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Il Veneto e la legge sul fine vita, di Marina Sozzi

8 Settembre 2026/11 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Il 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge che regola l’accesso al suicidio medicalmente assistito sul proprio territorio. È la quarta italiana a farlo, ma è la prima governata dal centrodestra: un fatto politico, prima ancora che etico, che vale la pena considerare con attenzione, perché segna un punto di svolta. Quando una materia così divisiva viene normata anche da chi, per cultura politica, l’ha sempre osteggiata, vuol dire che lo spazio della discussione si è spostato. Non si tratta più di valutare se sia il caso di depenalizzare l’aiuto al suicidio, si tratta di capire come farlo. Il Paese è pronto, circa il 74% dei cittadini è favorevole. Una percentuale difficile da trovare su un altro argomento.

La reazione negativa del mondo cattolico è arrivata, naturalmente, ed è bene analizzarla. Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha parlato di un “modello culturale e di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile”, e ha aggiunto che “la percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata”.
La prima affermazione è riconducibile all’argomento del pendio scivoloso (slippery slope), utilizzato da molto tempo in bioetica: si tratta del rischio che le condizioni per l’accesso al suicidio (stabiliti dalla Corte costituzionale, ossia la sofferenza intollerabile, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, la patologia irreversibile) si amplino nel tempo, per “soggettivismo interpretativo”, fino a diventare una risposta ordinaria alla sofferenza. Preoccupazione contestabile sia concettualmente (il suicidio assistito si basa su un consenso più volte verificato), sia empiricamente: negli stati che lo hanno depenalizzato non si è verificata questa banalizzazione della risposta alla sofferenza.

La seconda affermazione ha a che fare con l’idea di dignità, che nella bioetica italiana ha sempre separato i cattolici dai laici. Se per i primi la dignità è caratteristica dell’umano, indipendentemente dalle condizioni di vita, per i secondi occorre anche tener conto della percezione che l’individuo ha della propria dignità. Di questo tema ha parlato magistralmente Harvey Max Chochinov, nei suoi libri e nei suoi articoli, dimostrando che la percezione della dignità aumenta dove le cure siano di alta qualità, efficaci, empatiche e compassionevoli. Tuttavia, la percezione della dignità ha anche determinanti indipendenti dalle cure: ad esempio, l’andamento stesso della malattia e la perdita di autonomia che comporta, che non possono essere trascurati.

La legge veneta non è ancora pubblicata sul Bollettino Ufficiale; quindi, ragioniamo per ora su fonti di stampa, non sul testo definitivo. Ma c’è un punto che vorrei mettere a fuoco. Nel testo, per come lo si può ricostruire, è stato inserito, per volontà della presidente del Consiglio regionale Erika Stefani, un “parere rafforzato del medico palliativista” all’interno della commissione multidisciplinare che valuta le richieste. Non si tratta di un potere di veto, nel senso che il palliativista da solo non può bloccare una domanda. Ma il parere del palliativista pesa maggiormente, e se gli altri componenti della commissione vogliono discostarsene, devono motivare per iscritto il proprio dissenso. Ed è scelta condivisibile, per le competenze dei palliativisti sul fine vita.

Correttamente, è stato inserito l’obbligo di informare coloro che chiedono di accedere al suicidio sulla possibilità alternativa di accedere alle cure palliative: non si tratta di un requisito, come nella proposta della maggioranza di luglio 2025, contestata duramente (e giustamente) dal mondo delle cure palliative. Si tratta di far presente un’alternativa percorribile: è utile non tanto perché chi fa domanda di suicidio assistito non sappia dell’esistenza delle cure palliative, quanto perché questo implica che le cure palliative debbano poi essere effettivamente disponibili. Inoltre, la legge prevede la tutela della libertà di coscienza del medico che dovrebbe eseguire la procedura, e un nuovo Comitato Bioetico Regionale che si accerti che le richieste non vengano trattate in modo diverso da un’azienda sanitaria all’altra.

AgenSIR, organo d’informazione della CEI, ha definito questo parere rafforzato un “correttivo significativo”, fondamentale perché tiene distinta la pratica della medicina palliativa da quella dell’assistenza al suicidio.

La preoccupazione di tenere distinti i due ambiti, e le scelte che ne conseguono, può essere comprensibile, date le difficoltà che hanno avuto le cure palliative nel nostro Paese per affermarsi e comunicare la propria buona novella alla popolazione: la possibilità di morire senza soffrire.

Tuttavia, appare sempre più inadeguata di fronte allo sviluppo della realtà italiana sul tema del suicidio assistito. I medici e gli infermieri palliativisti, infatti, hanno una competenza che nessun altro attore che si muove intorno al fine vita possiede allo stesso livello (e che viene riconosciuta nella legge veneta): sanno cosa significa clinicamente una sofferenza “intollerabile”, sanno distinguere una richiesta di morte che nasce da un dolore non trattato da una che nasce da una scelta ponderata, sanno cosa serva davvero a una famiglia nel cammino ultimo.

