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Occorre una riflessione sul suicidio assistito nel mondo delle cure palliative? di Marina Sozzi

23 Ottobre 2025/19 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Fino a poco tempo fa, il mondo delle cure palliative si è tenuto fuori dal dibattito sul suicidio assistito, sentendolo fondamentalmente estraneo al proprio operato. Le cure palliative, afferma l’OMS, non abbreviano e non allungano la vita. Restando fedeli a questo principio, agli operatori e agli enti di cure palliative è parso del tutto incongruo prendere posizioni su una possibile legge sul suicidio assistito nel nostro paese. Ciascun operatore aveva la sua opinione, e tanto bastava.
Una delle ragioni per cui non è stata presa una posizione ha a che fare con un timore che si sentiva aleggiare tra i cittadini: il pensiero, cioè, che le cure palliative, mediante l’uso della morfina, accorciassero in realtà la vita in modo surrettizio. Occorreva quindi fare cultura sulle cure palliative, spiegarne l’operato, chiarire la funzione e l’utilizzo dei farmaci oppiacei, e l’obiettivo ultimo delle cure (migliorare la qualità della vita, non accelerare la morte) piuttosto che occuparsi del diritto a morire.
Un’altra buona ragione per cui si è rimasti al margine di questa riflessione è che le cure palliative non sono ancora sufficientemente finanziate e sostenute a livello istituzionale, e in Italia, se non ci fosse il Terzo settore, avremmo carenze gravissime con le cure palliative specialistiche.
Si paventava quindi che una legge sul suicidio assistito invogliasse il sistema sanitario a prendere la scorciatoia dell’abbreviazione della vita invece di garantire a tutti i cittadini che ne abbiano bisogno (come recita la legge 38) l’accesso alle cure palliative.

Il silenzio sembra quindi essere stata una scelta tatticamente saggia, perlomeno fino alla sentenza 242 della Corte costituzionale del 2019 che stabilì i criteri di accesso al suicidio per il paziente, e quindi le condizioni per la non punibilità di chi lo aiuta a porre fine alla propria vita. Con questa sentenza si è sostanzialmente introdotta la disciplina del suicidio medicalmente assistito e al contempo si è sollecitato l’intervento del Parlamento in materia. Nulla accadde dal punto di vista legislativo a livello nazionale, com’è noto, e tuttavia ci furono alcuni casi di suicidio medicalmente assistito avvenuti in Italia. La Regione Toscana e la Sardegna, nel corso del 2025, hanno legiferato a partire dalle sentenze della Corte costituzionale, stabilendo anche i tempi massimi di risposta delle istituzioni a chi fa richiesta di suicidio.

Quest’estate, la proposta di legge della maggioranza (secondo cui i pazienti che desiderano avere accesso al suicidio assistito devono prima fare un percorso di cure palliative) ha tirato brutalmente per la giacchetta il mondo delle cure palliative, che non ha potuto restare in silenzio. Ha anzi dovuto sottolineare con forza che le cure palliative, che sono un diritto per il cittadino che ne abbia bisogno, non possono trasformarsi in un dovere, senza snaturare completamente il proprio ruolo e il proprio compito.

Tutto tace da allora, ma il pensiero di quale posizione possano o debbano prendere le cure palliative e le sue più importanti istituzioni non può più essere archiviato.

Qualora una legge fosse approvata (cosa che accadrà, prima o poi) cosa faranno gli enti di cure palliative di fronte a un paziente che chiede di morire? È vero che le cure palliative hanno la capacità di ridurre drasticamente tale richiesta, per via della loro abilità a rendere vivibile, e talvolta pienamente vivibile, la vita fino alla fine. Eppure, le cure palliative sanno di non poter azzerare la domanda di morte anticipata. E quindi che si farà con i pur pochi pazienti che vorranno morire pur essendo in carico alle cure palliative? La mia personale opinione è che sia impensabile negare l’aiuto, respingendo il paziente e i suoi familiari altrove.

Ma la mia opinione conta poco.

