Si può dire morte
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Tag Archivio per: Morte

Dignità del morire?

20 Marzo 2013/15 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Si parla molto del morire con dignità. Per pronunciare le parole “voglio morire con dignità”, però, occorre che ciascuno di noi abbia chiaro cosa sta affermando: che significato dà alla parola dignità, e a quale idea dell’uomo la applica.
Come vedete, le cose, pensandoci, tendono a complicarsi. Non posso pensare in un solo post di affrontare in modo adeguato un tema, come quello della dignità, che è il fulcro di molti ragionamenti di bioetica. Vorrei però cominciare a pensarci insieme a voi, e proporvi solo una riflessione preliminare: altri post (miei, e magari vostri, seguiranno).
La nozione di dignità può essere interpretata come universale (riguardante tutti gli uomini nello stesso modo), oppure come individuale e soggettiva.
Nella concezione cristiana la dignità è universale e dipende dalla natura creata dell’uomo. In quella laica kantiana la dignità è il valore intrinseco a ogni essere razionale, incondizionato e inalienabile, che fa sì che si debba trattare ogni uomo come fine e non come mezzo. Viceversa, nella concezione soggettivistica è accentuato il diritto di ciascun uomo a stabilire in cosa consista la propria dignità e a fare scelte esistenziali conseguenti. Ogni riferimento a una norma etica oggettiva, proveniente da Dio o dalla legge di natura, è sentito come una minaccia per l’autonomia del soggetto. Se assumiamo una definizione puramente soggettiva di dignità dobbiamo ammettere che esista una pluralità di risposte diverse, corrispondenti a differenti concezioni antropologiche, e dobbiamo essere pronti ad accogliere visioni della dignità molto diverse dalla nostra.
Non potersi alzare dal letto è indegno di un uomo? La sedia a rotelle priva un essere umano della dignità? L’incontinenza urinaria ha a che fare con la dignità? O la dignità va intesa in relazione con la coscienza, il pensiero e la capacità di relazione? E quindi viene meno, ad esempio, a uno stadio di Alzheimer avanzato? Il puro, nudo, essere vivi è dignitoso? Probabilmente ciascuno di voi avrà risposto mentalmente alcuni sì e alcuni no.
Personalmente, tendo a pensare che non vi siano stati di deprivazione, di sofferenza o di malattia che facciano perdere la dignità all’uomo, che vedo quindi, da laica, universale nell’ottica kantiana, inerente all’essere umano. Per fare un esempio, non credo che lo stato vegetativo di Eluana Englaro la privasse della sua dignità. Credo tuttavia che sia stato suo diritto, proprio in quanto portatrice di dignità inalienabile, decidere se ricevere o meno cure di sostegno in una situazione data. Se Eluana avesse voluto essere curata (ipotizziamo che avesse lasciato un testamento biologico in cui chiedeva il sostegno vitale), non sarebbe per questo stata “indegna”. Che ne pensate?
La domanda di questo primo post è la seguente: esiste secondo voi una dignità uguale per tutti gli esseri umani, o la nozione di dignità è soggettiva, relativa?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/03/url.png 257 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-03-20 11:52:282013-03-20 11:52:28Dignità del morire?

E’ possibile preparasi alla morte da laici?

25 Febbraio 2013/18 Commenti/in Vecchiaia/da sipuodiremorte

Nel corso del Novecento ci sono due posizioni filosofiche contrapposte, l’una che dà una risposta affermativa a questo interrogativo, l’altra negativa.
Per Martin Heidegger (Essere e tempo, 1927), l’uomo è un essere che si sente sempre incompleto, inappagato, angosciato. Può cercare di zittire la sua angoscia esistenziale facendo progetti e gettandosi nel vortice della vita. Nella frenesia del fare, l’uomo si dice: la morte verrà nel futuro, ma non mi riguarda ora, nel mezzo dell’esistenza, che è volta alla realizzazione. Tuttavia, questo modo di affrontare la vita è per Heidegger inautentico: l’unico modo autentico di vivere è comprendere che siamo votati alla morte. Non per piangerci sopra, né per trovare una consolazione religiosa. Ma per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo. Pertanto l’uomo che vive appieno medita sulla morte.
Agli antipodi sta l’approccio di Jean-Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943), il quale negò che la morte riveli qualcosa di essenziale sull’essere umano. E’ impossibile, dice, mettersi in relazione con la propria morte, che è un evento indeterminato, portato dal caso, che rappresenta l’annientamento delle umane possibilità.
La morte, anzi, appare assurda, contingente, indipendente da ogni umana possibilità; e, lungi dall’attribuire senso alla vita, è ciò che la priva del suo significato. La morte ci parla solo del fatto che gli esseri umani sono organismi biologici a termine. Sartre fa un paragone: afferma che tutti gli uomini sono come dei condannati a morte, che attendono la fucilazione nel braccio della morte, e che tentano di prepararsi a questo evento. E intanto vengono spazzati via da un’epidemia di influenza spagnola.
Mi rendo conto di proporvi, anche un po’ provocatoriamente, due posizioni estreme. Ma come siete orientati? Può esistere una preparazione laica alla morte, un pensiero della morte che ci fa crescere, come pensava Heidegger, oppure non è possibile mettersi in relazione con la propria morte, come riteneva Sartre, ed è più saggio non pensarci?

