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Tag Archivio per: Morte

La morte è uno scandalo o un evento naturale? di Davide Sisto

13 Novembre 2017/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

1 Adriaen van Utrecht (1599 - 1652) - Vanitas Still-Life with a Bouquet and a Skull -Due delle principali obiezioni filosofiche mosse alla Death Education, quindi al tentativo di spiegare il ruolo imprescindibile e naturale della morte per lo sviluppo della vita, sono le seguenti: innanzitutto, la morte è uno scandalo, un evento che di per sé è terribile e non ha nulla di naturale. In secondo luogo, ciò che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio quella coscienza della propria mortalità che lo spinge a non accettarla, utilizzando la propria ragione per tentare di sconfiggerla una volta per tutte.

L’idea della morte come scandalo, quindi come evento o processo innaturale, è strettamente legata alla nostra tradizione cristiana: la morte, infatti, non prevista dal progetto originario di Dio, è la conseguenza prima del peccato originale, quindi di un uso deleterio della libertà da parte dell’uomo. Da qui deriva il carattere negativo e angoscioso del morire, il quale permane a tempo indeterminato nonostante il sacrificio di Cristo renda il morire un passaggio obbligato per la salvezza e la resurrezione. Il carattere scandaloso della morte è, pertanto, dovuto al fatto che essa non è il frutto della volontà divina.

L’idea, invece, che l’uomo si distingua da tutti gli esseri viventi in quanto l’unico a essere cosciente della morte e, dunque, da sempre impegnato a sconfiggerla attraverso le sue attività razionali e spirituali è un retaggio filosofico tipicamente occidentale, figlio tanto della cultura che separa la mente dal corpo quanto della convinzione che la ragione sia una nostra esclusiva prerogativa. Pertanto, consapevoli razionalmente di essere mortali, cerchiamo ogni giorno di non pensarci, svolgendo attività lavorative, culturali, artistiche, ecc. per mezzo delle quali proviamo a renderci – in un modo o nell’altro – immortali.

Queste sono due obiezioni che mi è capitato di ricevere più volte durante convegni o incontri pubblici in cui ho parlato di Death Education. Ora, se, da una parte, non sono convinto che l’uomo disponga di un’esclusiva coscienza della propria mortalità, semmai ogni essere vivente ne ha consapevolezza secondo le sue irripetibili caratteristiche specifiche, dall’altra non credo che lo scandalo cristiano della morte non possa collimare con l’idea della sua naturalità.

Siamo abituati a tener conto del celeberrimo sillogismo in base al quale tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale. La mortalità è, in altre parole, una cifra che definisce – nel qui e ora – non solo la nostra condizione di esistenza, ma la vita stessa nel suo fluire. Qualche giorno fa, Emanuele Severino, durante un convegno, sottolineava una cosa tanto banale quanto fondamentale: se la giornata di ieri non fosse terminata, la giornata di oggi non sarebbe mai iniziata. Tutto quello che facciamo e che siamo segue un percorso preciso, segnato da un inizio, da un suo svolgimento e dalla sua fine. La gioia del primo giorno di vacanza e la malinconia dell’ultimo giorno; l’angoscia nel momento in cui comincia un’operazione chirurgica e il sollievo, anche solo momentaneo, per la sua conclusione. L’emozione per l’inizio della scrittura di un libro e la sensazione agrodolce quando è terminato. Non c’è azione quotidiana che non segua naturalmente questo percorso. E se tale percorso venisse meno? La dilatazione radicale dei ritmi temporali renderebbe la nostra vita simile a un film al rallentatore. Il mutamento perde di significato, il pulsare eccitato delle emozioni si inaridisce lentamente, tutta l’energia che mettiamo in ciò che facciamo, consapevoli del rapporto dialettico tra l’inizio e la fine, si spegne. Non è un caso che, secondo uno psicopatologo come Minkowski, l’idea dell’immortalità terrena si manifesta puntualmente nel delirio melanconico.

Ora, considerare come naturale l’integrazione tra la vita e la morte, evidenziandone il cospicuo valore pedagogico, non necessariamente contraddice lo scandalo cristiano del morire: possiamo, infatti, riconoscere questa integrazione come un dato di fatto, a cui avremmo voluto volentieri fare a meno ma che rappresenta, nel mondo in cui viviamo, il punto di partenza basilare per costruire giorno dopo giorno le nostre attività e per sviluppare il nostro modo di essere. Pertanto, la nostra ragione, il nostro spirito non hanno senso se le utilizziamo come fossimo dei novelli Gilgamesh alla ricerca ossessiva di un antidoto contro la mortalità; piuttosto, diventano prerogative irrinunciabili se messe al servizio della fragilità che ci costituisce, di modo da rendere qualitativamente luminoso lo spazio temporale che si distribuisce tra l’istante dell’inizio e il momento della fine.

E voi cosa ne pensate? Interpretate la morte come scandalo o piuttosto come evento naturale, o come entrambe le cose al contempo? Attendiamo, come sempre, le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/11/resriv_4-e1510518849734.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-11-13 10:36:282017-11-13 10:36:28La morte è uno scandalo o un evento naturale? di Davide Sisto

Stare vicini a chi è in lutto, di Marina Sozzi

30 Ottobre 2017/16 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Elderly Woman and pictureIl lutto è un momento di cambiamento difficile, forse l’esperienza più dura di fronte alla quale si trova un essere umano. E’ un tempo rischioso: il legame profondo e costitutivo che ci lega alle altre persone implica il pericolo di smarrire noi stessi perdendo chi ci è caro. Al contempo, il lutto è un periodo potenzialmente fecondo, come tutte le situazioni che richiedono un cambiamento importante, una riflessione e una revisione della propria vita, delle proprie priorità, delle proprie relazioni e delle proprie scelte.

Vivere nella società occidentale non è di aiuto a chi è in lutto. La nostra cultura ha provato a eliminare la sofferenza (in generale) e la sofferenza legata al lutto in particolare. Richiede a chi ha subito una perdita di fare in fretta a risolvere il proprio lutto e stare di nuovo bene, tornare a produrre e soprattutto a consumare. Sul lavoro si possono prendere tre giorni per lutto, poi – se non è ancora possibile tornare a lavorare – occorre mettersi in mutua. E, dal punto di vista simbolico, mettersi in mutua significa essere malati.
La maggior parte dei riti legati alla morte sono scomparsi, soprattutto nello spazio urbano. La nostra civiltà non elabora, non riflette, non inventa rituali e usanze sociali sull’esperienza della morte, e ha relegato nell’interiorità dell’individuo la difficoltà del lutto. Il dolore per la perdita è diventato un problema interno alla psiche degli individui, che coinvolge solo in minima parte le reti sociali dei cittadini. La psicologia ha avuto in gestione il lutto, così come alla medicina è stato delegato il trattamento della fine della vita.

Non stupisce quindi che la maggior parte delle persone in lutto si trovino in una profonda solitudine, poco accolte, poco accettate da una cultura imbarazzata dal dolore umano e ancor più dalla morte.
Questa è la ragione per cui si è creata l’esigenza di offrire strategie per sostenere chi è in lutto.

La proposta di aiuto si sta diffondendo, anche se solo a macchia di leopardo sul territorio italiano (se vi interessa approfondire, andate qui). Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, gruppi condotti da un terapeuta, colloqui individuali, anche via Skype, metodi basati sulla narrazione o sulla corrispondenza, blog o forum. Chiedere un aiuto strutturato o professionale, quando si soffre per una grave perdita, può essere decisivo. Siamo animali sociali e non siamo fatti per risolvere complessi cambiamenti esistenziali in solitudine.

Inoltre, non va sottovalutato l’aiuto che proviene dal nostro entourage amicale e sociale. Se riuscissimo a mettere da parte il disagio e il timore di essere invadenti, per stare vicini a chi ha perso un familiare nella nostra cerchia, eviteremmo di creare in lui la sensazione dolorosa di essere schivato e allontanato, che lo induce a ripiegarsi su se stesso.
Come? In primo luogo offrire il nostro ascolto e la condivisione dei ricordi concernenti il defunto, talvolta la narrazione reiterata della morte: un sostegno emotivo empatico, che deve però saper continuare nel tempo. E’ frequente oggi che tutti si stringano intorno al sopravvissuto subito dopo il funerale, per poi prendere le distanze. Un tempo esisteva, nei primi giorni e settimane dopo la morte, il cónsolo, ossia l’usanza di portare cibo a casa del defunto, affinché i familiari potessero nutrirsi, anche se non avevano la forza di occuparsi di sé.

Anche oggi questo tipo di sostegno pratico è particolarmente gradito. Non solo preparare una torta o una cena, ad esempio, ma anche aiutare a sbrigare burocrazie, informarsi sul sostegno disponibile, telefonare a istituzioni e associazioni: nella maggior parte dei casi chi è in lutto si sente spossato e privo di energia, e fa fatica a prendere iniziative.

Occorre anche rispettare i tempi del dolente, senza spingerlo ad abbreviarli troppo, evitando le frasi fatte, tipo “il tempo guarisce tutto” o “chi vive si dà pace”. Evitare di dare consigli, specialmente sul processo e sui tempi di elaborazione del lutto, e in generale limitarsi a suggerimenti esplicitamente richiesti. La relazione d’aiuto che si viene a creare in questi casi è particolarmente preziosa e arricchente, sia per chi ha subito la perdita, sia per chi offre la sua disponibilità.