Quello che mi sembra importante, però, è che ora si avvii una riflessione profonda all’interno del mondo delle cure palliative, per quanto possibile evitando la polarizzazione delle posizioni, lasciando da parte i massimi sistemi: restando invece aderenti alla pratica clinica, alla sapienza della cura, al principio della centralità del paziente. E ricordando che le prese di posizione e le definizioni, come quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non sono scritte nella roccia.

Cosa ne pensate? Il mondo delle cure palliative dovrebbe prendere una posizione? E se sì, quale?

Tags: cure palliative, Suicidio assistito
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/10/suicidio-assistito.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-10-23 09:18:152025-10-23 09:19:13Occorre una riflessione sul suicidio assistito nel mondo delle cure palliative? di Marina Sozzi
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19 commenti
  1. Alessandra
    Alessandra dice:
    24 Ottobre 2025 in 14:06

    Sí penso proprio che si dovrebbe esprimere. I cittadini sono oggi in situazioni molto diverse sia x l’ accesso alle cure palliative che al suicidio assistito a seconda di dove abitano e, purtroppo, del reddito. Il diritto al suicidio assistito interroga molto da vicino chi pratica le cure palliative perché una persona può trovarsi a non sopportare più la vita come le può essere garantita, e chiedere a chi la sta assistendo di interrompere le cure e aiutarla a morire. Tirarsi indietro di fronte alla questione vorrebbe dire , credo, lasciarla sola con la sofferenza e la morte.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      24 Ottobre 2025 in 15:10

      Grazie Alessandra, ho appreso, dopo aver scritto l’articolo, che c’è un gruppo della Società Italiana delle Cure Palliative che sta lavorando su questo tema. Attendo anche io con interesse le loro conclusioni!

      Rispondi
  2. Franca Di Mauro
    Franca Di Mauro dice:
    24 Ottobre 2025 in 19:05

    Cara Marina, da cittadina, da persona della strada e da volontaria per venti anni in un hospice in cure palliative, sono d’ accordo con te. Le cure palliative sebbene ancora “imperfette”certamente sono un grande aiuto per i pazienti affetti da malattie terminali, ma non si può,a mio avviso, non tener conto della loro volontà qualora fossero decisi a metter fine alla vita, senza costringerli ad andare all’ estero.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      26 Ottobre 2025 in 13:50

      Grazie Franca per aver espresso la tua opinione, un saluto affettuoso.

      Rispondi
  3. Ferdinando Garetto
    Ferdinando Garetto dice:
    24 Ottobre 2025 in 22:27