La ritrosia delle istituzioni delle cure palliative rispetto a questi processi, i loro distinguo, la loro rimarcata estraneità all’attuazione del suicidio assistito, quindi, mi appaiono rinunciatari, perché si sottraggono a uno dei ruoli fondamentali che hanno avuto le cure palliative nel tempo, contrastando il paternalismo medico: quello di un accompagnamento che si propone di incentivare l’autodeterminazione del malato.
Che ne pensate?

Tags: cure palliative, fine vita, legge veneta sul suicidio assistito, SMA, Suicidio assistito, suicidio medicalmente assistito
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-09-08 12:11:512026-09-08 16:05:16Il Veneto e la legge sul fine vita, di Marina Sozzi
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11 commenti
  1. Giovanni Sanvitale
    Giovanni Sanvitale dice:
    8 Settembre 2026 in 14:11

    Cara Marina, bentornata. Aspettavo questo tuo intervento sul fine-vita, dopo l’approvazione della legge suicidio assistito iun una regione come il Veneto, notoriamente di destra. Se ne sta discutendo anche (finalmente) in Lombardia, dove già ci sono stati 3 suicidi assititi, un dei quali col Servizio sanitario nazionale, se ricordo bene (o comunque con un medico che ne faceva oarte).
    Condividio in toto quello che dici, ed è anche vero che molti pazienti preferiscono l’eutanasia alle cure palliative, poco praticate e a volte anche poco conosciute.
    3 cose: 1) quest’estate ho avuto l’opportunità di vedere su Rai3 il primo episodio delle meritoria serie “Che ci faccio qui?” di Jannacone, che aveva per tema un hospice nel lontano e negletto Molise. Quella trasmissione ha mutato e di molto, la mia percezione dell’Hospice e delle cure palliative, in senso positivo: tutte persone straordinarie.
    2) Su Repubblica ieri Corrado Augias si è schierato apertamente riguardo il suicidio assistito. Rispondendo anche alle obiezioni dei cattolici, secndo la quale “la vita é un dono”. Lui afferma che il dono resta di proprietà di chi l’ha ricevuto e non del donatore, che ne può disporre come meglio crede.
    3) Gli risponde oggi, sempre su Repubblica, l’arcivescovo Vincenzo Paglia che, pur con qualche apertura sul rispetto delle volontà altrui, insiste sull’obblico morale di “prenderci cura gli uni degli altri” (senza però mai nominare le cure palliative), ma ritorna sul concetto di “dono” che non si può buttare via.
    Inutile che spieghi da quale parte sto. Ma almeno il dibattito è aperto e molto sentito, salvo – ovvio – che nel nostro governo.
    Un saluto affettuoso.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      8 Settembre 2026 in 15:25

      Grazie mille Giovanni per il tuo commento. Io credo che questo genere di obiezioni (la vita è un dono, o cose del genere) abbiano poca presa sui nostri contemporanei, che infatti nel 74% dei casi sono favorevoli allo SMA. Prendersi cura gli uni degli altri è una cosa bellissima, su cui lavorare (io sono impegnata in un progetto che si intitola Torino Compassionate city, che ha proprio quell’obiettivo), ma non vedo cosa c’entri con il suicidio assistito. Le cure palliative sono la grande risposta alla morte del nostro tempo, la più straordinaria della storia dell’umanità. Ma i dati ci dicono che, anche se va bene per la stragrande maggioranza, ci sono casi in cui non è sufficiente. Dovremmo tutti prenderne coscienza, se davvero ci interessa l’autodeterminazione del malato.

      Rispondi
  2. Vito
    Vito dice:
    8 Settembre 2026 in 17:03

    La frase di Augias è illuminante: se ricevo un dono, sono io a disporre del “dono” in relazione alla mia capacità di divertirmi con quel dono, con la velocità di decadimento di quel dono, con la relazione che esiste tra me e quel dono. Se determinate condizioni mediche mi portano a vedere “condanna alla sofferenza” anzichè “dono”, l’ultima parola, spetta al dolore. Fosse anche per restituire nell’ultima fase della vita un senso di controllo sull’esperienza stessa della vita che – come sappiamo – viene sconquassata dal momento esatto della diagnosi. Rimettere le mani sul timone e scegliere il dove e il quando – credo – siano un modo per restituire dignità ad un essere umano che è prossimo “fisicamente” parlando ad uscire di scena.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      14 Settembre 2026 in 17:54

      Credo anch’io che l’aspetto cruciale del desiderio di accedere al suicidio sia il controllo della propria vita. Chi siamo noi per decidere che sia un desiderio sbagliato?

      Rispondi
  3. dottor Luciano Lamarca
    dottor Luciano Lamarca dice:
    9 Settembre 2026 in 13:06

    Una riflessione merita sicuramente l’approccio “laico” al problema (ma è un problema reale?) della “eutanasia dolce o soft” che dir si voglia. E ancora una volta nella questio assente ingiustificate le Cure Palliative. Ti avevo inviato una mia riflessione e proposta di una terza via “più europea” alla bioetica nel tentativo di superare le contrapposizioni manichee tutte italiane tra bioetica cattolica e bioetica “laica” . Ma sorvoliamo. Resta sul campo l’inascoltato richiamo alla attuazione delle Leggi già in vigore (la 38 del 2010 e la 217 del 2019) con uno sviluppo armonico di una rete vera di cure palliative domiciliari e centri Hospice adeguati alle esigenze della popolazione. Un caro saluto.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      14 Settembre 2026 in 17:56

      Gentile Luciano, naturalmente la piena attuazione della legge 38 è la cosa più importante da fare, tanto più che mette tutti d’accordo!