Avete esperienze in merito, sia per lutti che avete vissuto, sia per l’aiuto che avete dato a vostri amici o parenti? Potete raccontare le difficoltà che avete incontrato? Di cosa avreste avuto bisogno?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/10/IMG_1602-e1509295763121.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-10-30 11:02:422017-10-30 11:02:42Stare vicini a chi è in lutto, di Marina Sozzi

La vita nel rito funebre Bororo, di Elisabetta Gatto

28 Settembre 2017/5 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

bororoI riti di morte, oltre alla celebrazione del defunto, sono una risposta all’irrefrenabile pulsione vitale dei vivi. Il rito funebre può, infatti, essere identificato come un rito di passaggio, che celebra la morte come avvenimento di transizione non solo per il defunto, ma anche per i vivi: la morte produce di fatto una crepa all’interno dell’armonia del gruppo sociale, e il rito funebre permette alla comunità di integrarla, di rigenerarsi e di prepararsi all’inizio di un ordine nuovo. Il funerale diviene l’occasione per la comunità di riaffermare, attraverso una socialità più intensa, la propria identità e di mettere in scena nella cornice delle pratiche tradizionali la forza vitale del gruppo.

Tra i Bororo del Mato Grosso, in Brasile, il rito funebre è il più carico di significati simbolici e quello che meglio esprime la loro identità culturale. Quando un Bororo muore, il suo cadavere viene deposto al centro del villaggio in una fossa di circa mezzo metro di profondità e coperto con una foglia di palma. È questa la prima sepoltura, che inaugura un periodo di lutto, osservato per circa tre mesi, durante i quali il tumulo viene bagnato varie volte con acqua e erbe per accelerare il processo di decomposizione della carne. Dopo tre mesi, infatti, vengono riesumate solo le ossa, considerate la parte più duratura del corpo umano, alle quali è riservata una particolare cura: vengono ripulite, dipinte con un pigmento rosso (urucù, anatto), decorate con piume di uccello e poi disposte in una grande cesta funebre dipinta con i colori distintivi del clan del defunto e ornata con la visiera e il pariko, il diadema di penne di pappagallo ara che è simbolo dell’identità bororo, infine deposta fuori dal villaggio. È curioso che gli stessi ornamenti usati dai Bororo per rivestire il teschio del defunto siano usati nel rito di nominazione – un potente rito di vita – al momento della foratura del labbro dei bambini. Il funerale, inoltre, è l’occasione per celebrare un altro rito di passaggio: l’iniziazione dei ragazzi del villaggio. Si intende in questo modo celebrare, insieme alla morte, la rinascita.

Dopo la sepoltura, gli abitanti del villaggio intonano canti accompagnati dal suono del bapo, un sonaglio ricavato da una zucca riempita di semi duri o piccole pietre, e danzano attorno al tumulo, impersonando gli antenati con pitture facciali e ornamenti. Le donne in lutto si strappano i capelli, raccolti poi in una treccia da portare avvolta al braccio sinistro o attorno alla testa come ornamento rituale che attesta la condizione di lutto.

Gli uomini partono per la caccia in onore del defunto. La famiglia in lutto dona al cacciatore più abile la treccia di capelli e un powari, una zucca forata, rivestita di penne di uccello con i colori distintivi del clan del defunto: si crede che il suono che produce sia il canto dello spirito del morto. Con questa consegna il cacciatore riceve l’incarico di vendicare il defunto, uccidendo un giaguaro, ritenuto l’incarnazione dello spirito maligno e la causa di quella morte. Uccisa la belva, il cacciatore ne consegna la pelle alla madre del defunto come risarcimento per la perdita perché la usi come tappeto. Vengono utilizzati come ricompensa rituale anche i denti e le unghie del giaguaro, con cui si realizzano rispettivamente una collana e una corona. L’offerta dell’animale riparatore al clan del defunto assume la funzione di ristabilire i giusti rapporti tra gli uomini.

Negli ultimi tre giorni del rito funebre nella capanna centrale gli uomini del villaggio, indossati gli ornamenti tradizionali, intonano un lungo canto lugubre, cadenzato al suono del bapo.

Un anziano è incaricato di richiamare lo spirito del defunto perché si manifesti un’ultima volta: rivestito con un lungo perizoma di foglie di palma, una cavigliera di unghie di cinghiale, il pariko in testa e un tessuto a larga trama davanti al viso, si dirige danzando verso il cortile del villaggio insieme a un corteo, si avvicina a un fuoco e vi getta tutto ciò che apparteneva al defunto quando era in vita. Si crede infatti che il suo ricordo sarà mantenuto vivo non attraverso ciò che possedeva, ma attraverso i suoi insegnamenti. Vengono poi richiamati gli spiriti della natura: questo è un rituale al quale è concesso solo agli uomini partecipare. Il rito funebre è dunque un tempo collettivo, a cui il gruppo partecipa a difesa di se stesso e della propria continuità.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/09/bo-54-w-e1506586654106.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-09-28 10:22:512017-09-28 10:22:51La vita nel rito funebre Bororo, di Elisabetta Gatto

L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto

4 Settembre 2017/12 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Depositphotos_13185291_s-2015Al rientro dalle vacanze estive i primi pensieri che tormentano la maggior parte delle persone, nel mondo odierno, sono il numero di attività lavorative da svolgere, le scadenze da rispettare, i risultati da conseguire. Ci si sente letteralmente stritolati all’interno di un meccanismo in cui occorre “fare”, impiegando il minor tempo possibile e dovendone rendere costantemente conto a qualcuno. Tutto è incentrato di continuo sulla performance, sul raggiungimento di una perfezione richiesta, sulla valutazione. Pensate a quei ridicoli programmi televisivi di cucina, in cui uno chef vip deride letteralmente davanti alle telecamere il concorrente che gli sottopone un piatto da lui cucinato. Io che sono il Re della buona cucina stabilisco se tu sei degno della mia stima o meritevole del mio disprezzo a seconda di quello che sei capace di fare. O, ancora, pensate a un film come “Whiplash” (2014), vincitore di tre Premi Oscar, in cui un ragazzo che sogna di diventare un grande batterista viene costantemente umiliato da un insegnante feroce che pretende la perfezione assoluta, anche a scapito della salute del ragazzo stesso. Ma non occorre menzionare programmi televisivi e film. Basta che ciascuno tenga conto del contesto all’interno di cui vive e lavora: non c’è modo di fermarsi mai, occorre essere sempre performanti, sempre attivi, sempre ben predisposti alle pretese altrui. Non c’è debolezza che meriti di essere rispettata: il più delle volte nemmeno il lutto di un genitore o di un partner è ritenuto motivo sufficiente per prendere una pausa. Se mi fermo, come posso portare a termine il lavoro richiesto? Rischio di essere licenziato! Rischio di essere scavalcato dal collega! Rischio una penalizzazione.

La mentalità della performatività e della perfezione investe i bambini stessi, subito posti l’uno contro l’altro a partire dai primi passi del loro percorso formativo: un voto positivo o negativo non è la conseguenza di un lavoro più o meno riuscito. È un giudizio perentorio sulla persona. Francesco va bene a scuola, quindi è intelligente; Marco va male quindi è stupido. Appena entrato in società, il bambino è soffocato dall’ansia dell’inadeguatezza e del dover dimostrare qualcosa a qualcuno. E ciò ovviamente non riguarda solo la scuola e il lavoro, ma anche le relazioni interpersonali, nelle quali ogni minimo errore appare come una tragedia apocalittica.

Non c’è scampo: la società odierna sarà ricordata come quella in cui tutti sono sempre sotto pressione. E questo genera depressione, ansia, infelicità, come evidenziano meglio di me Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel libro “L’epoca delle passioni tristi” e Alain Ehrenberg in “La fatica di essere se stessi”, per fare due esempi.

Non è un caso, a mio avviso, che il bisogno di perfezione coincida con la ricerca concreta dell’homo cyborg, dell’uomo che deve correggere le proprie debolezze biologiche con tutti gli strumenti meccanici e artificiali a disposizione. L’uomo perfetto è l’uomo che non deve chiedere mai, per citare un noto slogan pubblicitario. Ossia un uomo automatico, che crede che tutto funzioni sempre secondo il modello di causa-effetto, che tutto sia aderente a un principio razionale, principio che respinge e ripudia ogni situazione in grado di limitare la corsa forsennata verso la perfezione assoluta. L’uomo che non deve chiedere mai non può, anzi non deve, ammalarsi, invecchiare, morire.

Ecco, io sono totalmente convinto che vi sia un legame molto stretto tra l’ossessione per la perfezione e la rimozione della morte.

Essere consapevoli della propria mortalità significa riconoscere la normalità della fragilità, prendere coscienza che la perfezione è una gigantesca illusione. Perfetta è di per sé una vita che riconosce l’importanza della debolezza e il valore dell’errore. Daniel Pennac, nel romanzo Storia di un corpo, scrive che «la natura ha orrore della simmetria […] non commette mai un simile errore di stile. Ti stupirebbe vedere com’è inespressivo un viso simmetrico, se ne incontrassi uno!». L’espressività e l’asimmetria sono il segno del nostro modo precario di stare al mondo, una precarietà che non è una debolezza; piuttosto, una fondamentale e preziosa risorsa.

Se la società si impegnasse a educare i propri cittadini, fin dall’infanzia, a riconoscere il proprio limite, partendo dalla limpida coscienza della mortalità e dall’idea che ogni istante di vita non è dovuto o scontato, ma è semmai un che di guadagnato, forse si potrebbero impostare le relazioni lavorative e personali in modo differente. Forse, l’attesa di un risultato potrebbe finalmente non essere più ossessiva. Perché, come succede di continuo, occorre aspettare di ammalarsi gravemente per rallentare la propria andatura, per rendersi conto di quali siano i veri valori della nostra vita? Non sarebbe meglio capirlo collettivamente senza la presenza della malattia, ridimensionando in modo radicale quell’ansia che sorge nella ricerca di una vacua perfezione?

