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L’impermanenza: la morte da una prospettiva buddhista

14 Maggio 2013/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Cari amici, ricevo e pubblico con piacere, a integrazione delle cose pubblicate ieri, questo guest post da Tiziano Casonato della Kagyu Samye Dzong di Venezia: http://www.kagyu.it

Morire, di per sé, è molto semplice: espiriamo e non inspiriamo più. Niente di complicato, niente da modificare. E’ un fatto assolutamente naturale: il buio della notte è seguito dalla luce del giorno, un umore triste viene sostituito da un momento di felicità, il freddo dell’inverno trova il suo complemento nel calore dell’estate. E così come siamo nati, moriamo.
Eppure tanta semplicità, paradossalmente, non viene vissuta con altrettanta facilità. Spesso è difficile venire a termini con la mortalità, nostra e di chi amiamo, come è difficile venire a patti con una caratteristica dell’esistenza, di cui la morte fa parte, che nel buddhismo viene chiamata impermanenza.
Il mondo, l’intero universo e gli esseri che in esso vivono, dipendono da una fitta interrelazione di fattori che portano al sorgere dei fenomeni di cui facciamo esperienza, a livello esteriore e anche a livello interiore. Pensieri, emozioni, stati mentali, sensazioni fisiche, sono per natura transitorie: hanno origine dall’incontro di una serie di cause, che portano a quella specifica manifestazione, che cessa nel momento in cui quelle cause cambiano il loro modo d’essere in relazione tra loro.
Lo stesso avviene a livello fisico: l’incontro di una serie di fattori ha portato al nostro concepimento, ha permesso lo sviluppo del feto, alla nascita, alla sopravvivenza e così via.
La morte non è quindi né “giusta”, né “sbagliata”. Non è un fallimento, né una punizione. E’ un fatto naturale che in uguale misura, senza distinzione di razza, specie animale e ceto sociale, sperimenteremo tutti.
In tutti i suoi approcci, il buddhismo ha come aspetto centrale la consapevolezza: il contatto con la propria esperienza e la relazione che si ha con se stessi e quindi con gli altri e con il mondo in cui viviamo. Vivere la nostra vita pienamente, istante dopo istante, senza seguire fantasie irrealistiche sulle esperienze e senza scappare da ciò che viviamo. Essere presenti quindi, permettersi di sperimentare le nostre emozioni, le nostre gioie, le nostre paure in modo sempre più profondo . Anche la paura di morire e della morte.
La paura della morte è una delle paure fondamentali che, in quanto esseri viventi, condividiamo. Gli insegnamenti del Buddha invitano ad esplorare con grande apertura e profondità la paura della morte. Perché? Una delle ragioni è che sicuramente è una delle paure che più condizionano la nostra esistenza: la paura di un evento incerto nei tempi e nelle modalità, ma sicuro nel suo verificarsi. Soffriamo nel presente per un evento che capiterà solamente in futuro. L’unico evento certo dal momento della nascita.
Quando il momento della morte arriva non possiamo scappare, non possiamo rimandare, dobbiamo lasciare andare questa vita e le esperienze che abbiamo vissuto, quelle belle e anche quelle che non ci sono piaciute. Questa prospettiva presenta due possibilità: lasciare andare forzatamente, accompagnati da tanta sofferenza, panico e magari rimpianti, che al momento della morte risultano evidenti nella loro intensità; oppure arrivare pronti per lasciare andare, avendo vissuto una vita piena e significativa, appagati, senza o con pochi rimpianti e magari curiosità.
Riflettere sulla morte e sentire quali stati d’animo fa emergere è quindi una pratica quotidiana, che accompagna il praticante lungo la sua vita, come sentire quali stati d’animo fa emergere e scoprire la capacità di accoglierli. E di lasciarli andare. In questo modo la paura della morte, che scorre spesso non vista e soprattutto non sperimentata, viene integrata e liberata nell’esperienza del praticante.
Questo dà origine ad un processo molto potente e trasformativo che, tra le varie cose, riconfigura in modo naturale le priorità della vita e fa scoprire un coraggio di investigare in profondità il proprio sentire e le proprie aspirazioni. Che cosa voglio? Cosa è importante per me? Se questo fosse il giorno della mia morte mi sentirei soddisfatto di come ho vissuto? Sento di poter morire appagato, libero da eccessivi attaccamenti quando lasciare andare è l’unica cosa che posso fare?
Affrontare la paura della morte diventa la via d’accesso a una grande libertà interiore che si esprime in due modi: libertà dalla paura della morte; libertà dalla paura di vivere secondo le nostre aspirazioni, pienamente.
All’inizio, trovarsi faccia a faccia con la tristezza, la paura e il senso di impotenza che il pensiero della morte può far emergere è difficile. E’ naturale, non c’è niente di sbagliato in tutto questo. Se ci permettiamo di guardare in faccia questo sentire, con un atteggiamento gentile e accogliente, potremmo riuscire a regalarci una vita appagante, piena, che valorizza le cose che per noi sono veramente importanti, trovando dentro noi il coraggio e la saggezza per farlo.
Quale dono più grande, per noi e per chi ci saluterà in quel momento, di una morte serena e consapevole, senza rimpianti, il risultato di una vita vissuta con pienezza e profondità?