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Paura della morte

12 Febbraio 2013/23 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Ferdinando Cancelli, palliativista e bioeticista cattolico, che ha lavorato alla Fondazione Faro e all’Asl CN1, ha scritto un libro dal titolo Vivere fino alla fine: chi l’ha già letto dice che è un potente antidoto contro la paura di morire. Le cure palliative, peraltro, si stanno diffondendo in tutto il mondo, Kenia e India compresi.
In Francia, l’anestesista Bernard Devalois ritiene che l’eutanasia sarebbe stata una soluzione nel passato, quando non c’erano i mezzi per combattere il dolore; sarebbe invece superata oggi, quando un malato terminale può prendere la morfina, o nel caso di una sofferenza ancora troppo grande, chiedere la sedazione terminale, un coma farmacologico che abolisce la coscienza senza abbreviare la vita.
Cancelli afferma che spesso una cattiva informazione crea un clima di paura: la fine della vita è spesso immaginata, allora, come un’anticipazione della morte, come un periodo cupo e disperato, da trascorrere tra atroci sofferenze, nell’attesa tremebonda della fine. Ma è davvero così morire?
Quali sono i timori che soprattutto ci fanno propendere per un sì alla soluzione eutanasica, più sbrigativa delle cure palliative? A mio modo di vedere ci sono infatti, indubbiamente, particolari situazioni (alcune malattie neurologiche, o condizioni post traumatiche), che rendono necessario discutere anche di eutanasia. Ma stupisce che in Belgio nel 2012 il 74% delle eutanasie siano state praticate a malati di cancro (il cancro è la malattia meglio controllata dalle cure palliative).
Allora, parliamone, visto che nessuno lo fa: cosa ci fa maggiormente paura in relazione alla morte nostra e dei nostri cari?

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Cosa dire della morte ai nostri figli?

4 Febbraio 2013/18 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Ricevo e pubblico con piacere un post di Francesca Ronchetti (www.francescaronchetti.it), che si occupa dell’elaborazione del lutto nei bambini:

“Una delle difficoltà che incontrano molti genitori nell’educazione dei propri figli è spiegare cosa sia la morte. Le mamme e i papà muoiono? Io morirò? Molti adulti evitano il tema, che li mette a disagio, pensando di proteggere i bambini…perché svelare loro l’amara verità? Tuttavia, i bambini non vivono in un mondo protetto, la morte tocca anche le loro famiglie e il loro ambiente: un insegnante, un compagno, un nonno, o anche solo un animale domestico. Cosa dire al bambino? La nonna è partita per un lungo viaggio? In questo modo, si lascia il bambino inutilmente in attesa del suo ritorno, aumentando il suo spaesamento e la sua sofferenza. D’altronde, la vita acquisterebbe più senso se riuscissimo a vedere la morte come dimensione umana per eccellenza, come limite, come finitezza, come il concludersi naturale dell’esistenza. La morte è soprattutto un momento per intensificare i legami: non priviamo dunque i bambini, e noi stessi come genitori, della condivisione di un’esperienza dolorosa ma importante. Spieghiamo loro mediante parole semplici che l’esistenza umana, al pari di qualsiasi altra forma di vita, è destinata ad avere una conclusione, così come un inizio. E’ importante educarli alla finitezza, parlare loro della morte, del ciclo di vita, del cammino che tutti dovremo percorrere, alcuni prima, altri dopo: fin dalla prima infanzia, e non solo come risposta a eventi dolorosi, a una perdita da elaborare. I bambini sono in grado di accettare anche le esperienze più difficili se accompagnati per mano.”

Vi chiedo:
Siete d’accordo? Volete raccontarci le vostre esperienze? Come avete parlato della morte ai vostri figli? Cosa consigliereste a altri genitori?

