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Tag Archivio per: prevenzione del suicidio

Come si parla di suicidio sui social network? di Davide Sisto

25 Settembre 2024/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Negli ultimi due o tre anni spopola su Tik Tok la parola “unalive”, non vivo, usata prevalentemente dagli utenti del famoso social network cinese per parlare di suicidio. Hashtag come #unalivemeplease, #unaliving, #unaliveawareness e #selfunalive contano milioni di visualizzazioni e di like, nonché centinaia di commenti. Dietro questi hashtag si nasconde un po’ di tutto: persone che raccontano il loro tentato suicidio o che non nascondono il desiderio di uccidersi, persone che invece cercano di fare prevenzione rimandando – per esempio – a video di psicologi o affrontando il tema della depressione, ma anche utenti che condividono situazioni del tutto allegre e fuori contesto, per cui fanno un uso di questi hashtag in termini scanzonati e non realistici. La ragione per cui viene utilizzata la parola “unalive” per parlare di suicidio è unicamente pratica: non farsi censurare dagli algoritmi delle piattaforme. Il termine “suicidio”, infatti, rientra in quella sorta di blacklist alla base della cancellazione automatica di contenuti. Questo, soprattutto, per evitare la condivisione pubblica di video in cui si vedono individui che si tolgono la vita, come qualche volta purtroppo succede. Il tema dell’uso della parola unalive è oggi particolarmente dibattuto nella dimensione online, tanto che sono in aumento le discussioni su Reddit relative ai suoi effetti positivi e negativi sulle comunità digitali.

Proprio da queste discussioni interne a Reddit, la versione contemporanea dei forum di un tempo, emerge un aspetto su cui occorre riflettere. Non sono poche, cioè, le persone che ritengono inopportuno, indelicato o addirittura diseducativo non usare in maniera esplicita la parola “suicidio”. Innanzitutto, alcuni ritengono che aver reso di tendenza un termine che allude in modo generico a un aspetto così delicato della nostra società rischia di creare confusione, soprattutto tra i ragazzi adolescenti, i principali fruitori di TikTok. In secondo luogo, altri sostengono che porre in relazione il suicidio alla censura non faccia altro che aumentare il tabù che di per sé già lo caratterizza. Se insegniamo ai più giovani che la parola “suicidio” non si può dire, non facciamo altro che incrementare i pregiudizi che vi sono di per sé associati. Questo tema, ovviamente, è riconducibile agli effetti Werther e Papageno di cui abbiamo già parlato sul blog.

Al di là di questo, se proviamo a osservare con più attenzione i contenuti che si celano dietro gli hashtag su TikTok, cogliamo il tentativo generale di parlare di suicidio evitando il più possibile luoghi comuni o stereotipi. In particolare, dai racconti di coloro che dicono di aver pensato di togliersi la vita o di aver tentato di farlo, senza riuscirci, emerge il desiderio di non cercare facili nessi di causa-effetto, ritenuti perlopiù consolatori. In altre parole, i giovani utenti di TikTok sottolineano la complessità a fondamento di una scelta così estrema, una complessità che tiene insieme il vissuto personale e le dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche all’interno di cui il singolo è oggi collocato. Soprattutto, si vuole evidenziare quanto vada fuori strada la colpevolizzazione di un soggetto mediatico: i videogiochi, la musica, il cinema, ancor di più i social media, diventati il capro espiatorio quando non riusciamo a razionalizzare una scelta. Certamente, le sfide rivolte agli adolescenti o, addirittura, ai bambini sono pericolose e possono influenzare negativamente il singolo dal punto di vista psicologico ed emotivo. Ma i singoli racconti mostrano come i rischi che si incontrano online, al massimo, portano alle estreme conseguenze una situazione personale di per sé già estremamente compromessa. A questi video girati dagli adolescenti si aggiungono, su TikTok, quelli di psicologi o psichiatri che utilizzano la piattaforma cinese per affrontare il tema e, dunque, cercare un ulteriore canale comunicativo con i giovani.