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La morte buddhista in Sri Lanka

13 Maggio 2013/10 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte


Cari amici, il silenzio delle ultime settimane è dovuto a un interessante viaggio che ho fatto in Sri Lanka, lussureggiante e affascinante isola a sud est dell’India, con una popolazione a maggioranza buddhista (di tradizione Theravada, la più antica, risalente all’insegnamento del Budda), e con meravigliosi siti archeologici e templi.

Siccome mi è parso che apprezziate le descrizioni dei modi di celebrare la morte diversi dai nostri, vi racconto quel poco che ho potuto vedere e capire in questo primo viaggio singalese, accompagnato dagli scatti che è stato possibile fare. Procedendo faticosamente con uno sgangherato pulmino per le strade dell’isola, scorgevo lungo il tragitto diversi gruppi di semplici tombe, a volte simili, a volte diverse l’una dall’altra. Ho scoperto che in Sri Lanka, nei villaggi, si seppellisce vicino alla propria casa, o in zone identificate come cimiteriali da piccole comunità, senza particolari vincoli. Solo nelle città di maggiori dimensioni ci sono veri e propri cimiteri. In genere, i gruppi religiosi separano le proprie aree da quelle appartenenti a altre confessioni, ma non è raro vedere accostate tombe di defunti di credo differenti.
I cristiani raggruppano le loro semplici croci intorno alle chiese, i buddhisti ornano di drappi bianchi i mucchi di terra fresca che ricopre il corpo dei loro morti. Non tutti i buddhisti, infatti, cremano. La cremazione è costosa e sovente il corpo morto è semplicemente inumato; altre volte, invece, sono le ceneri a essere sepolte e non disperse (nei fiumi, o nella foresta, o nel mare).

E il funerale? Sono riuscita a vederne due di sfuggita, affollati, entrambi buddhisti, che si svolgevano nella casa del defunto, addobbata con bianchi paramenti a lutto. Alcune letture sul buddhismo in Sri Lanka e qualche parola con la nostra guida (un cristiano sposato con una donna buddhista) mi hanno dato qualche elemento in più per comprendere quello che avevo visto. Quando qualcuno muore, la famiglia si reca nel tempio e informa i monaci, invitandoli al funerale. Il corpo resta in casa per un paio di giorni, perché parenti e compaesani possano far visita al defunto. Sri Lanka è un paese prevalentemente rurale, e ha mantenuto tradizioni comuni a molte culture, non ultima anche la nostra in epoca moderna. La famiglia è sostenuta dai vicini, che portano cibo, caffè e the non solo per i familiari, ma anche per i visitatori. Né il defunto né la famiglia vengono lasciati soli. La strada verso il crematorio o il luogo di sepoltura, percorsa a piedi con la bara in spalla, è decorata con foglie di palma da cocco. La cerimonia funebre si svolge prima, in casa.

Dopo la cremazione comincia il periodo del lutto, durante il quale i membri della famiglia indossano semplici abiti bianchi (il colore preposto al cordoglio), non guardano la televisione né ascoltano la radio.
Sette giorni dopo la morte, ci si riunisce nuovamente tutti nella casa del defunto, dove un monaco pronuncia un sermone sul tema buddhista dell’”impermanenza” (il flusso continuo e il cambiamento di tutte le cose) e della morte. Descrive che cosa accade dopo la morte e perché è importante prestare ascolto all’insegnamento del Buddha ed essere generosi in memoria del defunto. I buddhisti ritengono che morire con pensieri sereni crei un’energia positiva che accompagna il defunto nella reincarnazione successiva. Anche la liberalità della famiglia verso gli altri aiuta il defunto a non mancare del necessario nella sua vita futura.

