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I riti funebri e la pandemia, di Marina Sozzi

15 Maggio 2020/10 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

A chi segue questo blog da un certo numero di anni, sarà familiare il concetto di crisi rituale: da diversi decenni, nel nostro Paese (ma non solo) siamo di fronte a un diffuso disagio. Più volte abbiamo notato, prima della pandemia, come i riti della tradizione cattolica, in un mondo molto secolarizzato, abbiano perso l’efficacia e il potere consolatorio che avevano in passato, quando la preoccupazione per la vita ultraterrena era più rilevante. Viceversa, si è sentita molto l’esigenza di commemorare in modo più personale coloro che ci hanno lasciati, ricordando il loro ruolo, i loro affetti, il loro lascito, il loro contributo alla vita terrena.

Alcuni parroci hanno accolto questa istanza dei parenti, alcuni crematori hanno costruito cerimonie laiche, e il profilo di una nuova figura professionale, il cerimoniere, comincia a farsi strada. In tutto questo, una sottile vena antiritualista si era comunque infiltrata nelle menti dei nostri contemporanei, soprattutto relativamente all’usanza di recarsi al cimitero. «Preferisco ricordarlo com’era in vita» è una frase frequentemente ascoltata nelle interviste su questi temi, e si è parlato di una memoria della mente e del cuore.

La nostra non è certamente la prima crisi rituale della storia europea. Una molto più violenta si è avuta alla fine del Settecento, quando lo spostamento dei cimiteri fuori le mura per la scelta igienista di alcuni sovrani illuminati aveva impedito a chi aveva perduto un congiunto di seguire il feretro fino alla sepoltura. In quel periodo, inoltre, la nascita dell’individuo moderno aveva messo in crisi la prassi della fossa comune. Fu Napoleone a dare una spinta importante per la risoluzione della crisi funebre, istituendo la sepoltura individuale e dando origine ai cimiteri monumentali.

Ora, che cosa sta accadendo durante l’epidemia di Covid-19? Il divieto, per mantenere il distanziamento sociale, di celebrare riti funebri e di recarsi al cimitero ha avuto un impatto fortissimo sui cittadini italiani. Unito all’impossibilità di accompagnare i propri cari alla fine della vita, ha determinato sovente dei lutti pieni di rabbia e disperazione, che ci inducono a ripensare il panorama funebre contemporaneo alla luce del Covid -19.

La prima osservazione da fare riguarda la sottovalutazione dell’importanza del rito funebre che è stata fatta. Occorre ricomprendere l’insostituibile funzione del rito. Il rito lenisce la ferita che la morte infligge nel corpo sociale, ribadendo che la vita può continuare nonostante la morte; il rito mette ordine, laddove la morte minaccia la vita in quanto irruzione in essa del caos; il rito ci ricorda che la morte di un membro della società è un evento sociale, non un avvenimento individuale o familiare che si vive in solitudine; il rito assegna una collocazione al defunto (qualunque sia questa collocazione, tra gli antenati, in un altro mondo, o nel ricordo di chi l’ha conosciuto); il rito ci permette di smaltire il corpo morto, ma senza venir meno alla consapevolezza che quel corpo è stato persona, ancora presente nella mente dei suoi cari. Il rito, infine, dà origine al periodo del lutto, legittimandolo.
E accanto al rito occorrono luoghi funebri accoglienti, rassicuranti, pieni di bellezza (un tema, anche questo, che abbiamo trattato e che tratteremo in futuro)

E’ quindi più chiaro perché la mancanza di un rito funebre e l’impossibilità di recarsi al cimitero abbia sconvolto il rapporto con la morte dei nostri connazionali. Forse l’impatto del dolore senza nome che è entrato nelle famiglie in lutto è stato sottovalutato dalle autorità chiamate a stabilire le regole in questo terribile momento di pandemia. Forse si sarebbe potuto cercare di trovare un modo per non cancellare i riti funebri. E tuttavia, del senno del poi…

La prima considerazione che viene in mente è che il Covid – 19 abbia acceso la luce sul bisogno di riti che abbiamo. E forse potrebbe essere questa dolorosa contingenza a spingerci a modificare i nostri riti per renderli più efficaci, più adeguati ai bisogni contemporanei. Senza lasciarci trascinare dalle mode, dalla dimensione “inventiva” e creativa, in cui ciascuno costruisce il proprio addio da bricoleur.
Restando ancorati a ciò che ha una storia e radici nella coscienza collettiva, religioso o laico che sia, occorre dare spazio alla dimensione personale e individuale. Nella nostra cultura la visione dell’individuo come un unicum è molto forte, e nel commiato c’è bisogno di raccontare chi è stata la persona che è morta, cosa ha realizzato nella vita, se ha saputo amare, quale lascito etico e affettivo ci consegna.

E proprio ragionando su questa esigenza, si può riflettere a cosa si può fare per lenire il dolore di coloro che non hanno potuto celebrare riti funebri.

Ci vorrà una grande cerimonia collettiva, è indubbio. Mantenendo le debite differenze, qualcosa di simile a ciò che è stato fatto dopo la Prima guerra mondiale, con la celebrazione del milite ignoto. Tuttavia, non solo grazie a Dio non siamo in guerra, ma conosciamo i nomi di coloro che sono morti. Dovremo pronunciarli, questi nomi. Mi viene in mente a Gerusalemme, a Yad Vashem, l’edificio che conserva la memoria dei bambini morti nella Shoah. Si entra in una camera oscura attraverso un cunicolo che ci fa sprofondare nella terra, la stanza è fiocamente illuminata da lumini che si accendono nell’oscurità, e per ventiquattro ore al giorno una registrazione pronuncia i nomi dei bambini uccisi: il nome, il paese di provenienza, l’età. Si esce con un’emozione travolgente. La forza dei nomi. La pandemia non ha nulla a che fare con la Shoah, ma dovremo ricordarci la forza commemorativa del pronunciare i nomi.

Inoltre, accanto a una grande cerimonia commemorativa, ci vorranno tante piccole occasioni locali di condivisione della memoria. Alcune istituzioni, come l’associazione Maria Bianchi, ne stanno già proponendo alcune, che potete leggere qui, anche per organizzarne e immaginarne altre, in altri luoghi del Paese, soprattutto i più colpiti dal Covid-19.

Cosa ne pensate? Ritenete anche voi che sia il momento di imprimere un cambiamento nella nostra ritualità funebre? Pensate che ci voglia una cerimonia collettiva per coloro che abbiamo perso nella pandemia? Come la fareste?

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I riti degli altri. L’islam, di Marina Sozzi

25 Marzo 2019/7 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In un contesto politico come l’attuale, dove si è estremizzato il problema dell’immigrazione ben oltre la sua reale portata per il paese, apparirà controcorrente parlare di riti funebri degli immigrati. Eppure, questo è un aspetto dell’integrazione auspicabile, che non ha perso valore perché se ne parla meno di anni fa.

Molti hanno letto il bellissimo libro Naufraghi senza volto, di Cristina Cattaneo, medico legale impegnata a dare un nome, un’identità e se possibile un rito ai cadaveri ritrovati nel Mediterraneo. Ma non tutti muoiono in mare, per fortuna, e il nostro paese ha un’immigrazione composita, sia dal punto di vista della provenienza geografica, sia da quello delle molteplici “fattispecie”: immigrati regolari residenti, richiedenti asilo, e clandestini. In totale, comprendendo anche gli immigrati comunitari, si giunge a un numero approssimativo di 6 milioni di persone, il 10% della popolazione.

Anni fa il tema della morte degli immigrati era meno attuale, essendo l’immigrazione costituita da giovani venuti in Italia per lavorare, e che spesso avevano il sogno del ritorno in patria. Ma poco per volta le cose stanno cambiando, anche per via dei ricongiungimenti familiari che hanno mutato il progetto migratorio e visto giungere nel nostro paese anche degli anziani. E, purtroppo, muoiono anche i giovani.

Le strutture sanitarie e gli hospice, infatti, si interrogano sovente sui costumi che varie culture rappresentate nel nostro paese hanno intorno al tema della morte e dei rituali, perché temono di non essere all’altezza di accompagnare persone di altre culture o religioni. Per questo vorrei riprendere su questo sito una ricerca che condotta anni fa, nel 2010, da Alessandro Gusman in collaborazione con altri antropologi, che ha dato vita al volume Gli Altri Addii, e che certo avrebbe bisogno, oggi, di essere ripetuta e ampliata. Tuttavia, alcune indicazioni di carattere generale sono probabilmente ancora valide.

Cominciamo dal rito islamico, senza mai dimenticare che, come ci sono tanti cattolicesimi quanti sono i cattolici nel mondo, lo stesso vale per la religione musulmana. Non solo le forme di religione musulmana variano con il paese di origine, la corrente religiosa (sunniti o sciiti), ma anche (questo non va mai dimenticato) le esperienze degli individui, la loro storia di migrazione, la loro personalità.

Per quanto riguarda i riti funebri, in particolare, solo poche prescrizioni essenziali giungono dal Corano. La maggior parte si ritrovano nella Sunna, raccolta di insegnamenti etici e giuridici per la comunità musulmana, originariamente orali. E per il resto, conta la tradizione popolare, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti sociali del rito e il periodo del lutto. Questa è la ragione per cui si trovano nel mondo musulmano forme molto diverse tra loro di svolgimento del rito funebre, ispirate a una differente religiosità popolare a seconda della zona di provenienza.

L’essenziale, però, è semplice e asciutto. E’ importante che intorno al morente siano presenti parenti e amici, per fagli coraggio ed essere testimoni della sua ultima professione di fede.

Quando una persona di religione islamica muore, deve essere sepolta entro ventiquattro ore. L’elemento irrinunciabile del processo funebre è però il lavaggio rituale della salma, che ha il significato di una purificazione, e i cui gesti sono codificati nella Sunna. Il lavaggio deve essere fatto da familiari o amici del defunto, dello stesso sesso (tranne nel caso del coniuge), partendo dalle estremità superiori del corpo e procedendo verso quelle inferiori. La testa deve essere un po’ sollevata, così che l’acqua scorra dall’alto verso il basso. Alla fine del lavaggio, il corpo morto è avvolto da un numero dispari di teli bianchi, tre per gli uomini e cinque per le donne. L’integrità del corpo è molto importante.