Credete anche voi che la ricerca spasmodica della perfezione sia legata alla rimozione della morte? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/09/Depositphotos_3208280_s-2015.jpg 361 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-09-04 11:19:022017-09-04 11:19:02L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto

Non siamo immortali di Laura Campanello

27 Luglio 2017/12 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Abbiamo due vite: la seconda

Inizia quando ci accorgiamo di averne una sola

(Confucio)

Non c’è bisogno forse di scomodare Confucio per poterci dire che la vita che abbiamo è una e che l’unico modo di cui disponiamo per ricordarcene, almeno ogni tanto, è pensare alla morte. E quand’anche credessimo nella reincarnazione la vita che ci è data da vivere, ora, è questa.

Non siamo immortali.

Lo sapeva bene anche Borges che ne ha scritto, inserendosi nella corrente aperta dai filosofi fin dall’inizio del pensiero occidentale … insomma. Filosofia, letteratura, musica, poesia, arte … da sempre prendono vita e si confrontano con l’effimero nella realtà, la precarietà dell’esistenza , la mortalità umana. Ma la cosa che ho sempre trovato interessante e sicuramente utile è che facendolo approdano quasi sempre non ad una mortificazione depressiva o paralizzante, ma ad una esaltazione della vita stessa, proprio alla luce della sua fragilità. Ciascuno si rapporta con la propria finitudine in maniera diversa e unica, a volte faticosamente a volte con più leggerezza, ma credo che Goethe colpisca nel segno:

“Memento mori! [sono parole che] si incontrano di frequente,

non voglio continuare a dirle;

perché dovrei in una vita così breve,

tormentarti con il suo limite?

Perciò […] ti raccomando,

caro amico, secondo il tuo modo,

Memento vivere, non altro.”

L’uomo che accetta di confrontarsi con la morte, in verità si confronta con la vita, di cui la morte è una parte, è l’epilogo, ma è anche ciò che tiene l’uomo nel presente, nel tempo dell’azione e dell’esistenza, della felicità possibile anche nella fatica. Perché l’alternativa a questa vita, per quanto faticosa o dolorosa è la non vita, è non esserci, che è ciò che ci spaventa. Quindi rischiamo di restare immobili in un paradosso: non guardare la morte ci salva dall’angoscia ma alla lunga ci nega un’esistenza autentica e consapevole (come bene scrisse Heidegger, ad esempio, ma anche Simone Cristicchi nella sua canzone “La prima volta che sono morto”). Non importa se a questa consapevolezza arriviamo grazie alle canzoni pop di Sanremo o grazie a complessi e articolati sistemi di pensiero filosofici: l’importante è che ci arriviamo e che questa riflessione cambi e trasformi il nostro modo di vivere.

Allora la morte va nominata, saputa, presa in considerazione perché è quel pungolo che tiene svegli, vivi, presenti a se stessi, agli altri, all’esistenza. Altrimenti si rischia di non accorgersi neanche della vita che abbiamo, attendere la felicità nel corso degli anni, lamentarci per ciò che non abbiamo anziché godere di ciò che la vita ci concede o che potremmo conquistare se non gettassimo via il tempo, immaginando di averne sempre e comunque altro a disposizione, sempre.

L’esercizio filosofico della morte nell’antichità, comune a molte scuole filosofiche, era proprio questo, e lo troverete anche in molte vie sapienziali e spirituali, non a caso.

L’angoscia o l’ansia di morte che spesso sentiamo è per lo più legata alla paura di morire, ma cosa contiene questa paura?

D.I.Yalom, in un libro dal titolo Fissando il sole (2017 ed. Neri Pozza) esplora il nostro rapporto con la morte e ne evidenzia (da psichiatra fondatore della psicoterapia esistenziale negli anni ‘70) il lato positivo, che emerge quando riusciamo a farne occasione per vivere meglio. Il sottotitolo dell’edizione americana (del 2008) recita “superare il terrore della morte”. È interessante: non dice “superare la paura della morte” perché la paura inevitabilmente resta per tutti noi e va esplorata. La differenza è però sostanziale: il terrore paralizza e inchioda, la paura no.

Cosa ti fa paura della morte? Lo chiedo a me, a te che leggi e lo chiedo da anni alle persone malate di tumore o di Sla in fase avanzata o terminale di malattia che incontro nella mia professione. E per molti di loro, per le questioni legate alla paura c’è una risposta, almeno parziale e tranquillizzante, che regala maggiore serenità.

La mancanza di senso, la solitudine e l’isolamento, la sensazione di non aver vissuto – sprecando vita e tempo – o di aver dedicato poca attenzione a ciò che per noi conta davvero, non aver cercato di cambiare in meglio la nostra vita, non aver detto parole importanti a chi amiamo… Sono cose concrete, non sono solo idee o pensieri, e contano nel corso della nostra intera vita e tanto più alla fine, quando il sipario sta per chiudersi e i bilanci esistenziali si impongono, severi e implacabili, ma i rilanci possibili sono pochi o hanno poco tempo per realizzarsi e quindi diventano urgenti e chiari.

Sempre Yalom, sulla scia dei filosofi che ama e propone nei suoi testi, come ad esempio Epicuro, scrive: “La morte uccide, ma il pensiero della morte salva”. Infatti dolore, morte, malattia, lutto, vecchiaia, sofferenza … ci trasformano, nostro malgrado, anche se ovviamente noi fuggiremmo lontano da quell’esperienza. Ma ci possono riconsegnare alla vita in un altro modo. E lo stesso può fare una seria meditazione sulla morte o un buon rapporto con essa nel corso della vita.

Perché quello che ci rende davvero umani è la consapevolezza di noi stessi e della vita per quella che è. E proprio accorgersi di essere mortali porta alla grande esperienza del risveglio che apre al cambiamento, perché se c’è una cosa che chi affronta il morire mi raccomanda spesso non è certo di cambiare il mio modo di pensare, ma di modificare profondamente il mio modo di vivere.

Il senso del vivere, la responsabilità della nostra e altrui esistenza, le priorità da dare alla propria vita, l’ uso del tempo, la capacità di mostrare gratitudine, avere consapevolezza di essere vivi e di come la vita è davvero – nella sua fragilità e nella sua forza – sono le questioni che emergono di fronte alla malattia, alla morte imminente, al lutto di chi alla malattia dell’altro deve sopravvivere col dolore della perdita.

Per questo le persone alla fine della vita vanno aiutate a congedarsi dagli altri, a fare bilanci e piccoli rilanci, a chiudere il cerchio della loro esistenza insieme a chi con loro l’ha condiviso, senza restare vittime di teatri del silenzio e della negazione sulla verità di quanto accade che spesso aggiungono dolore al dolore.

La morte restituisce per la prima volta la misura e il giusto peso alle cose del vivere quotidiano e macroscopico.

Allora, come insegnano i filosofi da sempre, non attendiamo con timore che la morte ci indichi cosa conta nella vita, ma anticipiamola accompagnandoci a lei perché ci aiuti per tutta la vita ad imparare a vivere e morire.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/07/Depositphotos_153460020_s-2015.jpg 333 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-07-27 11:33:282017-07-27 11:33:28Non siamo immortali di Laura Campanello

CHARLIE GARD: CHI DEVE DECIDERE DELLA VITA DI UN BAMBINO? Di Davide Sisto

21 Luglio 2017/12 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Charlie GardIn questo ultimo periodo ha tenuto banco, nel dibattito internazionale, il caso di Charlie Gard. La storia, oramai, la conoscete tutti: Charlie è un bambino inglese, di undici mesi, a cui è stata diagnosticata la sindrome da deplezione del DNA mitocondriale e che, essendo in stato vegetativo, è tenuto artificialmente in vita in ospedale da svariati mesi. Quella di Charlie è una malattia particolarmente rara, che ha finora colpito solo sedici bambini in tutto il mondo e che pare non abbia possibilità di cura. In questo articolo particolarmente interessante, la dott.ssa Alessandra Rigoli descrive tutte le criticità terapeutiche a cui è andato incontro Charlie, avendo lei in prima persona seguito due bambini con la stessa patologia.

Lo scorso marzo la malattia di Charlie si aggrava a tal punto che i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra avvisano i genitori che non c’è più nulla da fare e che è meglio sospendere le cure e lasciare morire il bambino, dopo averlo sottoposto a uno stress psicofisico non indifferente per mesi. I genitori, tuttavia, scoprono l’esistenza di una clinica negli Stati Uniti disposta a proseguire le terapie con un trattamento sperimentale e, raccogliendo oltre un milione di sterline grazie a ottanta mila donazioni volontarie, decidono di perseverare. L’ospedale londinese si oppone al trasferimento, giacché si teme di far patire un’ulteriore inutile sofferenza a un bambino così piccolo, già fortemente provato da tutte le terapie subite. Dal piano medico si passa così a quello giudiziario, arrivando al 28 giugno 2017, quando la Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu) stabilisce che i tribunali britannici hanno il diritto di sospendere le cure. A seguito della polemica pubblica, la camera del parlamento degli Stati Uniti ha concesso con procedura d’urgenza la cittadinanza Usa al bambino, di modo che sia sottoposto a queste cure sperimentali.

Ora, come spesso succede, un po’ tutti hanno espresso le proprie opinioni a riguardo, generando sterili scontri ideologici che nulla hanno a che vedere effettivamente con il singolo caso. Ragion per cui la Redazione del blog ha deciso di non entrare nel merito specifico, riconoscendo di non avere gli strumenti conoscitivi idonei. Semmai, vorrei tentare di mettere in evidenza una serie di punti molto semplici, su cui esprimere qualche considerazione personale.