Ciò che caratterizza l’approccio buddhista alla morte è inoltre la pratica della piena consapevolezza di cosa sia veramente la vita, cui ci si allena fin da bambini mediante l’educazione e la meditazione. Buddha ha insegnato la dottrina delle quattro nobili verità. La prima è la constatazione che l’esistenza umana è segnata da insoddisfazione, disagio, dolore: “Questa, monaci, è la nobile verità del dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che non è caro è dolore, la separazione da ciò che è caro è dolore, non ottenere ciò che si desidera è dolore”. La seconda nobile verità individua la causa della sofferenza: l’attaccamento, il desiderio. La sofferenza è provocata dalla brama di godere degli oggetti dei sensi, dalla brama di esistere, o anche dalla brama di cessare di esistere. La terza nobile verità descrive la cura contro il dolore: l’estinzione di questa stessa brama, l’abbandono e il distacco dal desiderio e dall’attaccamento. La quarta verità illustra il sentiero impervio per raggiungere la cessazione della sofferenza: mantenere la giusta visione, la retta intenzione, la retta parola, l’azione giusta, perseguire i corretti mezzi di vita, adottare il retto sforzo, la giusta attenzione e la giusta concentrazione.
La morte, quindi, nella dottrina buddhista, è la più evidente prova dell’impermanenza delle cose e dell’uomo stesso: la migliore medicina contro il dolore che essa provoca è la piena consapevolezza della sua ineluttabilità. Non esiste, infatti, nel buddhismo, un principio personale che persista oltre il cambiamento incessante: nessuna sostanza, nessun io immutabile. L’io dell’uomo è soltanto un’identità convenzionale per attraversare l’esistenza, ma, di fatto, è totalmente mutevole. La saggezza consiste nel “lasciar andare” ciò che è sottoposto alla legge eterna del cambiamento.
Credete che possiamo trarre spunti, noi occidentali, da questa prospettiva? La consapevolezza del continuo mutare di tutti gli esseri possono aiutare, nel tempo del dolore, a non fuggire, e ad accogliere la morte con maggiore naturalezza?

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Il lavaggio rituale ebraico

15 Aprile 2013/15 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte


Cari amici, mi prendo una pausa da questa eterna e un po’ vuota discussione sull’eutanasia e il suicidio assistito, per parlarvi di tutt’altro, andando alla ricerca delle mie radici ebraiche un po’ dimenticate. A puntate, se vi interesserà, vorrei raccontarvi il pensiero ebraico di fronte alla morte e al lutto.
Sapete che cosa è la Chevra Kadisha? E’, nell’ebraismo, la sacra confraternita che si occupa di preparare il corpo dei defunti per la sepoltura (formata da membri dello stesso sesso del defunto). Soprattutto in passato, era ritenuto un onore e un privilegio far parte della Chevra Kadisha, riservati a donne e uomini osservanti e pii. La cerimonia di preparazione del corpo si chiama Tahara, e ha tre funzioni: lavare il corpo fisicamente, purificarlo spiritualmente e avvolgerlo nel sudario per poi porlo nella bara.
Dio ha creato l’uomo a sua immagine, e il corpo è dono di Dio: pertanto il corpo, nel pensiero ebraico, possiede dignità e valore, e anche il cadavere è sacro, avendo accolto l’anima. E’ pertanto importante seppellire il corpo nella sua integrità. Qualora vi sia stata una morte violenta, si cerca di raccogliere il sangue versato al di fuori del corpo e seppellirlo insieme a esso. Se gli abiti sono insanguinati, si posano ai piedi del corpo morto, nella bara.
La santità del corpo morto rende intellegibile la complessa cerimonia che si celebra per pulirlo e purificarlo.
Quando qualcuno muore in una comunità, i membri della Chevra Kadisha si recano anonimamente nella casa del defunto, svolgono in silenzio la Tahara, con la massima reverenza nei confronti del defunto, rispettandone il pudore e la dignità, quindi se ne vanno, sempre anonimamente. Il coordinatore della confraternita è responsabile del corretto svolgimento della cerimonia, assegna a ciascun membro il suo compito, controlla se le circostanze richiedano di modificare la normale procedura. Tutti gli accordi vengono presi precedentemente, mai in presenza del defunto, di fronte al quale occorre mantenere il silenzio.
Quando entrano nella stanza della Tahara, i membri della confraternita lavano le mani in modo rituale, e insieme danno inizio alla cerimonia, recitando preghiere in cui si chiede a Dio di perdonare i peccati del defunto e di dargli eterno riposo. Il lavaggio rituale fa parte dei doveri fondamentali richiesti dalla legge ebraica.
Il corpo viene posto supino, con i piedi rivolti verso la porta e coperto con un lenzuolo, i suoi occhi sono chiusi. Di volta in volta è scoperta solo la parte che deve essere lavata, senza mai esporre completamente il corpo allo sguardo, e in particolare il volto e le parti intime del defunto. Il lavaggio comincia dalla testa, prosegue con la mano destra e poi la parte destra del corpo, dall’alto verso il basso. Successivamente, nello stesso ordine, si passa al lato sinistro. Il corpo non è mai messo bocconi, ma solo inclinato, per lavare la parte posteriore. Infine, se il numero dei membri della Chavra Kadisha è sufficiente, il corpo viene tenuto in piedi, e circa ventiquattro litri d’acqua vengono versati sul suo capo.
Quindi il corpo è rivestito con il sudario, uguale per tutti (in nome dell’uguaglianza degli uomini dinanzi a Dio), di lino o cotone bianco, composto da più parti, aggiunte secondo una precisa sequenza, e infine avvolto nel suo scialle di preghiera. La bara viene quindi chiusa: il funerale, che dovrebbe aver luogo prima possibile dopo la Tahara, può avere inizio.
Conoscevate questa usanza ebraica? Che ne dite di una confraternita che si occupi dei defunti?
Non vi nascondo che, nella nostra società, non sono molte le persone che si rendono disponibili per essere membri della Chevra Kadisha. Gli ebrei non sono immuni dalle difficoltà contemporanee nei confronti della morte, specie se vivono in occidente…

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Quali cimiteri vorreste?