Prima della sepoltura occorre anche recitare delle orazioni, in una moschea o in un altro luogo di preghiera. Alla glorificazione di Allah, alla benedizione del suo profeta, seguono le invocazioni in favore del defunto. Non è indispensabile che sia presente un imam, la preghiera può essere guidata da un familiare.

Poi ci si reca al luogo dell’inumazione, trasportando il morto su una lettiga. Il corpo deve essere calato nella fossa tradizionalmente senza bara, su un fianco, con la testa orientata verso la Mecca. La tomba è di estrema semplicità, senza foto né fiori, delimitata solo da pietre, mentre ogni altro tipo di sepoltura, la cremazione ma anche la tumulazione, sono vietate. I musulmani dovrebbero essere sepolti tra altri musulmani, il che richiede, nel paese di accoglienza, la disponibilità dei Comuni a riservare agli islamici aree specifiche del cimitero.

A questo essenziale processo funebre si aggiungono, in diverse zone del mondo musulmano, pasti offerti dalla famiglia ai partecipanti al funerale, per ribadire che la vita continua dopo la morte e che la comunità dei vivi è coesa intorno a chi ha subìto una perdita; inoltre, talora sono in uso visite alla tomba nel quarantesimo giorno dopo la morte, accompagnate da distribuzione di elemosine e cibo (pane e fichi) agli indigenti e ai custodi del cimitero.

La presenza delle donne ai funerali è tollerata in alcuni luoghi ed esclusa in altri: occorre non disperarsi per la morte, è necessario ostentare misura nei gesti, per testimoniare la fede nella resurrezione. Ma anche questa indicazione non è universale nel mondo islamico.

Ora, descritto sinteticamente l’essenziale del rito islamico, che cosa accade quando i musulmani vivono in terra d’accoglienza, e in particolare in Italia?

Il lavaggio rituale della salma viene in genere eseguito nelle sale autoptiche degli ospedali o degli obitori, da volontari della comunità islamica che ne conoscono i gesti. La sepoltura entro un giorno non è quasi mai possibile in Italia: le nostre leggi chiedono che la sepoltura avvenga dopo un minimo di 24 ore (che diventano 48 in caso di morte improvvisa), ma tradizionalmente i tempi sono più dilatati. Inoltre, per la legge italiana occorre seppellire con la bara, per ragioni di igiene pubblica. Se poi la scelta ricade non su una sepoltura in terra d’accoglienza, ma sul rimpatrio della salma, la deritualizzazione della morte musulmana è inevitabile: la spedizione del corpo del defunto deve avvenire mediante bara foderata di zinco, una bara che non potrà più essere aperta nel paese di origine. Sovente infatti la spedizione richiede un certo numero di giorni, affinché sia possibile sia raccogliere la cifra necessaria per il volo aereo della bara, sia espletare le pratiche burocratiche.

Altra questione è quella del cimitero. I nostri cimiteri sono organizzati con una rotazione delle fosse, ogni circa dieci anni (e i resti vengono posti negli ossari comuni), mentre gli spazi, anche privati, sono assegnati in concessione al massimo per 99 anni. Per i musulmani, invece, la sepoltura è definitiva, e non è prevista alcuna esumazione.

In genere gli islamici con cui ho parlato nel corso degli anni non si sono mai lamentati dello squallore delle sale autoptiche, con le loro gelide apparecchiature, dove viene loro permesso di fare il lavaggio rituale. Comprendono, inoltre, che non è possibile derogare rispetto alle leggi, per cui nessuno ha mai chiesto di seppellire senza bara o prima del tempo stabilito. I principali problemi, che negli anni scorsi sono emersi, riguardano le aree islamiche nei nostri cimiteri, presenti non in tutte le città.

Sarei molto interessata a sapere la vostra opinione sugli “altri addii”: è importante offrire agli appartenenti a religioni minoritarie, o a minoranze etniche, le condizioni per poter compiere i riti della loro tradizione? Avete episodi da raccontare in merito? O vostre riflessioni?

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Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

17 Gennaio 2019/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Come hai deciso di diventare cerimoniere al tempio crematorio di Torino?

Non è stata una vera e propria decisione. Direi più semplicemente che è successo, in modo del tutto casuale e inaspettato. Verso la fine del 2013 un caro amico – ai tempi impiegato alla Socrem come cerimoniere – mi chiese se fossi disposto a sostituirlo, visto che stava progettando di trasferirsi all’estero per motivi familiari. La sua decisione di andarsene era stata piuttosto improvvisa, e c’era questo posto vacante da coprire con una certa urgenza. Io avevo appena concluso, in modo non del tutto indolore, quel genere di iter universitario all’insegna della precarietà più disperata che dottorandi e assegnisti di ricerca purtroppo conoscono bene, e l’idea di tentare nuovi percorsi non mi dispiaceva. Il mio curriculum era abbastanza in linea con il profilo richiesto perché, fra le altre cose, durante gli anni universitari mi ero occupato di tanatologia e avevo discusso una tesi di dottorato sugli eufemismi luttuosi. Inoltre mi trascinavo dietro un discreto bagaglio di cultura generale e avevo anche una certa esperienza nell’ambito della lettura performativa. Qualche giorno dopo l’invio del curriculum, l’allora direttore del tempio di corso Novara mi contattò per un incontro conoscitivo. Probabilmente il colloquio andò bene perché di lì a poco mi richiamò proponendo di dare inizio al percorso formativo. Da allora sono passati cinque anni, e ancora non mi hanno cacciato.

Che cosa significa avere a che fare ogni giorno con il dolore e il lutto degli altri? Hai messo in atto qualche strategia per gestire questo difficile e delicato compito nella tua vita?

L’altrui dolore è una materia oscura e delicata, difficilissima da manovrare. Non la conosci, puoi solo intuirne le forme, entrare in contatto con il suo riverbero. Il tuo compito, come cerimoniere, è quello di gestire questa massa fluida senza appropriartene, sfiorandola appena, tentando l’intricatissima impresa di entrarvi dentro senza toccarla e soprattutto senza farti toccare. È un po’ come infiltrarsi in una grande bolla di sapone, restare lì dentro il tempo che serve, per poi uscire fuori con estrema cautela, in punta di piedi, evitando di farla scoppiare. All’inizio è arduo, il pericolo di lasciarsi coinvolgere è sempre dietro l’angolo. Ricordo che nei primi tempi l’idea di gestire cerimonie per bambini mi atterriva. Poi, un passo alla volta, impari a fare ordine, a collocare le cose nel posto giusto, soprattutto ad affinare la consapevolezza che un ruolo del genere impone disciplina, lucidità e un profondo autocontrollo. Ogni cerimoniere ha le sue strategie per evitare che il dolore degli altri lo colpisca, non esiste una regola, è tutto molto soggettivo. Certo non siamo macchine, non sono rari i casi in cui cerimonie particolarmente intense lasciano il segno. A volte si fatica perfino a trattenere le lacrime. Direi che il modo migliore per imparare a gestire gli aspetti più disturbanti sia quello di instaurare un dialogo continuo con gli altri cerimonieri, gli aiuto cerimonieri, i cremazionisti, gli operatori del settore, e così via. Parlare, raccontarsi, dedicare tempo al confronto con le esperienze emotive di chi osserva gli eventi dalla tua stessa prospettiva, è davvero molto importante. Così come è utilissimo ritagliarsi spazi per scherzare e prendersi in giro. Sembra brutto dirlo, ma se non trovassimo il modo di ridere ogni tanto fra un funerale e l’altro sarebbe tutto più difficile.

Il tuo è un punto di osservazione fondamentale per capire come le persone partecipino al lutto degli altri, per lo meno nella fase dei riti di morte. C’è qualcosa che hai osservato e che ti sembra importante comunicare?

Ogni giorno assisto agli effetti che il trauma della mutazione provoca nei dolenti. L’aspetto che mi colpisce sempre è il disorientamento dei superstiti di fronte al fatto che dentro quel feretro c’è un corpo e che quel corpo sta per diventare polvere. Sono convinto – lo sottolineo spesso – che il vero dramma non stia tanto nei dubbi su cosa succeda dopo la fine, ma nel senso di smarrimento che si prova al cospetto di un cadavere. Una delle domande che i partecipanti al rito funebre mi rivolgono con maggiore frequenza è se il defunto proverà dolore nel momento in cui verrà consumato dalle fiamme. Questo cruccio – molto più diffuso di quanto non si possa credere – restituisce bene la misura di quanto, per la nostra cultura, il corpo sia ancora una cosa viva anche quando smette di respirare. Anche il più devoto fra i credenti su questo terreno crolla, autodenunciando così, più o meno consapevolmente, un gigantesco irrisolto. Per spiegare meglio questo aspetto, che ritengo cruciale, uso spesso quello che chiamo il gioco del sassolino. Ecco, immaginiamo un mondo in cui il decesso di un uomo non preveda il progressivo disgregarsi dei tessuti biologici, ma l’immediata trasformazione in sasso, come un chicco di mais che diventa pop corn. Puff, ecco, signori: questa è la morte. Quali scenari aprirebbe una prospettiva del genere? Dal punto di vista dell’elaborazione del lutto, ne sono convinto, un ribaltamento completo. Il peso dell’evento traumatico si scaricherebbe in modo decisivo. Sicuramente affideremmo all’entità sasso un valore meno trascurabile, questo sì, il che consentirebbe l’apertura a nuovi orizzonti rituali. Immagino tasche piene di antenati da portare a spasso, e giardinetti pubblici lastricati di defunti irriconoscibili. Ma penso che non ci farebbero così tanta paura. Né loro, né la morte in sé.

È cambiato il tuo rapporto con la vita e con la morte da quando fai questo lavoro?