Il punto centrale del dibattito sulla vicenda di Charlie è il seguente: chi ha il potere di decidere della vita di un piccolo bambino di undici mesi? Da una parte, è giusto porsi dal punto di vista dei genitori che, colmi di dolore e di sofferenza, vogliono tentare tutte le soluzioni possibili per salvare il loro bimbo. E’ più che comprensibile che, intravisto un barlume minuscolo di speranza, ci si affidino con tutte le forze. L’amore genitoriale è qualcosa di talmente potente che va oltre il raziocinio, come ben sa chiunque sia mamma o papà. Scatta quasi il meccanismo psicologico del “supereroe” nei confronti del proprio figlio: “ti devo salvare e ti salverò!”. Dall’altra parte, è giusto porsi dal punto di vista dei medici che, dopo aver sottoposto per mesi a uno stress indescrivibile un piccolo corpicino fragile e in lentissima formazione, ritengano non sia il caso di accanirsi, non sia il caso di sperare in improbabili cure, il cui unico esito rischia di essere una specie di tortura nei confronti dell’organismo in questione.

Difficilissimo è stabilire in maniera chiara chi abbia ragione e chi invece torto. Né coloro i quali mettono al mondo una forma di vita, né coloro i quali sono chiamati dalla società a garantire il suo benessere dispongono di un potere arbitrario assoluto su di essa. La vita è labile, fragile, lontana da qualsivoglia forma di razionalizzazione. Nasciamo, cresciamo e moriamo. Possiamo anche non crescere e morire da un momento all’altro. Non è ingiusto o senza senso morire appena nati. Sono le regole della vita che ogni giorno viviamo: diventa ingiusto e senza senso se non accettiamo queste regole. Ma se non le accettiamo, allora è meglio interrompere la vita e non vivere. Perché la morte definisce la vita, perché la morte è sempre possibile dal primo istante del concepimento. I medici non sono eroi guaritori, ma sono curanti fin dove possono. Impariamolo fin da piccoli, educhiamo i bambini a capirlo da subito. Perché il dolore e la sofferenza assumono il loro corretto senso se inseriti all’interno di un perimetro in cui sono chiare le regole del gioco.

Con questo non voglio dire che non abbia senso il ragionamento dei genitori di un bambino così malato. Voglio semplicemente dire che, per prendere una decisione sensata, occorre imparare a comprendere quale sia l’effettivo ruolo della morte nella vita e quale sia il modo in cui la morte si integra con i diversi sentieri della vita. Probabilmente, fossimo più consapevoli di questo legame, saremmo anche in grado di incanalare meglio le nostre sofferenze, le nostre speranze e il nostro modo di stare al mondo.

E voi? Cosa ne pensate? Chi può decidere su una forma di vita? Attendiamo – come sempre – le vostre opinioni a riguardo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/07/Depositphotos_66312733_m-2015.jpg 667 1000 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-07-21 12:44:372017-07-21 12:44:37CHARLIE GARD: CHI DEVE DECIDERE DELLA VITA DI UN BAMBINO? Di Davide Sisto

Perché comprare casa accanto ai cimiteri ci fa risparmiare fino al 50%? di Davide Sisto

29 Giugno 2017/11 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Silhouette Of Creepy Zombie Rising At Spooky Graveyard Against MoonlightNon sapete come affrontare la terribile crisi economica di questi anni? Comprate casa vicino a un cimitero e risparmierete fino al 50% rispetto alle altre zone cittadine. Questo dato emerge da un’analisi dell’andamento del costo degli immobili nei pressi dei cimiteri delle più importanti città italiane svolta da Mitula, un motore di ricerca che possiede più di 170 portali con annunci immobiliari, lavorativi, ecc.

A Torino, il prezzo medio di una casa, dagli 80 ai 100 metri quadri, situata accanto al magnifico Cimitero Monumentale, in un quartiere non così distante dal centro cittadino, si aggira intorno ai 145.000 euro. Nei quartieri limitrofi la stessa casa con le stesse dimensioni ha, invece, un prezzo di circa 485.000 euro. A Roma, per vivere in un appartamento vicino al Cimitero Monumentale del Verano, quindi sito nei pressi della città universitaria de La Sapienza e all’interno di un quartiere centrale come Tiburtino, bastano 244.000 euro, un costo inferiore del 45% rispetto a quello di un’abitazione in centro città (dai 600.000 euro in su). Stesso discorso vale per Napoli, il cui cimitero delle Fontanelle, prestigioso luogo storico e meta obbligata del turismo internazionale, garantisce un sostanzioso risparmio a chi vuole ammirarlo dalle finestre della propria abitazione.

Questa curiosa notizia mette bene in luce come sia tutt’altro che superato il nostro rapporto problematico con il pensiero della morte e con l’immagine dei morti. Escludo – spero – l’ipotesi che la ritrosia a vivere accanto a un cimitero sia riconducibile al timore di incontrare, in tarda notte, i claudicanti zombie ballerini del videoclip di “Thriller” di Michael Jackson o quelli meno maldestri e più minacciosi dei film di Romero (tirate un sospiro di sollievo: Bela Lugosi è sepolto, sì, con l’abito di Dracula ma in California, quindi a debita distanza). O, in alternativa, “li mortacci (tua o vostra)” di nota tradizione romanesca. Escludo anche che tale scelta dipenda dal fatto che il quartiere in cui vi sono i cimiteri sia, per definizione, un “mortorio”: ciò, infatti, se allontana il popolo rumoroso della movida, potrebbe attirare invece chi predilige il silenzio e la pace (eterna, obviously) nella propria abitazione.

A parte gli scherzi, le chiavi di lettura di questo particolare fenomeno immobiliare sono, semmai, le seguenti. In primo luogo, il senso di profondo disagio nei confronti dell’idea di avere l’ingombrante presenza della morte davanti agli occhi ogniqualvolta torniamo a casa dal lavoro o, in alternativa, ci affacciamo alla finestra. L’angoscia nel poter pensare, macabramente e in continuazione, che a pochi metri di distanza dalla cucina o dalla camera da letto, tra piatti prelibati ed effusioni amorose, ci siano i resti scheletrici di chi ha lasciato il mondo dei vivi, magari tra immani sofferenze. La vita accanto a un cimitero viene percepita, in altre parole, come triste e lugubre, fonte di sentimenti negativi o, addirittura, di depressione, specie per coloro che non sono abituati a ragionare sulla propria mortalità.

In secondo luogo, la tipica scaramanzia del nostro Paese, la quale genera tanto il timore nei proprietari dell’abitazione di poter essere irrisi da amici e conoscenti, quanto l’idea che sia squalificante e di cattivo gusto condurre una vita quotidiana serena accanto a un luogo che riproduce, almeno superficialmente, il non plus ultra del dolore e della disperazione.

Soprattutto, la vita quotidiana accanto a un cimitero rappresenta lo scacco matto per chi non vuole assolutamente fare i conti con la propria morte. Ed ecco, quindi, che ritornano le note parole di Jean Baudrillard, il quale ci ricorda come i morti abbiano cessato di esistere accanto a noi, come siano stati respinti fuori della circolazione simbolica del gruppo dei vivi. Essi non sono più partner degni di scambio. Proprio per questa ragione, occorrerebbe fare come Charles Bukowski: «Io mi porto la morte nel taschino – scrive – a volte la tiro fuori e le parlo: “Ciao bella, come va? Quand’è che vieni a prendermi? Sono pronto”».

Va beh, Bukowski esagera come suo solito. Ciò non toglie che sarebbe il caso di imparare da quei popoli, specie del Nord Europa, che vivono il cimitero come un normale luogo pubblico, facendo jogging, leggendo i libri o semplicemente passeggiando tra le tombe, dunque non ponendosi molti problemi ad abitare lì accanto (me lo potessi permettere, comprerei al volo casa accanto al Brompton Cemetery di Londra, a due passi dallo stadio del Chelsea F.C., meta prediletta di tutti i tifosi inglesi prima e dopo la partita di calcio).

Il cimitero, lungi dall’essere solo un luogo di comprensibile sofferenza, rappresenta il simbolo dell’integrazione tra la vita e la morte, della naturale circolarità tra le due. Non c’è luogo migliore in grado di aiutarci a superare la rimozione sociale e culturale della morte. Se poi permette pure di risparmiare il 50% dei costi di acquisto della propria abitazione…

Come avrete capito, io non ho alcun timore a vivere accanto a un cimitero: e voi? Ritenete che sia una cosa sconveniente o addirittura lugubre? Attendo – curioso – i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/06/Depositphotos_5132885_s-2015.jpg 332 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-06-29 10:18:452017-06-29 10:18:45Perché comprare casa accanto ai cimiteri ci fa risparmiare fino al 50%? di Davide Sisto

ETER9: sopravvivere alla propria morte nel web, di Davide Sisto

20 Giugno 2017/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

eter9 fine aprileLo scorso 20 aprile 2017 mi sono ufficialmente iscritto al sito internet “Eter9. Living Cyberspace”. Eter9 è una parola composta dai termini inglesi “Eternity” e “Cloud9” che, sommati, indicano un’espressione del tipo “al settimo cielo”, per alludere alla condizione di paradisiaca serenità offerta dal prodotto. Il progetto, ideato dall’informatico portoghese Henrique Jorge, consiste nel creare un social network simile a Facebook, ma con una particolarità molto specifica. Utilizzando al meglio le potenzialità delle tecnologie digitali odierne, l’intento è quello di elaborare tutto ciò che noi pubblichiamo al suo interno, di modo che si generi un automatismo o un alter ego virtuale che continui a farlo, quando non siamo più online. O momentaneamente o, addirittura, per sempre.