28 Gennaio 2013/22 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Tra le molte notizie che leggo per tenermi aggiornata sui temi di questo blog, ci sono quelle sui cimiteri. Nessuna è così rilevante da valere una riflessione isolata. Prese in sequenza, però, queste notizie, spesso locali, tracciano un quadro del nostro culto dei defunti che val la pena fotografare.
Se escludiamo le segnalazioni che riguardano i cimiteri monumentali, ormai considerati musei e tutelati, le altre notizie sono sconsolanti. Ladri di rame fanno continuamente incursione nei cimiteri del Paese, rubando coperture di tetti, vasi, basi di statuette della Madonna. Altrove i furfanti preferiscono il bronzo; in altri casi, come al cimitero di Ponte a Elsa (Firenze) si accontentano di sottrarre i fiori portati in omaggio ai defunti. Ma c’è anche chi, come al cimitero di Prima Porta a Roma nord, ha organizzato una banda di scippatori (arrestati).
Per il resto, degrado e carenza di manutenzione un po’ ovunque, parenti che si perdono tra i palazzi di loculi e non trovano i loro morti, opere edili abusive nel Cimitero degli Inglesi a Napoli. A Chioggia e ad Arsano (Napoli) i loculi sono finiti: se si vuole seppellire i propri cari bisogna cambiare cimitero, oppure optare per la cremazione.
La notizia più terribile? Una salma in attesa di cremazione sparita al crematorio di Bari. Furenti, i parenti tempestano di calci e pugni le porte (chiuse) degli uffici degli impiegati e del direttore, barricati all’interno. Alla fine la salma salta fuori, era a Torre del Mare, a Bari era finito lo spazio nelle celle frigorifere.
La più graziosa? Una donna sostiene di aver visto un uomo nudo in meditazione davanti ad alcune immaginette. Appena vede la donna, si riveste e fugge. Arriva la polizia, dell’uomo nessuna traccia.
L’affresco che emerge dalle notizie sui cimiteri è quello di un luogo pericoloso e ostile, abbandonato, selvaggio: si può fare ironia o scandalizzarsi. Certo, è arduo coltivare un culto dei defunti in luoghi del genere. Voi come immaginate il luogo del riposo delle vostre spoglie?
Io vorrei leggere di migliorie, di costruzione di sale del commiato, di spazi di condivisione del dolore, di spettacoli e poesia, di nuovi progetti architettonici, di dibattito, di idee, come sarebbe normale in un paese civile. Credo che occorra ridare identità, sicurezza e importanza ai cimiteri.
Che cosa proporreste?

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Cremazioni rituali a Varanasi (India)

5 Dicembre 2012/17 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte


Passeggiando per le contorte anguste e affollatissime viuzze di Godaulia, la parte vecchia della città sacra per gli induisti, Varanasi (Benares), tra botteghe della seta e dei gioielli, venditori di spezie, the e yogurt, templi seminascosti tra le abitazioni, negozi di noce di betel e pasticceri, mucche e motociclette che suonano il clacson per passare facendo lo slalom tra i pedoni, di tanto in tanto si sente risuonare un mantra ripetuto in modo cadenzato, rama nama satya hai, (il nome di Ram è verità). Nessuno si sposta, né interrompe la propria attività o compie alcun gesto, neppure quando, poco dopo, si vede passare un breve corteo di uomini, alcuni dei quali portano sulle spalle una lettiga, su cui giace un cadavere avvolto in coloratissime rilucenti sete, giallo arancio, rosso, oro e argento. I bambini continuano a giocare e gli adulti a occuparsi dei loro affari. I morti vengono portati per la cremazione rituale al Ghat di Manikarnika, il più antico, o a quello più nuovo di Harishchandra, alle spalle del quale esiste anche un moderno crematorio elettrico, poco usato.
Il rito deve svolgersi secondo la tradizione induista, e occorre seguirne scrupolosamente ogni passaggio. Non ho visto nessuno piangere nei luoghi della cremazione, e neppure nei cortei funebri. Ho chiesto come mai al bramino che mi ospitava, e sia lui che la moglie parevano concordare sul fatto che il rito richiede una grande concentrazione, non è il momento per lasciarsi andare al dolore. Avvicinandosi a Manikarnika, l’atmosfera si fa densa e oscura, pare di essere piombati in un aldilà mitologico, tornano in mente le rive dello Stige e i gironi di Dante. S’incontrano venditori di legna, di sacchetti di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, di serici sudari funerari, di urne di terracotta. L’odore dei corpi bruciati e il fumo nero che si leva dalle pire fa bruciare gli occhi e tossire. Ma qui vita e morte sono strettamente intrecciate, e morire fa parte della quotidianità come vivere, gioire e soffrire. Un paio di volte, nel traffico soffocante e rumoroso della città, ho visto passare, fissato con corde sul tetto di un tuk tuk, tipica vettura pubblica indiana (un’ape a tre ruote gialla e verde, chiusa sopra e aperta ai lati) un cadavere diretto ai crematori, sulla sua lettiga.
In alto, salendo una ripida scala del Ghat Manikarnika, vi è un edificio che conserva un fuoco sempiterno, e sempre alimentato: è da questo fuoco che viene tolta la scintilla con la quale si dà fuoco ai corpi. La legna costa cara, soprattutto quella di sandalo, che generalmente è utilizzata solo per personaggi importanti. Altrimenti, si usano altri tipi di legna, più a buon mercato: l’importante è saper calcolare il peso della legna che occorre per bruciare completamente il corpo, operazione che richiede almeno quattro o cinque ore.