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Narrare il lutto

21 Gennaio 2013/4 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Nella nostra cultura, dove pochi e smorti riti vengono celebrati, dove ciascuno vive la propria vita individuale, la narrazione del dolore ha preso il posto della sua condivisione, e dal narrare nascono nuove comunità elettive.
Così funzionano i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati al lutto, i cui partecipanti si riuniscono per raccontare il proprio male di vivere con la perdita, e poco per volta sono meno soli, ritrovano solidarietà, vicinanza e amicizia.
C’è chi invece di parlare, decide di scrivere. Per scrivere la propria esperienza di perdita occorre saper trovare le parole giuste. Non necessariamente letterariamente efficaci, ma corrispondenti a quel che vive nella memoria, nel cuore e nella mente di chi soffre (cfr. anche il sito dell’Associazione Maria Bianchi, che dedica una parte del suo lavoro di sostegno al lutto proprio alla narrazione, www.mariabianchi.it )
Ci sono eccellenti libri sull’esperienza del lutto, ne ricordo qualcuno per chi abbia piacere di ritrovare propri sentimenti nelle parole altrui: Philippe Forest ci ha raccontato la perdita della sua bimba di quattro anni in Tutti i bambini tranne uno, e scrive “Ho fatto di mia figlia un essere di carta”. Louise Candlish in Da quando non ci sei parla della sua fuga in Grecia e della lenta, sofferta ripresa della speranza di poter vivere, dopo la morte della figlia Emma. Ray Kluun, Senza di lei, narra la sua terribile esperienza di un lutto bloccato dopo la morte della moglie, di come si è perso per mesi nella droga e nel sesso. Joan Didion in L’anno del pensiero magico, percorre il primo anno dopo la morte del marito, un anno in cui tutto viene rimesso in discussione. Brigitte Giraud in E adesso? narra la perdita del marito in un incidente d’auto e la fatica di continuare a vivere, C. S. Lewis, Diario di un dolore, evoca il suo lutto per la moglie e il suo sgomento di fronte al vacillare della fede. Ce ne sono molti altri. Molti di questi autori non erano scrittori professionisti, eppure hanno avuto l’esigenza di trovare le parole “giuste”. Giuste per mettere una distanza tra sé e il proprio dolore, giuste per ricordare la persona perduta e l’amore provato, giuste per scoprire che ogni lutto è un dolore diverso, e nessuno stereotipo può servire.
Vorrei parlarvi anche di un blog, bellissimo a partire dal nome, Tra2mondi. E’ un padre che scrive a proposito della perdita della propria bambina: “Nostra figlia, Agathe, se ne è andata all’età di tre anni, tre anni fa. Vorrei poter scrivere qui la nostra storia e condividerla. Non so se ci riuscirò. Finalmente mi sono detto che la sola cosa che un uomo può fare, su questa Terra, è testimoniare della propria vita, qualunque essa sia, senza mentirsi. La storia di nostra figlia ci ha fatto cambiare. Cambiare significa iniziare a vedere il mondo, la vita, in modo diverso. Anche per questo ho pensato di chiamare questo blog ‘tra2mondi’.”
Due mondi esplorati con le parole “giuste” da Stefano, papà di Agathe. Stefano vuole mettere la sua esperienza a disposizione di tutti coloro che lo desiderano, e creare una difficile comunicazione con altri sul tema più occultato e impronunciabile tra tutti i silenzi che circondano la morte: la morte di un bambino.

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Before I die I want…

1 Gennaio 2013/35 Commenti/in Vecchiaia/da sipuodiremorte

Cari amici, buon inizio anno, tempo di bilanci e di progetti.
Voglio raccontarvi un’iniziativa che mi ha conquistata. L’idea è di Candy Chang, un’artista e designer. In un agosto sonnacchioso, all’improvviso, Candy perse una persona a lei cara: il suo pensiero andò a tutto quello che quella donna avrebbe ancora voluto fare: imparare a suonare il piano, vivere a Parigi, vedere l’oceano Pacifico. Fu un’occasione per pensare alla morte e per riflettere sulle priorità della vita, sulle cose veramente importanti. Solo che, anche quando ebbe capito cosa veramente contava per lei e cosa no, si accorse di trascurarlo, di perdersi facilmente nei meandri della quotidianità.
Allora Candy ebbe un’idea. Per non dimenticare, volle condividere con quanta più gente possibile la sua riflessione. Trovò, nel suo quartiere a New Orleans, una casa abbandonata, e trasformò un muro esterno di questa casa in un’enorme lavagna, sulla quale scrisse: “Before I die I want to______” (Prima di morire voglio______), seguito da uno spazio bianco. Chiunque passasse di lì poteva prendere un gessetto e terminare la frase, riflettere sulla vita e condividere le proprie aspirazioni in uno spazio pubblico.
Era un esperimento, Candy non poteva essere certa che riuscisse. Ma già il giorno dopo, la lavagna era zeppa di scritte e considerazioni, alcune spiritose, altre commoventi. Quello spazio abbandonato era divenuto un luogo costruttivo, meditativo, intenso, capace di illuminare la vita, e di mostrare a ciascuno che non siamo soli nelle nostre battaglie e nelle nostre speranze.
Ora lo propongo a voi, in uno spazio virtuale come questo blog: cosa vorreste, più di ogni altra cosa, prima di morire?

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Quando il lutto non vuole finire…