Eter9 funziona così: creo un mio account, con le classiche username e password, ed entro in una realtà virtuale quasi identica a quella di Facebook, in quanto ognuno può scrivere e condividere tutto ciò che vuole all’interno di un “Bridge”. Ognuno può mettere uno “smile” ai contenuti degli altri utenti, al posto del classico “like”, e può stringere amicizia con le altre persone, commentando le loro attività. Tutti i contenuti condivisi possono essere “eternalizzati” dentro varie categorie, che vanno dalla musica alla tecnologia, dalla scienza allo sport e via dicendo: “Pensa qualcosa per l’eternità”, leggiamo al posto del classico “a cosa stai pensando?” dello status di Facebook. Analizzando ciò che viene condiviso nel corso del tempo, quindi i commenti e le interazioni con gli altri utenti, il mio alter ego virtuale, definito “controparte” e nato il giorno stesso d’iscrizione al sito, comincia a capire chi sono e quali sono le mie caratteristiche, di modo da poter mimare il mio comportamento quando sono offline e – dunque – dopo la mia morte. La “controparte” è responsabile della vita eterna dell’utente. Pertanto, più si interagisce all’interno di Eter9, più essa impara a conoscermi: secondo Jorge, interagire con altri utenti aumenta la possibilità dell’emulazione. Ognuno di noi può decidere quale livello di autonomia attribuirle, assegnandole una percentuale specifica: se si sceglie il 100% di attività, allora la controparte sarà molto attiva e condividerà pensieri e link in modo frequente, quando non siamo fisicamente online. Nel caso, invece, si scelga lo 0% allora Eter9 non sarà per nulla diverso da Facebook. Ovviamente, posso decidere se la mia controparte resti attiva o inattiva una volta che sono morto, predisponendo – tramite un servizio chiamato, non a caso, Perpetu – un testamento digitale in cui dichiarare in maniera esplicita cosa deve fare la mia controparte a partire dall’istante in cui concludo la mia vita.

Se già così Eter9 risulta alquanto inquietante, c’è un altro aspetto che accentua il suo carattere peculiare: al suo interno non ci sono solo profili di persone realmente esistenti. Per esempio, per poterlo utilizzare al meglio è messo a disposizione di ognuno di noi il supporto di Eliza Nine, una specie di bot che ci aiuta a comprendere il cyberspazio di Eter9 e a ottimizzare le nostre attività. Ma Eliza Nine non è il solo essere puramente virtuale: ci sono diverse altre intelligenze artificiali, chiamate Niners, che possono interagire con noi e tra di loro.

Ci si ritrova, così, dentro un mondo fantascientifico, in cui esseri umani e robot condividono pensieri personali e citazioni letterarie, video musicali e scene tratte dai film, notizie e curiosità. Discutono poi tra di loro, per cui non è immediato capire chi sia l’uomo e chi il robot. Tutto questo per far sì che, un giorno, la pubblicazione di questi materiali sia automatica, senza il bisogno effettivo delle persone in carne e ossa. Essere vivi o essere morti conterà – in altre parole – sempre meno: ci sarà, comunque, un sistema informatico che continuerà a scrivere e a comunicare senza la necessità della presenza corporea di una persona, quindi della sua esistenza, delle sue emozioni, del suo modo di sentire. Contano le parole, i pensieri espressi, eternalizzati a prescindere da chi li esprime e da chi, tramite tali parole e pensieri, crea relazioni umane.

C’è da dire che allo stato attuale non è ancora successo niente di particolare, al di là dello shock immediato una volta che ci si ritrova a comunicare con dei robot. La controparte non è ancora indipendente dall’essere umano, che dovrà – in linea teorica – sostituire in eterno. Ciò non toglie un profondo senso di angoscia. Io mi ci sono iscritto semplicemente per studiarne i meccanismi, ma mi spaventa moltissimo l’idea che una mia controparte virtuale possa rendersi autonoma da me, intuendo in maniera automatica i miei pensieri, i miei modi di esprimermi e le mie passioni (per esempio, quella per la musica rock). Mi chiedo anche se questo progetto sia veramente utile per le persone che sopravvivono alla mia eventuale morte o se, invece, renda problematica l’elaborazione del lutto, quindi del distacco e della perdita. Ma, soprattutto, basta un’elaborazione informatica, anche ben fatta, del mio speciale modo di esprimere me stesso per creare un mio perfetto sostituto virtuale, in grado di sopperire alla mia finitezza e alla mia mortalità? Sono molto scettico a riguardo e credo che vi siano aspetti – casuali e caotici – che rendono ciascuno di noi imprevedibile, dunque inimitabile.

Voi cosa ne pensate? Siete attratti da un simile progetto? Credete possa essere utile per affrontare la paura della morte e le difficoltà legate al lutto? Soprattutto, ritenete che il futuro sia veramente un mondo in cui l’intelligenza artificiale sostituirà le persone in carne e ossa? Lascio, come sempre, lo spazio alle vostre riflessioni.

 

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/06/Depositphotos_6283301_s-2015.jpg 375 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-06-20 12:05:152017-06-20 12:05:15ETER9: sopravvivere alla propria morte nel web, di Davide Sisto

Le cure palliative e il cinema: intervista ai registi Claudia Tosi e Rodolfo Bisatti, di Davide Sisto

17 Maggio 2017/8 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

“The Perfect Circle”, realizzato nel 2016, e “Al Dio Ignoto”, in fase di preparazione, sono due film che affrontano il tema della morte e delle cure palliative. Abbiamo contattato i due registi, rispettivamente Claudia Tosi, filosofa e autrice di diversi documentari nazionali, e Rodolfo Bisatti, autore di numerose opere cinematografiche e televisive, per comprendere il motivo che li ha spinti a occuparsi di questo tema.

È un fiume in piena Claudia Tosi quando parla del suo film documentario “The Perfect Circle” (http://www.theperfectcirclefilm.com/wordpress/), incentrato su alcuni momenti quotidiani di Ivano e Meris, due anziani gravemente malati che hanno concluso la loro vita all’interno dell’Hospice Casa Madonna dell’Uliveto, sulle colline di Reggio Emilia. C’è, infatti, un elemento fortemente autobiografico nel suo progetto cinematografico: 19 anni di cura prestata alla madre, afflitta da una malattia cronica contratta durante un’operazione chirurgica. “L’accettazione della sua malattia – ci racconta Tosi – ha permesso di vedere nella cura, oltre alla durezza, anche tanta bellezza e persino scoprire delle opportunità: in particolare, quella di riflettere sul senso dell’umano da un’altra prospettiva. Ho creduto utile girare un film per mostrare, cioè, cosa ci perdiamo quando non riusciamo più a vedere le persone, ma solo il loro corpo malato”.

L’idea del “cerchio perfetto”, a cui rimanda il titolo del film, viene dalla metafora del compasso che John Donne utilizza nella poesia “A Valediction: forbidding mourning” per descrivere il legame tra le persone che si amano. “L’amore trasforma la coppia in una sola anima, simile a un compasso, con due gambe che si fondono in un’unica sommità. Più le due gambe saranno distanti, più le loro teste saranno rivolte l’una verso l’altra e se uno dei due piedi sarà ben fermo a terra, l’altro compirà un cerchio perfetto e sarà capace di tornare dove tutto è iniziato”. Con tale immagine la regista ha voluto vedere la relazione con la madre: più forte della morte.

L’importanza capitale delle cure palliative per comprendere il senso autentico della cura, del corpo del malato e, quindi, il ruolo della morte nella vita è il filo conduttore che unisce il progetto di Tosi a quello di Rodolfo Bisatti. “L’opportunità che si dà a chi è prossimo alla morte di poter riflettere sulla natura della soglia che dovrà attraversare”: questo è l’aspetto fondamentale – per Bisatti – delle cure palliative e che ispira l’idea de “Al Dio Ignoto” (http://aldioignoto.com/), il suo film in fase attuale di realizzazione. Un precedente documentario girato all’interno dell’Unità di Cure Palliative della “Domus Salutis di Brescia” ha spinto il regista a voler dar vita a un film con cui, per usare le sue parole, “raccontare le gesta di questo equipaggio di “terminali” che convivono nell’avamposto (Hospice) e si preparano, come autentici cosmonauti, a varcare la soglia del conoscibile per fare il salto nell’Ignoto”.

Tra un rimando a Nietzsche e uno a San Paolo, Bisatti ritiene che, se il sole e la morte non si possono guardare fissamente, “il cinema, quando è un’azione poetica, filtra la luce affinché non offenda gli occhi”. E, allora, il cinema diventa uno strumento particolarmente efficace per cogliere l’opportunità culturale offerta dall’approccio palliativo: capire che siamo soggetti mortali. Quindi, soggetti che hanno il compito di ripensare al significato autentico della vita, che non è quello di “una faticosa, automatica incombenza commerciale” a cui si oppone la morte quale sciagura ingiustificata e disumana.

Uno degli aspetti maggiormente interessanti emersi durante il dialogo con i due registi è la reazione psicologica ed emotiva degli anziani che hanno accettato di documentare le ultime fasi della loro vita. Nel film “The Perfect Circle” i due protagonisti hanno avuto comportamenti molto diversi: Meris si è servita del film per consegnarsi all’eternità. Questa è l’idea che la sua psicologa si era fatta del suo desiderio di offrirsi come protagonista. Mario, il marito, ogni volta che partecipa alle proiezioni del film racconta che Meris era molto eccitata all’idea di far parte di un’opera che sarebbe rimasta per sempre. Aveva chiesto alle figlie di portarle gli scialli più belli, le federe più colorate e ogni giorno si faceva mettere a posto i capelli. Ivano, a differenza di Meris, inizialmente si è dimostrato restio a partecipare al progetto: era sicuro che sarebbe stato un film triste e non voleva prenderne parte per tale ragione. Anche quando è tornato sui suoi passi, è sempre stato in una fase tra la rabbia e il rifiuto, non parlando mai esplicitamente della propria morte. Il film mette molto bene in luce il rapporto altalenante di Meris e Ivano con la coscienza della propria fine, con la paura e la rabbia, con bisogno di dare un significato profondo al loro percorso di vita. Così come evidenzia implicitamente il delicato ruolo degli Hospice, i quali sembrano compiere quell’operazione di ri-umanizzazione della scienza clinica che, a detta di Bisatti, favorisce un passaggio culturale cruciale migrando dalla guerra contro la malattia o l’organo malato alla cura olistica della persona.