    Cara Marina, è sempre un piacere dialogare con te, anche perché su molti argomenti siamo “quasi” sempre in piena sintonia… E come ben sai da molte nostre chiacchierate questo è il tema di quel “10%” su cui non siamo d’accordo … Sarò lunghissimo e mi scuso in anticipo. Ma l’argomento non ha risposte semplici.
    La mia posizione di palliativista è sempre di più fondata sulla convinzione che cure palliative e morte medicalmente assistita debbano essere “altro”. In molti crediamo che l’hospice e la casa debbano continuare a essere un luogo di cura fondato su una promessa originaria: “tu sei importante” e farò qualsiasi cosa per vederti come persona viva fino all’ultimo istante, curandoti anche nel tempo -quando necessario- della sedazione palliativa, nelle ultime ore o negli ultimi istanti. Senza il “pensiero onnipotente” di poter sempre controllare ogni sofferenza, ma con la convinzione che “esserci fino alla fine” e non “accelerando la fine” sia l’unico modo autentico di mantenere questa promessa. Sai bene che questo nelle case e negli hospice si vive da sempre…
    Siamo ancora in tanti a riconoscerci, sentendolo profondamente attuale, nel pensiero originario di Cicely Saunders che era ben chiaro: “Dovesse passare una legge che permettesse di portare attivamente fine alla vita su richiesta del paziente, molti dei “dipendenti” sentirebbero di essere un peso per le loro famiglie e per la società e si sentirebbero in dovere di chiedere l’eutanasia (…). Ne risulterebbe come grave conseguenza una maggiore pressione sui pazienti vulnerabili per spingerli a questa decisione, privandoli così della loro libertà…”. Riflessione di equità e giustizia molto cara anche a Luciano Violante, che l’ha ribadita anche di recente.
    Il tema è pressante: poco tempo fa su Journal of Palliative Medicine si è aperto un dibattito a partire da un articolo di Downar et al. “Medical Assistance in Dying and Palliative Care: Shared Trajectories”, probabilmente non eccelso, ma che ha avuto il “merito” di richiamare molti commenti , non particolarmente benevoli, da alcuni importanti palliativisti. Gallager per esempio: “Vedendo il titolo di questo articolo, abbiamo riconosciuto un altro tentativo di normalizzare la morte accelerata. (…). L’accelerazione della morte è la medicalizzazione definitiva della morte. Quando non siamo in grado di controllare o mitigare la sofferenza e la paura, non dobbiamo abusare dei nostri farmaci come soluzione. Le cure palliative non possono alleviare tutte le sofferenze, poiché sono una parte inevitabile del percorso umano. Le cure palliative mirano a continuare a provarci…”. E il grande Chochinov, artefice della “Dignity Therapy” (di solito piuttosto moderato), non va tanto per il sottile, forse anche perché tirato per la giacca con citazioni parziali del suo pensiero: “Faccio fatica ad accettare argomentazioni basate su un pensiero bianco o nero… Anziché esplorare o riconoscere le complessità etiche… (gli autori affermano che) …l’obiettivo di chi fornisce MAID, analogamente a quello dei professionisti delle cure palliative (PC), non è quello di accelerare la morte, ma di sostenere la scelta. Questo sorprendente sofisma fumoso è simile a dire che l’obiettivo di un intervento di bypass cardiaco non è quello di prolungare la vita, ma di migliorare la perfusione miocardica (…). I problemi complessi raramente trovano soluzioni semplici. E il desiderio di morire è davvero complesso. I pazienti che non vogliono più vivere e coloro che li amano meritano ‘Intensive Caring’, un’assistenza che riconosca l’ampio spettro di problemi che influenzano la sofferenza umana, compresi il bianco, il nero e tutte le sfumature intermedie…”. Per chi volesse approfondire, merita leggere l’articolo e le altre risposte su JPM, in lingua originale.
    Rispetto alla posizione della Società Scientifica, di cui sono semplice socio, il dibattito è aperto, già da alcuni anni. Un tema fondamentale è però quello ribadito nell’editoriale che apre l’ultimo numero della Rivista Italiana di Cure Palliative: in questo periodo storico le cure palliative devono innanzitutto rimanere se stesse, non essere “un’alternativa” o “una assimilazione” ad altri percorsi: c’è ancora moltissima strada da fare ed è su questo che dobbiamo continuare a impegnarci per combattere le sofferenze e ricercare la dignità delle persone alla fine della vita. L’articolo “Fine vita: SICP richiama i valori fondanti delle cure palliative e promuove la cultura della cura” è in chiaro anche online: https://www.ricp.it/archivio/4582/articoli/45890/

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      26 Ottobre 2025 in 14:07

      Caro Ferdinando, grazie per questo tuo intervento. Tu sai che io condivido sia la mission delle cure palliative, sia l’esigenza che le cure palliative crescano fino a dare una risposta adeguata al bisogno nel nostro paese. Non solo, ma sono anche io preoccupata dalle considerazioni che anche Violante ha fatto sul suicidio assistito: rischiamo di far sentire le persone un “peso” qualora non lo scelgano? Non c’è nulla di semplice, né di bianco o nero quando si parla di vita e di morte, e l’ideologia dovrebbe stare fuori da questa questione delicatissima. Tuttavia, ora il problema mi sembra un altro (e a questo tu non mi hai risposto): siccome prima o poi la legge ci sarà, che ci piaccia o meno, cosa facciamo dei nostri (seppur pochi) pazienti che ci chiedono di morire, nonostante ci siamo prodigati, magari con successo, per alleviare le loro sofferenze? Li mandiamo via dagli hospice? Li abbandoniamo nelle loro case, insieme alle loro famiglie? Aggiungiamo una difficoltà e un dolore ulteriore alla loro condizione drammatica? Io vorrei che rispondessi a questa precisa domanda. Perché è questo lo scenario di fronte a cui ci troveremo, qualsiasi cosa pensiamo.

