che scrive a proposito della perdita della propria bambina: “Nostra figlia, Agathe, se ne è andata all’età di tre anni, tre anni fa. Vorrei poter scrivere qui la nostra storia e condividerla. Non so se ci riuscirò. Finalmente mi sono detto che la sola cosa che un uomo può fare, su questa Terra, è testimoniare della propria vita, qualunque essa sia, senza mentirsi. La storia di nostra figlia ci ha fatto cambiare. Cambiare significa iniziare a vedere il mondo, la vita, in modo diverso. Anche per questo ho pensato di chiamare questo blog ‘tra2mondi’.”
Due mondi esplorati con le parole “giuste” da Stefano, papà di Agathe. Stefano vuole mettere la sua esperienza a disposizione di tutti coloro che lo desiderano, e creare una difficile comunicazione con altri sul tema più occultato e impronunciabile tra tutti i silenzi che circondano la morte: la morte di un bambino.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/01/Narrare-la-perdita.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-01-21 12:31:552013-01-31 21:58:55Narrare il lutto

Quando il lutto non vuole finire…

19 Dicembre 2012/350 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Spesso chi vive un lutto si chiede se sia “normale” stare male a lungo. A volte la morte di una persona cara è devastante, e ritrovare l’amore per la vita pare un’impresa impossibile. Forse però dobbiamo smettere di pensare con ansia a quanto tempo è passato, per riflettere sulle modalità del nostro lutto.
Uno psicologo americano, George Bonanno, esemplifica la difficoltà a superare il lutto attraverso la storia di Rachel e Franck, coppia sposata da 40 anni e senza figli, molto amici, che passavano la maggior parte del tempo libero insieme. Franck muore improvvisamente al lavoro, di un attacco cardiaco. Per settimane Rachel non riesce a mangiare nulla, piange per ore, non dorme, dimagrisce, diventa pallida e con gli occhi cerchiati, non torna al lavoro per molti mesi dopo la morte del marito. Rientrata in ufficio, resta incapace di concentrarsi, e il suo capo le consiglia di prendersi ancora un po’ di tempo: lei resta a casa a piangere, spesso a letto, e un anno dopo nulla è cambiato.
Occorre intanto sapere che un’esperienza come quella di Rachel capita a circa il 15% di chi è in lutto, nella nostra cultura: un gran numero di persone, se si considera che tutti noi dobbiamo confrontarci con il lutto.
Essere tristi è non solo normale, ma anche positivo dopo una perdita grave: coloro a cui siamo cari sentono maggiormente il bisogno di starci vicino. L’eccessiva e troppo prolungata tristezza, però, diventa perniciosa e disfunzionale, ed è bene che sia un campanello d’allarme per chi la prova. Sembra che molte persone con un lutto prolungato perdano, nei primi tempi dopo la perdita, il senso della propria identità. Chi sono io, se non sono più la moglie di Franck? si chiedeva Rachel. Molti pensano che tutto sia perduto, che nulla abbia più senso per loro, indipendentemente dagli interessi coltivati prima.
Che cosa fa sì che gli individui vivano un tale senso di vuoto e dolore? Qualche risposta comincia a emergere: ad esempio, le persone con lutto prolungato generalmente sono dominate dallo struggimento per l’essere amato, non vogliono altro se non riaverlo. E’ una reazione alla perdita diversa dalla depressione, che generalmente non ha oggetto. Sono persone inconfortabili: chi è morto non può tornare. Inoltre, non desiderano la vicinanza di nessuno. Il loro pensiero torna sempre e solo al congiunto scomparso, e il dolore si approfondisce. Una delle cause del lutto prolungato è, dice Bonanno, la dipendenza, soprattutto emotiva: l’idea di non poter fare a meno dell’altro e la paura della separazione.
Anche i ricordi non sono consolanti ma minacciosi e volti ad accrescere la sofferenza. Ci si volta spesso indietro, con senso di colpa, e si rimpiange di non essersi comportati in modo diverso in alcune situazioni (Rachel rimpiange di non aver avuto figli con il marito, e arriva a immaginare che il marito sia morto per il dolore della mancata paternità). L’enorme solitudine di chi si trova prigioniero di un lutto senza uscita è difficile da comprendere e tollerare dagli altri, famiglia o amici, che vorrebbero aiutare il dolente a recuperare una vita piena, ma che sono sovente respinti e frustrati. Spesso così essi cominciano ad allontanarsi, inasprendo il senso di solitudine.
Se intravvedete nel vostro lutto (o in quello di vostri amici e conoscenti) questi tratti, e se sono passati più di sei mesi dalla morte, chiedete aiuto. Potrebbe esservi utile una terapia psicologica, ma non necessariamente. Domandate se esistono gruppi di auto mutuo aiuto nella zona in cui vivete, consultate il vostro medico di famiglia, se avete fiducia in lui. Aiutarvi è possibile! ps. date un’occhiata a www.gruppoeventi.it