Apparirà scontato, ma quando la morte e i suoi effetti entrano a far parte della tua quotidianità, la consapevolezza di quanto la nostra esistenza sia appesa a un filo davvero sottile diventa lampante. È un costante memento mori che ti costringe a riflettere sul senso delle tue azioni, sul valore del tempo, sull’importanza di vivere ogni istante sapendo che potrebbe essere l’ultimo. Non solo l’ultimo tuo, naturalmente, ma l’ultimo delle persone che ami: amici, genitori, figli. Mi considero un agnostico orientato all’ateismo, non credo nell’aldilà, nella resurrezione dei corpi, nelle rassicuranti fantasie promesse dalle religioni, quindi il pensiero della mia morte non mi procura alcun senso di angoscia. Temo più la prospettiva di una malattia dolorosa, o dell’invalidità, e l’eventualità di andarmene prima che i miei figli diventino adulti. Inoltre trovo problematico gestire la prospettiva di una perdita irrimediabile, perché se muore qualcuno che ami, per come la vedo io, non avrai mai più occasione di incontrarlo. Allo stesso tempo avere familiarità con la morte ti aiuta a comprendere quanto sia importante ricondurla a una dimensione naturale, direi perfino ovvia. Fa parte di noi, confinarla nel nebuloso territorio degli spauracchi non ci aiuta a vivere meglio. Così come non ritengo sano vivere nell’ansia di essere dimenticati, perché a pensarci bene è proprio questo l’aspetto della morte che più atterrisce, l’idea di sparire per sempre. Eppure niente è eterno, non lo è il mondo, non lo è l’universo, non lo siamo noi. Che ci piaccia o no, siamo destinati all’oblio, forse l’unica strada percorribile per risolvere i nostri problemi con la Nera Signora è educarci a dialogare con il valore della dimenticanza. Per quanto mi riguarda, spero che quando morirò mi dimentichino in fretta. Faccio mia una frase di Montaigne che negli Essais scriveva: «Desidero che si agiscano e si allunghino gli affari della vita finché si può, e che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli, ma noncurante di essa e ancor più del mio giardino non terminato». Ecco, lavorare al tempio crematorio mi ha aiutato a comprendere meglio il significato di queste preziose parole.

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A che punto siamo con la negazione della morte? Prima puntata: i riti, di Marina Sozzi

1 Novembre 2018/10 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

A che punto siamo con la negazione della morte? E’ una domanda che un tanatologo, di tanto in tanto, deve porsi. Questa volta l’interrogativo è stato stimolato anche dalla lettura dell’ultimo libro del sociologo Marzio Barbagli, Alla fine della vita, che afferma che la società moderna non nega e nasconde la morte più di quelle che l’hanno preceduta. Non sono per niente d’accordo con lui, e ho l’impressione che il libro voglia essere una provocazione, ma non sia del tutto equo nei confronti del profluvio di studi e riflessioni che, in tutto il mondo occidentale, hanno esaminato i molteplici significati dell’impasse dei nostri contemporanei non solo di fronte al morire, ma anche dinanzi al soffrire. Sembra che Barbagli voglia un po’ “liquidare” la tesi della negazione della morte, più di quanto non intenda riesaminarla.

Io vorrei, invece, affrontare la domanda sulla negazione della morte come se fosse una domanda nuova, senza dare per scontate le risposte che ho dato in passato. Sono ormai venticinque anni che mi occupo di questi temi, e vi propongo di guardare a ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio. La situazione è migliorata? E’ peggiorata? Il discorso è lungo, e comincio oggi proponendovi un tema specifico, quello dei riti funebri.

I riti funebri sono semplicemente cambiati, come dice Barbagli, o c’è una povertà rituale oggi in Italia? Che le modalità di sepoltura siano cambiate è un dato: nel 2016 (ultimi dati disponibili) è stata scelta la cremazione dal 23% delle persone, l’inumazione dal 33% e la tumulazione dal 44%. La scelta cremazionista cresce, per ragioni in parte culturali e in parte economiche. Non credo né ho mai creduto che l’aumento della cremazione, in Italia come in altri paesi, sia sintomo di una deritualizzazione.
Al contrario, nei luoghi in cui è stato proposto un rito del Commiato per accompagnare l’affidamento della salma al crematorio, si è fatta un’importante operazione culturale: far riflettere i familiari sull’esigenza di un addio che abbia una struttura rituale, ma che corrisponda anche al desiderio di personalizzazione molto diffuso in Occidente: una poesia, una musica, qualche parola in memoria del defunto pronunciata da chi lo ha amato. Nei crematori dove c’è stata l’offerta di un rito, la popolazione ha maturato anche la capacità di celebrarlo a immagine e somiglianza del morto. Stiamo parlando, però, di una minoranza. C’è un’altra minoranza che pensa per tempo al rito funebre: quella di coloro che, avendo avuto accesso per tempo a buone cure palliative, hanno potuto conciliarsi con la propria morte e hanno dato istruzioni ai loro cari sulla cerimonia che desiderano.

La maggioranza delle persone, invece, si trovano in una situazione di impoverimento rituale. Pensano al rito funebre quando la morte di un congiunto è già avvenuta o sta per sopraggiungere. Allora chiamano le onoranze funebri e delegano loro quasi ogni decisione.
Così accade che molti non credenti si trovino impelagati in un rito cattolico. E forse anche la Chiesa cattolica si sta rendendo conto di quanti problemi ci siano nella celebrazione dei funerali religiosi con persone non religiose o blandamente credenti. I sacerdoti si accorgono che gli astanti non conoscono le formule di rito, non sanno quando alzarsi e sedersi, non conoscono le preghiere. Gli stessi operatori funebri si scandalizzano, inoltre, nel constatare che i partecipanti a molti funerali non riescono a sentire la solennità della morte, e si comportano in modo inappropriato.
Un problema a parte è costituito dalla scarsa offerta di spazi interculturali, dove sia possibile celebrare riti di altre culture o religioni. Ne ho parlato in alcuni miei libri e non vorrei dilungarmi su questo. Certo le cose non vanno meglio di qualche anno fa, né il clima di intolleranza che si va diffondendo nel paese fa presagire nulla di buono su questo fronte. Un’unica notazione positiva: la possibilità (che si sta cominciando a proporre) di assistere in streaming a funerali che si svolgono a migliaia di chilometri dal luogo dove si vive può essere uno strumento importante in un mondo globalizzato, anche se non sostituisce la presenza di persona.

Non è vero, come afferma Barbagli, che tutti i riti hanno perso terreno, e non solo quelli funebri. Forse in alcune nicchie intellettuali della mia generazione di baby boomers c’era un atteggiamento antiritualista, ad esempio ci si sposava in tono minore: era considerato più di buon gusto.
Oggi però i giovani sono tornati con entusiasmo al matrimonio tradizionale, anche quando si sposano civilmente, abito bianco, banchetto e torta nuziale, album di fotografie, bomboniere, (a testimonianza del loro/nostro bisogno di riti), e organizzano feste per il battesimo dei figli. Ma lo stesso non si può affermare per i funerali. Nessuno pensa di onorare la memoria di un defunto con un funerale importante.

Per quanto riguarda i cimiteri, continuano a essere luoghi poco frequentati, con l’esclusione delle persone in lutto e delle celebrazioni dei primi di novembre. Certo, nell’ultimo ventennio sono stati molto valorizzati i cimiteri monumentali, ma soprattutto dal punto di vista artistico-museale.
Invece le proposte innovative, che dovevano modificare il volto ai nostri luoghi dei morti (ad esempio i cimiteri arborei e altri progetti di parchi cimiteriali) non sono riusciti a sfondare, nonostante l’idea piaccia molto a tanti cittadini. Fiacchi i cimiteri virtuali, che pareva dovessero rappresentare il futuro, ma che non esistono quasi più. L’idea codice del Qr da mettere sulle tombe, per accedere a una realtà aumentata, e poter conoscere la storia della persona sepolta, benché interessante, ancora ha fatto poca strada. Intanto, continuiamo a avere cimiteri di loculi.

La commemorazione viaggia soprattutto sui social, Facebook in primo luogo. E’ accaduto che la rievocazione si sia spostata nel mondo virtuale, abbandonando parzialmente quello reale. Ma non mi spingerei a parlare di una nuova cultura funebre. Perlomeno, non ancora. La memoria veicolata dai social network è una memoria troppo carica di informazioni, troppo privata, e che privilegia l’aspetto della consolazione dei vivi rispetto a quello della memoria storica e sociale. E anche da questo punto di vista, manca l’aspetto concreto della presenza fisica degli altri nella vita di chi ha perso un congiunto. Certo, la presenza su Facebook è meglio di nulla. Ma è un succedaneo.

Non abbiamo, a mio modo di vedere, ancora trovato un rito che possa essere condiviso in una società complessa e plurale come la nostra. Cosa ne pensate? Vi sembra invece che nuovi riti si stiano sedimentando? Come vorreste che fosse il vostro rito funebre? I cimiteri sono ancora importanti?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/11/Depositphotos_47611967_s-2015-e1541069976729.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-11-01 12:05:042018-11-01 12:05:04A che punto siamo con la negazione della morte? Prima puntata: i riti, di Marina Sozzi

La morte presso i Toraja: in viaggio verso Puya, di Elisabetta Gatto

16 Marzo 2018/5 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

toraja030Letteralmente “gente degli altopiani”, i Toraja risiedono in villaggi costruiti sugli altopiani centrali del Sud Sulawesi, in Indonesia. Come gruppo etnico sono stati oggetto di grande considerazione all’inizio del Novecento, per alcuni tratti culturali di grande valore, in particolare gli elaborati, la pratica di cacciatori di teste, le sepolture nelle grotte e l’arte di scolpire le statue di pietra.

Il rito funebre è appunto l’evento più complesso e costoso nella società toraja, e ha un ruolo cruciale nel mantenere l’armonia dei tre mondi, o meglio sfere, in cui i Toraja credono sia diviso il cosmo. Ciascuna ha i propri dei ed è associata a un punto cardinale: a nordest il mondo superiore (il cielo), coperto con un tetto a forma di sella, dimora degli antenati divinizzati; il mondo dell’umanità (la terra); e a sudovest il mondo sotterraneo, uno spazio rettangolare circondato da colonne, dimora degli animali.

