Si può dire morte
  • HOME
  • Aiuto al lutto
  • La fine della vita
  • Ritualità
  • Vecchiaia
  • Riflessioni
  • Chi Siamo
  • Contatti
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu

Paura della morte e felicità, di Marina Sozzi

12 Gennaio 2018/18 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Matryoshka doll set isolated on a white background

Perché abbiamo paura della morte? E soprattutto, è possibile addomesticare tale inquietudine, che per alcuni è un vero e proprio disagio con cui convivere?

Non parlo tanto, qui, della paura della morte che si manifesta nella prossimità della nostra fine biologica, ma di quell’inesausto sgomento che ci prende al pensiero della nostra finitezza, che può condizionarci a ogni età e in ogni situazione di vita. Quella paura che rende vano, e forse anche futile, il detto del filosofo greco Epicuro, secondo cui “se ci siamo noi, non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi”. Infatti, nonostante questa sia un’indubbia verità, passiamo buona parte della nostra vita ad avere paura, perché vita e morte non sono realtà chiaramente distinte, ma aspetti fittamente intrecciati del destino umano.

La paura della morte è legata, nell’uomo, proprio all’acuta coscienza che egli ha del proprio limite. La morte rappresenta l’ignoto oltre la fine, il mistero per antonomasia, e gli esseri umani hanno sempre cercato soluzioni per attutire l’angoscia che ne deriva loro: risposte religiose, come quella del cristianesimo o dell’islam, che prefigurano altri mondi cui la morte apre il passaggio. O consolazioni laiche, come il pensiero dell’“eredità d’affetti” che ciascuno può lasciare all’umanità, sulla falsariga di Foscolo.

Il quesito è se sia possibile addomesticare, anche se non proprio superare, la paura della fine nel corso della nostra vita. Il filosofo Jankélévitch sosteneva che da un lato c’è la morte come legge naturale, necessità impersonale, perfettamente comprensibile e razionalizzabile. Dall’altro lato c’è la morte come minaccia concreta, inaccettabile, tragica e scandalosa, che incombe sul singolo individuo. In questo secondo significato la morte è inconoscibile e indicibile. Il pensiero si annienta se prende come oggetto la morte, e l’angoscia che essa suscita è legata al nostro tempo umano, all’impossibilità di rappresentazione, al crollo, all’annullamento, all’inabissarsi del pensiero stesso. Sembra dunque, come peraltro pensava anche Sartre, che sia impossibile prepararsi alla morte, e quindi anche affrontare la paura della morte.

A mio modo di vedere, però, occorre capirsi sul significato che diamo al temine “morte”. Se per morte intendiamo l’istante del trapasso, si può dare ragione a Jankélévitch.

Tuttavia, proprio per via della stretta implicazione che c’è tra vita e morte nella quotidianità umana, è possibile accostarsi al pensiero della finitezza in molti modi. Uno di questi è cominciare a guardare alla nostra cultura dal punto di vista della consapevolezza della mortalità. C’è infatti una difficoltà antropologica nell’affrontare la paura di morire, ma ce n’è una molto più grande che è di carattere culturale.

La nostra società ci impone infatti di non condividere socialmente l’ansia per la morte: parlare di morte è considerato segno di indelicatezza o di cattiva educazione, in particolare in presenza di persone anziane, bambini o malati. Il diktat del silenzio induce nella maggior parte dei nostri contemporanei la mancanza di elaborazione, perché l’uomo, animale sociale, non riesce ad accogliere e sistematizzare le proprie ansie e paure se non nella dimensione della condivisione. In questo clima, all’individuo non resta che cercare di sfuggire alle proprie ansie non pensandoci, distraendosi, mettendole da parte ogni volta che si presentano. Invece di cercare di fare i conti con la finitezza, scappiamo a gambe levate, buttandoci nel lavoro o in troppe relazioni superficiali, talvolta facciamo uso di sostanze psicotrope più o meno legali, acquistiamo oggetti inutili. Forse così facendo siamo funzionali alle logiche della civiltà nella quale viviamo, ma certo non contribuiamo alla nostra felicità.