      Rispondi
      • Ferdinando Garetto
        Ferdinando Garetto dice:
        26 Ottobre 2025 in 15:18

        Risposta diretta a domanda diretta: credo che, nell’accoglienza di tutti e nella vera pianificazione di cura che è innanzitutto l’incontro fra due libertà, prima di arrivare all’ultimo bivio bisognerà scegliere fra hospice e MMA, fra accompagnamento e cesura, fra sedazione palliativa e iniezione letale. Perchè la morte medicalmente assitita non è medicina, le cure palliative sì. E vorrei che una legge specificasse che non sono gli hospice i luoghi per il suicidio medicalmente assitito nè i palliativisti gli idonei esecutori.
        Questo il mio parere, non solo mio.

        Rispondi
        • sipuodiremorte
          sipuodiremorte dice:
          26 Ottobre 2025 in 16:09

          Questa però è una grande limitazione della scelta, perché taglia fuori dalle cure palliative tutti coloro che vorrebbero provare a farcela, a vivere fino alla fine, ma temono di non potere più tornare indietro.

          Rispondi
          • Ferdinando Garetto
            Ferdinando Garetto dice:
            26 Ottobre 2025 in 17:21

            Sinceramente temo di più il contrario, vedendo le paure e lo smarrimento di molti malati veri e non teorici nei momenti dei passaggi più delicarti.

  4. Barbara Forno
    Barbara Forno dice:
    25 Ottobre 2025 in 13:48

    Mi permetto di rispondere al suo invito su cosa ne penso. Sono medico palliativista da 8 anni in un grosso ospedale del servizio sanitario.
    Se dovesse davvero attuarsi una legge nazionale sul suicidio assistito, di certo vorrei che non avesse nulla a che fare con le cure palliative. Non può l’equipe che deve garantire alla persona sofferente e alla sua famiglia la risposta a tutti bisogni, che deve garantire la cura, la presenza, ogni risorsa fin nel più piccolo dettaglio, offrire anche la scorciatoia, la censura stessa di quel tempo difficile ma interessante che il tempo prima della fine. Che conflitto di interessi! Perché fare tanta fatica nella cura se vi si può dare un taglio prima? Sono certa che la morte volontaria non possa essere somministrata come una qualsiasi altra prestazione. Sarebbe come andare da uno che vuole buttarsi giù dal ponte e offrirgli sia la mano che lo tira indietro e gli dice “sono con te e farò di tutto per farti stare meglio” sia dargli lo spintone per buttarlo giù.
    Noi palliativisti non ci occupiamo di morte, ma di aggiungere vita alla vita che c’è! È esperienza comune che nella sofferenza la nostra libertà viene infragilita. Sofferenza del paziente, della famiglia, anche dell’operatore sanitario. Cosa ci sta chiedendo un uomo che vuole morire? Ed assecondare questa sua richiesta davvero è libertà? Io non ci sto.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      26 Ottobre 2025 in 14:14

      Gentile Barbara, io la capisco, capisco benissimo la sua posizione. Ma ha letto la proposta di legge della maggioranza di quest’estate? Quella che metteva come requisito per l’accesso al suicidio aver fatto un percorso di cure palliative? Possiamo esprimere il nostro disaccordo, certo (e SICP lo ha fatto, sottolineando come non si possa trasformare il diritto alle cure palliative in un dovere). Ma non possiamo mettere la testa sotto la sabbia, perché sono convinta che se una legge fosse approvata non riusciremmo a tenercene fuori. Faccio anche a lei la stessa domanda che ho fatto a Ferdinando Garetto nel commento precedente.