I Toraja credono che la morte non sia un evento improvviso, ma un processo graduale che conduce il defunto verso Puya, “la terra delle anime”, un luogo sotterraneo a sudovest degli altipiani. Se il morto riesce a trovare la strada verso Puya, e se i parenti in vita hanno praticato i riti necessari (spesso molto costosi), la sua anima, dopo essere stata giudicata da Pong Lalondong, il dio della morte, può accedere al mondo superiore, dove si unirà agli antenati divinizzati nella forma di una costellazione che custodisce l’umanità e il riso.

La maggior parte dei defunti, tuttavia, resta a Puya a trascorrere una vita simile a quella terrena, facendo uso dei beni offerti nel corso del funerale. Le anime che non trovano la strada verso Puya, o quelle cui non sono stati offerti i riti funebri, diventano bombo, ovvero spiriti che minacciano i vivi.

Le cerimonie funebri variano in lunghezza e complessità, a seconda della ricchezza e dello status del defunto. Ogni funerale si compone di due parti. La prima cerimonia (dipalambi’i) è praticata subito dopo la morte e ha luogo nel tongkonan, la casa tradizionale di legno su palafitta con il tetto a punta la cui forma ricorda quella di una barca: è più di una struttura fisica, è il simbolo delle origini, il centro della vita sociale e spirituale, e rappresenta simbolicamente il legame con gli antenati, con i parenti in vita e con il futuro.

La seconda cerimonia, più importante, può aver luogo mesi o addirittura anni dopo la morte, a seconda di quanto tempo la famiglia necessita per accumulare le risorse per coprire le spese del rituale. Viene preparato un luogo cerimoniale, chiamato rante, in un grande prato d’erba, dove la famiglia del defunto allestisce un riparo per ospitare il pubblico, granai per il riso e altre strutture cerimoniali funebri. Più ricco e potente è il defunto, più costoso è il suo funerale, che può durare più di una settimana, coinvolgere migliaia di ospiti, richiedere il sacrificio di decine di bufali e maiali, includere combattimenti di bufali, canti funebri accompagnati dal flauto, danze, poesie, lamentazioni (queste tradizionali espressioni di dolore non vengono però esternate nei funerali di bambini piccoli e di adulti poveri e di basso rango).

I Toraja si esibiscono in danze durante le cerimonie funebri, sia per esprimere il dolore, sia per accompagnare il defunto nel lungo viaggio verso Puya. Per molti Toraja il momento più importante della cerimonia funebre è il rituale Ma’badong, durante il quale un gruppo di uomini forma un cerchio e canta un canto monotono, che dura tutta la notte, per onorare il defunto. Il secondo giorno del funerale viene eseguita la danza guerriera Ma’randing per lodare il suo coraggio quando era in vita: gli uomini danzano con la spada, lo scudo di grandi dimensioni di pelle di bufalo, il copricapo con un corno di bufalo e altri ornamenti. La danza Ma’randing precede una processione in cui il defunto viene portato dal granaio di riso al rante, il luogo della cerimonia funebre. Le donne anziane, con addosso un lungo costume di piume, eseguono la danza Ma’katia per ricordare al pubblico la generosità e la fedeltà della persona deceduta.

Durante il periodo di attesa della cerimonia funebre, il corpo del defunto è avvolto in diversi strati di stoffa e tenuto sotto il tongkonan. Dopo la cerimonia si può optare per uno dei tre metodi di sepoltura: la bara può essere sistemata in una grotta o in una tomba di pietra scolpita o appesa su una scogliera. Essa contiene tutti i beni di cui il defunto avrà bisogno nella vita ultraterrena. I ricchi sono spesso sepolti in una tomba di famiglia (liang), che richiede un paio di mesi per essere completata, perché è scavata in una parete rocciosa, al sicuro dai ladri, visto che insieme al morto sono seppelliti oro e gioielli. Fuori dalla tomba c’è un terrazzino scavato nella roccia dove un tau tau, una scultura di legno, rappresenta lo spirito del defunto.

Nonostante le enormi differenze tra queste usanze e quelle occidentali, che non ci permettono di fare paragoni, colpisce l’estrema importanza data al funerale da altre culture. La nostra civiltà ha semplificato all’estremo i rituali funebri, e tende a non elaborare riti per i defunti. Ritenete che questa semplificazione sia positiva, o che comporti altri problemi per la società nella quale viviamo? Mi sta a cuore il vostro parere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/03/toraja029.jpg 600 900 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-03-16 12:10:162018-03-16 12:10:16La morte presso i Toraja: in viaggio verso Puya, di Elisabetta Gatto

Stare in presenza della concretezza della morte, di Marina Sozzi

12 Febbraio 2018/25 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

3d rendering of a cadaver covered

Data la difficoltà culturale della nostra società di fronte alla morte, non stupisce apprendere che gli operatori sanitari (cui abbiamo delegato la gestione della morte) trovino arduo avere a che fare non tanto e non solo con la morte (concetto in fondo astratto), ma con la materialità del morire, con il cadavere.

Freud aveva parlato dell’ambivalenza antropologica dell’uomo di fronte al corpo morto. Da un lato, non credendo inconsciamente alla nostra propria morte, proviamo una sorta di ammirato rispetto di fronte al cadavere, come se il defunto avesse compiuto, morendo, una missione speciale. Dall’altro lato, tale deferenza è frammista di repulsione. Il cadavere è la persona che abbiamo conosciuto e amato, ma è al contempo qualcosa di estraneo, deperibile e pericoloso, un oggetto inquietante, che appartiene al mondo inanimato delle cose. Da questa percezione nasce l’esigenza universale di dare una collocazione al morto, di smaltire il cadavere: nascondendolo alla vista (inscatolato nella bara e sottoterra), trasformandolo col fuoco, o ancora in tutti i vari modi in cui le culture umane ritualizzano la morte.

La paura del morto è una paura ancestrale, che ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano. In epoca medievale e moderna era molto diffusa. Il defunto era pensato come qualcuno (i cosiddetti “revenant”) che poteva tornare tra i vivi, e che sovente non era benevolo nei confronti dei sopravvissuti. Per evitare questi indesiderati ritorni si strutturavano rituali e costumi specifici. Tuttavia, la paura del morto, nel passato della cultura europea, coesisteva (ed era quindi mitigata) con un’organizzazione della vita che creava una maggiore familiarità con i morenti e con i morti, fin dall’infanzia. Si moriva in casa, circondati dai parenti, e (fino al Settecento) anche dai vicini di casa, in locali spesso affollati, dove si svolgevano anche le normali azioni della quotidianità. Erano le donne di casa a lavare il cadavere e avvolgerlo nel sudario, che era stato confezionato da loro stesse precedentemente. Si trattava di competenze che venivano trasmesse di generazione in generazione.

Nella lunga storia del rapporto con la materialità della morte nella cultura occidentale, è soprattutto il Novecento a costituire una netta linea di demarcazione. Sovente non vediamo un cadavere fino a che non siamo adulti: per molte e complesse ragioni, la dimestichezza con la morte non appartiene alla nostra civiltà.

Oggi l’orrore che proviamo per il corpo morto è mutato rispetto alle epoche storiche cui accennavamo sopra. Grazie all’atteggiamento maggiormente razionale nei confronti della vita (e per via della secolarizzazione), è minore il timore dell’ostilità del defunto; in compenso, l’assoluta incompetenza su come avvicinarsi, toccare o manipolare un corpo morto tende a sommarsi all’antropologico sentimento di ambivalenza, aumentando le difficoltà e le paure.

Oggi la maggior parte dei decessi avviene in ospedale, ed è la medicina a gestirli. L’ospedale, però, nel frattempo, è divenuto sempre più esplicitamente “azienda”, ancorché sanitaria, con un preciso obiettivo produttivo, il ripristino della salute per il maggior numero. Tra gli obiettivi di un’azienda sanitaria c’è quindi, in modo piuttosto paradossale, il minor numero possibile di morti nel corso dell’anno. Ma la maggior parte delle persone muore ancora in ospedale.

L’istituzione, profondamente contraddittoria, non aiuta quindi il suo personale a conciliarsi con il morire dei pazienti, e la formazione è carente, sia per i medici sia per gli infermieri. L’imbarazzo regna quindi sovrano, non solo di fronte al dolore dei parenti, ma anche di fronte al cadavere. Pensiamo al percorso di un corpo morto all’interno di un ospedale: i luoghi non sono infatti neutri, e neppure le procedure. Quando muore un paziente, è ritenuto un punto d’onore allontanarlo al più presto dal reparto dove è deceduto per dargli una collocazione nelle camere mortuarie. I morti sono trasferiti in algide barelle metalliche con il coperchio, e, qualora possibile, si fa percorrere loro una strada differente rispetto ai corridoi e agli ascensori utilizzati dai pazienti e dai familiari. La morte va nascosta, occultata, deve strisciare rasente i muri di corridoi riservati al personale, per essere portata nei sotterranei, laddove c’è il luogo deputato ad accoglierli, le camere mortuarie, appunto.

La localizzazione delle camere mortuarie ci permette di cogliere il ruolo che esse rivestono nell’ambito delle aziende sanitarie: alla fine di corridoi sotterranei, vicino a magazzini ospedalieri e spesso a cassoni di rifiuti. Come non pensare che forse, inconsapevolmente, anche i corpi dei defunti siano assimilati, nella macchina ospedaliera, a dei rifiuti?

Si tratta di un contesto in cui è difficile pensare che sia possibile accogliere la morte, o costruire momenti rituali, sia per i familiari, sia per gli operatori. Eppure, a mio modo di vedere, è di questo che avremmo bisogno.

