Una ritualità che cambia: le case funerarie, di Cristina Vargas
Le Case funerarie sono un fenomeno in rapida espansione nel territorio italiano. Questi spazi, quasi del tutto sconosciuti nel nostro paese fino ai primi anni Duemila, oggi sono sempre più presenti nel contesto urbano e stanno gradualmente diventando parte delle scelte rituali nel fine vita.
Che cosa sono e come nascono questi spazi? Perché si stanno diffondendo? In questo articolo vorrei soffermarmi su queste due domande, all’interno di una più ampia riflessione su come sia cambiata la ritualità funebre nel mondo contemporaneo.
La storia delle Case funerarie affonda le sue radici negli Stati Uniti d’America. Prima del diciannovesimo secolo, in un contesto piuttosto frammentato sul piano religioso, sociale e culturale, i funerali erano di norma gestiti direttamente dalle famiglie, che si rivolgevano a figure esterne solo per l’acquisto della bara e la sepoltura. Questo scenario cambiò drasticamente durante la Guerra Civile (1861-1865). Dato che il trasporto dei soldati caduti in battaglia non era possibile per via delle lunghe distanze e delle carenze tecnologiche, per le famiglie si poneva il doloroso problema di come riportare a casa il cadavere dei loro figli per evitare che venissero abbandonati sul campo di battaglia o scaricati senza cerimonie in fosse comuni.
Qualche anno prima in certi ambienti aveva destato interesse il lavoro del francese Jean Gannal, che descriveva una tecnica moderna di imbalsamazione, che consentiva di preservare integri i corpi per settimane o mesi. In tempi brevi, questa tecnica venne testata con successo e cominciò a essere diffusamente utilizzata, garantendo così alle famiglie la possibilità di rivedere per l’ultima volta i propri cari. Si stima che dei 600.000 soldati deceduti nella guerra, 40.000 furono imbalsamati.
L’uso dell’imbalsamazione si consolidò grazie ai funerali del Presidente Lincoln, che furono preceduti da un lungo corteo funebre, durato quasi tre settimane, durante il quale il suo corpo rimase integro e fu visto da centinaia di migliaia di persone.
Dopo la guerra queste nuove pratiche non caddero in disuso, anzi, gradualmente i funerali in casa furono sostituiti da quelli svolti nelle “Funeral homes”, dove venivano offerti i servizi di imbalsamazione e c’era spazio sufficiente per esporre la salma ed accogliere i visitatori.
Oggi le Funeral Homes sono la norma. Da quelle più storiche situate in ampie dimore nobiliari o in prestigiosi edifici vittoriani a quelle appositamente costruite e architettonicamente avanguardistiche, queste strutture arrivano in alcuni casi a coprire l’intero ciclo della ritualità funebre, compresa la cremazione e la collocazione finale delle ceneri.
In Italia le Case funerarie sono spazi diversi per origine e per servizi offerti rispetto a quelle americane, ma ci sono alcuni tratti comuni.
Nel nostro paese per Casa funeraria si intende una struttura privata, gestita di norma da un’impresa di onoranze funebri, nella quale è possibile la custodia e l’esposizione della salma di persone decedute a casa o in ospedale, anche a feretro aperto. A queste strutture si aggiungono le Sale del Commiato, in cui è possibile esporre il feretro chiuso e organizzare momenti cerimoniali. Esse coprono dunque un lasso tempo che grosso modo corrisponde all’attesa legale dell’osservazione del cadavere e a quella rituale della veglia; due momenti che in passato venivano trascorsi nell’abitazione o nelle camere mortuarie ospedaliere.
Alcune Case funerarie offrono un servizio di “tanatocosmesi”, che non prevede pratiche invasive come quella che ho sopra descritto, ma che consente una cura estetica della salma. In questi luoghi è anche possibile svolgere cerimonie laiche o miste (le più frequenti), in cui è presente una figura religiosa. Molte Case funerarie offrono, inoltre, servizi come la trasmissione dei funerali in streaming, la proiezione di video e fotografie, l’organizzazione del catering e tutto ciò che la famiglia desidera proporre a chi partecipa alla cerimonia funebre, offrendo ampie possibilità di personalizzazione.
La prima Casa funeraria italiana è stata aperta nel 2006 in Lombardia e, da allora, il fenomeno si è rapidamente esteso anche in altre regioni. Il sito www.casefunerarie.it conta ben 776 strutture presenti in Italia, prevalentemente al Nord e Centro Nord.
Qual è la ragione di questa diffusione? Si tratta di una risposta a un bisogno reale della popolazione, o di una strategia commerciale a vantaggio dell’imprenditoria del settore?
Nei più di cent’anni di storia di queste realtà negli Stati Uniti, le Funeral Homes si sono dimostrate spazi necessari e voluti dalla comunità, ma anche un grande business. Non a caso diversi autori, prima fra tutti Jessica Mittford, hanno a più riprese denunciato gli abusi e gli eccessi dell'”American Way of Death”.