19 Dicembre 2012/350 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Spesso chi vive un lutto si chiede se sia “normale” stare male a lungo. A volte la morte di una persona cara è devastante, e ritrovare l’amore per la vita pare un’impresa impossibile. Forse però dobbiamo smettere di pensare con ansia a quanto tempo è passato, per riflettere sulle modalità del nostro lutto.
Uno psicologo americano, George Bonanno, esemplifica la difficoltà a superare il lutto attraverso la storia di Rachel e Franck, coppia sposata da 40 anni e senza figli, molto amici, che passavano la maggior parte del tempo libero insieme. Franck muore improvvisamente al lavoro, di un attacco cardiaco. Per settimane Rachel non riesce a mangiare nulla, piange per ore, non dorme, dimagrisce, diventa pallida e con gli occhi cerchiati, non torna al lavoro per molti mesi dopo la morte del marito. Rientrata in ufficio, resta incapace di concentrarsi, e il suo capo le consiglia di prendersi ancora un po’ di tempo: lei resta a casa a piangere, spesso a letto, e un anno dopo nulla è cambiato.
Occorre intanto sapere che un’esperienza come quella di Rachel capita a circa il 15% di chi è in lutto, nella nostra cultura: un gran numero di persone, se si considera che tutti noi dobbiamo confrontarci con il lutto.
Essere tristi è non solo normale, ma anche positivo dopo una perdita grave: coloro a cui siamo cari sentono maggiormente il bisogno di starci vicino. L’eccessiva e troppo prolungata tristezza, però, diventa perniciosa e disfunzionale, ed è bene che sia un campanello d’allarme per chi la prova. Sembra che molte persone con un lutto prolungato perdano, nei primi tempi dopo la perdita, il senso della propria identità. Chi sono io, se non sono più la moglie di Franck? si chiedeva Rachel. Molti pensano che tutto sia perduto, che nulla abbia più senso per loro, indipendentemente dagli interessi coltivati prima.
Che cosa fa sì che gli individui vivano un tale senso di vuoto e dolore? Qualche risposta comincia a emergere: ad esempio, le persone con lutto prolungato generalmente sono dominate dallo struggimento per l’essere amato, non vogliono altro se non riaverlo. E’ una reazione alla perdita diversa dalla depressione, che generalmente non ha oggetto. Sono persone inconfortabili: chi è morto non può tornare. Inoltre, non desiderano la vicinanza di nessuno. Il loro pensiero torna sempre e solo al congiunto scomparso, e il dolore si approfondisce. Una delle cause del lutto prolungato è, dice Bonanno, la dipendenza, soprattutto emotiva: l’idea di non poter fare a meno dell’altro e la paura della separazione.
Anche i ricordi non sono consolanti ma minacciosi e volti ad accrescere la sofferenza. Ci si volta spesso indietro, con senso di colpa, e si rimpiange di non essersi comportati in modo diverso in alcune situazioni (Rachel rimpiange di non aver avuto figli con il marito, e arriva a immaginare che il marito sia morto per il dolore della mancata paternità). L’enorme solitudine di chi si trova prigioniero di un lutto senza uscita è difficile da comprendere e tollerare dagli altri, famiglia o amici, che vorrebbero aiutare il dolente a recuperare una vita piena, ma che sono sovente respinti e frustrati. Spesso così essi cominciano ad allontanarsi, inasprendo il senso di solitudine.
Se intravvedete nel vostro lutto (o in quello di vostri amici e conoscenti) questi tratti, e se sono passati più di sei mesi dalla morte, chiedete aiuto. Potrebbe esservi utile una terapia psicologica, ma non necessariamente. Domandate se esistono gruppi di auto mutuo aiuto nella zona in cui vivete, consultate il vostro medico di famiglia, se avete fiducia in lui. Aiutarvi è possibile! ps. date un’occhiata a www.gruppoeventi.it

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/lutto-cronico.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-12-19 19:42:182012-12-19 19:42:19Quando il lutto non vuole finire…

Il limite, la morte

13 Dicembre 2012/7 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Scriveva Alexis de Tocqueville nel 1835, La democrazia in America: “Chi mette il proprio cuore nell’esclusiva ricerca dei beni di questo mondo ha sempre fretta, perché non ha che un tempo limitato per trovarli, procurarseli e goderne. Il pensiero della brevità della vita lo pungola senza requie. Indipendentemente dai beni che possiede ne immagina a ogni istante mille altri che la morte gli impedirà di gustare, se non si affretta.”
Vorrei portare l’attenzione sul tema del limite, e di quel limite per antonomasia che è la morte. Ai lettori di questo blog è nota l’osservazione che i nostri contemporanei respingono il pensiero della morte e della stessa mortalità.
Lo fanno, in parte, proprio per non rendersi neppure conto del tempo limitato di cui parla Tocqueville, che renderebbe grottesche tante vite e tanti nostri obiettivi. La cultura occidentale mira al superamento di ogni limite, e considera un valore la dismisura, la crescita illimitata, la corsa cieca verso il futuro, e la trasgressione della norma. Accumulare oltre ogni limite, consumare senza freni, desiderare infinitamente: su questa mancanza di saggezza e senso della misura si fonda il nostro capitalismo avanzato.
Espungere il limite dalla nostra vita significa non potersi prendere alcuna responsabilità. La responsabilità poggia infatti sulla consapevolezza del diritto degli altri a essere, vivere e possedere nella stessa misura in cui noi lo facciamo. L’irresponsabilità ci conduce invece a esaurire le risorse del pianeta, a ignorare interi continenti che diventano sempre più poveri per via della nostra sconfinata ingordigia, e a eleggere governanti altrettanto irresponsabili. La responsabilità è saggezza, i greci dicevano “phronesis”, e questa parola significava consapevolezza del limite, che si contrapponeva alla dismisura, alla violenza, alla “hybris” verso gli uomini e gli dei. Quale senso della responsabilità personale posso avere se rifiuto di considerarmi mortale?
Tornare a riflettere sulla nostra morte può anche aiutarci a ritrovare quel brandello di felicità che sta nell’appagamento dei bisogni (che sono limitati, a differenza dei desideri) e nel godimento anche delle piccole gioie del quotidiano.