Abbiamo citato la felicità. C’è forse un legame tra elaborazione della paura della morte e felicità? Penso di sì, a patto di non intendere per felicità l’insulsa spensieratezza che aleggia negli spot pubblicitari, a patto di comprenderla come quello stato di appagamento in cui coincidiamo con quel che siamo, perché abbiamo accettato i nostri limiti. E a patto, inoltre, di non illudersi di poter trovare, una volta per tutte, un’incrollabile serenità di fronte alla nostra morte. Ho sperimentato in prima persona, durante la mia malattia oncologica, la difficoltà della mente ad accogliere la propria possibile morte, il rifiuto di toccare la concretezza della fine. Attraverso quell’esperienza mi sono fatta l’idea che solo in una reale prossimità della morte biologica sarà forse possibile lambirla – se non coglierla – col pensiero.

Tuttavia, se si accetta che il dialogo con la morte ci accompagni negli anni, ritengo che il percorso di avvicinamento al pensiero della fine serva, e sia in grado, oltre che di addomesticare la paura, anche di arricchire all’inverosimile la vita: di emozioni, sensibilità, intelligenza. E di riempire di significato le relazioni più autentiche. Ce la dice lunga, a tal proposito, la lettera di Holly Butcher postata su Facebook il 3 gennaio e rapidamente diventata virale: “Voglio solo che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande.”

Ma come fare a venire a patti con la paura della morte? Pensiamo innanzitutto che essa non è un monolite, ma è composta da un insieme inestricabile di tante paure più o meno grandi.

Ottenere una migliore convivenza con questa paura, allora, comporta un processo elaborativo, che non può essere fatto in solitudine. Occorre rigirarsela in mente insieme a persone che ci comprendano, scomponendola, e guardando dentro a quel contenitore della Grande Paura, che sembra impossibile da aprire. Cosa troviamo là dentro? Timore della sofferenza? Della perdita della propria individualità? Del dolore di chi resta? Dell’annientamento del nostro mondo? Come bamboline russe, una dentro l’altra, possiamo imparare a estrarre queste paure più piccole una alla volta, esaminarle e cercare di comprendere la loro funzione nella nostra vita. Vedremo allora scendere il tasso di inquietudine, e cominceremo a capire cosa davvero è importante per noi.

Avere paura, sentirsi fragili, non è disdicevole, è umano. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza. E Holly scrive: “E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato.”

Cosa ne pensate? E’ possibile ammansire la nostra paura della morte? Voi ci avete provato? Ci siete riusciti?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/01/Depositphotos_45512471_s-2015-e1515689547593.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-01-12 11:14:302018-01-12 11:14:30Paura della morte e felicità, di Marina Sozzi

Mai più un caso Loris Bertocco. I problemi del caregiver familiare, di Giovanni Sanvitale e Davide Sisto

19 Dicembre 2017/3 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Pileggi_Donatella_lamalattiacronica_01 copiaNon ci sono feste natalizie per chi ha un parente disabile, bisognoso di assistenza e cura 24 ore su 24. Oltre alla lacerante sofferenza emotiva che questa situazione genera, vi sono all’interno della nostra società carenze di natura pratica ed economica talmente evidenti, nonché ingigantite da una burocrazia tristemente kafkiana, da far sentire tanto il disabile quanto il caregiver familiare isolati e abbandonati al loro destino.

Le storie che si ascoltano dalla bocca dei protagonisti fanno sorgere un forte senso di indignazione. Forse perché un parente non autosufficiente, a causa di una disabilità, di una demenza o di altra patologia, acuisce l’evidenza della diseguaglianza sociale che segna lo spazio pubblico in cui viviamo: gli assegni di accompagnamento e le pensioni di invalidità sono generalmente così modeste, inadatte anche solo a coprire le spese relative allo stipendio e ai contributi fiscali di un badante, da far pensare a quanto fosse “fortunato” il protagonista parigino del film “Quasi amici”. La sua invalidante disabilità poteva almeno essere compensata da una condizione sociale agiata, che gli garantiva tutte quelle cure di cui troppo spesso lo Stato non si fa carico.

Il recente caso di Loris Bertocco è particolarmente emblematico. A partire da un incidente stradale nel 1977 Loris è rimasto paralizzato; contemporaneamente, si è aggravata una malattia alla vista, che aveva da quando era ragazzo, portandolo alla cecità assoluta. La disabilità ha segnato gli ultimi suoi quarant’anni di esistenza, condizionando la sua vita sentimentale e lavorativa.