Personalmente, apprezzo lo sforzo che si tenta di fare in presenza di un argomento come il suicidio, considerato il tabù dei tabù. Io faccio parte di coloro che, nel ritenere fondamentali le attività di prevenzione, non riescono a considerare il suicidio come una scelta indotta da un colpevole facilmente individuabile. Detto in altri termini: che ci piaccia o no ammetterlo, a volte è solo fortuna il non aver mai avuto pensieri suicidari o, durante momenti piuttosto difficili della propria vita, averli avuti senza attuarli. Le mille ragioni che, unite insieme, possono determinare la scelta estrema non rappresentano necessariamente un fallimento di chi non è riuscito a impedire di attuarla. Ho avuto, purtroppo, nel corso degli anni due amici e un’amica che si sono tolti la vita in circostanze molto diverse tra loro, il cui filo conduttore non è la colpa di chi non ha capito, di chi non è intervenuto, ecc. Certo, come società e comunità dovremmo impegnarci alacremente affinché nessuno si senta talmente perso, nel vasto oceano della vita, da ritenere un’opportunità positiva farla finita anzitempo. Tuttavia, è innegabile il fatto che ciascuno di noi si muove a tentoni, tra mille difficoltà e mille imprevisti, e di conseguenza fa ciò che riesce e può non aver più voglia di riuscirci. Non sto giustificando, ovviamente, questo tipo di dolorosissima scelta, soprattutto per chi resta in vita, ma mi pare utile non dimenticare quanto certe azioni trascendano ogni tentativo di spiegazione oggettiva.

E mi pare che su TikTok ci si muova in questa direzione, la quale apre altri orizzonti mediatici: spesso, vengono prodotti link che rimandano a medici che possono offrire un sostegno o, addirittura, ad app gestite dall’intelligenza artificiale, la quale mira – tramite dialoghi costruiti ad hoc – a creare un terreno di conversazione che non faccia sentire sole le persone. Nel mondo odierno, capita anche questo (negli States l’app di questo tipo più famosa è Wysa).

Cosa ne pensate del modo in cui si parla di suicidio online? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/09/immagine-1.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-09-25 09:38:502024-09-25 09:38:50Come si parla di suicidio sui social network? di Davide Sisto

Suicidio, effetto Werther o effetto Papageno? di Cristina Vargas

7 Gennaio 2023/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da un recente studio sul fenomeno suicidario nei giovani durante la pandemia Covid-19, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino e pubblicata sulla rivista eClinicalMedicine del gruppo Lancet, emerge che nel 2020, l’anno in cui gli effetti sociali della pandemia si sono sentiti con maggiore intensità, c’è stato un aumento complessivo del 10% di suicidi fra i giovani. A questa cifra si aggiunge un forte incremento nell’ideazione suicidaria e nei tentati suicidi: i ricercatori stimano che 1 ragazzo su 6 ha avuto almeno un pensiero suicidario e 1 su 33 ha tentato il suicidio.

I dati del 2019 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dicono che ogni anno ci sono circa 700.000 suicidi a livello globale, di cui circa 4000 in Italia. Tra i giovani fra i 15 e i 29 anni il suicidio è la seconda causa di morte in Italia (dopo gli incidenti stradali). La rilevanza del problema del suicidio in generale, e del suicidio fra i giovani in particolare, non è quindi nuova, ma in molti ambiti sanitario-assistenziali c’è una diffusa preoccupazione rispetto alle conseguenze indirette del malessere psico-sociale che si è accumulato nel periodo pandemico e non è un caso che negli ultimi mesi siano state promosse diverse iniziative sul tema. Una di queste è la giornata di formazione “Just a Bit Before: Pensieri e parole sulle condotte suicidarie” (Cuneo, 25 novembre), alla quale ho avuto l’opportunità di partecipare e che mi ha offerto la possibilità di articolare le riflessioni condivise in questo articolo.