Proviamo a riflettere, a non dare per scontate le cose come sono. Quali sono state le vostre esperienze a contatto con la materialità della morte? Avete trovato un modo per mettervi in relazione con il corpo morto di un vostro caro? Come avete vissuto la morte in ospedale o le camere mortuarie? Avete dei suggerimenti da dare, ai familiari, o agli operatori?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/02/Depositphotos_54935251_s-2015.jpg 332 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-02-12 11:49:362018-02-12 11:49:36Stare in presenza della concretezza della morte, di Marina Sozzi

Sopravvivere nei propri cari: il rito funebre Yanomami, di Elisabetta Gatto

6 Dicembre 2017/2 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

YanomamiTra il mondo dei vivi e quello dei morti c’è una continuità e una corrispondenza: la relazione tra i defunti e chi è in vita è salda e deve essere coltivata.

È ciò che credono gli Yanomami, una società di cacciatori-raccoglitori e orticultori che vivono nella foresta tropicale dell’Amazzonia del nord, al confine tra Brasile e Venezuela: per loro il legame con i propri cari non cessa al momento della morte. Come presso molte altre società amazzoniche, i rituali funebri yanomami sono cerimonie lunghe e complesse.

Il momento centrale del funerale è il reahu, un rituale che prevede una serie di fasi ben scandite. A cominciare dalla cremazione del defunto e di tutto ciò che a lui apparteneva. Le ossa calcinate sono raccolte e deposte in un paniere coperto poi di foglie e collocato in un luogo alto della casa. Allo spuntare del giorno gli uomini si recano nella foresta per tagliare il tronco dell’albero kamai che, scavato e decorato con motivi geometrici in urucù, un pigmento di colore rosso, servirà come mortaio per triturare le ossa. Quando ha inizio il pianto corale delle donne, un gruppo scelto di uomini – anch’essi con le guance dipinte – inizia la cerimonia della triturazione, riducendo in polvere le ossa.

Il resto delle ceneri – ovvero gli oggetti e la legna usata per fare la pira – è buttato nel fiume, perché nulla di appartenente al defunto rimanga a interferire con i ritmi della vita della comunità.

Il giorno successivo si procede con la preparazione della festa. Ognuno nel villaggio ha un ruolo specifico: alcuni vanno ad avvisare eventuali parenti lontani del defunto, altri escono per la caccia (heniyomu), accompagnata da performance durante le quali ragazzi e ragazze improvvisano una serie di danze e di canti poetici (heri), altri ancora si recano a raccogliere i caschi di banane per la festa. Infine le donne raccolgono manioca per preparare una buona quantità di focacce.

Inizia il conto alla rovescia in base al tempo di maturazione dei caschi di banane. Arrivano gli ospiti, accolti con cibi, bevande e danze. Al ritorno dei cacciatori dalla foresta e alla completa maturazione delle banane, la cerimonia può avere inizio.

Viene preso il paniere con le ossa e portato in processione sul luogo dove già sono stati preparati pestello e mortaio. Dopo la macinazione, le ceneri del defunto vengono mescolate a un frullato caldo di banane. Mentre le donne piangono, i parenti e gli amici del defunto si riuniscono in cerchio e bevono la mistura: è un prezioso momento di condivisione, che testimonia la solidarietà con la famiglia in lutto, sancisce il rispetto per la persona amata defunta ed è un modo per assicurare alla sua anima il viaggio verso l’aldilà. È estremamente importante che vengano consumate le ceneri del defunto, per permettergli di trovare pace e fare in modo che non rechi disturbo ai vivi, nel villaggio. Se il compianto è morto per mano di un nemico, gli uomini evocano maledizioni e promettono di vendicare il morto.

Il rituale osteofagico non è praticato solo in occasione del funerale, ma anche in altri momenti cerimoniali comunitari. Attraverso questa forma di endocannibalismo – vale a dire la pratica di consumare i resti dei propri parenti – i vivi assorbono la forza spirituale dell’anima del defunto. Per evitare che il suo spirito possa ritornare causando problemi alla comunità, vengono distrutti tutti gli oggetti che gli appartenevano e si evita di menzionare il suo nome.

Morire non viene considerato dagli Yanomami un fatto naturale: viene spiegato attraverso i racconti mitici, secondo cui la morte venne inviata nel mondo quando i primi esseri disubbidirono a un comandamento della natura. Essi credono infatti che nell’epoca primordiale gli esseri umani fossero immortali e potessero rinnovarsi e ringiovanire in continuazione.

Nel corso dei rituali gli Yanomami fanno spesso uso di tabacco e yopo, una sostanza stimolante che viene inalata attraverso il naso ed è ritenuta essenziale per entrare in contatto con il soprannaturale e trasmettere la memoria culturale.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/12/Yanomami_Woman__Child.jpg 2397 2618 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-12-06 11:09:042017-12-11 14:53:18Sopravvivere nei propri cari: il rito funebre Yanomami, di Elisabetta Gatto

La vita nel rito funebre Bororo, di Elisabetta Gatto

28 Settembre 2017/5 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

bororoI riti di morte, oltre alla celebrazione del defunto, sono una risposta all’irrefrenabile pulsione vitale dei vivi. Il rito funebre può, infatti, essere identificato come un rito di passaggio, che celebra la morte come avvenimento di transizione non solo per il defunto, ma anche per i vivi: la morte produce di fatto una crepa all’interno dell’armonia del gruppo sociale, e il rito funebre permette alla comunità di integrarla, di rigenerarsi e di prepararsi all’inizio di un ordine nuovo. Il funerale diviene l’occasione per la comunità di riaffermare, attraverso una socialità più intensa, la propria identità e di mettere in scena nella cornice delle pratiche tradizionali la forza vitale del gruppo.

Tra i Bororo del Mato Grosso, in Brasile, il rito funebre è il più carico di significati simbolici e quello che meglio esprime la loro identità culturale. Quando un Bororo muore, il suo cadavere viene deposto al centro del villaggio in una fossa di circa mezzo metro di profondità e coperto con una foglia di palma. È questa la prima sepoltura, che inaugura un periodo di lutto, osservato per circa tre mesi, durante i quali il tumulo viene bagnato varie volte con acqua e erbe per accelerare il processo di decomposizione della carne. Dopo tre mesi, infatti, vengono riesumate solo le ossa, considerate la parte più duratura del corpo umano, alle quali è riservata una particolare cura: vengono ripulite, dipinte con un pigmento rosso (urucù, anatto), decorate con piume di uccello e poi disposte in una grande cesta funebre dipinta con i colori distintivi del clan del defunto e ornata con la visiera e il pariko, il diadema di penne di pappagallo ara che è simbolo dell’identità bororo, infine deposta fuori dal villaggio. È curioso che gli stessi ornamenti usati dai Bororo per rivestire il teschio del defunto siano usati nel rito di nominazione – un potente rito di vita – al momento della foratura del labbro dei bambini. Il funerale, inoltre, è l’occasione per celebrare un altro rito di passaggio: l’iniziazione dei ragazzi del villaggio. Si intende in questo modo celebrare, insieme alla morte, la rinascita.

Dopo la sepoltura, gli abitanti del villaggio intonano canti accompagnati dal suono del bapo, un sonaglio ricavato da una zucca riempita di semi duri o piccole pietre, e danzano attorno al tumulo, impersonando gli antenati con pitture facciali e ornamenti. Le donne in lutto si strappano i capelli, raccolti poi in una treccia da portare avvolta al braccio sinistro o attorno alla testa come ornamento rituale che attesta la condizione di lutto.

Gli uomini partono per la caccia in onore del defunto. La famiglia in lutto dona al cacciatore più abile la treccia di capelli e un powari, una zucca forata, rivestita di penne di uccello con i colori distintivi del clan del defunto: si crede che il suono che produce sia il canto dello spirito del morto. Con questa consegna il cacciatore riceve l’incarico di vendicare il defunto, uccidendo un giaguaro, ritenuto l’incarnazione dello spirito maligno e la causa di quella morte. Uccisa la belva, il cacciatore ne consegna la pelle alla madre del defunto come risarcimento per la perdita perché la usi come tappeto. Vengono utilizzati come ricompensa rituale anche i denti e le unghie del giaguaro, con cui si realizzano rispettivamente una collana e una corona. L’offerta dell’animale riparatore al clan del defunto assume la funzione di ristabilire i giusti rapporti tra gli uomini.

Negli ultimi tre giorni del rito funebre nella capanna centrale gli uomini del villaggio, indossati gli ornamenti tradizionali, intonano un lungo canto lugubre, cadenzato al suono del bapo.

Un anziano è incaricato di richiamare lo spirito del defunto perché si manifesti un’ultima volta: rivestito con un lungo perizoma di foglie di palma, una cavigliera di unghie di cinghiale, il pariko in testa e un tessuto a larga trama davanti al viso, si dirige danzando verso il cortile del villaggio insieme a un corteo, si avvicina a un fuoco e vi getta tutto ciò che apparteneva al defunto quando era in vita. Si crede infatti che il suo ricordo sarà mantenuto vivo non attraverso ciò che possedeva, ma attraverso i suoi insegnamenti. Vengono poi richiamati gli spiriti della natura: questo è un rituale al quale è concesso solo agli uomini partecipare. Il rito funebre è dunque un tempo collettivo, a cui il gruppo partecipa a difesa di se stesso e della propria continuità.

 

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Perché comprare casa accanto ai cimiteri ci fa risparmiare fino al 50%? di Davide Sisto

29 Giugno 2017/11 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Silhouette Of Creepy Zombie Rising At Spooky Graveyard Against MoonlightNon sapete come affrontare la terribile crisi economica di questi anni? Comprate casa vicino a un cimitero e risparmierete fino al 50% rispetto alle altre zone cittadine. Questo dato emerge da un’analisi dell’andamento del costo degli immobili nei pressi dei cimiteri delle più importanti città italiane svolta da Mitula, un motore di ricerca che possiede più di 170 portali con annunci immobiliari, lavorativi, ecc.

A Torino, il prezzo medio di una casa, dagli 80 ai 100 metri quadri, situata accanto al magnifico Cimitero Monumentale, in un quartiere non così distante dal centro cittadino, si aggira intorno ai 145.000 euro. Nei quartieri limitrofi la stessa casa con le stesse dimensioni ha, invece, un prezzo di circa 485.000 euro. A Roma, per vivere in un appartamento vicino al Cimitero Monumentale del Verano, quindi sito nei pressi della città universitaria de La Sapienza e all’interno di un quartiere centrale come Tiburtino, bastano 244.000 euro, un costo inferiore del 45% rispetto a quello di un’abitazione in centro città (dai 600.000 euro in su). Stesso discorso vale per Napoli, il cui cimitero delle Fontanelle, prestigioso luogo storico e meta obbligata del turismo internazionale, garantisce un sostanzioso risparmio a chi vuole ammirarlo dalle finestre della propria abitazione.