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Cremazioni rituali a Varanasi (India)

5 Dicembre 2012/17 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte


Passeggiando per le contorte anguste e affollatissime viuzze di Godaulia, la parte vecchia della città sacra per gli induisti, Varanasi (Benares), tra botteghe della seta e dei gioielli, venditori di spezie, the e yogurt, templi seminascosti tra le abitazioni, negozi di noce di betel e pasticceri, mucche e motociclette che suonano il clacson per passare facendo lo slalom tra i pedoni, di tanto in tanto si sente risuonare un mantra ripetuto in modo cadenzato, rama nama satya hai, (il nome di Ram è verità). Nessuno si sposta, né interrompe la propria attività o compie alcun gesto, neppure quando, poco dopo, si vede passare un breve corteo di uomini, alcuni dei quali portano sulle spalle una lettiga, su cui giace un cadavere avvolto in coloratissime rilucenti sete, giallo arancio, rosso, oro e argento. I bambini continuano a giocare e gli adulti a occuparsi dei loro affari. I morti vengono portati per la cremazione rituale al Ghat di Manikarnika, il più antico, o a quello più nuovo di Harishchandra, alle spalle del quale esiste anche un moderno crematorio elettrico, poco usato.
Il rito deve svolgersi secondo la tradizione induista, e occorre seguirne scrupolosamente ogni passaggio. Non ho visto nessuno piangere nei luoghi della cremazione, e neppure nei cortei funebri. Ho chiesto come mai al bramino che mi ospitava, e sia lui che la moglie parevano concordare sul fatto che il rito richiede una grande concentrazione, non è il momento per lasciarsi andare al dolore. Avvicinandosi a Manikarnika, l’atmosfera si fa densa e oscura, pare di essere piombati in un aldilà mitologico, tornano in mente le rive dello Stige e i gironi di Dante. S’incontrano venditori di legna, di sacchetti di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, di serici sudari funerari, di urne di terracotta. L’odore dei corpi bruciati e il fumo nero che si leva dalle pire fa bruciare gli occhi e tossire. Ma qui vita e morte sono strettamente intrecciate, e morire fa parte della quotidianità come vivere, gioire e soffrire. Un paio di volte, nel traffico soffocante e rumoroso della città, ho visto passare, fissato con corde sul tetto di un tuk tuk, tipica vettura pubblica indiana (un’ape a tre ruote gialla e verde, chiusa sopra e aperta ai lati) un cadavere diretto ai crematori, sulla sua lettiga.
In alto, salendo una ripida scala del Ghat Manikarnika, vi è un edificio che conserva un fuoco sempiterno, e sempre alimentato: è da questo fuoco che viene tolta la scintilla con la quale si dà fuoco ai corpi. La legna costa cara, soprattutto quella di sandalo, che generalmente è utilizzata solo per personaggi importanti. Altrimenti, si usano altri tipi di legna, più a buon mercato: l’importante è saper calcolare il peso della legna che occorre per bruciare completamente il corpo, operazione che richiede almeno quattro o cinque ore.

Quando ci si affaccia sul Ghat pare di essere stati trasportati in un tempo antichissimo. Le pire, soprattutto la sera, sono impressionanti, e rivelano parti di corpi scuriti e deformati dal fuoco, mentre colossali mucche nere camminano incuranti nella cenere e nel fango. Accanto, uomini e donne lavano i panni su pietre poste sul Gange. Continuamente arrivano nuovi corpi addobbati e scintillanti, che stanno in attesa del loro turno di cremazione. Quando il corpo arriva al Ghat, per prima cosa viene lavato nel Gange, immergendolo fino alle ginocchia. Poi è adagiato sulla pira, con la testa a nord e i piedi a sud. Parte della legna viene posta sopra al corpo, che viene cosparso di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, il ghi, e di qualche goccia di acqua del Gange. Il figlio maschio maggiore, che è la persona deputata a condurre il rito, compie cinque giri intorno alla pira e poi l’accende, a partire dai capelli. La testa e il volto del defunto sono scoperti.
Quando la cremazione è terminata, si getta acqua per spegnere il fuoco e il figlio raccoglie le ceneri nell’urna, che poi devono essere restituite al Gange.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/cremazione-a-Harishchranca.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-12-05 10:04:062012-12-05 10:04:06Cremazioni rituali a Varanasi (India)

Si può dire invecchiare?