Quando ci si affaccia sul Ghat pare di essere stati trasportati in un tempo antichissimo. Le pire, soprattutto la sera, sono impressionanti, e rivelano parti di corpi scuriti e deformati dal fuoco, mentre colossali mucche nere camminano incuranti nella cenere e nel fango. Accanto, uomini e donne lavano i panni su pietre poste sul Gange. Continuamente arrivano nuovi corpi addobbati e scintillanti, che stanno in attesa del loro turno di cremazione. Quando il corpo arriva al Ghat, per prima cosa viene lavato nel Gange, immergendolo fino alle ginocchia. Poi è adagiato sulla pira, con la testa a nord e i piedi a sud. Parte della legna viene posta sopra al corpo, che viene cosparso di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, il ghi, e di qualche goccia di acqua del Gange. Il figlio maschio maggiore, che è la persona deputata a condurre il rito, compie cinque giri intorno alla pira e poi l’accende, a partire dai capelli. La testa e il volto del defunto sono scoperti.
Quando la cremazione è terminata, si getta acqua per spegnere il fuoco e il figlio raccoglie le ceneri nell’urna, che poi devono essere restituite al Gange.

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Cimiteri islamici in Italia?

7 Novembre 2012/8 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In tutta Italia si sta discutendo se sia opportuno creare lotti dedicati agli islamici e ad altre religioni nei cimiteri comunali. Alcune città resistono alle richieste degli islamici, come Pordenone. Altre, in modo più attento e realistico, costruiscono risposte, come è accaduto due anni fa a Fossano in seguito alla morte sconvolgente di un bimbo di nove anni, e come succede oggi a Torino.
A Torino, infatti, la Giunta comunale ha approvato una delibera (presentata dal vicesindaco Tom Dealessandri e dall’assessore Ilda Curti) che consentirà alle comunità immigrate (il 17% della popolazione), di dare sepoltura ai loro cari in città, nel rispetto delle loro tradizioni religiose, istituendo spazi per ogni religione nel cimitero monumentale.
Cos’è in gioco in queste decisioni?
L’obiettivo dell’integrazione non è certo raggiungibile solo attraverso i cimiteri. Tuttavia, si tratta di un’importante dimostrazione di rispetto e di attenzione. La nostra Costituzione, peraltro, prevede la libertà di culto. Accogliere in un paese significa anche creare le condizioni perché chi arriva possa sentirsi – se non proprio a casa – quantomeno radicato e integrato.
Le discussioni sui cimiteri islamici sono un segno dell’era contemporanea, che obbliga ciascuno di noi, credente o non credente, a tener conto della complessità e della pluralità culturale. Parlo proprio anche ai laici come me. In fondo un laico potrebbe affermare che i cimiteri in Italia sono comunali, non religiosi, e che non si vede perché sia necessario costruire dei lotti islamici o dei cimiteri dedicati a loro (ma quante croci stanno dentro i nostri cimiteri comunali?). Ho sentito dire molti laici che per gli islamici sarebbe sufficiente orientare la bara verso la Mecca e mettere i simboli della religione musulmana. E che questo dovrebbe valere per tutti.