Lo scarso supporto statale nel garantire le cure e le attività di riabilitazione lo hanno spinto a ricorrere al suicidio assistito in Svizzera (qui potete leggere la lettera in cui spiega la sua scelta).

Al caso Bertocco, che ha portato i media ad aprire – tardivamente – un dibattito sull’assistenza alla disabilità, è seguito il varo del Fondo per il sostegno dei “caragiver familiari” da parte della commissione Bilancio del Senato con un emendamento, a prima firma Laura Bignami ma sottoscritto da centinaia di senatori, che stanzia 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020 per “la copertura finanziaria di interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura non professionale del caregiver familiare”. Come riportato da La Repubblica, in data 27 novembre 2017, il sostegno sarà destinato “alla persona che assiste e si prende cura del coniuge, di una delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto, di un familiare o di un affine entro il secondo grado, o di familiare fino al terzo grado che non si autosufficiente, sia ritenuto invalido o sia titolare di indennità di accompagnamento”.

Nei giorni successivi all’emendamento hanno cominciato a prendere forma alcune regole: innanzitutto, l’estensione della definizione di “caregiver familiare” (tradotta in italiano con “prestatori volontari di cura”) ai nipoti che si prendono cura dei nonni riconosciuti come invalidi civili. Secondo quanto emerge, dovranno assisterli per almeno 54 ore alla settimana, vigilanza notturna compresa. In secondo luogo, l’obbligo di scegliere tra il ruolo di caregiver e i benefici della legge 104, la quale concede tre giorni di permesso retribuito al mese per assistere un parente disabile.

Purtroppo non è chiaro in che modo verranno usati i 60 milioni di euro stanziati, dal momento che paiono essere una cifra misera per garantire ai caregiver un assegno o i contributi della pensione. Ancor più misera, se si tiene conto dell’estensione del ruolo del caregiver anche ai nipoti del disabile. Questo perché in Italia si calcola che sia circa un milione il numero di persone che assistono a tempo pieno un parente disabile. Inoltre, “essere riconosciuto prestatore volontario di cura farà perdere a tutti gli altri familiari lavoratori la possibilità di utilizzare la legge 104, quella che dà diritto a permessi straordinari dal lavoro”.

Ora, le regole saranno definite da un decreto a cui stanno lavorando i tecnici dei ministri del Lavoro, Giuliano Poletti, e della Salute, Beatrice Lorenzin. Pertanto, non si hanno ancora gli strumenti per una valutazione oggettiva di quanto è stato emendato. Va detto che l’ANFFAS ONLUS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) è scettica nei confronti del testo in discussione al Senato. Ha presentato a sua volta un testo in cui chiede soprattutto che la disabilità sia riconosciuta come un problema sociale e non privato, cui lo Stato deve garantire tutti i servizi e l’assistenza economica opportuni, nonchè estendere il più possibile la figura del caregiver familiare, nell’ottica di proteggere e non abbandonare la persona disabile.

Il problema è particolarmente importante e urgente, anche tenuto conto della crisi economica che stiamo vivendo, della disoccupazione ancora molto elevata nelle singole regioni italiane e della forbice economica che separa le diverse generazioni, da cui segue la prospettiva di un futuro in cui i familiari “giovani” avranno sempre meno strumenti per accudire i propri cari.

Vi chiedo di raccontare la vostra esperienza in merito, o di condividere le vostre riflessioni.

 

Foto di: Pileggi Donatella

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/12/Depositphotos_108565978_m-2015.jpg 750 1000 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-12-19 13:14:532017-12-19 13:14:53Mai più un caso Loris Bertocco. I problemi del caregiver familiare, di Giovanni Sanvitale e Davide Sisto

La memoria digitale: i ricordi nell’epoca del web, di Davide Sisto

21 Novembre 2017/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

We aren't too old to take a selfie

Secondo diversi quotidiani internazionali una delle principali attività lavorative del futuro prossimo sarà quella del “Digital Death Manager”, una specie di consulente in ambito tanatologico che aiuta le persone a organizzare le proprie memorie ed eredità digitali.

