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Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari

24 Novembre 2025/16 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Riceviamo e con piacere pubblichiamo un articolo di Nicola Ferrari sul rapporto tra decluttering e lutto.

C’è qualcosa di sorprendentemente affine tra l’atto di svuotare un armadio e ricordare chi abbiamo perso. È una sensazione che mi ha investito subito, appena ho conosciuto per caso Marie Kondo, incappando in suoi video in rete: questa piccola donna giapponese, diventata celebre in tutto il mondo grazie ai suoi libri e alla serie su Netflix, è in questi anni la più famosa esperta di decluttering domestico, la pratica di liberarsi di ciò che si considera vecchio, inutile o comunque non più necessario per creare poi un nuovo ordine. Ma il suo approccio, denominato metodo KonMari, va ben oltre l’ordine materiale di un cassetto o una stanza: si tratta di raccogliere tutto e averlo ben sotto gli occhi, scegliere ciò che resta e ciò che si elimina, ringraziare e lasciare andare.
Dietro l’apparente leggerezza si nasconde una grammatica del congedo: mettere via ciò che non dà più gioia e accogliere il nuovo si trasformano in esercizi di consapevolezza che ricordano da vicino il lavoro del lutto. Ogni vestito che si mette sul letto diventa un frammento biografico potentissimo, ogni decisione su cosa farne una microseparazione. Il riordino delle varie stanze si converte in un rito laico: imparare a riconoscere ciò che può restare e ciò che deve essere lasciato, non per negare la perdita ma per renderla affrontabile. Forse, in fondo, il metodo non insegna solo a fare spazio fisico a casa ma, trasportato metaforicamente, riconosce il posto che l’assenza occupa nelle nostre vite per decidere come vivere il lascito.
C’è un momento, per me il più elevato di ogni puntata della serie, durante il quale Marie Kondo entra nelle case di famiglie sommerse dal caos, si siede sul pavimento e in silenzio, in pochi secondi, avvia il semplice rito di ringraziare la casa per tutto quello che ha offerto e per il conseguente rinnovo. È una situazione semplice, breve ma ogni volta densissima e davvero emozionante perché prefigura ciò che accadrà poi intimamente.
Dopo questo veloce cerimoniale, inizia la seconda fase del suo metodo: con una sequenza preordinata i vestiti vengono accumulati, i libri ripresi uno ad uno, la cucina svuotata e così via, intervenendo su tutte le stanze e tipologie di oggetti. Questi gesti, che durano per i proprietari vari giorni, aiutano a ritrovare una forma di equilibrio. Il suo sistema, pensando alle nostre perdite, non ‘pulisce’ il dolore ma aiuta a rimettere insieme ciò che è disperso. Riorganizza la presenza dell’altro dentro noi stessi per dare un nuovo posto a ciò che continua ma deve assumere una forma diversa. Non si tratta quindi di minimalismo perché si va oltre la valorizzazione della semplicità e l’eliminazione del superfluo e neppure di swedish death cleaning, l’altro approccio che si fonda sempre sul togliere ma con lo scopo finale di evitare questo lavoro di scelta ai cari che resteranno dopo di noi. È invece un procedimento che mira a trasformare la materia in significato, rendendo il percorso del lutto un processo di selezione, una possibilità per trovare una leggerezza che ci permetta di continuare a vivere accanto alla memoria senza esserne schiacciati. In questa logica, il lutto implica un grande riordino: prima di oggetti, poi di immagini interiori e infine di significati; lei ci dice inconsapevolmente quanto il prendersi cura di ciò che resta sia il più efficace gesto di amore per chi abbiamo perso ma anche per noi stessi.
Ogni volta che la guardo o la cerco in rete, mi appare sempre più strepitoso l’enorme successo che ha avuto, considerando tra l’altro che il mondo del decluttering è veramente colmo di esperti, influencer, appassionati in ogni continente; alla fine poi questo minuto essere umano non propone niente di assolutamente nuovo in questo vasto panorama, ma la risonanza che sta avendo da anni la rende del tutto unica. È stata ospite ovunque, ha creato (ovviamente) un’azienda che offre percorsi di formazione per diventare suoi consulenti certificati e tanto altro; molto dipende dal suo mantra: tieni solo ciò che ti dà gioia, il resto ringrazialo e liberatene. Un pensiero semplice e riconoscibilissimo e forse è proprio questo, oltre alla possibilità di vederlo incarnato con coerenza nella sua persona, a renderlo così identificabile e prossimo a tanti. Si tratta di conversare con l’assenza tramite i vestiti, i libri, gli utensili da cucina che abbiamo in casa e che si trasformano in un tramite diretto: toccarli, guardarli direttamente e poi ascoltare come attivano memorie e riflessioni, decidere dove collocarli e cosa farne, ringraziare per quello che ci donano, risistemando giorno dopo giorno la stanza, la vita.
Riordinare è un atto di gratitudine, lasciare andare una preparazione rappresentativa alla morte, la ricerca della gioia un’opzione che va conquistata. Che una forma di ordine possa anche diventare un modo per orientare l’esistenza dopo la perdita è un fatto, non una metafora.
Cosa ne pensate? Avete fatto questa operazione di decluttering dopo una perdita?