Nonostante questa sia una posizione che mi ha fatto riflettere, oggi sono convinta che chi è veramente laico deve saper ascoltare anche le differenti comunità religiose e comprendere le loro esigenze. Che sono diverse da quelle dei cattolici e dei laici autoctoni, a partire dalla durata della sepoltura. Vi sono comunità che hanno bisogno di ripiegarsi sulle proprie usanze rituali. E un laico dovrebbe, secondo me, non fermarsi a una tolleranza distaccata, ma aprirsi all’interesse e alla collaborazione. Lo stesso dovrebbe fare ogni religione, che ha diritto di desiderare la separatezza, fino a quando quest’ultima non diventa esclusione e integralismo. E questo sì, vale per tutti.
Fino a non molti anni fa, gli immigrati propendevano per il rimpatrio delle salme, nonostante il costo molto alto. Si trattava di una prima fase, caratterizzata dall’immigrazione di giovani, la cui famiglia restava nel paese d’origine. Il progetto di migrazione era partire, lavorare e tornare a casa. Oggi sono molti i ricongiungimenti familiari nel nostro paese, e i figli di chi muore sono spesso nati in Italia. Il rimpatrio, così, che era già un evento problematico e traumatico, diviene sempre più privo di significato. Alcuni studiosi, ad esempio gli algerini Yassine Chaïb e Atmane Aggoun hanno messo in luce, per la Francia, le difficoltà poste dai rimpatri. Difficoltà in primo luogo economiche, e poi rituali. Il lungo periodo richiesto dalla colletta per racimolare il denaro necessario per il rimpatrio impone l’uso della bara di zinco per il trasporto, bara che non è più apribile dalla famiglia che riceve la salma. La tradizione vorrebbe, invece, la sepoltura del corpo, avvolto nel solo sudario, nella nuda terra. Una deritualizzazione è di fatto imposta ai migranti, che non possono svolgere il rito tradizionale né in terra d’origine né in terra d’accoglienza. Tale situazione rende più rispondente alle necessità la soluzione di seppellire i propri cari in terra d’accoglienza, anche per via del succedersi delle generazioni d’immigrazione.
Credo che, oltre all’importante tema delle concessioni di aree islamiche presso i cimiteri, occorra garantire ai musulmani che vivono nel nostro Paese il rispetto del lavaggio rituale dei corpi in luoghi adeguati, meno freddi e tecnici delle sale settorie delle camere mortuarie, dove oggi avvengono. A tal fine, è necessaria anche un’adeguata formazione interculturale per gli operatori sanitari e funerari che spesso, di fronte al morente o al defunto di un’altra cultura, sono in difficoltà e non sanno che pesci pigliare, provocando a volte disagio e rabbia.
Per questo auspico che la municipalità di Torino, che ha ben cominciato l’opera, non si fermi e proceda anche all’identificazione di una sala del Commiato multiculturale in città, priva di simboli (o con simboli amovibili) che possa servire sia ai laici che a religioni diverse da quella cattolica.
Vorrei concludere citando e sottoscrivendo le parole di Daniele Rocchetti, vice presidente di Acli Bergamo e responsabile di Molte fedi sotto lo stesso cielo, che invita chi ha paura dello straniero (e chi questa paura la sfrutta politicamente) a “ragionarci sopra, e soprattutto ragionarci insieme: nel confronto serio delle posizioni, non solo con la ripetizione di slogan facili e popolari. Non è così che si costruisce una sana democrazia. Tanto meno una democrazia inclusiva. E ancor meno una città in cui è bello e piacevole vivere. Questo modo di porre i problemi complica la vita di tutti noi. E la rende meno sicura, non di più.”

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Applausi ai funerali?