Questa curiosa notizia mette bene in luce come sia tutt’altro che superato il nostro rapporto problematico con il pensiero della morte e con l’immagine dei morti. Escludo – spero – l’ipotesi che la ritrosia a vivere accanto a un cimitero sia riconducibile al timore di incontrare, in tarda notte, i claudicanti zombie ballerini del videoclip di “Thriller” di Michael Jackson o quelli meno maldestri e più minacciosi dei film di Romero (tirate un sospiro di sollievo: Bela Lugosi è sepolto, sì, con l’abito di Dracula ma in California, quindi a debita distanza). O, in alternativa, “li mortacci (tua o vostra)” di nota tradizione romanesca. Escludo anche che tale scelta dipenda dal fatto che il quartiere in cui vi sono i cimiteri sia, per definizione, un “mortorio”: ciò, infatti, se allontana il popolo rumoroso della movida, potrebbe attirare invece chi predilige il silenzio e la pace (eterna, obviously) nella propria abitazione.

A parte gli scherzi, le chiavi di lettura di questo particolare fenomeno immobiliare sono, semmai, le seguenti. In primo luogo, il senso di profondo disagio nei confronti dell’idea di avere l’ingombrante presenza della morte davanti agli occhi ogniqualvolta torniamo a casa dal lavoro o, in alternativa, ci affacciamo alla finestra. L’angoscia nel poter pensare, macabramente e in continuazione, che a pochi metri di distanza dalla cucina o dalla camera da letto, tra piatti prelibati ed effusioni amorose, ci siano i resti scheletrici di chi ha lasciato il mondo dei vivi, magari tra immani sofferenze. La vita accanto a un cimitero viene percepita, in altre parole, come triste e lugubre, fonte di sentimenti negativi o, addirittura, di depressione, specie per coloro che non sono abituati a ragionare sulla propria mortalità.

In secondo luogo, la tipica scaramanzia del nostro Paese, la quale genera tanto il timore nei proprietari dell’abitazione di poter essere irrisi da amici e conoscenti, quanto l’idea che sia squalificante e di cattivo gusto condurre una vita quotidiana serena accanto a un luogo che riproduce, almeno superficialmente, il non plus ultra del dolore e della disperazione.

Soprattutto, la vita quotidiana accanto a un cimitero rappresenta lo scacco matto per chi non vuole assolutamente fare i conti con la propria morte. Ed ecco, quindi, che ritornano le note parole di Jean Baudrillard, il quale ci ricorda come i morti abbiano cessato di esistere accanto a noi, come siano stati respinti fuori della circolazione simbolica del gruppo dei vivi. Essi non sono più partner degni di scambio. Proprio per questa ragione, occorrerebbe fare come Charles Bukowski: «Io mi porto la morte nel taschino – scrive – a volte la tiro fuori e le parlo: “Ciao bella, come va? Quand’è che vieni a prendermi? Sono pronto”».

Va beh, Bukowski esagera come suo solito. Ciò non toglie che sarebbe il caso di imparare da quei popoli, specie del Nord Europa, che vivono il cimitero come un normale luogo pubblico, facendo jogging, leggendo i libri o semplicemente passeggiando tra le tombe, dunque non ponendosi molti problemi ad abitare lì accanto (me lo potessi permettere, comprerei al volo casa accanto al Brompton Cemetery di Londra, a due passi dallo stadio del Chelsea F.C., meta prediletta di tutti i tifosi inglesi prima e dopo la partita di calcio).

Il cimitero, lungi dall’essere solo un luogo di comprensibile sofferenza, rappresenta il simbolo dell’integrazione tra la vita e la morte, della naturale circolarità tra le due. Non c’è luogo migliore in grado di aiutarci a superare la rimozione sociale e culturale della morte. Se poi permette pure di risparmiare il 50% dei costi di acquisto della propria abitazione…

Come avrete capito, io non ho alcun timore a vivere accanto a un cimitero: e voi? Ritenete che sia una cosa sconveniente o addirittura lugubre? Attendo – curioso – i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/06/Depositphotos_5132885_s-2015.jpg 332 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-06-29 10:18:452017-06-29 10:18:45Perché comprare casa accanto ai cimiteri ci fa risparmiare fino al 50%? di Davide Sisto

L’insonnia di Evita: le incredibili vicissitudini di una mummia, di Davide Sisto

14 Marzo 2017/14 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

evita-peron-salmaRendere presenti i “resti” della persona deceduta, di modo che ciascuno possa identificare chiaramente le spoglie e localizzare i morti, è generalmente ritenuta un’azione necessaria per il benessere tanto del singolo individuo quanto dell’intera società. Bisogna sapere con certezza di chi è il corpo del defunto e, soprattutto, dov’è il luogo in cui egli riposa eternamente per avviare un’equilibrata elaborazione del lutto.

In caso contrario, può succedere ciò che è capitato in Argentina a Evita Perón, l’amatissima politica e sindacalista argentina, vissuta nella prima metà dello scorso secolo. Per quasi vent’anni, infatti, il suo cadavere sparì nel nulla, vagabondando da una parte all’altra del mondo e lasciando nel popolo argentino il presentimento che le sanguinarie vicissitudini politiche – avvenute durante questo ventennio – siano state l’effetto dell’influenza spettrale di una salma privata del suo meritato sonno eterno.

Eva no duerme. Questo è il titolo di un film del 2015, diretto dal regista Pablo Agũero e dedicato proprio al cadavere senza riposo di Evita. Ma perché, dopo la sua morte, ella “non dorme”? Poco prima di morire Evita chiese al marito, il Presidente Juan Domingo Perón, di far imbalsamare il suo corpo una volta avuto luogo il decesso. Morì il 26 luglio 1952 e subito fu chiamato Pedro Ara, imbalsamatore e professore di anatomia, noto per aver – presumibilmente – restaurato la mummia di Lenin. Per tredici giorni il cadavere di Evita, truccato, pettinato e coperto da un sudario bianco e dalla bandiera argentina, fu esposto nell’atrio della Segreteria di Buenos Aires per l’ultimo omaggio da parte di migliaia di cittadini. Si narra che si formarono file lunghe anche due chilometri, a dimostrazione dell’affetto delle persone nei suoi confronti.

Trascorsi i giorni commemorativi, Ara cominciò a imbalsamarlo: lo lasciò immerso in vasche contenenti liquidi non identificati e iniettandogli, attraverso la carotide, una soluzione di formalina, di modo che penetrasse nel sistema circolatorio. Il lavoro di Ara durò circa un anno, passato il quale il cadavere di Evita fu posto su un letto sotto una cappa di vetro, lontano dalla luce del sole e dalle temperature elevate. Nessuno si occupò più della salma, anche perché in Argentina ebbero luogo sconvolgimenti politico-sociali, il cui culmine fu – due anni più tardi – la destituzione del Presidente Juan Domingo Perón. Il nuovo Presidente, Eduardo Leonardi, non si interessò alla vicenda, benché gli avversari antiperonisti non si fossero dimenticati di quella mummia. Quando sostituì Leonardi al comando del paese, il generale Aramburu decise di far scomparire la salma di Evita, affidandola al colonnello Moori Koenig, il quale la caricò su un camion. Si racconta che fu trasportata in diversi edifici militari per evitare che fosse ritrovata dai peronisti. La cosa curiosa è che, ovunque fosse messa, in quel punto specifico venivano puntualmente visti fiori e candele accese. La presenza “ingombrante” di questa specie di mummia spinse il colonnello Koenig, in balia di sopraggiunti squilibri mentali, a cercare di sbarazzarsene, tuttavia senza successo. Ciò non impedì comunque alla salma di Evita, nel corso degli anni, di arrivare in Europa, trasportata da un prete italiano, il quale consegnò poi ad Aramburu una busta con le istruzioni per un suo eventuale ritrovamento. Ma egli non volle prendersi questa responsabilità e diede la busta a un notaio con l’ordine di consegnarla, una volta deceduto, al suo successore. Nel 1970, venne giustiziato dal Movimento Peronista Montonero proprio perché non rivelò il luogo in cui si trovava Evita. Poco dopo si scoprì che era stata seppellita sotto falso nome nel cimitero di Milano. Solo nel 1974, in seguito ad altre vicissitudini, il cadavere finalmente tornò nella patria natia e, dopo essere stato risistemato, fu seppellito definitivamente nel cimitero della Recoleta, ottenendo il meritato riposo finale.

Questa incredibile vicenda, per cui le sorti politiche di un popolo sono state legate per quasi vent’anni alla ricerca di un cadavere mummificato scomparso, conferma l’importanza simbolica del rito funebre. La condizione del morto, che precede la sepoltura o la cremazione, è una condizione particolare, di confine. Il defunto, lontano dal riposo che gli spetta per definizione, è costretto a vivere in uno stato di passaggio, il cui termine è definito dal funerale che sancisce l’uscita dal mondo dei vivi e l’ingresso in quello dei morti. Finché si troverà in bilico tra i due mondi, egli verrà considerato come pericoloso, come una specie di spettro insonne che non riesce a diventare spirito. Uno spettro che, quindi, può avere – secondo i vivi – un’influenza negativa per la loro vita. Non è affatto un caso che la sparizione della salma di Evita abbia generato tensioni, squilibri mentali, preoccupazioni e violenze.