      Rispondi
  4. Marcello Ortale
    Marcello Ortale dice:
    10 Settembre 2026 in 14:24

    Non credo che ci sia una “ritrosia” delle istituzioni delle cure palliative nei confronti del tema SMA. Il fatto stesso che abbiano elaborato un “position paper” sull’argomento, forse perfettibile ma sicuramente un documento denso e accurato e pubblicato in tempi ancora utili al dibattito sociale, è indice del desiderio di affrontare il tema anche internamente alla SICP (Società Italiana Cure Palliative).
    Il tema SMA è importante, sensibile e delicato per tutti gli operatori di cure palliative (non solo le istituzioni) e credo che nessuno in questo ambito possa dirsi “estraneo” all’argomento ma possa contemporaneamente dichiararsi “estraneo all’attuazione” dello SMA. Proviamo a fare un esempio pratico:
    Una persona che ha un tumore con metastasi plurime, ormai seguito da tempo (sempre più spesso, per fortuna, da anni) dalle cure palliative e dall’oncologia, purtroppo non più responsivo a qualsiasi trattamento oncologico ma ancora con una discreta autonomia, chiedesse all’équipe di cure palliative di non voler più vivere e di voler accedere allo SMA, quali risposte potrebbe avere dall’équipe stessa? Questa evenienza fino ad oggi penso sia rara ma non escludo che in futuro si faccia più frequente.
    Io penso che nessun palliativista in una tale condizione possa dire: noi non ce ne occupiamo, si rivolga all’area dell’Azienda Sanitaria di competenza. Certo è possibile che si risponda: noi non pratichiamo il suicidio medicalmente assistito ma se lo desidera, possiamo interessarci tramite i referenti (se esistono) dell’Azienda Sanitaria, per poter accedere a questa procedura (perché è in questi termini che è descritta) e sempre se lo desidera possiamo partecipare, assieme ai professionisti delegati, allo svolgimento dell’iter.
    Così come potrebbe accadere che l’équipe desideri prendere in carico integralmente l’attuazione dello SMA in accordo ovviamente con il comitato Etico apposito e le Istituzioni Sanitarie competenti. La SICP non nega a priori questa evenienza ma cerca di tutelare le cure palliative non tanto da un tabù quanto più dallo stigma che segna spesso questa disciplina: “sono quelli che arrivano quando sono gli ultimi giorni”. Siamo ANCHE quello ma non SOLO quello!
    Questione completamente diversa se una persona, nella stessa condizione clinica precedentemente descritta, acceda alle cure palliative chiedendo al contempo il suicidio medicalmente assistito. In questi termini, secondo me, è più che comprensibile che l’équipe di cure palliative non neghi a priori l’assistenza ma deleghi la “procedura SMA” ad altre realtà sanitarie competenti (ancora da definire).
    Ho cercato di essere il più sintetico possibile, spero che possa essere utile al dibattito.

    Rispondi
    • dottor Luciano Lamarca
      dottor Luciano Lamarca dice:
      11 Settembre 2026 in 10:14

      Forse ho frainteso il tuo intervento. Qualora fosse rivolto al sottoscritto tengo a precisare che come anestesista oltre che palliativista la “questio” mi interessa direttamente. Dunque non solo non intendo sottrarmi alla disamina della questione (visto che l’esecutore materiale di una SMA in Italia non potrebbe che essere “ob torto collo” un anestesista-rianimatore) bensì intendevo solamente cercare di coinvolgere fattivamente i palliativisti non tanto nel merito bensì negli aspetti pratici.

      Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      14 Settembre 2026 in 17:59

      Gentile Marcello, è una domanda che ho rivolto più volte in contesti di cure palliative: “Se un paziente seguito in cure palliative chiede di morire, lo si manda via?”. Purtroppo non ho ancora mai avuto una risposta chiara. Tu me l’hai data. Grazie, e spero che tutti la pensino come te.

      Rispondi
  5. Patrizia Fonda
    Patrizia Fonda dice:
    11 Settembre 2026 in 10:44

    Sono totalmente d’accordo con Marcello Ortale. C’è ancora così tanta ignoranza negli utenti, almeno in Italia, sulle Cure Palliative e, di conseguenza, sul significato di SMA. Penso che occorra lavorare su questo, parallelamente alle varie iniziative regionali e, speriamo, statali sulla legge. Inoltre in Italia c’è ancora una forte discriminazione fra le varie regioni nell’offerta di CP: dopo 16 anni dall’entrata in vigore della legge!!!

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      14 Settembre 2026 in 18:00

      Su questo sono del tutto d’accordo, cara Patrizia!

      Rispondi

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