Tags: decluttering, Lutto, Marie Kondo, perdita
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/11/Decluttering.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-11-24 10:22:252025-11-24 10:22:25Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari
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16 commenti
  1. Antonella
    Antonella dice:
    24 Novembre 2025 in 15:33

    Ciao, Marina. Dopo tante esperienze di decluttering “di frontiera”, cioè senza sapere bene di cosa si trattava, se me lo permetti vorrei parlare di morte simbolica. Certo, potrei raccontare di settimane seduta sul pavimento di case un tempo abitate da persone scomparse, insieme con i loro figli, i miei primi amici, amici di famiglia, noi giovanissimi circondati da libri accumulati per generazioni, servizi di bicchieri, soprammobili di bronzo e altre cose. Potrei parlare dell’iniziazione al potere sedativo del whiskey (“questo, che fai, lo tieni?” “no, passami la bottiglia”), ma c’è qualcos’altro che vuole emergere.
    Ogni volta che ho traslocato (Ungaretti scriveva dei suoi fiumi, io potrei scrivere delle mie innumerevoli case), ho visto morire parti della mia identificazione con immagini di me, la cui evanescenza mi ha aiutato ad abituarmi anche all’idea della morte. Perché la morte stessa è un trasloco, del quale sopportiamo l’immensa fatica in cambio del sollievo di non dover impacchettare più niente. Quando muori, te ne vai senza scatoloni, senza la preoccupazione che qualcosa si rompa, hai fatto tutta la fatica possibile e puoi passare la soglia senza rischiare di dimenticare qualcosa, anzi, benvenuto il bagno nel Leté e ciao alla memoria a breve e a lungo termine.
    Forse l’idea della morte si integra davvero quando si è assistito al dissolversi di tutte le immagini in cui il nostro Super Io si proietta, allestendo quello spettacolo dell’assurdo che è la nostra vita. Ogni trasloco segna la fine di un ciclo in cui abbiamo rappresentato quello che credevamo il nostro ruolo e nel quale le immagini delle persone morte sono state gli specchi in cui ci siamo riflessi: il loro ricordo era davvero parte di ciò che sono state in vita, o non piuttosto parte di ciò che noi abbiamo creduto essere? Non è forse indispensabile cambiare casa, cambiare ruolo, accettare di spogliarci di uno strato fatto anche di ricordi, mai veramente tracce di esistenze percepite chiaramente, ma sempre parte delle nostre proiezioni, e dunque sostegno delle nostre illusioni? Lacan paragonava lo svelamento dell’Io allo sfogliare una cipolla, ogni strato ci lascia più nudi, dunque più autentici. Anche il trasloco è un lutto, e con le cose lasciate andare da “una casa in cui non voglio più abitare” (cfr. Bohumil Hrabal) perché ci soffoca, si sceglie di vivere senza certezze e senza riparo, ma più autenticamente.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      24 Novembre 2025 in 16:13

      Ciao Antonella, grazie per la tua preziosa testimonianza. Notevole, visto che parliamo di metafore, quella del trasloco come metafora della morte. Un abbraccio.

      Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      25 Novembre 2025 in 11:56

      Salve Antonella, la sua esperienza di decluttering e trasloco è davvero potente, intrisa di fatica e pesantezza, almeno come lo percepisco leggendo il testo. Quello che però mi ha colpito di Marie Kondo, da non esperto di quel mondo, è stata sin dall’inizio la dimensione della riconoscenza, della gratitudine verso gli oggetti e la casa, anche quando sono legati a perdite, dolori, vissuti pesanti. Personalmente l’ho vissuto due volte, senza aver ben chiaro cosa aspettarmi e come gestire il momento: adesso rimpiango di non aver conosciuto prima questo approccio perché probabilmente sarei stato, come scrive, con meno certezze e senza riparo, ma più autentico.

      Rispondi
  2. Alessandra Janoušek
    Alessandra Janoušek dice:
    24 Novembre 2025 in 16:48

    Buon pomeriggio! Grazie per aver condiviso questo interessante articolo. Sono una Professional Organizer e spesso mi occupo di supportare i miei clienti nei percorsi di riorganizzazione degli spazi, degli oggetti e dei documenti dopo i lutti (e in alcuni casi, anche prima, affiancando le persone in percorsi di alleggerimento nella terza età). Conosco bene anche il metodo Konmari, pur non essendo certificata, in quanto fa parte della formazione di un professionista consulente di organizzazione in ambito domestico, e ho varie colleghe esperte del metodo con cui mi confronto spesso. Molti spunti interessanti di riflessione e approfondimento del tema, grazie per la condivisione!

    Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      25 Novembre 2025 in 12:04

      Grazie Antonella di questo collegamento così diretto al tema: io ho provato alcune volte a sperimentare il metodo, con tutti i miei limiti (non sono per questi aspetti organizzato e metodico), in tempi brevi e poche volte ma sono rimasto molto, molto colpito da quello che facevo e mi accadeva. Probabilmente neanche si avvicina alla reale proposta di Marie Kondo ma davvero sono rimasto immerso in pensieri, ricordi, ipotesi, progetti. Alla fine, così lo pensavo da incompetente del tema, si tratta solo di mettere a posto, dare ordine, eliminare il superfluo ma è in realtà molto, molto di più. Difficile però procedere almeno senza una guida iniziale. Vedremo.

      Rispondi
      • Alessandra Janousek
        Alessandra Janousek dice:
        28 Novembre 2025 in 09:57

        Grazie Nicola per la riflessione e a tutte le persone che hanno animato la discussione. Il tema del riordino post lutto, indipendentemente dal metodo, è molto profondo e fa parte di un percorso molto soggettivo, in termini di consapevolezza e tempistiche. Non sempre però si riescono a rispettare i tempi, spesso ci sono delle esigenze che impongono di agire subito o quando non si è ancora pronti emotivamente. Una guida esperta, pratica e concreta, un accompagnamento almeno iniziale, può sicuramente aiutare; nella mia esperienza professionale, ma anche personale, l’ho sperimentato molto positivamente.

        Rispondi
  3. Maurizio
    Maurizio dice:
    26 Novembre 2025 in 00:17

    Credo che il “riordino” sia cruciale nell’elaborazione del lutto, in qualsiasi modalità s’intenda.
    Mettere in ordine, da processo interiore di ri-scoperta del sé ad atto fisico, apre all’esplorazione esistenziale, alla riflessione profonda, è darsi il permesso di vivere, diventa un atto d’amore verso se stessi e la persona amata, verso il luogo che è testimonianza di ciò che è stato.
    Il bisogno di riordinare è valido in ogni fase del processo di elaborazione: dagli albori, quando essenzialmente è un moto tutto interiore, fino a quando l’equilibrio tra emozioni e riflessioni è tale che sente l’urgenza di manifestarsi attraverso gesti, anche piccoli, forse tabù del recente passato, come appunto il riordino di una camera, rimasta “come l’aveva lasciata”.
    Riordinare significa dunque toccare la dimensione dell’assenza in modo gentile, intimo, è entrare in relazione con essa, ascoltandosi e narrando attraverso la narrazione degli oggetti.

    Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      26 Novembre 2025 in 09:15

      Mi fai pensare a tutte le situazioni in cui vediamo persone in lutto che iniziano a riattivarsi esistenzialmente: uno dei dati più frequenti che indica l’avvio di questo processo è proprio il riordino, il rimettere mano cioè affrontare oggetti ma anche immagini, file, audio, elementi digitali presenti in rete appartenuti al defunto. Dare una collocazione, riprenderli, spostarli, visionarli e tanto altro, di assolutamente pratico e concreto, è il punto di partenza (o la conseguenza?) di un processo interiore rielaborativo.

      Rispondi
  4. Daniela
    Daniela dice:
    26 Novembre 2025 in 17:49

    Ho letto con molta attenzione l’articolo e concordo pienamente sulla questione del riordino che può diventare un modo per orientare l’esistenza dopo una perdita.
    Ricordo di aver agito con immediatezza seguendo il bisogno di riordinare dopo la morte di mio marito ,quel momento è stato un caos perché mi sono accorta che ero pervasa da sentimenti di paura,di dolore,ansia,insicurezza . Tutto era successo improvvisamente ed era inesorabilmente reale: uno tsunami,un uragano che ha distrutto tutto (così mi sembrava !):sogni ,speranze, normalità ,serenità lasciando disorientamento e un grande vuoto.
    Per il tipo di esperienza che ho vissuto era fondamentale ristabilire equilibri ,ricostruire andando a cercare interiormente ed esteriormente ciò che era rimasto e proprio da lì, prendendo quello che già c’era è ripartito il mio cammino ”nuovo” ma non del tutto.
    Abbandonare tutto e ripartire da zero era troppo per me
    Se fare operazioni di decluttering come proposto dal metodo Konmari fosse utile non lo so,io non l ‘ho fatto completamente perché non c’è stata l’eliminazione ,il liberarsi di cose inutili,non più necessarie per creare un ordine nuovo,soprattutto di quello che apparteneva a lui.
    Non mi sentivo pronta a svuotare l’armadio, ad eliminare ciò che lui aveva protetto con cura, tante cose sono rimaste al loro posto,alcune mi sono servite,le ho usate e in questo modo hanno continuato a ”camminare” con me,altre sono comunque importanti ,…ricordi di momenti particolari.
    Personalmente ho preferito lasciarmi trasportare dal fiume della vita facendomi attraversare dal flusso ogni momento, in ogni angolo di me stessa ,bagnare dall’acqua del dolore ,della sofferenza, fino a quando il dolore ha trovato un suo spazio…,c’è …ma mi accompagna.
    Penso comunque che sistemare,ordinare,trovare spazi a cose,a chi non c’è, a se stessi … rappresenti una svolta nella modalità personale di elaborazione del lutto, il cambiamento avviene…non si può negare…e la consapevolezza di una fine è gia un inizio.

    Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      26 Novembre 2025 in 19:26

      Grazie Daniela: l’esperienza personale è sempre molto significativa, è come se donasse un altro spessore a tutte le parole precedenti, Quello che scrive evidenzia soprattutto una necessità: c’è bisogno di essere guidati e supportati quando si affronta l’esperienza di decluttering in relazione specifica ad una perdita. Ciò che mette in moto rischia infatti di travolgere e soffocare, con conseguenze che potrebbero essere anche molto complicate.
      Non so se nella scuola che Marie Kondo ha fondato per creare esperti del suo metodo ci sia anche questo specifico aspetto, sarebbe interessante capirlo e proverò a vedere se si trovano dati a proposito. C’è comunque una puntate nella seconda serie che la vede intervenire a casa di una signora vedova: a me è sembrata un pò ‘scontata’ ma se ha la possibilità la guardi, magari potremo scambiarci riflessioni a proposito,