Negli ultimi decenni il web ha, infatti, letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, dandoci la possibilità di abitare in una seconda casa, “virtuale”, all’interno di cui custodiamo una quantità incalcolabile di “oggetti digitali” personali. Centinaia di fotografie, riflessioni scritte, lettere, immagini audiovisive, che condividiamo – spesso in maniera confusa e sommaria – all’interno dei social network, ma non solo. A differenza degli oggetti fisici, ciascuno un esemplare unico e quindi dotato della preziosa qualità della rarità, quelli digitali possono esistere invece in un numero infinito di copie, posseduti contemporaneamente da più persone, senza sosta duplicati e privi del rischio di essere usurati. Al tempo stesso, se protetti da password, tali oggetti rischiano di essere perduti per sempre, a partire dall’istante in cui moriamo. In nessun caso, infatti, familiari e amici possono accedere – qualora privi della password necessaria, dunque del permesso concesso dal proprietario – ai contenuti digitali prodotti in vita, in quanto protetti dalla privacy.

L’art. 9, comma 3 del Codice in materia di protezione dei dati personali, prevede che l’accesso ai dati personali concernenti persone decedute può essere garantito solo «da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione». Ma la giurisprudenza è ancora molto incerta nell’applicazione di questo articolo e preferisce tutelare la privacy rispetto ai bisogni emotivi di chi ha patito un lutto. Circa un anno fa la cronaca nazionale è stata segnata dalla storia di un padre che, morto il figlio tredicenne a causa di una malattia alle ossa, ha cercato invano di ottenere il permesso di accedere ai contenuti del suo smartphone, per poter conservare le sue ultime fotografie e i suoi ultimi messaggi. La negazione di quello che – ai suoi occhi – appariva un diritto sacrosanto lo ha spinto ad affermare, nelle interviste, che gli è stata negata l’opportunità di conservare i ricordi del figlio (qui un articolo sulla vicenda). Un altro caso, avvenuto in Germania, ha fatto molto scalpore a livello mediatico. Nel 2012, una ragazza di 15 anni muore travolta sui binari della metropolitana a Berlino. I genitori chiedono a Facebook di poter accedere alle conversazioni private della figlia per capire se è morta suicida e, in tal caso, se il suicidio è legato al bullismo. Nonostante battaglie legali durate cinque anni, non è stata soddisfatta la richiesta, nonostante la plausibilità delle loro ragioni (per chi vuole approfondire, qui trova un articolo esaustivo).

Questo problema di non poco conto sarà sempre più sentito, man mano che le generazioni dei nativi digitali diverranno numericamente predominanti. “La morte è una parte della vita e la vita è divenuta digitale”: così scrive Stacey Pitsillides, designer e ricercatrice universitaria inglese, per introdurre il suo sito internet dedicato al tema. Continuare a vivere come se non dovessimo morire mai, non organizzando in modo ragionato le nostre memorie, può generare una situazione caotica in cui tanto più produciamo documenti della nostra quotidianità (selfie di coppia, foto dei nostri figli, lettere via mail, ecc.) quanto più perdiamo gli oggetti della nostra memoria, non lasciando in eredità i ricordi.

Per tale ragione sono sempre più numerose le attività commerciali che cercano di sensibilizzare le persone a gestire con raziocinio i propri oggetti digitali, in vista del tempo in cui saremo morti: dall’americana SafeBeyond, che dà la possibilità di creare videoclip da lasciare in eredità ai propri cari (il video di presentazione del progetto rappresenta la situazione di un padre di una bambina di otto/nove anni che, malato, prepara un discorso audiovisivo che le sarà fatto recapitare il giorno del matrimonio), all’italiana eMemory, che offre spazi virtuali a utenti che vogliono conservare foto e video specifici per quando non ci saranno più.

Le stesse agenzie di onoranze funebri offrono, soprattutto negli Stati Uniti, pacchetti che comprendono tanto i funerali in streaming, per coloro che sono impossibilitati per ragioni economiche a recarsi fisicamente a celebrare il rito funebre del caro estinto, quanto un sostegno per gestire e preparare il proprio patrimonio digitale accumulato nel corso della vita.

Le opportunità principali offerti dalla cosiddetta “memoria digitale”, a mio modo di vedere, sono le seguenti: sensibilizzare le persone in relazione al fine vita partendo dal quesito “che cosa desideri venga ricordato di te?”, il quale scaturisce dai rischi che si corrono per la questione della privacy online di cui sopra, ridefinire i riti di passaggio, non procrastinandoli fino a quando non potremo più gestirli autonomamente, avviare un discorso di educazione responsabile al web e a tutti gli strumenti tecnologici che utilizziamo ogni giorno.