19 Novembre 2012/11 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da qualche tempo mi accorgo di invecchiare: i miei cinquantadue anni mi interrogano, e mi suggeriscono di iniziare a fare i conti con il divenire anziana. Così, rimugino e leggo libri: voglio sapere come altre donne e uomini hanno vissuto il loro percorso di invecchiamento, cosa pensano, come si sentono. E m’interessa riflettere sulla nostra cultura, e capire come vengono visti gli anziani e quanto questo sguardo li/ci influenzi.
Parafrasando il titolo di questo blog, mi chiedo: si può dire invecchiare nella nostra società? Mica tanto, la vecchiaia attrae quanto la morte, ed è vista come l’ultima tappa del viaggio verso l’intollerabile fine. Invecchiare è un disvalore nella nostra cultura, basata sulla rincorsa della ricchezza, del successo, del dinamismo, della bellezza e della sensualità. «Vecchio» è quasi un insulto, perché ricorda la prossimità alla decadenza e alla morte, massima vergogna. Si pensa al vecchio in generale come a un essere decrepito, incapace di decidere, demente e malato, privo di speranza e di affetti, fragile e volto verso il passato. Più che pensieri, sono vecchi fantasmi e nuove paure. La medicina ci consente oggi una lunga aspettativa di vita, che da un lato ci rassicura, dall’altro ci terrorizza. Come mi ridurrò? Perderò l’autonomia? Chi mi amerà ancora?
La nostra reazione più comune è quella di cercare di restare giovani, ognuno coi suoi metodi e mezzi, cercando di dimenticare il processo in corso. Ma a che serve fare gli struzzi?
Non è ora di pensare a se stessi anziani come a una risorsa e non come a un problema?
Dicono che i vecchi sono cupi perché disincantati rispetto a sé e agli altri? Bene. Il disincanto, da sempre, è anche misura nella valutazione, e giudizio. Invecchiando, se si riesce a seguire il filo di una possibile saggezza, i valori della prestanza fisica e dell’affermazione sociale si smussano, per lasciar spazio alla ricerca di un benessere più profondo e duraturo. La percezione della propria fragilità (che dovrebbe essere propria di tutti gli uomini) è genitrice del sentimento di umanità. In vecchiaia, la corsa al consumo rallenta un po’ la morsa, e gli anziani potrebbero essere maestri di una semplicità volontaria, di una misurata decrescita, del perseguimento di virtù capaci di non escludere la gran parte dei cittadini (i poveri, gli stranieri, gli stessi anziani, i malati, i disabili, i morenti).
I vecchi come risorsa: questo è un ruolo che la nostra cultura non ci servirà su un piatto d’argento.
Dico a voi, amici over65, come vi sentite? Piatti, privi di progetti e di futuro, ripiegati su voi stessi solo perché non siete più freschi, aggressivi e spavaldi come a vent’anni? Non dovremmo noi, anziani di oggi e di domani mattina, guadagnarci sul campo un nuovo ruolo, mostrando che possiamo essere preziosi socialmente e anche sereni?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/11/vecchia-2.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-11-19 09:16:572012-11-24 23:26:50Si può dire invecchiare?

Il mito della speranza

13 Novembre 2012/4 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Ritenete importante la riflessione sulla speranza alla fine della vita?
Vorrei consigliarvi una giornata formativa: La speranza come dimensione di cura nella terminalità, Mantova 17 novembre, organizzata dal Dipartimento interaziendale provinciale oncologico di Mantova.
Dice il pieghevole: “Il tabù della speranza è falso e va abbattuto con determinazione se si vuole realizzare un vero percorso d’accompagnamento alla persona malata in fase avanzata e terminale di malattia. Infatti, il mito della speranza impedisce un’onesta comunicazione fra malato e sanitari, nell’illusorio timore che un’informazione sincera generi una perdita di speranza nel malato.
In realtà la letteratura scientifica e l’esperienza quotidiana di chi frequenta la terminalità forniscono dati opposti: la consapevolezza della diagnosi e, soprattutto della prognosi, si sviluppa spontaneamente in quasi tutti i malati, indipendentemente dal grado e dal tipo d’informazioni ufficialmente fornite.
Tali consapevolezze si riflettono sulla speranza, che non è affatto qualcosa di statico; anzi, la speranza nel percorso di malattia subisce profondi cambiamenti di cui si deve tener conto se si vuole mantenere una reale sintonia con il malato.
Viceversa, alimentando la congiura del silenzio, si isola progressivamente il malato in una gelida solitudine e si abbandona la famiglia allo stress della commedia degli inganni.
Solo la conoscenza di come evolve la speranza nell’individuale prospettiva del malato e di quali siano i suoi reali bisogni informativi e comunicativi rende possibile la costruzione di un percorso di relazioni più autentiche e quindi più efficaci.
Solo comprendendo come mutano i colori della speranza e quali volti via via essa assume nel vissuto del malato è possibile muoversi nella penombra del reciproco buio che malati, familiari, sanitari e volontari devono attraversare insieme nel percorso o di terminalità.”
Per ulteriori informazioni e per scaricare il programma, http://www.aopoma.it/lay_not.php?IDNotizia=2518&IDCategoria=14

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/11/3898.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-11-13 16:45:092012-11-14 16:06:24Il mito della speranza

