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La Death Education tra i carabinieri, di Davide Sisto

14 Gennaio 2022/2 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

A novembre 2021 sono stato invitato a Viareggio, in qualità di tanatologo, al convegno “Suicidi in divisa. Analisi, gestione e prevenzione del fenomeno. Aspetti civili e penali”, organizzato dal Nuovo Sindacato Carabinieri (NSC). L’urgenza di questo convegno nasceva dal fatto che, a partire dal 1° gennaio, si erano suicidati nel corso dell’anno appena passato circa cinquanta esponenti delle forze dell’ordine: sette guardie giurate, sei appartenenti alla Polizia Locale, cinque alla Polizia Penitenziaria, quattro alla Polizia di Stato, quattro alla Guardia di Finanza, due alla Marina Militare e ben ventidue esponenti dell’Arma dei Carabinieri. Pertanto, il NSC ha voluto provare ad analizzare le molteplici ragioni di questo drammatico fenomeno con l’ausilio di associazioni che si occupano in maniera specifica del problema, quindi di psicologi, sociologi, politici, giornalisti, ecc. Particolare attenzione è stata dedicata alla presenza di Sergio De Caprio, meglio conosciuto come Capitano Ultimo, noto per aver arrestato nel 1993 Totò Riina.

All’interno di questo contesto assai variegato ho ritenuto preziosa la possibilità di portare il mio contributo in quanto studioso di tanatologia e Death Education. Ora, occorre innanzitutto fare una premessa doverosa: il tema dei suicidi in divisa implica un necessario rimando a un insieme di fattori psicologici, familiari, sociali, culturali e ambientali che ineriscono allo specifico ambito lavorativo di cui parliamo. Di conseguenza, non è compito di un professionista esterno entrare – con presunzione di conoscenza – all’interno di quelle dinamiche gerarchiche, disciplinari, relazionali e, a volte, giudiziarie che caratterizzano la quotidianità di chi presta servizio nelle forze dell’ordine. E che, di fatto, sono a fondamento – quando risultano particolarmente stressanti o ingiuste – della scelta estrema di togliersi la vita.

Detto questo, il contributo della Death Education può essere fecondo, in primo luogo, riguardo alla possibilità di acquisire chiara consapevolezza delle conseguenze negative della rimozione sociale e culturale della morte. Prendere coscienza della necessità di discutere senza pudore o imbarazzo della morte e della nostra costitutiva vulnerabilità esistenziale significa, infatti, offrire uno strumento importante per ridimensionare quei meccanismi tossici che, contraddistinguendo i legami gerarchici e il mito della mascolinità, provocano un senso di isolamento nel singolo lavoratore. Spesso, in altre parole, un certo superomismo malato può essere ridimensionato anche tenendo conto della democratica finitezza esistenziale che non esclude nessuno e che è alla base della rivalutazione qualitativa dei rapporti interpersonali.

In secondo luogo, la Death Education può rappresentare un punto di partenza importante per rivedere il rapporto tra la società e il tema del suicidio, il quale risulta essere ancora oggi il non plus ultra dei tabù. Di suicidio si parla il meno possibile, spesso nemmeno lo si menziona quando ha luogo. Si tende, generalmente, ad associare la scelta del suicidio all’effetto di una debolezza psicologica che, prima, porta all’isolamento lavorativo del singolo individuo, soprattutto in ambienti di lavoro in cui la forza – mentale e fisica – è ritenuta imprescindibile. Poi, una volta avvenuto il suicidio, spinge a concentrarsi sui sensi di colpa, sulla rabbia nei confronti del suicida, sull’insieme di cose che si potevano fare e non si sono fatte. Quindi, porta l’attenzione più sugli altri che su chi ha ritenuto che vivere non avesse più senso. Un’attenzione precisa dedicata alle evoluzioni storiche e sociali del suicidio, al legame tra il suicidio e la disposizione arbitraria della propria vita, al confine labile tra l’opportuna prevenzione e l’inopportuna – invece – patologizzazione del gesto suicidario richiedono l’ausilio di tutti quei professionisti che si occupano di tanatologia e di Death Education e che possono fornire anche solo degli spunti per districarsi nella complessità delle questioni.

In altre parole, ritengo sia doveroso riuscire a estendere la presenza dei tanatologi in tutti quei campi lavorativi in cui è basilare una riflessione attenta sul nostro legame con il fine vita. Così come è importante che, all’interno della nostra società, ci si cominci ad accorgere di questo peculiare campo di studi interdisciplinari, cogliendo il filo rosso che lega molteplici nevrosi presenti nei nostri rapporti interpersonali alla decennale rimozione sociale e culturale della morte dal nostro quotidiano.