      Rispondi
  5. Rita Longo
    Rita Longo dice:
    26 Ottobre 2025 in 15:32

    Un piccolo contributo a questa intensa discussione, su un tema a me molto caro. Ho redatto le mie DAT, non desidero infatti una vita vegetativa, in cui un corpo continui a vivere mentre la persona (anima, spirito, soffio vitale, mente) è altrove, e non può esprimersi. Peraltro per tempi chissà quanto lunghi. Ma questo è un altro ampio tema, mi rendo conto. Lo utilizzo solo per agganciarmi alla conversazione, con un paio di riflessioni, che visto l’incipit possono essere intuibili.
    Apprezzo in maniera sconfinata chi lavora in ambito di cure palliative, la forza e l’umanità che investe nel cercare di far vivere una fase terminale in maniera dignitosa, riducendo il dolore, ma anche sostenendo l’intero nucleo familiare (ho un’esperienza indiretta, grazie a un’amica il cui padre in fase di cancro terminale era ricoverato in un hospice torinese).
    Mi chiedo anche: se una persona in fase terminale, pur con tutta la “qualità di vita” recuperabile/recuperata, non ce la fa più ad andare avanti (avanti….verso dove? Perchè?), sente il bisogno di “pace” decidendo di porre fine a una vita diventata insostenibile, a chi altri può chiederlo se non agli operatori/operatrici che lo stanno seguendo in un percorso di cure palliative? Io almeno, lo preferirei, piuttosto che ritrovarmi in un altro servizio/sede, con medici/operatori sconosciuti, che mi assistono verso il viaggio finale, ma con cui non ho vissuto nulla insieme, e che neppure mi conoscono…
    Capisco che per chi si occupa di garantire qualità di vita fino alla fine è una contraddizione…ma mettendomi dall’altra parte invece trovo senso.
    Altra cosa: da quel che leggo ho come l’impressione di una sottile e velata riprovazione per chi decidesse di “accorciare” la propria sofferenza chiedendo appunto il suicidio assistito. Perchè? Dove è scritto che si deve necessariamente soffrire? Mi torna in mente un amico che attribuiva alla cultura/chiesa cattolica questa accettazione del dolore in termini di necessaria espiazione per guadagnare chissà cosa nell’aldilà Nel frattempo però siamo nell’aldiqua. Stiamo parlando di una sofferenza che non è temporanea, può essere demotivante (per usare un eufemismo) rispetto al continuare, e sarebbe lecito che uno potesse decidere della propria morte, visto che di nascere non decidiamo/chiediamo, e spesso nella vita le nostre scelte sono “vincolate”.
    Ultima cosa: non mi ero posta il problema che una legge potesse “orientare” o spingere verso una certa direzione. Ho pensato invece che aprisse una porta a chi già ha intenzione di andare oltre quella porta. Forse per dirimere questo dubbio si potrebbe fare una ricerca e vedere cosa è successo post leggi attinenti a temi quali ad esempio l’aborto o il divorzio?
    Chiedo scusa per aver scritto tanto, non avevo neppure in mente di commentare, è stato abbastanza istintivo.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      26 Ottobre 2025 in 16:11

      Grazie Rita per il suo intervento, perché ha dato concretezza al mio discorso forse troppo astratto…

      Rispondi
  6. Marcello Ortale
    Marcello Ortale dice:
    26 Ottobre 2025 in 19:36

    Grazie Marina per lo sprone alla concretezza.
    In cure palliative abbiamo sempre incontrato alcune persone che ci hanno chiesto di morire e (anche prima della sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale) la nostra risposta è stata -in sostanza- questa: il nostro lavoro è accompagnare la persona malata anche fino alla morte, restituendo la migliore qualità di vita possibile, modulata sulle richieste del malato. Se, nei giorni del percorso assistenziale condiviso (assistito, familiari, operatori), riscontriamo sofferenza esistenziale refrattaria a qualsiasi trattamento, possiamo accedere alla Sedazione Palliativa Profonda Continua.