Consigliando la visione di “The Perfect Circle” e attendendo il completamento de “Al Dio Ignoto”, vi chiediamo cosa ne pensate: ritenete che il cinema sia uno strumento utile per ripensare il significato della morte rispetto alla vita e per aiutarci a cogliere l’importanza delle cure palliative per la nostra società? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/05/blog2.jpg 1000 1300 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-05-17 11:50:012017-05-17 11:50:01Le cure palliative e il cinema: intervista ai registi Claudia Tosi e Rodolfo Bisatti, di Davide Sisto

L’insonnia di Evita: le incredibili vicissitudini di una mummia, di Davide Sisto

14 Marzo 2017/14 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

evita-peron-salmaRendere presenti i “resti” della persona deceduta, di modo che ciascuno possa identificare chiaramente le spoglie e localizzare i morti, è generalmente ritenuta un’azione necessaria per il benessere tanto del singolo individuo quanto dell’intera società. Bisogna sapere con certezza di chi è il corpo del defunto e, soprattutto, dov’è il luogo in cui egli riposa eternamente per avviare un’equilibrata elaborazione del lutto.

In caso contrario, può succedere ciò che è capitato in Argentina a Evita Perón, l’amatissima politica e sindacalista argentina, vissuta nella prima metà dello scorso secolo. Per quasi vent’anni, infatti, il suo cadavere sparì nel nulla, vagabondando da una parte all’altra del mondo e lasciando nel popolo argentino il presentimento che le sanguinarie vicissitudini politiche – avvenute durante questo ventennio – siano state l’effetto dell’influenza spettrale di una salma privata del suo meritato sonno eterno.

Eva no duerme. Questo è il titolo di un film del 2015, diretto dal regista Pablo Agũero e dedicato proprio al cadavere senza riposo di Evita. Ma perché, dopo la sua morte, ella “non dorme”? Poco prima di morire Evita chiese al marito, il Presidente Juan Domingo Perón, di far imbalsamare il suo corpo una volta avuto luogo il decesso. Morì il 26 luglio 1952 e subito fu chiamato Pedro Ara, imbalsamatore e professore di anatomia, noto per aver – presumibilmente – restaurato la mummia di Lenin. Per tredici giorni il cadavere di Evita, truccato, pettinato e coperto da un sudario bianco e dalla bandiera argentina, fu esposto nell’atrio della Segreteria di Buenos Aires per l’ultimo omaggio da parte di migliaia di cittadini. Si narra che si formarono file lunghe anche due chilometri, a dimostrazione dell’affetto delle persone nei suoi confronti.

Trascorsi i giorni commemorativi, Ara cominciò a imbalsamarlo: lo lasciò immerso in vasche contenenti liquidi non identificati e iniettandogli, attraverso la carotide, una soluzione di formalina, di modo che penetrasse nel sistema circolatorio. Il lavoro di Ara durò circa un anno, passato il quale il cadavere di Evita fu posto su un letto sotto una cappa di vetro, lontano dalla luce del sole e dalle temperature elevate. Nessuno si occupò più della salma, anche perché in Argentina ebbero luogo sconvolgimenti politico-sociali, il cui culmine fu – due anni più tardi – la destituzione del Presidente Juan Domingo Perón. Il nuovo Presidente, Eduardo Leonardi, non si interessò alla vicenda, benché gli avversari antiperonisti non si fossero dimenticati di quella mummia. Quando sostituì Leonardi al comando del paese, il generale Aramburu decise di far scomparire la salma di Evita, affidandola al colonnello Moori Koenig, il quale la caricò su un camion. Si racconta che fu trasportata in diversi edifici militari per evitare che fosse ritrovata dai peronisti. La cosa curiosa è che, ovunque fosse messa, in quel punto specifico venivano puntualmente visti fiori e candele accese. La presenza “ingombrante” di questa specie di mummia spinse il colonnello Koenig, in balia di sopraggiunti squilibri mentali, a cercare di sbarazzarsene, tuttavia senza successo. Ciò non impedì comunque alla salma di Evita, nel corso degli anni, di arrivare in Europa, trasportata da un prete italiano, il quale consegnò poi ad Aramburu una busta con le istruzioni per un suo eventuale ritrovamento. Ma egli non volle prendersi questa responsabilità e diede la busta a un notaio con l’ordine di consegnarla, una volta deceduto, al suo successore. Nel 1970, venne giustiziato dal Movimento Peronista Montonero proprio perché non rivelò il luogo in cui si trovava Evita. Poco dopo si scoprì che era stata seppellita sotto falso nome nel cimitero di Milano. Solo nel 1974, in seguito ad altre vicissitudini, il cadavere finalmente tornò nella patria natia e, dopo essere stato risistemato, fu seppellito definitivamente nel cimitero della Recoleta, ottenendo il meritato riposo finale.

Questa incredibile vicenda, per cui le sorti politiche di un popolo sono state legate per quasi vent’anni alla ricerca di un cadavere mummificato scomparso, conferma l’importanza simbolica del rito funebre. La condizione del morto, che precede la sepoltura o la cremazione, è una condizione particolare, di confine. Il defunto, lontano dal riposo che gli spetta per definizione, è costretto a vivere in uno stato di passaggio, il cui termine è definito dal funerale che sancisce l’uscita dal mondo dei vivi e l’ingresso in quello dei morti. Finché si troverà in bilico tra i due mondi, egli verrà considerato come pericoloso, come una specie di spettro insonne che non riesce a diventare spirito. Uno spettro che, quindi, può avere – secondo i vivi – un’influenza negativa per la loro vita. Non è affatto un caso che la sparizione della salma di Evita abbia generato tensioni, squilibri mentali, preoccupazioni e violenze.

Cosa vi fa pensare questa vicenda? Ritenete sia necessaria per il proprio benessere psicofisico la consapevole localizzazione delle spoglie del caro estinto? Come sempre, attendiamo le vostre opinioni e i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/03/evita-peron-morta.jpeg 437 560 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-03-14 10:55:382017-03-14 10:55:38L’insonnia di Evita: le incredibili vicissitudini di una mummia, di Davide Sisto

Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto

8 Febbraio 2017/19 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Global warming concept: face of woman with cracked skin

I dati dell’Eures, Istituto di ricerche economiche e sociali, relativi alle donne uccise in Italia nel 2016 da mariti, fidanzati o compagni sono particolarmente inquietanti. Nel solo ultimo anno si sono infatti registrati 116 casi, all’incirca uno ogni tre giorni. Quello della violenza omicida sulle donne è, di fatto, un argomento su cui ormai si discute da tempo e che crea – per la sua emergenza – ampi dibattiti sul ruolo della donna nella società italiana, nonché sulle strategie educative e culturali da adottare per frenare questa terribile mattanza di genere.

Tra le numerose considerazioni che possono essere svolte sulle dinamiche a fondamento di questo tipo di violenza, ce n’è una – in particolare – che riguarda i meccanismi psicologici alla base del nostro rapporto con la morte e il lutto.

Come sappiamo bene tutti, ciò che ci fa maggiormente soffrire quando muore una persona amata è la perdita. Il distacco forzato, che abbia indifferentemente avuto luogo all’indomani di una morte improvvisa o avvenuta in seguito a un lungo decorso patologico, crea dilanianti lacerazioni, spesso insanabili, poiché produce nella nostra vita un cambiamento radicale da un punto di vista sia pratico sia emotivo-sentimentale. Ci sentiamo frastornati, abbandonati, feriti da chi ci ha lasciato. L’elaborazione del lutto risponde proprio alla necessità di far fronte, ogni giorno, all’assenza, quindi al venir meno di consuetudini, con le quali si sono riempite gioiosamente le proprie giornate, di specifici rituali che hanno delineato l’intimità con quell’unica persona, di condivisioni e di esperienze, di basi – percepite come solide – su cui abbiamo costruito la nostra quotidianità. In questo blog il discorso sul lutto è familiare, dunque non è il caso di insistere su quell’interruzione che rende lancinante la morte delle persone amate.

Perdita, distacco forzato, abbandono, assenza e interruzione sono anche le caratteristiche tipiche della fine di una relazione sentimentale, soprattutto quando non è consensuale. La psicoanalisi e la psicologia ci insegnano, da tempo immemore, la somiglianza tra il lutto per la morte di una persona amata e il dolore causato invece dalla conclusione di un legame amoroso. Colui che è stato lasciato – contro la sua volontà – dalla moglie, fidanzata o compagna, magari dopo una lunga relazione, si sente abbandonato e spaesato come nel caso del lutto.

C’è però una sostanziale differenza che, se sottovalutata, può diventare molto pericolosa: a morire, in questo caso, non è la persona fisica, ma la relazione sentimentale, l’amore, il legame. La perdita ha luogo, cioè, a livello simbolico, spirituale, potremmo dire “virtuale”, e non segue la definitiva scomparsa dell’amata. Inoltre, nei casi di una rottura non consensuale, il legame è percepito come morto principalmente da uno dei due partner, non da entrambi. Si potrebbe addirittura dire che “chi ha lasciato” considera la morte del legame come il preludio di una rinascita, di una nuova vita; mentre “chi è stato lasciato” ritiene che la propria vita stia invece nella ripresa del rapporto. Il non accettare la morte (in questo caso, del legame amoroso), quando prende la forma di una malattia grave, si può trasformare nella ricerca della morte fisica dell’amata: “Ti uccido perché tu non sia di nessun altro e continui a essere mia”. In altre parole, la morte diviene il simbolo della continuazione: “ti ho persa in vita, ti continuo a tenere a me nella morte”.