Voi cosa ne pensate? Ritenete utile la presenza dei percorsi di Death Education in più ambiti lavorativi della nostra società? Come sempre, attendiamo commenti e riflessioni.

Tags: Death education, forze dell'ordine, Morte, prevenzione del suicidio, suicidio
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2022/01/suicidi-tra-le-forze-di-polizia-e1642072962451.jpg 264 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2022-01-14 09:00:002022-01-13 12:26:50La Death Education tra i carabinieri, di Davide Sisto
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2 commenti
  1. Nicola Ferrari
    Nicola Ferrari dice:
    16 Gennaio 2022 in 11:59

    Ho condiviso, in questi ultimi 15-18 anni, l’esperienza del suicidio di vari esponenti di diverse Forze dell’Ordine tramite il contatto con familiari, amici, compagni…che chiedevano supporto: alcuni di questi c’è stata la possibilità di incontrarli direttamente più volte, altri tramite web o comunicazione epistolare, altri ancora in maniera meno organizzata e più sporadica durante convegni, seminari… nell’epoca pre-Covid. La richiesta costante di queste persone in lutto, e in realtà anche di tante altre, è sempre stata quella di essere aiutati prima a lenire la disperazione e poi a riprogettare una nuova vita. Altre riflessioni su società e rimozione, evoluzioni storiche del suicidio, interpretazioni patologizzanti del gesto e altro non ne ho mai incontrate in chi vive il dramma di questa perdita. Questo però non significa affatto che chi aiuta non debba possedere anche questi elementi culturali e analitici perché servono moltissimo per impostare il progetto di supporto, la propria modalità di interagire, la scelta della metodologia da adottare.
    Riferisco questo perché è da un pò di tempo che cerco di riflettere sulla distanza, a volte anche polemica e pesante, che c’è (ma si tende a sottacerla) tra chi si occupa di lutto in prima linea, cioè a contatto diretto con le persone per aiutarle ad attivare un cambiamento, e chi analizza il fenomeno con una visuale più distante e ampia. E’ una questione che ho ritrovato anche in una recente discussione su un post di Davide Sisto con un’interlocutrice mentre parlavano di altro (vaccini e Covid) ma che alla fine esprimeva a mio avviso questa difficoltà di comunicare tra chi sta nei ‘palazzi’ e chi per le ‘strade’, con molti strascichi e conseguenze che impediscono alla fine lo scambio e quindi il miglioramento reciproco.
    Dal mio punto di vista c’è bisogno, anzi c’è necessità assoluta e urgente, di una costante integrazione: serve chi va in prima linea, chi incontra e resta ore e ore insieme a chi è disperato e serve chi, di queste esperienze e di altre correlate, ha una lettura più ampia, articolata, distaccata. La questione è la diffidenza reciproca, che pubblicamente mai si riconosce, che impedisce uno scambio di esperienze, visuali, conoscenze, vissuti, pensieri che arricchiscono tutto ma soprattutto che portano da un lato ad una migliore capacità di supporto e dall’altro ad una più precisa e fondata analisi dei meccanismi sociali e culturali.
    Penso spesso anche ai vari percorsi e offerte varie di formazione aggiornamento che rientrano nel grande tema della Death Education: questo sbilanciamento, guardando i programmi è molto evidente, ovviamente a netto vantaggio dell’analisi delle problematiche da un punto di vista storico, antropologico, filosofico, sociale… a scapito di quello operativo, relazionale, di supporto (molto minore in numero di ore e attività) ma lo stesso procedimento avviene, ovviamente al contrario, quando si realizzano percorsi per formare operatori che intervengano direttamente con chi è in lutto, nei quali l’inquadramento complessivo delle questioni, la visione progettuale ampia e storica non viene nemmeno citata perché considerata ‘teoria’.
    Mi scuso per la lunghezza, perché poi diventa complicato leggere: alla fine volevo solo dire che se riusciamo a contaminarci reciprocamente, riferendomi a chi di noi si occupa a vario livello di questa parte della vita legata al lutto e al morire, saremo tutti più efficaci.

    Rispondi
    • Davide Sisto
      Davide Sisto dice:
      16 Gennaio 2022 in 17:06

      Grazie mille per il contributo e per la riflessione che condivido al 100%, dalla prima all’ultima parola. Una buona giornata! Davide

      Rispondi

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