In una prospettiva antropologico-sociale, più che come una scelta individuale, possiamo considerare il suicidio come un fenomeno che si colloca nell’intersezione fra soggetto e società, che è connesso sia ad una sofferenza interiore che distrugge il senso di sé, sia a processi collettivi che implicano incertezza, disgregazione e crisi.

In quanto “fatto sociale” la rappresentazione culturale del fenomeno incide sul modo in cui una persona si avvicina al pensiero del suicidio. Questa rappresentazione è veicolata in molti modi, ma i mass media hanno un ruolo particolarmente rilevante in questo processo, al punto che, sulla scia di un corposo numero di ricerche, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha messo in luce il rischio dei fenomeni identificazione e di emulazione che possono derivare da un certo approccio comunicativo al tema del suicidio e si usa l’espressione di “Effetto Werther” per riferirsi all’aumento dei atti suicidari che avviene in seguito alla pubblicazione di notizie relative a suicidi effettivamente avvenuti.

L’espressione “Effetto Werther” ha una lunga storia, che ha inizio subito dopo la pubblicazione, nel 1774, del noto romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther, un libro che suscitò una forte identificazione dei lettori con le sofferenze del protagonista ed ebbe una profonda influenza sulla visione del mondo, dell’amore e del sé di varie generazioni.

Si dice che in seguito alla diffusione di massa del Werther si verificò un’ondata di suicidi tale da spingere alcuni paesi a mettere al bando il volume e a proibirne la circolazione. Anche se questa tesi non è stata dimostrata dal punto di vista storico, già allora iniziò a prendere forma l’idea che un racconto potesse spingere una persona, soprattutto se già dilaniata dai dubbi, a compiere delle scelte drastiche.

Come parlare quindi di un tema troppo a lungo soffocato dal tabù e dallo stigma?

Le prime ricerche sistematiche in ambito sociologico sul tema sono iniziate negli anni Settanta del Novecento, grazie al lavoro di David Philipps. Nelle decadi successive, le sue e altre ricerche hanno dimostrato che l’effetto Werther è più evidente quando si parla di eventi reali (e non di personaggi fittizi), quando la notizia occupa per diversi giorni le prime pagine e viene comunicata usando toni sensazionalistici, quando il suicidio coinvolge un personaggio famoso, quando vengono esaltate le caratteristiche romantiche, eccezionali o eroiche del gesto e si offrono dettagli espliciti sulle modalità e il luogo in cui è avvenuta la morte.

In sostanza, l’effetto Werther dipende soprattutto dal modo in cui si parla del fatto accaduto.

Con questa premessa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sviluppò delle linee guida (aggiornate nel 2017), nell’ottica di adottare delle modalità narrative responsabili, che contribuissero a diffondere informazioni adeguate. In Italia queste raccomandazioni sono state recepite nella Carta di Trieste, che propone un codice etico- deontologico per i giornalisti e per tutti coloro che si occupano di notizie concernenti persone e questioni legate alla salute mentale. Ciononostante, basta uno sguardo alle pagine di cronaca per notare che queste indicazioni non sempre vengono rispettate.

La comunicazione di massa può avere anche un effetto di segno opposto. Thomas Niederkrotenthaler e altri suoi colleghi hanno puntato la loro attenzione sul ruolo dei media nella prevenzione e hanno introdotto il concetto di “effetto Papageno”. Uccellatore e suonatore di flauto, Papageno, uno dei protagonisti del Flauto Magico di Mozart, non è un eroe tutto d’un pezzo, ma un personaggio molto umano, abitato da paure, sogni, desideri e frustrazioni. Avendo perso l’amata appena un istante dopo averla trovata, in preda al dolore e alla disperazione, decide di togliersi la vita, ma viene fermato da tre fanciulli che gli ricordano che ci sono altre vie oltre la morte e che la possibilità di ritrovare la sua Papagena è nelle sue mani.