Verità, speranza e morte

12 Novembre 2012/16 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Pochi giorni fa, in un Comitato etico, si è discusso con i colleghi il caso di un paziente a cui non era stata detta la verità: aveva un tumore con metastasi, le cure attive erano diventate futili, e gli era stato invece detto che occorreva un periodo di riposo per poter riprendere la chemioterapia. L’oncologo che aveva preso la decisione di interrompere la chemio, e che non aveva avuto il coraggio di spiegarne le ragioni al paziente, si era poi difeso di fronte ai colleghi dicendo: “Non è possibile togliere la speranza ai pazienti”.
Camminando a passi lenti verso casa sotto la pioggerellina fitta e pungente di novembre, e guardando i fari gialli delle auto, pensavo alla speranza. Che vuol dire speranza? Ne parliamo molto più per proverbi che facendo una vera riflessione. “La speranza è l’ultima a morire”, “Chi di speranza vive disperato muore”, “Finché c’è vita, c’è speranza”, “Chi vive sperando muore cantando”. E’ curioso che, sia nei proverbi che in molte frasi celebri, i due concetti di speranza e di morte stiano insieme, in un abbraccio inscindibile, a definire la condizione umana. L’uomo, più che un essere bipede implume, pare un essere mortale e speranzoso. Per qualcuno la speranza è salvezza, soprattutto per i cristiani che hanno fede in una vita futura, tanto che la speranza è una delle tre virtù teologali (insieme a fede e carità): ma non solo. La speranza è positiva per tutti coloro che fondano la vita sulla ricerca del significato personale dell’esistere, valorizzando i sentimenti e le emozioni. Viceversa, per altri la speranza è sinonimo d’illusione, di offuscamento della razionalità. Norberto Bobbio affermò che, in quanto laico, la speranza gli era estranea.
Su questo non mi sento d’accordo con Bobbio. A mio modo di vedere, comunicare una prognosi infausta non significa togliere la speranza. Giustamente, anche i nostri proverbi parlano di una speranza che si esaurisce con la vita, non con la consapevolezza che la nostra vita sta volgendo al termine. Per un credente, non è addirittura una bestemmia affermare che sapere di dover morire coincida con la fine della speranza? Semmai, alla fine della vita si dovrebbe intensificare la sua fede e la sua speranza nella salvezza.
Ma, senza fare appello alle religioni, resto nel mondo laico della biomedicina, e nella società secolarizzata nella quale viviamo. Ci sono molte cose in cui potrò sperare quando mi diranno che il mio tempo sta per scadere: vorrò occuparmi di tutte le relazioni per me importanti, salutare i miei amici, accertarmi che i miei figli possano vivere in armonia, disporre dei miei beni (tanti o pochi che siano), donare ciò che potrò. Non è speranza il desiderio di lasciare la propria stanza in ordine, speranza che chi viene dopo di noi faccia meglio? Proprio in quanto laica, che ripone la propria speranza nell’umanità dell’uomo, ho bisogno di pensare che il mondo procederà in una direzione più giusta.
Per questo vorrei sapere tutta la verità sulla mia condizione di salute, sempre, senza esitazioni. La speranza, in quanto emozione, non è statica, assume sfumature diverse per ogni individuo in ogni momento della vita, ed è duttile e capace di adattamento. E voi? Vorreste sapere? Preferireste essere all’oscuro? E perché?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/11/speranza.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-11-12 17:53:172012-11-14 22:55:36Verità, speranza e morte

Cimiteri islamici in Italia?