Anche se in Italia dal punto di vista commerciale le Case funerarie sono ancora una scommessa per le imprese, è chiaro che esse sono realtà commerciali con uno scopo di lucro. Ciò nonostante, anche nel nostro contesto esse rispondono a bisogni reali e attuali della popolazione.
Gestire la presenza del defunto in casa, oggi, non è semplice per le famiglie: alcune persone possono essere preoccupate per la ristrettezza degli spazi; si può essere appesantiti dalla fatica organizzativa o mossi dal desiderio di non coinvolgere eccessivamente i bambini o altre persone fragili in una situazione vissuta come stressante. Se il decesso avviene in ospedale, si può voler evitare la permanenza in camera mortuaria, o si può desiderare un luogo con migliori caratteristiche estetiche, qualitative e funzionali.
In queste e altre situazioni, la Casa funeraria può essere vissuta come un modo per alleggerire il peso di un momento di per sé estremamente difficile.
Tony Walters, nell’ormai classico volume The Revival of Death, osservava infatti che, in Inghilterra, la maggior parte delle famiglie transita con sollievo dall’ospedale, in cui si affida alle mani esperte del medico, alla Casa funeraria, in cui è accolta dalle mani, anch’esse esperte, del Funeral Director.
All’interno di un ventaglio ampio di possibili alternative, in cui sarebbe comunque opportuno preservare i contesti pubblici a disposizione della cittadinanza, ben venga la presenza di Case funerarie che offrano servizi mirati e di qualità a chi ne sente il bisogno. Ciò che conta, a mio avviso, è la cura e la professionalità con cui si erogano i servizi, unite alla capacità dei gestori di bilanciare le loro esigenze di guadagno con la tutela delle persone (auspicabilmente viste non solo come “clienti”) in un momento di fragilità.
E voi, avete già usufruito dei servizi delle case funerarie o conosciuto queste realtà? Quali sono state le vostre esperienze in merito?












E’ incredibile il tempismo con cui leggo questo articolo: sono in una casa funeraria in questo momento, nel salottino antistante lo spazio in cui è esposto il feretro. E’ un ambiente chiuso, accogliente, che in questi giorni di grande dolore e straniamento è il mio rifugio per trovare un po’ di pace.
Mia suocera, persona alla quale ero molto legata, è mancata in Ospedale, ed è la prima volta che la salma di un familiare é in una struttura di questo tipo.
Non riesco, con la poca lucidità di questo momento, a rendere meglio il concetto se non con la pace che provo qui, ora, vicina alla persona cara anche se non è più qui. Il silenzio, la possibilità di avere del tempo e dello spazio quieti in cui esprimere emozioni e pensieri a voce alta, adesso è un conforto.
Certamente conta il modo in cui il personale si è preso cura della salma e la delicatezza con cui si stanno prendendo cura di noi.
Quando avevo sentito, per la prima volta, parlare delle Case Funerarie, mi era sembrata una spersonalizzazione di un momento che, invece, necessita di tutta la storia identitaria possibile per recuperare un gancio con la realtà oggettiva. La mia esperienza, in questo frangente, mi ha fatto invece vivere tutt’altro.
Ne ho usata una nella mia città a Grosseto, per il funerale di babbo. È stato bellissimo, un ambiente meraviglioso (altro che l’obitorio dell’ospedale). Ho organizzato anche una cerimonia nella sala del commiato portando pc e proiettore. Abbiamo ripercorso i momenti più belli degli ultimi anni di babbo tra risate e commozione. Una cerimonia gioiosa e magica. Babbo ne sarà sicuramente stao felice ed era lì con noi. Gli organizzatori sono stati gentilissimi e ci hanno supportato negli aspetti pratici. Consiglio questa soluzione assolutamente.
Buongiorno,
io delle case funerarie ho tutt’altra opinione.
Non mi piacciono, sono posti “finti”, quasi un’ostentazione completamente fuori luogo rispetto alla morte. Comprendo bene che sono funzionali a case troppo piccole, ma vedo che oggi tutti vi ricorrono perché c’è una ritrosia nel tenere il defunto in casa, quasi porta iella.
Le persone per casa creano disturbo e forse sporcano anche le nostre asettiche abitazioni.
Mentre io trovo naturale la casa, anche quando si muore in ospedale.
È il luogo dove abbiamo vissuto e tutto è più naturale, la morte domestica è più facilmente addomesticata, fa meno paura.
Coi miei genitori è stato così.
I nipoti hanno potuto trascorrere qui tutto il tempo che volevano di giorno e di notte, abbiamo mangiato insieme, riso e pianto, fatto tante riflessioni e rispettato tanti silenzi. Ma i nostri cari erano li, ancora dentro e accanto alle nostre vite.
Io e mio marito abbiamo dato questa disposizione, crediamo che la vita vada onorata e la sua fine celebrata facendo quel che ognuno sente di voler fare. Anche festeggiando, cantando la canzone preferita o altro, sempre nel rispetto di quella persona ovviamente.
Liberamente e in semplicità.