Al pari delle parole dei tre fanciulli, le notizie e le cronache giornalistiche che raccontano il percorso di persone che sono riuscite a superare momenti di buio possono offrire speranza a chi è in una condizione di fragilità. Parimenti importanti sono le informazioni chiare, comprensibili e percorribili su come chiedere aiuto. In Italia il sito Papageno.news raccoglie esempi e indicazioni su come fare informazione a proposito di casi di suicidio e tentativo di suicidio, con particolare attenzione agli adolescenti.

Le cause sottostanti un suicidio sono sempre uniche, complesse e multifattoriali, e non possono mai ridursi al nodo dell’influenza sociale. Tuttavia, l’effetto Werther e l’effetto Papageno ci ricordano l’enorme responsabilità che ha chiunque si confronta con questo tema (e, più in generale, con il tema della propria morte) in contesti pubblici. Le parole, scritte e narrate, possono avere un ruolo di rilievo nel far precipitare situazioni di fragilità, oppure possono gettare un seme di vita e di luce nel cuore di chi soffre.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2023/01/il-giovane-werther-morto-nel-letto-e1672919447269.webp 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2023-01-07 10:21:372023-01-07 10:21:38Suicidio, effetto Werther o effetto Papageno? di Cristina Vargas

La Death Education tra i carabinieri, di Davide Sisto

14 Gennaio 2022/2 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

A novembre 2021 sono stato invitato a Viareggio, in qualità di tanatologo, al convegno “Suicidi in divisa. Analisi, gestione e prevenzione del fenomeno. Aspetti civili e penali”, organizzato dal Nuovo Sindacato Carabinieri (NSC). L’urgenza di questo convegno nasceva dal fatto che, a partire dal 1° gennaio, si erano suicidati nel corso dell’anno appena passato circa cinquanta esponenti delle forze dell’ordine: sette guardie giurate, sei appartenenti alla Polizia Locale, cinque alla Polizia Penitenziaria, quattro alla Polizia di Stato, quattro alla Guardia di Finanza, due alla Marina Militare e ben ventidue esponenti dell’Arma dei Carabinieri. Pertanto, il NSC ha voluto provare ad analizzare le molteplici ragioni di questo drammatico fenomeno con l’ausilio di associazioni che si occupano in maniera specifica del problema, quindi di psicologi, sociologi, politici, giornalisti, ecc. Particolare attenzione è stata dedicata alla presenza di Sergio De Caprio, meglio conosciuto come Capitano Ultimo, noto per aver arrestato nel 1993 Totò Riina.

All’interno di questo contesto assai variegato ho ritenuto preziosa la possibilità di portare il mio contributo in quanto studioso di tanatologia e Death Education. Ora, occorre innanzitutto fare una premessa doverosa: il tema dei suicidi in divisa implica un necessario rimando a un insieme di fattori psicologici, familiari, sociali, culturali e ambientali che ineriscono allo specifico ambito lavorativo di cui parliamo. Di conseguenza, non è compito di un professionista esterno entrare – con presunzione di conoscenza – all’interno di quelle dinamiche gerarchiche, disciplinari, relazionali e, a volte, giudiziarie che caratterizzano la quotidianità di chi presta servizio nelle forze dell’ordine. E che, di fatto, sono a fondamento – quando risultano particolarmente stressanti o ingiuste – della scelta estrema di togliersi la vita.

Detto questo, il contributo della Death Education può essere fecondo, in primo luogo, riguardo alla possibilità di acquisire chiara consapevolezza delle conseguenze negative della rimozione sociale e culturale della morte. Prendere coscienza della necessità di discutere senza pudore o imbarazzo della morte e della nostra costitutiva vulnerabilità esistenziale significa, infatti, offrire uno strumento importante per ridimensionare quei meccanismi tossici che, contraddistinguendo i legami gerarchici e il mito della mascolinità, provocano un senso di isolamento nel singolo lavoratore. Spesso, in altre parole, un certo superomismo malato può essere ridimensionato anche tenendo conto della democratica finitezza esistenziale che non esclude nessuno e che è alla base della rivalutazione qualitativa dei rapporti interpersonali.