31 Ottobre 2012/12 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Avendo in animo di riflettere sull’usanza, che si va diffondendo, di applaudire ai funerali, ho dato un’occhiata al web, e sono rimasta sbalordita. In un paese dove eminenti accademici fanno gesti scaramantici se si nomina la morte, vi è un dibattito acceso sugli applausi ai funerali, pro e contro. Ogni post su questo argomento trascina con sè molti commenti (cfr. www.distantisaluti.com, www.ilpost.it, mysterium.blogosfere.it, www.unavoce-ve.it, eccetera). Perfino una pagina Facebook, “Sostegno per eliminare gli applausi ai funerali o spiegarne l’utilità” (41 mi piace, poi abbandonata). Le posizioni sono contrapposte e viscerali. Chi è contro considera l’applauso una barbarie tutta italiana, un segno del degrado del paese, e ne attribuisce la responsabilità alla televisione, alla spettacolarizzazione della vita e della morte in stile reality, o all’incapacità di reggere il silenzio, o alla fuga di fronte all’angoscia per la morte.
Ho provato a intervistare gli amici. Qualcuno dice: “Nella nostra cultura l’applauso ha tre funzioni: approvazione, incitamento e/o giubilo, o accompagnamento di un ritmo musicale. Cosa hanno a che fare con un funerale? L’approvazione per l’operato del morto si esprime nel pensiero, col silenzio. Se non dovessimo condividere le sue azioni, fischieremmo?”
Ma non tutti sono d’accordo: per alcuni l’applauso è un modo per esprimere ossequio, per rendere onore al defunto, o addirittura riconoscenza e ammirazione, come quando a essere applaudito è un uomo che si è sacrificato per la patria, come il giudice Giovanni Falcone.
C’è anche chi abbozza una sorta di storia dell’applauso. La prima volta che si è applaudito è stato ai funerali di Anna Magnani, 1973:l’ultimo tributo a una grande attrice.
Allora, come vogliamo riflettere su questo applauso?
A me viene in mente innanzitutto Freud. Nelle Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915), scriveva che di fronte a un morto “assumiamo un atteggiamento del tutto particolare, manifestandogli quasi una sorta di ammirazione, come se avesse compiuto qualche cosa di assai difficile. Ci asteniamo dal criticarlo, gli perdoniamo i suoi eventuali torti, sentenziamo: de mortuis nil nisi bene,e troviamo giusto che nell’orazione funebre e nell’epitaffio non si celebrino che le sue lodi”.
Mi pare che nell’applauso ci sia molto di quest’atteggiamento, che peraltro Freud attribuiva alle convenzioni sociali: atteggiamento del tutto diverso dal crollo da cui siamo colti quando la morte colpisce una persona davvero prossima (ecco perché i parenti non applaudono).
Questo costume funebre può piacere o meno. E certo, per quanto riguarda i riti funebri, ci troviamo in una situazione complessa, come fossimo in mezzo a un guado. Quelli della tradizione sono poco seguiti e non ci coinvolgono più molto. Ma non vediamo l’altra sponda del fiume. In questi decenni, esiste una sorta di fase di sperimentazione rituale: la personalizzazione del rito, le musiche, i discorsi, le letture poetiche o letterarie, i nuovi gesti della cerimonia del Commiato (ad esempio toccare la bara alla fine del rituale, o distribuire agli astanti rose tolte dal cuscino di fiori posato sul coperchio), o anche l’applauso. Ignoriamo quali, tra questi tentativi rituali, si depositeranno a loro volta in tradizione. Siamo, saremo noi a stabilire cosa sparirà, cosa resterà, cosa altro inventeremo. Ma occorre che ci impegniamo in una riflessione più profonda, non basta dichiarare i nostri gusti in fatto di applausi, in un paese dove è ancora difficilissimo organizzare un rito laico. L’applauso, in fondo, è un dettaglio, a fronte della mancanza complessiva di riti socialmente condivisi.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/applauso.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-10-31 09:50:452012-11-15 21:50:28Applausi ai funerali?

Quale rito funebre laico?

29 Ottobre 2012/59 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Nella loro forma tradizionale, i funerali cattolici lasciano spesso freddi i partecipanti e inappagati e delusi i familiari di chi non c’è più. Gli operatori funebri e i parroci spesso affermano di essere scandalizzati da quanto i presenti chiacchierino tra loro sottovoce, senza seguire la cerimonia.
Cosa è successo?
Soprattutto in aree urbane e secolarizzate, la fede nell’immortalità dell’anima è scemata, e spesso ai riti funebri ci sono persone che non frequentano la messa e non conoscono il rito (leggete il bel libro di Marco Marzano, Quel che resta dei cattolici, Feltrinelli 2012): il rito cattolico è consolante per chi ha fede nell’aldilà, mentre è vuoto e insensato per chi non crede.
Occorrono alternative. Deve essere accessibile a tutti la celebrazione di un rito laico, che metta al centro la vita del defunto e il suo lascito affettivo, culturale, etico. Musica, discorsi, silenzi, gesti sono gli ingredienti di questo rito personalizzato. Un po’ dappertutto in Italia stanno sorgendo sale del Commiato multiculturali, atte a ospitare funerali laici o di altre religioni.
Purtroppo lo spazio da solo non è sufficiente. Il rito funebre ha diverse funzioni: onorare il defunto, consolare i vivi, riaffermare che la vita della comunità continua nonostante la ferita inferta dalla morte. Per essere efficace, deve avere una struttura e un celebrante. Colpite dal dolore della perdita, spesso le famiglie faticano a organizzare un rito. E spesso il dolore, durante i funerali laici privi di rituale, viene aggravato da un’insopportabile afasia.
Come far capire alle amministrazioni pubbliche che è doveroso non lasciare la ritualità funebre in mano ai privati? Che deve esistere uno spazio comunale per il commiato laico e dei celebranti che lavorino per la municipalità? Se vogliamo far crescere il rispetto per ciò che è pubblico e recuperare il sentimento della cittadinanza attiva e della responsabilità civile, occorre anche esprimere un rimpianto collettivo per un cittadino che muore.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/mano-bara.png 263 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-10-29 09:43:222012-10-29 09:43:22Quale rito funebre laico?