7 Novembre 2012/8 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In tutta Italia si sta discutendo se sia opportuno creare lotti dedicati agli islamici e ad altre religioni nei cimiteri comunali. Alcune città resistono alle richieste degli islamici, come Pordenone. Altre, in modo più attento e realistico, costruiscono risposte, come è accaduto due anni fa a Fossano in seguito alla morte sconvolgente di un bimbo di nove anni, e come succede oggi a Torino.
A Torino, infatti, la Giunta comunale ha approvato una delibera (presentata dal vicesindaco Tom Dealessandri e dall’assessore Ilda Curti) che consentirà alle comunità immigrate (il 17% della popolazione), di dare sepoltura ai loro cari in città, nel rispetto delle loro tradizioni religiose, istituendo spazi per ogni religione nel cimitero monumentale.
Cos’è in gioco in queste decisioni?
L’obiettivo dell’integrazione non è certo raggiungibile solo attraverso i cimiteri. Tuttavia, si tratta di un’importante dimostrazione di rispetto e di attenzione. La nostra Costituzione, peraltro, prevede la libertà di culto. Accogliere in un paese significa anche creare le condizioni perché chi arriva possa sentirsi – se non proprio a casa – quantomeno radicato e integrato.
Le discussioni sui cimiteri islamici sono un segno dell’era contemporanea, che obbliga ciascuno di noi, credente o non credente, a tener conto della complessità e della pluralità culturale. Parlo proprio anche ai laici come me. In fondo un laico potrebbe affermare che i cimiteri in Italia sono comunali, non religiosi, e che non si vede perché sia necessario costruire dei lotti islamici o dei cimiteri dedicati a loro (ma quante croci stanno dentro i nostri cimiteri comunali?). Ho sentito dire molti laici che per gli islamici sarebbe sufficiente orientare la bara verso la Mecca e mettere i simboli della religione musulmana. E che questo dovrebbe valere per tutti.
Nonostante questa sia una posizione che mi ha fatto riflettere, oggi sono convinta che chi è veramente laico deve saper ascoltare anche le differenti comunità religiose e comprendere le loro esigenze. Che sono diverse da quelle dei cattolici e dei laici autoctoni, a partire dalla durata della sepoltura. Vi sono comunità che hanno bisogno di ripiegarsi sulle proprie usanze rituali. E un laico dovrebbe, secondo me, non fermarsi a una tolleranza distaccata, ma aprirsi all’interesse e alla collaborazione. Lo stesso dovrebbe fare ogni religione, che ha diritto di desiderare la separatezza, fino a quando quest’ultima non diventa esclusione e integralismo. E questo sì, vale per tutti.
Fino a non molti anni fa, gli immigrati propendevano per il rimpatrio delle salme, nonostante il costo molto alto. Si trattava di una prima fase, caratterizzata dall’immigrazione di giovani, la cui famiglia restava nel paese d’origine. Il progetto di migrazione era partire, lavorare e tornare a casa. Oggi sono molti i ricongiungimenti familiari nel nostro paese, e i figli di chi muore sono spesso nati in Italia. Il rimpatrio, così, che era già un evento problematico e traumatico, diviene sempre più privo di significato. Alcuni studiosi, ad esempio gli algerini Yassine Chaïb e Atmane Aggoun hanno messo in luce, per la Francia, le difficoltà poste dai rimpatri. Difficoltà in primo luogo economiche, e poi rituali. Il lungo periodo richiesto dalla colletta per racimolare il denaro necessario per il rimpatrio impone l’uso della bara di zinco per il trasporto, bara che non è più apribile dalla famiglia che riceve la salma. La tradizione vorrebbe, invece, la sepoltura del corpo, avvolto nel solo sudario, nella nuda terra. Una deritualizzazione è di fatto imposta ai migranti, che non possono svolgere il rito tradizionale né in terra d’origine né in terra d’accoglienza. Tale situazione rende più rispondente alle necessità la soluzione di seppellire i propri cari in terra d’accoglienza, anche per via del succedersi delle generazioni d’immigrazione.
Credo che, oltre all’importante tema delle concessioni di aree islamiche presso i cimiteri, occorra garantire ai musulmani che vivono nel nostro Paese il rispetto del lavaggio rituale dei corpi in luoghi adeguati, meno freddi e tecnici delle sale settorie delle camere mortuarie, dove oggi avvengono. A tal fine, è necessaria anche un’adeguata formazione interculturale per gli operatori sanitari e funerari che spesso, di fronte al morente o al defunto di un’altra cultura, sono in difficoltà e non sanno che pesci pigliare, provocando a volte disagio e rabbia.
Per questo auspico che la municipalità di Torino, che ha ben cominciato l’opera, non si fermi e proceda anche all’identificazione di una sala del Commiato multiculturale in città, priva di simboli (o con simboli amovibili) che possa servire sia ai laici che a religioni diverse da quella cattolica.
Vorrei concludere citando e sottoscrivendo le parole di Daniele Rocchetti, vice presidente di Acli Bergamo e responsabile di Molte fedi sotto lo stesso cielo, che invita chi ha paura dello straniero (e chi questa paura la sfrutta politicamente) a “ragionarci sopra, e soprattutto ragionarci insieme: nel confronto serio delle posizioni, non solo con la ripetizione di slogan facili e popolari. Non è così che si costruisce una sana democrazia. Tanto meno una democrazia inclusiva. E ancor meno una città in cui è bello e piacevole vivere. Questo modo di porre i problemi complica la vita di tutti noi. E la rende meno sicura, non di più.”

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/11/cimitero-islamico-verona.750.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-11-07 18:17:382012-11-14 10:15:20Cimiteri islamici in Italia?

Festa dei morti, parte seconda

1 Novembre 2012/2 Commenti/in Vecchiaia/da sipuodiremorte

Cari amici, qualche giorno fa ho proposto di partecipare all’azione collettiva che si terrà contemporaneamente in varie parti del mondo, alle 16 (ora italiana) del 2 novembre 2012 (10am New York; 11am Buenos Aires; 12pm São Paulo; 3pm London; 4pm Cairo/Rome; 5pm Addis Ababa; 9pm Phnom Penh; 10pm Beijing/Shanghai). Ognuno di noi, nello stesso momento, si proporrà di incontrare una persona scomparsa (un parente, un amico, un personaggio pubblico), nel luogo che preferisce, secondo i propri tempi e modi.

Ma non finisce tutto con il pensiero rivolto a chi non c’è più. La seconda parte della proposta è la seguente:

Ti chiediamo di inviarci, due o tre giorni dopo questo “incontro”, una parola o una frase (due righe al massimo) che rappresenti o evochi questa esperienza. Niente testi lunghi, immagini, video o altro.

Alla fine di novembre le parole o le frasi raccolte verranno trascritte con la tecnica dell’affresco sulle pareti de Lu Cafausu a San Cesario di Lecce. Per l’occasione, oltre alla realizzazione dell’affresco, sarà organizzata una festa.
Verrà successivamente inviata una email con la data della festa e della realizzazione pubblica dell’affresco.

Per favore registrati su http://eepurl.com/qceAP per confermare la tua partecipazione.

invia le parole a: lafestadeivivi@gmail.com

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/lettera2.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-11-01 12:31:282018-10-23 18:42:14Festa dei morti, parte seconda
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