In secondo luogo, la Death Education può rappresentare un punto di partenza importante per rivedere il rapporto tra la società e il tema del suicidio, il quale risulta essere ancora oggi il non plus ultra dei tabù. Di suicidio si parla il meno possibile, spesso nemmeno lo si menziona quando ha luogo. Si tende, generalmente, ad associare la scelta del suicidio all’effetto di una debolezza psicologica che, prima, porta all’isolamento lavorativo del singolo individuo, soprattutto in ambienti di lavoro in cui la forza – mentale e fisica – è ritenuta imprescindibile. Poi, una volta avvenuto il suicidio, spinge a concentrarsi sui sensi di colpa, sulla rabbia nei confronti del suicida, sull’insieme di cose che si potevano fare e non si sono fatte. Quindi, porta l’attenzione più sugli altri che su chi ha ritenuto che vivere non avesse più senso. Un’attenzione precisa dedicata alle evoluzioni storiche e sociali del suicidio, al legame tra il suicidio e la disposizione arbitraria della propria vita, al confine labile tra l’opportuna prevenzione e l’inopportuna – invece – patologizzazione del gesto suicidario richiedono l’ausilio di tutti quei professionisti che si occupano di tanatologia e di Death Education e che possono fornire anche solo degli spunti per districarsi nella complessità delle questioni.

In altre parole, ritengo sia doveroso riuscire a estendere la presenza dei tanatologi in tutti quei campi lavorativi in cui è basilare una riflessione attenta sul nostro legame con il fine vita. Così come è importante che, all’interno della nostra società, ci si cominci ad accorgere di questo peculiare campo di studi interdisciplinari, cogliendo il filo rosso che lega molteplici nevrosi presenti nei nostri rapporti interpersonali alla decennale rimozione sociale e culturale della morte dal nostro quotidiano.

Voi cosa ne pensate? Ritenete utile la presenza dei percorsi di Death Education in più ambiti lavorativi della nostra società? Come sempre, attendiamo commenti e riflessioni.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2022/01/suicidi-tra-le-forze-di-polizia-e1642072962451.jpg 264 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2022-01-14 09:00:002022-01-13 12:26:50La Death Education tra i carabinieri, di Davide Sisto

Senza parole: parliamo di suicidio

8 Settembre 2016/23 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

locandina10_09_2016In occasione della giornata internazionale di prevenzione del suicidio, il 10 settembre, pubblichiamo il bellissimo testo di Carla Chinnici.

Carla, “sopravvissuta”, come si usa dire, al suicidio del marito, ci permette di comprendere cosa accade a chi deve affrontare il suicidio di un congiunto.

Sono parole che ci sono parse più efficaci di mille statistiche, peraltro facilmente rintracciabili sul web. Per un 10 settembre diverso è anche il sottotitolo della locandina dell’incontro organizzato alla Claudiana di Milano da Carla Chinnici, Senza Parole.

Consigliamo ai nostri lettori milanesi di partecipare.

 

 

“Mi chiamo Carla e sono una sopravvissuta. Nel gergo di chi gravita attorno al problema, i sopravvissuti sono coloro che hanno perso un loro caro per suicidio.

Mio marito si è tolto la vita nel 2009. Era un quarantenne, un manager rampante dal futuro promettente, lavorava per una importante agenzia di pubblicità.

Ci tengo a sottolineare che oltre ad essere un tipo brillante, colto, intelligente, simpatico, era anche bello e lo dico perchè mi sono sempre ritenuta fortunata del fatto che fra tante, avesse scelto proprio me.

Solo una volta andati a convivere mi sono resa conto che qualcosa in lui non andava, e così indagando ho scoperto la sua dipendenza da alcool e da sostanze.

Sono stati anni difficili, durissimi, fatti di bugie o mancate verità, promesse deluse, impegni non rispettati, litigi, violenze verbali.

Lui come paziente ed io come familiare ci siamo rivolti presso un centro per dipendenze di varia natura, ma i suoi impegni lavorativi lo costringevano a viaggiare spesso e a saltare di conseguenza gli appuntamenti previsti.