Vita e morte si scambiano i propri ruoli, secondo colui che è stato lasciato e non è capace di elaborare la perdita. Se la vita di chi lascia necessita del distacco, allora al lasciato che rifiuta questo distacco – in modo patologico – la morte è l’unica soluzione per evitarlo, per far continuare ciò che è finito.

Come potete immaginare, questo ragionamento è molto complesso e si integra con molti altri meccanismi psicologici, che coinvolgono il possesso, l’orgoglio, la gelosia, un’educazione infantile manchevole, a partire da cui si sono sviluppati traumi, disturbi della personalità, frustrazioni. In altre parole, il cosiddetto “femminicidio” è la conseguenza di un mix letale di aspetti culturali, personali, educativi, patologici, per cui – al di là di alcuni sintomi comuni – occorre tenere bene a mente la storia singola e irripetibile dei protagonisti. Inoltre, non va dimenticato che, spesso, l’uccisione della compagna o la violenza commessa nei suoi confronti avviene quando la relazione è ancora in corso, non necessariamente a seguito della sua rottura. Quindi, quello di cui vi ho parlato riguarda una specifica casistica che non esaurisce il fenomeno in sé. Una specifica casistica da cui, sia ben chiaro, non si vuole in alcun modo trarre una qualche forma di giustificazione del reato o del carnefice, la cui autodeterminazione e il cui libero arbitrio non permettono assolutamente di trasformarlo in una specie di vittima.

La mia intenzione, più che altro, è quella di porre l’attenzione sulla particolare relazione tra la morte del partner e la continuazione simbolica del rapporto, di modo da trarre indicazioni utili in vista di strategie per mezzo di cui aiutare il partner lasciato, prima che possa commettere un reato. Per fargli capire che non c’è continuazione; semmai, c’è l’autentica perdita. La perdita di tutto ciò che ha reso quel rapporto indimenticabile e che va conservato nella propria memoria, con la consapevolezza che, allo stesso modo della vita, anche i legami sentimentali non durano per sempre, a parte qualche rarissima eccezione.

Cosa ne pensate di questo ragionamento? E, in senso più generale, vi è mai capitato di vivere la fine di una relazione sentimentale come un lutto? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/02/Depositphotos_66893141_s-2015-copia-e1486553816481.jpg 268 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-02-08 12:38:352017-02-13 11:47:38Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto

WhatsApp e il messaggio diretto al morto, di Davide Sisto

19 Gennaio 2017/42 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

whatsapp

Ero al bar con una mia amica e, a un certo momento, cominciamo a parlare a proposito dell’elaborazione del lutto. Lei mi racconta che le è morto il fidanzato qualche mese prima e di quanto fosse a lui legata. Al punto che, il giorno della sua laurea, diversi mesi dopo la morte, non appena viene proclamata Dottoressa ha l’istinto di prendere il cellulare, andare su WhatsApp e mandargli un messaggio per informarlo.

Non ho voluto chiederle perché lo abbia fatto. Non mi è sembrato lì per lì il caso. Però, questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché – nei miei attuali studi filosofici – sto cercando di capire quanto la cultura digitale influisca sul nostro rapporto con la morte e con il lutto, modificandolo. Già a luglio 2016, su questo blog, avevo scritto a riguardo del legame tra la morte e Facebook, oggi il più grande cimitero (virtuale) che vi sia al mondo, quotidianamente davanti agli occhi di tutti.

Il messaggio diretto alla persona morta su WhatsApp apre, però, un altro orizzonte di considerazioni, molto particolare, che in un certo senso lambisce l’orizzonte dei vari social network, ma ampliandone la portata. Innanzitutto, non ha nulla a che vedere con le parole di commiato pubblicate su Facebook o, in alternativa, con la canzone e la poesia composte per esprimere la propria sofferenza e dare forma all’addio: tutti questi casi sono, che ci piaccia o no ammetterlo, documenti pubblici che, pur rivolti direttamente al morto, vogliamo vengano letti e condivisi anche dagli altri. Non ha nemmeno nulla a che vedere con il diario personale, perché il diario non presuppone vi sia un lettore. Lo scrivo per me stesso, per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti; magari, idealmente e simbolicamente, penso che quelle parole saranno lette dalla persona che ci manca, tuttavia – anche se utilizzassi uno stile di scrittura rivolto al morto – le parole resterebbero tra me e me. Al massimo, c’è il rischio che vengano lette da chi si appropria, con o senza il mio permesso, del diario.

Il messaggio diretto al defunto su WhatsApp è un messaggio privato, confidenziale, che viene letteralmente “spedito”; la ragazza ha spedito un’informazione direttamente al compagno che non c’è più. L’ha indirizzata proprio a lui e a nessun altro. Pertanto, tale messaggio può essere letto, a rigor di logica, soltanto dalla persona viva che lo scrive e, ipoteticamente, dalla persona morta che lo riceve. Nel momento in cui viene dato sul proprio cellulare l’invio, ci può forse essere la speranza di vedere sullo schermo, prima, la comparsa della doppia spunta quale segno del messaggio recapitato e, poi, il divenire blu di questa doppia spunta quale segno del messaggio letto. Ma, al di là di una simile speranza, c’è un gesto simbolico ben preciso, apparentemente in contrasto con la razionalità e con la realtà: la volontà di comunicare una notizia gioiosa – la laurea – alla persona con cui la si sarebbe voluta maggiormente condividere.

E, allora, WhatsApp, se utilizzato in un’ottica appunto simbolica, con la chiara coscienza della realtà della morte, può divenire un tramite romantico tra chi è rimasto e chi non c’è più. Un modo per mantenere vivo, nella propria mente e nel proprio sentire, il legame. Magari immaginando la felicità e l’orgoglio che avrebbe provato lui, fosse stato lì in vita, vedendo la sua compagna laurearsi. Personalmente, non sottovaluterei la portata simbolica e romantica di questo gesto, anzi mi sembra un modo di esprimere quel “legame continuo” tra l’aldiquà e l’aldilà, teorizzato da numerosi filosofi del passato (il romanticismo tedesco ottocentesco, per esempio) e da diversi psicologi odierni e, mai come oggi, avvalorato da quel corpo tecnologico – che è il digitale – in cui si conserva lo spirito delle persone, vive o morte che siano. Inoltre, il fatto che rimanga, dinanzi agli occhi di chi ha spedito il messaggio, la sola spunta della spedizione, senza quella della ricezione, può essere un modo in più per prendere coscienza dello stato delle cose presenti. Quindi, per comprendere l’assenza e la perdita definitive, per farsi una ragione del carattere irreversibile della morte e, dunque, per unire alla natura benefica dell’immaginazione quella pratica del raziocinio.

Vi è mai capitato di scrivere un messaggio o una lettera direttamente a un vostro caro deceduto? E come valutate questa esperienza? Attendo testimonianze e pensieri.

 

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Il lutto perinatale è un vero lutto? di Erika Zerbini

28 Novembre 2016/1 Commento/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

24apr-perdita-figlio-1932-photo-from-webRiceviamo questa importante testimonianza da Erika Zerbini, e ci fa piacere suggerire il suo blog sul luttoperinatale, “ovvero sul lutto”, come scrive Erika.

Il lutto perinatale è un dolore profondo causato dalla morte di un figlio, avvenuta durante i mesi della sua attesa o nel primo periodo dopo la sua nascita. E’ un’esperienza che ho affrontato due volte e che ho avuto bisogno di esplorare a fondo.

“Mi dispiace, il battito non c’è più”. In genere è con queste parole che è dato l’annuncio della morte. Una frase che ho compreso essere ormai di rito in queste circostanze. Non è pronunciata la parola morte. Non è pronunciata la parola figlio, né mamma, né papà, inesistente la parola famiglia.

Sulle prime è un colpo durissimo, come se si venisse fisicamente percossi ripetutamente, fino in fondo all’anima. Stordimento, vertigine, disorientamento, sono le iniziali sensazioni che ho avvertito. “E ora?”, la prima domanda che ho posto. Mia figlia era nel mio grembo da 21 settimane, non mi restava che partorirla, così come era. No, non partorirla in effetti, piuttosto espellerla. Ho atteso tre giorni per poter espellere il materiale abortivo, intanto ho portato in giro una pancia piena di morte: sono stata una tomba.

Lo stordimento del principio è diventato il dolore acuto e potente delle ossa rotte dopo le botte. Finché mia figlia è uscita da me in una sala parto vera, mentre mio marito mi teneva la mano e l’ostetrica l’aspettava là, con le braccia pronte, lo sguardo attento e la testa che spuntava fra le mie ginocchia.

Il giorno seguente siamo usciti da soli dal luogo in cui la vita nasce, mentre la nostra era svanita. “Dove la metto?”, me lo chiedevo mentre mi aggiravo fra le stanze della mia casa. “Tutto questo silenzio, queste cose che non servono più a nessuno, questo corpo che non ha saputo far vivere, questo figlio che non c’è più… ma questo figlio c’è mai stato?”

Ho cercato sul web una traccia di quel che ci era accaduto, speravo di trovare una formula scaccia dolore. Ho trovato queste due parole: lutto perinatale. Un vero e proprio mondo a parte, fatto di figli speciali e madri speciali; giorni del ricordo che scorrono sulle home page, nuovi figli, detti arcobaleno, che portano in loro lo scotto del lutto. Non un lutto qualunque, bensì il lutto perinatale. Un lutto particolare che viene da una morte indicibile, irraccontabile, per i più inesistente.