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/lutto-cronico.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-12-19 19:42:182012-12-19 19:42:19Quando il lutto non vuole finire…

Noi e il lutto

20 Ottobre 2012/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Io ho cinquant’anni e il lutto più grave che ho subito è quello dei nonni materni, a cui ero affezionata come ai miei genitori. La mia non è una condizione particolare. La nostra vita media si è allungata, e arriviamo talvolta fino a un’età matura senza che una perdita ci sconvolga la vita. Ma la morte è cieca sorda e muta, e ci prende invece altre volte alla sprovvista. Arriva quando siamo bimbi e si porta via nostra madre, quando siamo giovani e rapisce il nostro fidanzato o marito, o i nostri figli, lasciandoci senza fiato a dover rinventare una nuova vita.
Un secolo fa, si viveva in modo diverso, non tutti in agglomerati più o meno grandi e più o meno anonimi, ma in comunità più piccole. Quando una disgrazia ci colpiva, tutta la comunità, per amore o per convenzione, si stringeva accanto al dolente. La vedova era supportata ma anche un po’ “presidiata”. Doveva vestire di nero per un periodo prefissato, non poteva fare vita mondana, non poteva risposarsi. La vedova allegra era un personaggio da operetta. Oggi siamo più liberi e più soli, il lutto si configura come un fenomeno psicologico, individuale, interiore, che riguarda l’individuo colpito (o al massimo la sua famiglia), e non come un fatto che coinvolge una comunità o un gruppo.
Dopo il funerale, molti si dileguano. E se non lo fanno subito, spesso lo fanno alla quarta o quinta volta che chi è in lutto si mostra depresso, poco reattivo, solitario.
Non so se le condizioni storiche e sociali che caratterizzano il nostro tempo abbiano peggiorato l’esperienza del lutto: certo l’hanno cambiata. I riti di morte non ci sono più, quasi nessuno veste di nero, rispetta le visite di condoglianze o si occupa di nutrire per una settimana la famiglia che ha subito la perdita (il consolo, o reconsolo, che forse sopravvive in alcune zone del sud). Cosa li ha sostituiti? Solo il silenzio e la disperazione? Forse no, o perlomeno non più. Oggi si vanno diffondendo i gruppi di auto mutuo aiuto, organizzati un po’ ovunque in Italia da associazioni non profit. I gruppi sono fatti da persone che condividono il dolore di un lutto e, accettando le regole del rispetto e della solidarietà reciproci, si aiutano a andare avanti nel cammino della vita. I partecipanti in genere affermano di sentire il gruppo come l’unico contesto in cui “poter essere se stessi”, e in cui narrare se stessi. Il gruppo diventa “la famiglia”, soprattutto per chi è solo. Ma spesso aiuta, almeno per un periodo, tutti i partecipanti. Si tratta di una comunità elettiva, che è subentrata ora che la “comunità naturale” della società premoderna e moderna non esiste più.
Un sito molto utile a chi è in lutto è www.gruppoeventi.it, dell’omonima associazione di volontariato, il cui link trovate anche in questa pagina: lì, oltre a molte indicazioni e riflessioni, trovate un elenco dei gruppi attivi in tutt’Italia. Di come funziona un gruppo parlerò presto, ma sarebbe molto bello se chi ha fatto questa esperienza volesse narrarla…

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/image10-e1350766751515.jpg 262 360 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-10-20 23:07:412012-10-20 23:07:41Noi e il lutto
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