A volte avevo la presunzione di credere che le cose stessero migliorando, magari bastava poco, un gesto, una parola per creare in me questa illusione, ma poi bastava un attimo per riportarmi alla realtà.

Così si arriva in fretta a quel cinque giugno, ricordo che mi accompagnò in ufficio e quel bacio prima di scendere dalla sua auto, fu l’ultimo.

Dopo circa due ore arrivarono gli agenti della polizia di stato ed in maniera piuttosto diretta mi comunicarono che si era defenestrato. Confesso di non aver mai sentito quel termine prima di allora, eppure di aver avuto nell’immediato la percezione di quello che era successo .

La perdita di una persona cara per suicidio è scioccante, dolorosa e inaspettata.

A differenza di altri decessi, in cui la responsabilità dei cari non è messa in discussione, in quanto la morte sopraggiunge per malattia, incidente o vecchiaia, nel caso del suicidio, le persone che hanno avuto anche un minimo contatto con il suicida, si domandano se avrebbero potuto in qualche modo evitare, ostacolare e quindi prevenire l’atto letale.

I survivors sono persone che si sentono colpevoli per non essere stati presenti in quel momento, per non aver capito, per non aver impedito, per non aver chiesto aiuto, per non aver visto.

Contribuisce ad accrescere questo stato d’animo il fatto che molti di loro percepiscono la sostanziale mancanza di sostegno dalla rete sociale che spesso o non sa come reagire, oppure non si attiva proprio perché il senso di vergogna impedisce di chiedere aiuto. Ciò scatena spesso rabbia, i sopravvissuti si sentono rifiutati ed abbandonati.

Le persone che affrontano un lutto sono generalmente comprese e ricevono compassione, nonché sostegno; non si può dire che lo stesso avvenga per coloro che hanno perso un caro per il suicidio.

Esiste una sorta di processo d emarginazione nei loro confronti, eppure il suicidio è un forte segnale di disagio e come tale dovrebbe spingere la società intera ad interrogarsi sulla propria inadeguatezza e difficoltà a comunicare valori e significati che motivino la vita stessa anziché negarla.

Un’altra grande difficoltà dei sopravvissuti è immaginare momenti felici con chi è deceduto, il quale, avendo scelto di suicidarsi, ha scelto di non vivere più con i suoi cari, privandoli della possibilità di condividere anche i momenti lieti.

Questa difficoltà sussiste perché manca un evento accidentale come causa di morte; il suicida ha scelto di morire e dunque per i survivors ha scelto anche di interrompere qualsiasi rapporto con i suoi cari. Questi sono in conflitto nell’accettare e rifiutare la memoria del suicida.

Riemergere da un suicidio è possibile, ma è necessario affidarsi a professionisti dell’aiuto, gruppi terapeutici e\o, di auto mutuo aiuto, occorre attraversare il dolore lasciandosi accompagnare, soprattutto all’inizio.

Io stessa ho seguito un percorso di questo tipo ed oggi sono impegnata in prima persona a favore della prevenzione per il suicido.

Malgrado le statistiche, a me personalmente non piace parlare di categorie a rischio, ma di persone che hanno bisogno di essere ascoltate e capite nelle loro personali ed esistenzialistiche problematiche.

Persone cui la morte sembra la soluzione migliore alla loro sofferenza, ma che se solo potessero aspettare un altro momento, scoprirebbero nuove modalità risolutive ai loro dolori.

Le persone che si suicidano hanno perso la speranza.

Serve una cultura dell’ascolto e della relazione che si faccia carico della fragilità e dell’incertezza, del dolore e della frustrazione, senza interpretarlo come fallimento.

Una cultura rinnovata che accolga il disagio dei più deboli in una dimensione collettiva e trasformativa che produca resilienza e capacità di adattamento.”

 

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/09/Fotolia_84383430_XS-e1473326171867.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-09-08 11:23:332016-09-08 12:30:48Senza parole: parliamo di suicidio

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