    Esiste senz’altro il diritto del malato, buona cosa è ricordarsi che c’è anche il diritto del sanitario. Come ho già espresso, il suicidio è una possibilità della vita. È sempre esistito e sempre esisterà. Al netto della patologia psichiatrica, quasi mai facile da identificare resta, nella mia visione laica, un diritto implicito dell’uomo, salvo provocare altre morti collaterali.

    Altra cosa, a mio parere, è chiedere ad un operatore sanitario di eseguire un azione diretta a terminare una vita, per quanto questa possa essere una scelta anche condivisibile.

    Dal punto di vista pratico chi è seguito dalle cure palliative, deve sapere che in questo ambito, la morte medicalmente assistita, di norma non è praticata. Si può condividere un percorso dove si sospendono o non si intraprendono trattamenti non più coerenti con la volontà dell’assistito. Si tenta di alleviare la sofferenza ed eventualmente si può accedere alla Sedazione Palliativa Profonda Continua.

    Grazie per questo spazio di riflessione che ci aiuta nel mettere ordine nei pensieri e nei sentimenti, due facce della stessa medaglia.

    Rispondi
  7. Giovanni Sanvitale
    Giovanni Sanvitale dice:
    28 Ottobre 2025 in 21:08

    Cara Marina, come ricorderai mi ero già espresso su questo tema nel tuo post riguardo la legge sul suicidio assistito in discussione in parlamento. Un tema molto sentito (anche per me), come leggo qui.
    Ma io vorrei porre una domanda diversa. Parlo della mia personale esperienza. Si discute tanto su questo, mentre negli ospedali succede tutt’altro. Due anni fa, in ospedale, il marito di una mia amica, dopo che in un primo tempo le avevano detto di rivolgersi a un hospice, è stato sottoposto a sedazione profonda da una dottoressa pietosa ed è morto nel giro di una notte. Lo stesso è avvenuto a un amico di un mio compagno in hospice qui a Milano. Anch’io ne ho avuto esperienza diretta proprio il mese scorso: mio fratello è stato ricoverato in ospedale in condizioni estremamente critiche. Il medico di turno, al momento del ricovero, mi ha affrontato con queste parole: ”se continua a peggiorare, è inutile farlo soffrire: sedazione profonda, e lo lasciamo andare”, chiedendomi anche di eventuale trapianto degli organi. Per me è stato un colpo, ma guardando la cosa col senno di poi, quel medico non l’ho più visto, e mio fratello è stato sottoposto a una sorta di accanimento terapeutico, fino alla morte: forse era nel giusto il primo? Non è finita, e parlo di oltre vent’anni fa. Al funerale, mia cugina della Toscana mi ha parlato di una cosa che avevo dimenticato. Sua madre – mia zia – era stata ricoverata in ospedale per un cancro in fase terminale: ai miei cugini, ignari, venne posta la domanda: volete che aumentiamo la morfina? Con il loro assenso – ripeto, del tutto ignaro – l’indomani era morta.
    Se la prassi è spesso questa, coperta dal silenzio (salvo che con i medici pro-vita), di cosa stiamo parlando? Mi sembra perfino assurdo questo dibattito infinito fatto di parole sulla pelle dei malati terminali, inclusa – soprattutto – l’ostinata resistenza del governo, mentre altrove la sedazione profonda è praticata a volte perfino senza l’accordo dei parenti.
    Se devo esprimere un mio parere, non vedo alcun senso nel prolungare una vita di sofferenze senza alcuna speranza, che sia in hospice o in ospedale, previo l’accordo del soggetto o, se incosciente, dei parenti. E parlo anche di una mia amica in coma irreversibile, tenuta in vita dai macchinari (purtroppo non aveva fatto le DAT), con accanto un ex-ragazzo nelle stesse condizioni da ben 35 anni. In tutto questo mi sembra che ci sia una dissonanza di fondo, se non una vera e propria ipocrisia. Lo si fa, ma di nascosto. Viva le leggi sul suicidio assisti di Toscana e Sardegna, ma, piuttosto che la legge proposta del governo, molto meglio nessuna legge.
    Un caro saluto.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      29 Ottobre 2025 in 11:32