Riti africani

12 Ottobre 2012/7 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In questo breve racconto, so che non riuscirò a comunicarvi ciò che ho vissuto nella sua totalità, perché le cose paradossalmente muoiono nel momento in cui si scrivono, eppure dalla scrittura nasce sempre del nuovo ed eccomi quindi a voi con la mia storia.
Mi trovavo con mia moglie presso alcuni amici in un paese dell’Africa occidentale, i nostri abitavano in città e ci portarono al villaggio dove continuavano a vivere le rispettive famiglie di origine, lì abbiamo trascorso un periodo di squisita ospitalità.
Un giorno in particolare capitò un evento che coinvolgeva tutta la comunità: una giovane donna era appena deceduta, la sera si sarebbe celebrato il funerale. Parlando io poco il francese e per niente la lingua della zona non so descrivervi i dettagli e le ragioni di quel fatto, ma questa fu un’opportunità più che un limite, ne capirete il perché.
Quella sera quindi m’incamminai con mia moglie e i miei amici su una strada di campi, man mano che procedevamo apparivano dall’oscurità altri compagni che si univano al nostro viaggio, parlavano e ridevano, molto e veloce, per cui faticavo a capire i discorsi, percepivo invece il clima di quel momento, qualcosa stava per succedere.
In poco tempo, eravamo già un centinaio di persone radunate davanti al porticato di una casa isolata; non mi soffermerò sul rituale funebre, che per quanto ricordo è stato molto semplice, vi racconterò piuttosto la parte dominata per tutta la notte dal canto.
Sotto il portico si cominciò a suonare strumenti a percussione, un cantante guidava guardandoci, fui subito rapito dalla bellezza di quei suoni, le struggenti melodie del cantante costruivano armonie sapienti e sorprendenti con i controcanti, danzando gioiosamente sulle percussioni.
Il pathos del cantante ci attraversava tutti e mi ritrovai all’istante travolto da un inarrestabile fiume di lacrime.
Non conoscevo quella donna eppure mi sentivo intimamente unito a queste persone, il dolore della loro perdita abbracciava i dolori delle mie perdite, per qualche ignota magia avevo perso me stesso.
Nei giorni successivi quei canti continuarono a risuonarmi dentro e sentivo che questo era un medicamento che dava senso alla morte, proveniva da una sapienza non intellettuale molto evoluta che parlava un linguaggio comprensibile, questo sì, anche a uno straniero come me.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/danza-rituale.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-10-12 11:31:302014-12-22 10:48:52Riti africani

I cinesi, la morte: un mistero?

6 Ottobre 2012/5 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Una delle vette dell’intolleranza, nel nostro paese, è quella che riguarda le elucubrazioni e le battute di spirito sulla morte dei membri della comunità cinese.

I cinesi sono immortali? O bruciano clandestinamente i morti per riciclarne i passaporti? Addirittura i più volgari insinuano perfino, credendosi spiritosi, che i defunti siano serviti nei ristoranti cinesi agli ignari avventori occidentali.

Su questi temi Associna, associazione dei cinesi in Italia, ha scritto una lettera di denuncia e protesta. I cinesi considerano sacri i propri defunti, che diventano spiriti antenati e protettori dei vivi. Per questo le insinuazioni nostrane, anche se sussurrate o scherzose, feriscono profondamente la comunità cinese.

Ma perché sono così rare le morti cinesi in Italia, e perché non ne parlano? I cinesi considerano la morte un tabù, una sfera da non nominare, che porta sfortuna. Le madri insegnano ai figli a non dire “ho fame da morire”, ma semplicemente “ho fame”.

L’auspicio è quello di morire nel proprio paese e nella propria casa, circondati dai propri cari. Così i cinesi, che in Italia portano avanti imprese familiari, raggiunta la maturità cedono l’attività ai figli e tornano in Cina.

Tuttavia i rappresentanti della comunità cinese di Mantova, in un seminario organizzato dall’associazione “Gli Sherpa”, ci hanno raccontato alcuni aspetti dei riti per i defunti. Nello Zheijang, regione orientale della Cina da cui provengono la maggior parte degli immigrati in Italia, ai morti vengono dedicati altari e tombe grandiose, prevalentemente sulle montagne. La festa dei morti si celebra in aprile. Le famiglie, tutte riunite, salgono sulle montagne con la colazione al sacco, accendono due lumini presso le tombe, bruciano rettangoli di carta gialla che rappresenta il denaro offerto per la vita dei defunti nel mondo degli antenati, e raccontano a questi ultimi come si è svolta la vita familiare nell’ultimo periodo.

Non ci hanno narrato, però, del funerale vero e proprio, generalmente sontuoso ed elaborato, che comporta ingenti spese e cortei con canti, suoni e scoppio di petardi. Il colore del lutto, come in buona parte dell’Oriente, è il bianco, cioè l’assenza del colore. Il pianto è sentito come necessario, e come giusta espressione del rimpianto. Nella Cina contemporanea, come in situazione di migrazione, si tende a semplificare questi riti. C’è nei cinesi un forte spirito di adattamento, e la semplificazione è accettata di buon grado, come è accaduto a Bolzano, dove un ristoratore cinese è morto vittima di un pirata della strada, che viaggiava contromano in autostrada. Il funerale è stato celebrato nella Sala del Commiato della città.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/image4.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-10-06 19:44:312012-10-06 19:44:31I cinesi, la morte: un mistero?
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