Cosa vi fa pensare questa vicenda? Ritenete sia necessaria per il proprio benessere psicofisico la consapevole localizzazione delle spoglie del caro estinto? Come sempre, attendiamo le vostre opinioni e i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/03/evita-peron-morta.jpeg 437 560 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-03-14 10:55:382017-03-14 10:55:38L’insonnia di Evita: le incredibili vicissitudini di una mummia, di Davide Sisto

Quando i corpi dei morti continuano a vivere insieme a noi, di Davide Sisto

9 Dicembre 2016/9 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

images-2Secondo Hans Belting, noto storico dell’arte tedesco, la ragione principale per cui poniamo sulla tomba dei nostri cari una loro fotografia – meglio, la migliore fotografia a nostra disposizione – è la seguente: fornire di un “corpo immortale” la persona deceduta, di modo che i vivi dimentichino in tutta fretta il processo di lenta decomposizione a cui si sottopone il suo “corpo mortale”, oramai privo di vita, dentro la tomba. Quella fotografia, in altre parole, assorbe in sé l’esistenza – perduta – della persona morta, la quale non ne “sente” più il bisogno una volta fermatosi il suo cuore, e ci permette di mentire dolcemente a noi stessi: la nostra mente associa infatti, per sempre, a chi non è più con noi un’immagine serena e solare, piena di vita, tenendo alla larga il pensiero dolorosissimo di quel corpo familiare che, lontano dal nostro sguardo, non può che disfarsi progressivamente. Come, d’altronde, richiede la natura stessa, trasformando il nostro bel fisico in un rifiuto organico. Il ragionamento, lo sapete bene tutti, è di questo tipo: già è lancinante la sofferenza per il distacco, figurarsi cosa vorrebbe dire concentrare la propria attenzione sui processi organici che hanno luogo all’interno della bara.

Molteplici sono le riflessioni che si possono fare, a partire da questa osservazione di Belting, sul nostro rapporto con la morte e, in particolare, con il corpo del morto, soprattutto tenendo conto del ruolo particolarmente complesso che svolge la corporeità in Occidente fin dagli albori dei tempi. Un tema delicato di cui, in futuro, torneremo a parlare su questo blog.

Ciò che, invece, ora mi interessa è porre l’attenzione su un rituale funebre radicalmente opposto a quello a cui siamo abituati: la cerimonia Ma’nene degli abitanti di Tana Toraja, sull’isola indonesiana di Sulawesi, che può essere tradotta – in modo più o meno corretto – come “la cerimonia della pulizia dei cadaveri”. Ogni tre anni o poco più, a seconda dei villaggi, gli abitanti (sia adulti sia bambini) costruiscono delle scale con il bambù per accedere alle tombe dei loro cari, spesso conservate anche a quindici metri da terra, all’interno di cavità rocciose. Le prelevano, le aprono, sopportano – a fatica – l’odore certo non piacevole che proviene dal loro interno e tirano fuori i cadaveri, ben conservati e mummificati grazie a una particolare soluzione di acqua e formaldeide. Giunti a questo punto, puliscono e lavano con attenzione i corpi, rivestendoli quindi con abiti nuovi, sostituendo i loro occhiali, là dove vi sia la necessità di farlo, e riparando attentamente le loro bare. Quando queste sono eccessivamente marce, le sostituiscono; quando, invece, sono i cadaveri a non essere rimasti intatti, i familiari li avvolgono semplicemente in un telo bianco. Spesso, prima di riseppellirli, li riportano per un po’ di tempo a casa e li mettono in posa, con i loro abiti nuovi e ben pettinati, per farsi fotografare insieme. I vivi con i morti. Una volta consumato il rituale, le tombe vengono nuovamente sigillate e ricollocate all’interno delle cavità rocciose. Vengono sacrificati maiali e bufali indiani per il pranzo e, in seguito, ha luogo una forma tradizionale di combattimento. In attesa di ripetere la cerimonia, trascorsi tre nuovi anni, al punto che gli abitanti di Tana Toraja mettono da parte costantemente le loro ricchezze per potersi permettere il rinnovo del rituale.

Cosa ci insegna la cerimonia Ma’nene? Innanzitutto, che per gli abitanti di Tana Toraja il corpo del defunto non “svanisce” definitivamente, una volta chiusa la bara e sotterrata (va, tra l’altro, specificato che spesso i cadaveri non vengono immediatamente seppelliti ma rimangono per qualche settimana nelle case dei parenti). Ogni tre anni questo corpo ritorna, in qualche modo, a “vivere” in mezzo alle persone che lo hanno amato quando il suo cuore batteva. Non c’è, in altri termini, un muro che separa radicalmente la vita dalla morte, la quale non è intesa come un evento di rottura definitiva. Vi è una continuazione dell’esistenza spirituale tra il prima e il poi, per cui il confine tra vivere e morire è più sfumato e il distacco è meno traumatico rispetto alle tradizioni occidentali. I morti continuano a vivere, perché il decesso è solo un momento di passaggio, da cui nasce una nuova forma di legame con le persone. La morte è sottile sottile, una sfumatura della vita. Come dimostrano simbolicamente le fotografie che immortalano i bambini, a loro totale agio, con i cadaveri dei nonni o dei genitori, vestiti in modo elegante e ricercato.

Provate a ripensare alle osservazioni di Belting: noi proviamo un senso di angoscia così profondo nel vedere con i nostri occhi un corpo senza vita, da non volerlo nemmeno immaginare con la mente. Quasi tutte le pagine giornalistiche che descrivono la cerimonia Ma’nene avvertono prima i lettori: state attenti, il servizio contiene immagini che possono disturbare la vostra sensibilità. Vedere con gli occhi quei cadaveri riesumati e rivestiti, in mezzo a bambini e adulti indonesiani assolutamente a loro agio, per noi è tanto assurdo quanto disturbante.

Credo che abbiamo molto da imparare su come affrontare la morte e su come superare certi traumi legati al pensiero dei corpi che gradualmente si dissolvono. Certo, le nostre tradizioni sono differenti e si rischia di banalizzare l’interpretazione di questi rituali, se ci limitiamo a osservarli dal nostro specifico punto di vista occidentale. Tuttavia, non ritenete anche voi, come me, che questo modo di vivere il corpo del defunto sia tutt’altro che macabro e abbia, invece, un significato educativo e spirituale veramente profondo? Cosa ne pensate?

 

 

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/12/manene-di-toraja_20160425_140033-e1481275422927.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-12-09 10:40:272016-12-09 10:40:27Quando i corpi dei morti continuano a vivere insieme a noi, di Davide Sisto

Il giorno dei morti, di Davide Sisto

1 Novembre 2016/8 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

with Roses, Round, Circle Shape

Probabilmente pochi di voi sapranno che Schelling, il noto filosofo dell’idealismo tedesco, ha scritto, tra il 1809 e il 1810, un meraviglioso gioiello letterario, intitolato Clara, per elaborare il terribile lutto che lo aveva colpito in quel periodo: la morte prematura e improvvisa dell’amatissima moglie Caroline. Dai colori autunnali talmente intensi da far sussultare l’anima anche del lettore più composto, Clara è un viaggio appassionato tra i cunicoli romantici che legano insieme la morte, il lutto, l’immortalità e, in generale, il senso della vita. Non è un caso che il racconto cominci il giorno dei Morti, con la processione dei cittadini verso il cimitero. “Tutte le relazioni vitali recise – osserva Schelling – si rinnovavano qui […] i fratelli si univano nuovamente ai fratelli, i figli ai genitori e tutti erano nuovamente una famiglia”. E, dopo una descrizione minuziosa del rito del 2 novembre, le cui ombre sono appena rischiarate dal sole nero della malinconia, il filosofo tedesco si chiede retoricamente, attraverso la voce di uno dei personaggi, se non sia giusto dedicare “i fiori dell’autunno ai morti che in primavera, dai loro angusti loculi, ci fanno poi dono di fiori più gioiosi, a testimonianza della vita perenne e della resurrezione eterna”.

Il 2 novembre tutte le relazioni vitali recise si rinnovano. Può sembrare banale, ma questo è il senso autentico del giorno dei Morti: non c’è recisione in grado di scalfire una volta per tutte i legami che creiamo nel corso della nostra vita. Non c’è assenza di immagine esteriore che impedisca alla silhouette della persona amata deceduta di danzare dinanzi ai nostri occhi; non c’è silenzio esteriore che metta a tacere la sua inconfondibile voce. La sua silhouette e la sua voce si riversano in noi, come – d’altra parte – le nostre in lui, anche se non esiste più fisicamente. È questo, di fatto, quel “Mondo degli Spiriti” che, a detta di Goethe, solo chi ha la mente chiusa e il cuore morto non vede e non sente.

Ora, ciò è valido tutto l’anno e, il più delle volte, per chi è in vita in modo molto doloroso. Il giorno dei Morti, nelle tradizioni di moltissimi paesi nel mondo, ridimensiona la recisione delle relazioni vitali in maniera – invece – solare. Prendiamo il Dia de los muertos, la festa azteca in Messico, che per la sua originalità, per i suoi colori e per il suo significato ha ottenuto il titolo di Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO a partire dal 2003. Tra fine ottobre e inizio novembre, in Messico si festeggia la visita annuale dei defunti ai parenti e agli amici ancora in vita. E allora, in modo festoso, giovani e adulti si recano di mattino presto al cimitero e posano sulle tombe – insieme a fotografie, cibo e candele – i Cempasùchil, fiori gialli o arancioni con un intenso profumo che permette alle anime dei morti di trovare la strada del ritorno. Gli abitanti dei paesi lasciano le porte di casa aperte per facilitare questa visita o preparano dinanzi alle proprie abitazioni cibo, bevande e cuscini affinché i defunti possano saziarsi e riposare dopo il lungo viaggio. Nel mentre, hanno luogo processioni e feste molto colorate in maschera, durante le quali protagoniste assolute sono le Calacas, gli scheletri raffigurati con abiti festosi, che danzano e suonano allegramente strumenti musicali. Il significato di questa festa è che la morte non è recisione, ma passaggio il quale non preclude la possibilità, almeno per un giorno, che i vivi e morti possano effettivamente incontrarsi, ancora una volta nel mondo presente. Qui l’audio de La Calacas, la canzone popolare del giorno, che recita: “Al suonar della mezzanotte/ i teschi fuori per una passeggiata/ molto felici saltano sulla vostra auto/ in bicicletta e con i pattini”.