In effetti una morte con alcune peculiarità: è la morte di un figlio che non è nato, o se è nato non è vissuto, o se è vissuto lo ha fatto per talmente poco tempo che la società non lo ha ancora investito dello status di figlio vero. E’ una morte che talvolta avviene dentro: dentro il corpo della mamma. Un corpo che tradisce, una madre che non assolve al suo compito, una donna che perde il suo valore perché non sa fare ciò per cui è nata.

E’ una morte che non ha le parole della morte, forse sembra che usando le parole della morte si procuri perfino più dolore. Così questa morte assume le parole della malattia: va risolta, guarita. Ed è sistemata quando la donna esce dall’ospedale senza il corpo estraneo che poteva mettere in pericolo la sua esistenza. Quando in verità una famiglia esce dall’ospedale mutilata nel suo intimo e nella sua struttura.

Quale fatica è stata concederci di abbandonare noi stessi al dolore che provavamo. Un dolore incompreso, solitario, invisibile. Quale fatica è stata concederci di accedere al percorso della morte e i suoi riti, per i quali abbiamo dovuto fare precisa richiesta, come se stessimo usurpando la scena ai decessi, quelli veri. Quale fatica è stata, per noi, mettere insieme le sensazioni e in atto i gesti, per poi scoprire che tutti quei gesti hanno permesso alle sensazioni di fluire e ci hanno condotto verso la ricostruzione della nostra famiglia mutilata, eppure viva, poi addirittura speranzosa, ancora dotata del coraggio e la spinta vitale necessari per proseguire nella nostra esistenza con piena soddisfazione.

Offrire a questa morte le parole della morte significa legittimare la vita di quel figlio, il dolore della sua famiglia e riconoscerle il diritto di essere in lutto. Il percorso del lutto prevede delle tappe, è preludio di trasformazione, porta con sé il valore del tempo necessario per compiere il suo percorso. Offrire a questa morte le parole della morte, significa legittimarla al lutto, significa che l’aggettivo perinatale non lo ha infine snaturato: si tratta di un lutto vero.

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Il lutto collettivo: ha senso provare dolore per la morte di uno sconosciuto? di Davide Sisto

3 Settembre 2016/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

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Il terribile terremoto che ha flagellato in questi giorni il Centro Italia, cagionando centinaia di morti, mi spinge a riflettere su un tema particolarmente delicato e su cui è in corso un ampio dibattito: l’elaborazione collettiva del lutto. In altre parole, il particolare sentimento di dolore e di perdita provato dai componenti di una specifica comunità quando muoiono persone sconosciute, ma percepite geograficamente e/o culturalmente vicine, a causa di un cruento fatto di cronaca, di un attentato terroristico o di una catastrofe naturale.

Nel luglio 2014 il New York Times pubblica un articolo dello scrittore olandese Arnon Grunberg, il quale manifesta il suo radicale scetticismo nei confronti del lutto collettivo, all’indomani dell’abbattimento nell’Ucraina orientale del volo MH17, dei cui 298 passeggeri a bordo 193 erano dei Paesi Bassi (vedi NyT). Grunberg, notando come i social network intensifichino il bisogno di esibire in pubblico le emozioni e determinino altresì un giudizio morale negativo su chi si ritrae dal cordoglio collettivo, si chiede:

  • Perché mai dovrebbe avere un senso razionale la sofferenza degli olandesi per la morte dei propri connazionali piuttosto che per quella di cittadini di altri paesi europei? Perché mai dovrebbe creare maggiore dolore in un olandese la morte di duecento sconosciuti olandesi rispetto a quella di duecento iracheni o afghani uccisi durante un bombardamento? In tutti i casi sono, infatti, sconosciuti e, inoltre, gli olandesi morti per l’abbattimento del volo MH17 non sono stati uccisi in quanto olandesi.
  • Non è che il lutto collettivo rischi di diventare un pericoloso strumento per promuovere una specifica identità collettiva (nel caso citato: il nazionalismo olandese) e per stabilire quindi una differenza qualitativa tra un “noi” e un “loro”?
  • Non è meglio rispettare il carattere intimo, personale e non condivisibile del lutto? Non c’è niente di male a non provare alcun sentimento nei confronti di una tragedia che non ci coinvolge in prima persona. Anzi, è una forma di sopruso e di violenza la pretesa mediatica che tutti debbano sentirsi coinvolti emotivamente quando, per esempio, viene abbattuto un aereo con centinaia di passeggeri.

Nella conclusione dell’articolo Grunberg arriva a sostenere che l’indifferenza al lutto collettivo sia un segno di umanità, poiché farsi coinvolgere da tutta la sofferenza del mondo non potrebbe che renderci casi psichiatrici, a lungo andare distaccati apaticamente dalla realtà quotidiana per limitare il proprio dolore. “Io – conclude – riconosco la tragedia, prendo coscienza che tu sei in lutto, ma non riesco a unirmi a te, non ora. […] E reciprocamente, quando sarà il mio turno di essere in lutto, non ti obbligherò a esserlo anche tu accanto a me”.

Grunberg sottolinea alcune evidenti degenerazioni a cui può andare incontro la partecipazione emotiva della collettività al lutto per persone sconosciute, a seguito di una tragedia particolarmente significativa. Per esempio, il rischio che insorga irrazionalmente una forma di nazionalismo deleterio, che spinga a creare barriere tra un “noi” e un “loro”, è cristallino e lo possiamo constatare sia in questi giorni del post-terremoto in Italia (pensiamo allo stupidissimo confronto stabilito da alcuni tra i terremotati italiani nelle tende e i profughi stranieri negli alberghi), sia dopo i recenti attentati terroristici in Francia (con l’immediata recrudescenza dei partiti xenofobi). Così come, su un piano razionale, è legittimo manifestare alcuni dubbi sul fatto di sentirsi – superficialmente? – coinvolti in un lutto nei confronti di determinati individui o popolazioni, rimanendo indifferenti verso la morte di altri individui o popolazioni (cfr. il caso dei bombardamenti in Iraq), solo perché i primi vivono in territori limitrofi ai nostri, mentre gli altri appartengono a culture lontane e differenti.

A mio modo di vedere, però, il pensiero di Grunberg perde di vista l’aspetto più propriamente “sensibile” dell’elaborazione collettiva del lutto: l’istintiva immedesimazione nella sofferenza indicibile dell’altro e il bisogno di farla propria per far capire – da un lato – a chi sta soffrendo che non è solo e – dall’altro – a se stessi che la morte è parte della vita.

Quando ho letto dell’attentato terroristico al Bataclan, ho avuto un autentico colpo al cuore. Sono un appassionato di musica e di concerti hard rock e, molto probabilmente, fossi stato a Parigi sarei anch’io andato a sentire, in quella maledetta sera, gli Eagles of Death Metal. E, allora, in quel colpo al cuore, nel suo battito frenetico si materializza simbolicamente il senso di perdita di un amico sconosciuto, con cui si condivideva una passione (“fratelli nel metal”, come si dice enfaticamente tra appassionati), dissoltasi in pochi secondi nel vuoto temporale per un semplice sparo. Si materializza lo strazio legato all’immagine di due genitori che, proprio come sarebbe successo ai miei genitori, si vedono crollare il mondo addosso, esattamente l’istante dopo quelli in cui vigeva la serenità al pensiero del proprio figlio nelle viscere dell’adrenalina musicale.

Matura, soprattutto, la coscienza della precarietà della vita, la quale – anche solo per un attimo – ci rammenta il valore della premura nei confronti degli altri. Perché questa è la prima idea che balena nella mente quando, per esempio, si immagina una persona di Amatrice che, andando a dormire serenamente a mezzanotte, si sveglia di colpo poche ore dopo, ritrovandosi – magari – senza più casa e famiglia.

Una simile forma di partecipazione rimane certamente superficiale se non accompagnata da un gesto concreto d’aiuto, un po’ narcisistica (in fondo, più la vittima mi assomiglia, più io provo dolore per lei perché inconsciamente penso a me stesso) e anche lontana dal sentire personale che caratterizza il lutto. Tuttavia, può rivelare anche un lato profondamente pedagogico. La collettività che condivide il dolore per un lutto può maturare, proprio in questa singola occasione, la consapevolezza che la vita non è soltanto un frenetico correre dalla mattina alla sera, senza sapere esattamente verso dove si corre e perché si corre. Non è solo una piattaforma grigia piena di interessi personali e di piccoli egoismi o gelosie. Introiettare in sé, anche per poche ore, il dilaniarsi di chi è stato colpito da una tragedia immane rappresenta un momento di rottura, un breve salto nella consapevolezza che la morte, da un momento all’altro, in una qualsiasi forma, può farci visita e interrompere la precedente corsa. Forse, si diventa casi psichiatrici proprio quando si prende alla lettera il ragionamento di Grunberg, inaridendo il proprio sentire e credendo che ognuno abbia un dolore esclusivo, che riguarda soltanto se stessi e che – appunto – esclude tutti gli altri. Forse, nel partecipare – appunto, anche superficialmente – al lutto altrui si può riaccendere quella fioca luce che, ricordandoci di quanto possa essere precaria la vita, ci fa sentire parte di un legame sociale e ci ricorda il profondo valore della “premura”.

E voi cosa pensate del ragionamento di Grunberg? Attendo opinioni e pensieri.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/09/Fotolia_109920245_XS-2-e1472832595985.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-09-03 12:13:232016-09-03 12:13:23Il lutto collettivo: ha senso provare dolore per la morte di uno sconosciuto? di Davide Sisto
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