      Caro Giovanni, devo contestare in modo netto questa tua affermazione, o meglio questa tua lettura degli episodi che narri. La sedazione palliativa profonda non abbrevia la vita, semplicemente mette a tacere la coscienza, e quindi ogni tipo di dolore. Non sono un medico, ma so che talvolta accade che gli organismi delle persone morenti possano rilassarsi e morire quando non sentono più dolore, e così sembra che sia stata la sedazione palliativa ad aver abbreviato la vita: ma non è così. La stessa cosa vale per la morfina, che non è un farmaco per sopprimere le persone, ma, insieme ad altri, un prezioso strumento per togliere il dolore. Trovo molto grave che ci siano medici che strizzano l’occhio ai familiari, facendo loro credere di praticare “morti pietose”. E credo che questi episodi abbiano ancora a che fare con la scarsa cultura palliativa di molti medici ospedalieri. Un saluto affettuoso a te

      Rispondi
      • Giovanni Sanvitale
        Giovanni Sanvitale dice:
        29 Ottobre 2025 in 19:40

        Cara Marina, forse ho usato un termine sbagliato nei casi che ho narrato: “sedazione profonda”, che, infatti ,non è mai stata nominata dagli staff medici. Di fatto, però, in tutti quei casi la morte è sopravvenuta nel giro di una notte grazie agli interventi dei medici. E’ pura coincidenza, mi chiedo?
        Ricambio il saluto affettuoso.

        Rispondi
  8. Marianna
    Marianna dice:
    2 Novembre 2025 in 11:30

    Buongiorno.
    Sono un ex caregiver, mio marito è mancato a maggio 2024 per una patologia neurodegenerativa, seguito da cure palliative sia private che della ASL.
    Sono un ex sanitario, ho lavorato come tecnico di laboratorio per 20 anni in sanità animale.
    Per esperienza diretta questo è il mio pensiero: sia i pazienti che le loro famiglie ma anche gli operatori (alcuni sono di una sensibilità molto spiccata il che è un’arma a doppio taglio quando si affrontano certe situazioni, non mi dilungo) andrebbero seguiti spiritualmente.
    Perché è vero che la medicina può alleviare il dolore fisico ma non quello psichico (ma qui ci sarebbe da argomentare).
    Il suicidio andrebbe visto come uno dei possibili eventi della psiche.
    Là dove questa sofferenza diventa insopportabile lasciare ogni decisione all’individuo.
    Capisco alcuni commenti di operatori nell’ambito delle cure palliative ma il paziente dovrebbe essere il centro attorno cui ruota tutto.
    Da sanitario mi sono trovata di fronte a scelte di questo tipo e non so se nel “vostro” caso ci si possa valere dell’obiezione di coscienza.
    La verità è che di fronte alla malattia e la morte di un’altra persona siamo costretti a porci delle domande sulle nostre.
    Ciò che non si conosce fa molta paura e ci chiede di avere tanto coraggio e un amore sconfinato.
    Ho cercato di essere sintetica e non so se mi sono riuscita a spiegare cercando di mettermi nei panni di tutti.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      6 Novembre 2025 in 09:33

      Grazie Marianna. Che il paziente debba essere al centro dell’attenzione è uno dei principali, forse il principale assunto delle cure palliative. Lei solleva un tema delicato, che è quello dell’obiezione di coscienza. Nel nostro ragionamento eravamo ancora un passo indietro, perché, come ha potuto leggere nei commenti, i palliativisti sono divisi sulla possibilità di praticare suicidio assistito nel nostro contesto. Certamente, se dovesse essere approvata una legge che coinvolga le cure palliative, sarà da prevedere, a mio modo di vedere, l’obiezione di coscienza.

      Rispondi

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https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/03/Studenti.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-03-12 10:48:492026-03-12 10:48:49Parlare di morte e di lutto nei licei, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/02/immagine-evidenza.jpg 265 351 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-02-19 10:13:352026-02-19 10:27:20L’associazione nazionale Assistenti Spirituali nella Cura, di Marina Sozzi
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