Il Dia de los muertos messicano è un esempio, tra i tanti, dei modi in cui viene celebrato il giorno dei Morti, quale incontro effettivo, più gioioso che doloroso, tra i vivi e i defunti. In Italia vige, prevalentemente, un’atmosfera meno allegra, più incentrata sulla compostezza del ricordo, sulla riflessione plumbea della morte, atmosfera figlia di un rapporto – quello italiano – tutt’altro che pacificato con il Tristo Mietitore. Ma con alcune importanti eccezioni, che richiamano alla mente la ritualità messicana. Ad esempio, in Sicilia si narra che anticamente, durante la notte tra il 1 e il 2 novembre, i defunti portassero doni ai bambini. Tradizione che viene portata avanti dai genitori, i quali comprano giocattoli che poi nascondono in casa, di modo che i figli li possano trovare la mattina del 2 novembre quale regalo, appunto, da parte dei morti. A ciò si accompagnano i biscotti tipici, come i crozzi ‘i mottu (ossa di morto), fatti di pasta garofanata a forma di osso, i pupatelli, ripieni di mandorle tostate, o i taralli, ciambelle rivestite di glassa zuccherata. Nella provincia di Massa Carrara, invece, la tradizione narra che i defunti ritornino in vita per convincere i loro familiari a distribuire prodotti alimentari ai più bisognosi. Così come in molte altre regioni, tra cui il Piemonte, le famiglie lasciano la tavola imbandita e si recano al cimitero.

Al di là delle singole tradizioni, il giorno dei Morti rappresenta una routine, con le sue processioni al cimitero, che obbliga le persone – almeno per qualche ora – a riflettere sul senso della vita e della morte (e non solo – si spera – a scegliere i fiori più belli per mettersi in mostra…). Certo, non bisognerebbe aspettare una data sul calendario per farlo. Né occorrerebbe consumare il rito nel modo di Roland Barthes che, sul suo noto diario del lutto per la morte della madre, ammette – in data 2 novembre 1977 – la sua devastazione in preda alla presenza di spirito. Tuttavia, senza questa festa, avremmo un’occasione in meno per rinnovare tutte le relazioni vitali recise e capire che non c’è recisione che possa distruggere i legami che abbiamo costruito in vita.

E voi come vivete questa giornata? Quali sono i vostri pensieri e le vostre abitudini? Date importanza a questo giorno oppure no? Come si concilia il giorno dei Morti con la diffusa negazione della morte?

Raccontateci il vostro giorno dei Morti.

 

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/11/Fotolia_191902_XS-e1477983618824.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-11-01 14:37:572016-11-01 14:37:57Il giorno dei morti, di Davide Sisto

Riflessioni sulle camere mortuarie

9 Marzo 2015/12 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

L’obitorio della Sapienza, il più grande istituto di medicina legale della capitale, è stato chiuso per seri problemi igienici. Avrebbe dovuto chiudere anche per aver gravemente mancato di rispetto nei confronti dei corpi dei morti. Al di là delle riprovevoli e raccapriccianti condizioni in cui è stato trovato l’istituto di Roma, l’occasione è buona per parlare delle carenze che affliggono molte camere mortuarie italiane, come è emerso con chiarezza in un’indagine compiuta da un gruppo di lavoro costituitosi presso l’Aress del Piemonte alcuni anni fa.
Immaginiamo di aver perso una persona a noi cara in ospedale. Dopo circa un’ora, il suo corpo viene tolto dalla camera dove lo stiamo piangendo, e portato (in un carrello chiuso oviforme: nessuno deve vedere dei morti) nelle camere mortuarie. In genere queste hanno un orario rigido, e il trasporto nella morgue fa sì che i familiari vengano bruscamente allontanati dal corpo del defunto, fino al momento dell’apertura al pubblico.
Il primo trauma è costituito dal luogo. Quasi ovunque, la camera mortuaria si raggiunge scendendo nel sottosuolo, attraversando interminabili corridoi bui e illuminati al neon, cui si affacciano porte di plastica su spazi deposito e magazzini dove sono affastellati materiali nosocomiali, sedie a rotelle, barelle, rifiuti ospedalieri.
Il regno di Caronte in genere è lì, accanto ai rifiuti. Dove non siano stati fatti recenti lavori di ripristino, i muri sono scrostati, sporchi, fessurati, o ricoperti di piastrelle.
Entrarci evoca per i familiari il gesto di disfarsi della salma dei propri congiunti. Questa percezione è in grado, in molti casi, di nullificare perfino il benefico effetto di un buon accompagnamento alla morte. Resterà il ricordo, nel parente, di quell’ultimo luogo, inaccessibile, respingente, senz’anima.
Occorre sapere che le camere mortuarie sono quasi sempre divise in due parti, una tecnica e una “espositiva”. Nella parte tecnica c’è la sala settoria, le celle frigorifere, la sala in cui vengono preparati i corpi, una stanza per gli operatori (con qualche foto e qualche disegno dei figli, o calendari con donne che posano nude) un magazzino. Gelida (non solo dal punto di vista della temperatura), questa parte non è pensata per i familiari, ma per gli operatori: qui vengono lavati e preparati i cadaveri, e vengono vestiti per il funerale.
Paradossalmente, però, se la parte dedicata al lavoro degli operatori è, perlomeno, funzionale, quella che dovrebbe accogliere parenti e amici, e che si affaccia anche all’esterno dell’ospedale, pomposamente chiamata “espositiva”, è sovente la meno accogliente. Uno stanzone o piccole camere a forma di loculo, separate da mura o da pesanti tendoni scuri, accolgono i corpi, prima che le pompe funebri chiudano le bare. Spesso la luce del sole non vi entra, non c’è la possibilità di avere una bevanda fresca o calda per i familiari addolorati, non vi sono sedie a sufficienza, nè una pianta. L’aspetto è cadente, non c’è un luogo del commiato, dove restare un attimo in intimità coi propri morti o dire una preghiera.
In molti casi, il numero dei defunti nell’ospedale supera la capienza delle camere mortuarie, e allora due corpi vengono posti uno accanto all’altro, così vicini che coloro che li vegliano sono costretti quasi a toccarsi. Un giorno ho visto una famiglia in lacrime intorno a un corpo appena preparato per la cerimonia funebre. L’uomo sfiorava col loden un’altra salma non ancora pronta, senza neppure accorgersene. Sulla porta di quella stanza albergava un cartello: “Deposito”.
Coloro che hanno bisogno di riti particolari (ad esempio islamici ed ebrei, le cui religioni prevedono il lavaggio rituale delle salme) devono arrangiarsi nelle sale destinate alle autopsie, le uniche in cui sia possibile usare molta acqua.
Gli operatori sono in genere i meno preparati dell’ospedale. Solo le cooperative esterne prevedono una formazione continua per questi addetti. Negli ospedali pubblici, la camera mortuaria è un territorio dove vanno quegli operatori che sono “in punizione” o quelli inetti, o ancora quelli un po’ squilibrati. Come stupirsi, poi, degli scandali riguardanti il commercio dei funerali che hanno spesso occupato la cronaca?
Il fatto è che le camere mortuarie rispecchiano appieno il ruolo che nella nostra cultura è stato dato alla morte: nascosta, in fondo in fondo ai nostri pensieri così come lo spazio dei morti è in fondo ai corridoi sotterranei. Quasi una metafora della sottovalutazione che facciamo della morte, la trascuratezza delle nostre camere mortuarie ci parla di indifferenza nei confronti dei morti. Una società che non ha un culto dei propri defunti, una cura di coloro che sono stati prima di noi, è priva di passato, di storia, di memoria: spacciata.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2015/03/The_Anatomy_Lesson.jpg 263 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2015-03-09 08:39:362015-03-09 08:39:52Riflessioni sulle camere mortuarie

L’importanza del Commiato

20 Gennaio 2014/19 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Ieri sono stata al cinema, a vedere il bellissimo e delicato Still Life, storia di un dipendente comunale inglese che ha il compito di trovare i parenti di coloro che sono morti soli. Il film parla di solitudine e di morte, ma soprattutto dell’importanza del commiato.
Anche se non resta nessun vivo a piangere un essere umano scomparso, ricordare chi ha attraversato la vita, anche se la traccia che ha lasciato è lieve, fa parte dell’umanità dell’uomo. E il protagonista del film, il signor May, prende sul serio il suo compito, fa ricerche accurate sui suoi defunti, scrive per loro orazioni funebri e sceglie musiche appropriate.
«Il funerale si fa per i vivi, i morti se ne fregano», gli dice il suo capo quando decide di licenziarlo.
Ma è proprio così? Siamo legittimati a smaltire velocemente un cadavere se non ci sono parenti addolorati? Credo di no, e forse è per questo che il film ha commosso moltissimi spettatori. Nel gesto di ricordare e salutare un uomo morto c’è il rispetto per l’umano, per la vita vissuta, c’è la comprensione per le vite sfortunate o cattive e l’ammirazione per quelle buone, c’è la pietà per la mortalità dell’uomo, c’è il sentimento della nostra fragilità, c’è la consapevolezza del mistero.
E d’altra parte noi, in questo inizio di terzo millennio, siamo in bilico, per quanto riguarda i riti funebri. Da un lato quelli del passato sono spesso stanchi e vuoti (recentemente mi è purtroppo accaduto di assistere al funerale di un familiare, e dal parroco visibilmente annoiato ho sentito solo triti luoghi comuni); dall’altro c’è l’esigenza di inventare nuovi modi, condivisi, di celebrare i nostri morti.
Chi di noi non ha qualche volta immaginato di vedere il proprio funerale? Chi non si è rappresentato le persone che potrebbero venire a darci l’ultimo saluto, a raccontare qualcosa di noi? La nostra immaginazione può nutrire, credo, le proposte che un po’ in tutta Italia si stanno facendo per il rito del Commiato laico.
E voi, se doveste compilare un modulo in cui vi è richiesto di descrivere come vorreste il vostro funerale, cosa scrivereste?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/01/imgres.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-01-20 10:47:052014-01-20 10:47:05L’importanza del Commiato
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