E voi, invece? Avete mai riflettuto sul futuro degli oggetti digitali che producete? Vi è mai capitato di pensare a organizzarli quali lasciti da lasciare alle persone che amate? Diteci cosa ne pensate.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/11/Depositphotos_91546316_s-2015.jpg 441 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-11-21 13:15:532017-11-21 14:21:38La memoria digitale: i ricordi nell’epoca del web, di Davide Sisto

La morte è uno scandalo o un evento naturale? di Davide Sisto

13 Novembre 2017/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

1 Adriaen van Utrecht (1599 - 1652) - Vanitas Still-Life with a Bouquet and a Skull -Due delle principali obiezioni filosofiche mosse alla Death Education, quindi al tentativo di spiegare il ruolo imprescindibile e naturale della morte per lo sviluppo della vita, sono le seguenti: innanzitutto, la morte è uno scandalo, un evento che di per sé è terribile e non ha nulla di naturale. In secondo luogo, ciò che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio quella coscienza della propria mortalità che lo spinge a non accettarla, utilizzando la propria ragione per tentare di sconfiggerla una volta per tutte.

L’idea della morte come scandalo, quindi come evento o processo innaturale, è strettamente legata alla nostra tradizione cristiana: la morte, infatti, non prevista dal progetto originario di Dio, è la conseguenza prima del peccato originale, quindi di un uso deleterio della libertà da parte dell’uomo. Da qui deriva il carattere negativo e angoscioso del morire, il quale permane a tempo indeterminato nonostante il sacrificio di Cristo renda il morire un passaggio obbligato per la salvezza e la resurrezione. Il carattere scandaloso della morte è, pertanto, dovuto al fatto che essa non è il frutto della volontà divina.

L’idea, invece, che l’uomo si distingua da tutti gli esseri viventi in quanto l’unico a essere cosciente della morte e, dunque, da sempre impegnato a sconfiggerla attraverso le sue attività razionali e spirituali è un retaggio filosofico tipicamente occidentale, figlio tanto della cultura che separa la mente dal corpo quanto della convinzione che la ragione sia una nostra esclusiva prerogativa. Pertanto, consapevoli razionalmente di essere mortali, cerchiamo ogni giorno di non pensarci, svolgendo attività lavorative, culturali, artistiche, ecc. per mezzo delle quali proviamo a renderci – in un modo o nell’altro – immortali.

Queste sono due obiezioni che mi è capitato di ricevere più volte durante convegni o incontri pubblici in cui ho parlato di Death Education. Ora, se, da una parte, non sono convinto che l’uomo disponga di un’esclusiva coscienza della propria mortalità, semmai ogni essere vivente ne ha consapevolezza secondo le sue irripetibili caratteristiche specifiche, dall’altra non credo che lo scandalo cristiano della morte non possa collimare con l’idea della sua naturalità.

Siamo abituati a tener conto del celeberrimo sillogismo in base al quale tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale. La mortalità è, in altre parole, una cifra che definisce – nel qui e ora – non solo la nostra condizione di esistenza, ma la vita stessa nel suo fluire. Qualche giorno fa, Emanuele Severino, durante un convegno, sottolineava una cosa tanto banale quanto fondamentale: se la giornata di ieri non fosse terminata, la giornata di oggi non sarebbe mai iniziata. Tutto quello che facciamo e che siamo segue un percorso preciso, segnato da un inizio, da un suo svolgimento e dalla sua fine. La gioia del primo giorno di vacanza e la malinconia dell’ultimo giorno; l’angoscia nel momento in cui comincia un’operazione chirurgica e il sollievo, anche solo momentaneo, per la sua conclusione. L’emozione per l’inizio della scrittura di un libro e la sensazione agrodolce quando è terminato. Non c’è azione quotidiana che non segua naturalmente questo percorso. E se tale percorso venisse meno? La dilatazione radicale dei ritmi temporali renderebbe la nostra vita simile a un film al rallentatore. Il mutamento perde di significato, il pulsare eccitato delle emozioni si inaridisce lentamente, tutta l’energia che mettiamo in ciò che facciamo, consapevoli del rapporto dialettico tra l’inizio e la fine, si spegne. Non è un caso che, secondo uno psicopatologo come Minkowski, l’idea dell’immortalità terrena si manifesta puntualmente nel delirio melanconico.