      Rispondi
  5. Licia Cauzzi
    Licia Cauzzi dice:
    26 Novembre 2025 in 18:30

    Le cose, gli oggetti, i ricordi. I ricordi legati agli oggetti. Il dolore e la gioia dei ricordi legati agli oggetti. La confusione generata dalla difficoltà di scegliere fra quella moltitudine di cose, quelle che ci sono più care e ci fanno stare meglio, radicando in noi il legame con le persone che abbiamo amato e che sono morte.
    E’ molto difficile, ma certo necessario, mettere in ordine ciò che rappresenta una parte di vita vissuta insieme: aiuta a percorrere con consapevolezza la nostra strada nel lutto. Tuttavia è anche necessario rispettare i nostri tempi interiori relativi alla difficoltà di scegliere, perché non sempre si è pronti a lasciare andare.
    Mia madre è morta dieci anni fa, viveva dove io e la mia famiglia abbiamo abitato per decenni. L’appartamento, ormai vuoto di persone, ma pieno di vestiti, lenzuola, mobili e soprammobili, è stato venduto cinque anni dopo e cioè quando io e i miei fratelli abbiamo capito che eravamo proprio pronti a lasciare andare la parte della nostra vita vissuta in quelle stanze, dove peraltro andavamo di rado, non era il nostro “santuario”, e che viveva in noi come ricordo. Un ricordo vivo, sereno, capace di farci sorridere e ridere grazie anche alle cose lì presenti, conservate da mia madre, che abbiamo scelto e tenuto, ognuno le proprie, quelle che ci corrispondevano.

    Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      26 Novembre 2025 in 19:39

      Ero presente in casa della mamma di Licia, dopo il suo decesso. Ricordo che varie persone, alcuni famigliari ma non solo, mi apparivano estremamente a loro agio in quell’appartamento: si muovevano negli spazi con naturalezza, toccavano oggetti, ne incrociavano altri con lo sguardo e subito attivavano ricordi e pensieri vari. Non conoscendo quasi nessuno dei presenti ho potuto quasi solo ascoltare e percepire l’atmosfera che era davvero come traspare dalle parole di Licia: un momento doloroso, pieno, consapevole.

      Rispondi
  6. Daniela
    Daniela dice:
    1 Dicembre 2025 in 15:17

    Buongiorno e grazie a tutti quelli che hanno partecipato,anche se dopo alcuni giorni ,volevo aggiungere alcune considerazioni personali .
    Concordo con l’importanza di riordinare dopo un lutto ,relativamente alle tempistiche che sono soggettive…e pure le modalità. Ogni cosa,ogni oggetto è legato a ricordi ed è difficile il distacco,quando invece si vive la mancanza,la perdita fisica.
    Io avevo il bisogno di accarezzare le sue camicie,di sentire il suo profumo,o di accoccolarmi nel suo piumino per sentirmi avvolgere ancora da un caldo abbraccio.
    Eppure è diventato un riordino interiore per ristabilire quell’equilibrio,quelle sicurezze ,quelle ”relazioni affettive”che non potevo dare e né ricevere.(a lui e da lui).
    Molto senso di solitudine e tanta pesantezza …ma bisognava uscirne,uscire per chi era rimasto. Pensavo anche che lui avrebbe voluto che ci fosse continuità, progressione , non rinunciare a tutto e chiudersi dentro.
    Sono d’accordo Nicola con ciò che dici,da soli è più difficile ”ritrovarsi”,serve un aiuto…,che ho trovato perché insieme a voi (tu,Marcella,Licia,Franco ) ho avuto la possibilità di camminare …
    Dopo aver camminato per anni con mio marito, ho imparato a camminare da sola ( come dice Ingrid Trobisch),ma non proprio sola.

    Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      2 Dicembre 2025 in 11:19

      La frase ‘da sola ma non proprio sola’ racchiude esattamente quello che hai vissuto e continui a sperimentare: conoscendo la tua storia davvero mi sembra una sintesi estremamente precisa e corrispondente. così come trovo importante la sottolineatura che evidenzi riguardo la soggettività dei tempi di ‘riordino’ esterno e interno.
      Quello che alla fine serve è che comunque si attivi un processo offrendo delle possibilità per non ‘rinunciare a tutto e chiudersi dentro’: se il decluttering può avviare questo percorso, associandolo ad altre modalità più specifiche, non può che portare dei progressi.

      Rispondi
  7. Lucia Ientile
    Lucia Ientile dice:
    3 Dicembre 2025 in 18:41

    Buongiorno a tutte/i, mi permetto di aggiungere, alle belle parole che ho letto finora, un’altra esperienza di decluttering. Oltre a quella svolta negli anni, a tappe, con gli oggetti di papà e della casa nella quale ha vissuto più di 40 anni, quella che ho effettuato la scorsa estate nel mio armadio. Mi sono spogliata di abiti che tenevo senza averli usati da anni, testardamente consapevole che non ci sarei più entrata dentro ma che a tutti gli effetti mi spiaceva abbandonare.
    Ho trovato la spinta nelle parole di un’amica che ha aperto una casa accoglienza per ragazze minorenni, la quale mi ha fatto capire che, se proprio volevo fare pulizia, quegli indumenti sarebbero finiti nella sua accogliente casa. Ho provato un’emozione mista a sorpresa e piacevole soddisfazione la prima volta che ho visto i miei indumenti addosso a una delle ragazze che aveva scelto molte delle mie cose. Ero compiaciuta nel notare come ne aveva interpretato l’uso, in modo originale e completamente differente da come facevo io. Credo nelle seconde occasioni e anche nelle terze…
    Inoltre, liberarsi di quello che non si usa più per dirigersi verso una fine più “leggera” negli oggetti che si lasciano a chi rimane è una pulizia anche mentale. C’è stato chi, sapendo di dover morire, ha selezionato 50 oggetti e capi di abbigliamento lasciando un bigliettino sopra ad ognuno che descrivesse cosa ha rappresentato per lei e cosa stava rappresentando liberarsene. Li ha lasciati a disposizione di amiche e amici in una giornata speciale di festa. Cito questo avvenimento poiché sono convinta, per deformazione professionale, che circondarsi di eventi rituali alla fine dei nostri giorni fa si che il viaggio incredibile che ci si accinge a fare possa essere più appagante e spensierato.

    Rispondi
    • Nicola Ferrari
      Nicola Ferrari dice:
      4 Dicembre 2025 in 07:23

      Nella puntata ‘Scintille di luce dopo un lutto’ della stagione 2019 c’è proprio l’esperienza che hai vissuto in prima persona: scegliere cosa eliminare dalla propria vita (vestiti prima di tutto ma anche altro) non per buttarli al macero ma con lo scopo di offrire una ‘seconda vita’. Per i vestiti ci sono spesso varie possibilità, praticamente in ogni città, molto meno quando si tratta di altri oggetti relativi ad esempio alla cucina, a studi e librerie personali…
      Mi accade molto spesso, durante i colloqui con le persone in lutto, che le primissime azioni di riprogettazione coincidano con scelte legate all’uso di vestiti e oggetti vari (oltre a tutta la categoria del digitale): per alcuni si tratta appunto di iniziare a metterci mano e solo toccarli fisicamente, per altri di eliminarli in blocco o quasi, per altri ancora di conservarli, preservarli meticolosamente e proteggerli dai danni del tempo. Qualunque sia l’azione che il dolente mette in atto, il rapporto diretto con ciò che apparteneva fisicamente a chi si è perso coincide spesso con l’inizio di una diversa vita interiore.

      Rispondi

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