Ora, considerare come naturale l’integrazione tra la vita e la morte, evidenziandone il cospicuo valore pedagogico, non necessariamente contraddice lo scandalo cristiano del morire: possiamo, infatti, riconoscere questa integrazione come un dato di fatto, a cui avremmo voluto volentieri fare a meno ma che rappresenta, nel mondo in cui viviamo, il punto di partenza basilare per costruire giorno dopo giorno le nostre attività e per sviluppare il nostro modo di essere. Pertanto, la nostra ragione, il nostro spirito non hanno senso se le utilizziamo come fossimo dei novelli Gilgamesh alla ricerca ossessiva di un antidoto contro la mortalità; piuttosto, diventano prerogative irrinunciabili se messe al servizio della fragilità che ci costituisce, di modo da rendere qualitativamente luminoso lo spazio temporale che si distribuisce tra l’istante dell’inizio e il momento della fine.

E voi cosa ne pensate? Interpretate la morte come scandalo o piuttosto come evento naturale, o come entrambe le cose al contempo? Attendiamo, come sempre, le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/11/resriv_4-e1510518849734.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-11-13 10:36:282017-11-13 10:36:28La morte è uno scandalo o un evento naturale? di Davide Sisto

Le ricette della longevità: cibo e vita senza fine, di Davide Sisto

9 Ottobre 2017/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

healthy balanced foodSecondo uno studio della Johns Hopkins University, pubblicato un paio di anni fa dalla prestigiosa rivista Science, la maggior parte dei tumori non è determinata da stili di vita poco sani (fumo, cattiva alimentazione, ecc.), ma semplicemente dalla “sfortuna”. La sfortuna, secondo i resoconti della ricerca forniti dalla stampa, sembra incidere nel 66% dei tumori, i quali insorgono in assenza totale di comportamenti a rischio. In realtà, anche a causa delle polemiche seguite al modo un po’ approssimativo con cui la stampa ha dato la notizia, gli scienziati Bert Vogelstein e Cristian Tomasetti sono tornati recentemente sull’argomento, sempre su Science, per spiegare meglio il senso dello studio: tenuto conto che una cellula diventa tumorale quando nel suo Dna si accumulano due-tre mutazioni “anormali”, i due scienziati hanno calcolato che ben due terzi di tali mutazioni dipendono da errori casuali che hanno luogo durante la divisione cellulare e indipendentemente dal nostro comportamento. Pertanto, sostenere che il 66% delle mutazioni sono casuali non significa dire che il 66% dei tumori è legato alla sfortuna e non è prevedibile: fumo, cattiva alimentazione, eccessiva esposizione al sole svolgono sicuramente un ruolo di primo piano nell’insorgenza delle patologie tumorali ed è, per tale ragione, fondamentale la prevenzione. Tuttavia, questo studio dimostra scientificamente che la prevenzione non basta e che il caso svolge un ruolo centrale nel cagionare le mutazioni del Dna che a loro volta cagionano il tumore.

Ora, questo studio è interessante se messo in relazione al contesto sociale e culturale odierno, in cui è costantemente in crescita la ricerca della perfetta combinazione tra scelte alimentari, longevità e – addirittura – immortalità. Sono sempre più numerose le ricerche scientifiche intente a trovare la dieta per mezzo della quale vivere il più a lungo possibile e non ammalarsi mai. Ad esempio, la biologa Maria Konovalenko, entrando a far parte del programma denominato Biology of Aging e legato al Buck Institute in Northern California, presso cui sta svolgendo il dottorato, ha ideato il Longevity Cookbook, un insieme di ricette e suggerimenti per un corretto stile di vita, basati su ricerche ed esperimenti medici, nonché uno studio sulla restrizione dietetica calorica. L’obiettivo del Longevity Cookbook, in cerca di finanziamento, è l’identificazione degli ingredienti che allungano le aspettative di vita e, dunque, la creazione di ricette ad hoc. Nelle interviste rilasciate ai giornali Konovalenko anticipa che olio d’oliva e avocado sono due ingredienti fondamentali per la longevità e che occorre concentrarsi su cibi e sostanze, come la caffeina, che inibiscono la mTOR, una sostanza che svolge un ruolo centrale per l’invecchiamento.

Particolare rilevanza mediatica ha avuto, poi, la “Dieta della longevità” sperimentata da Valter Longo, scienziato ritenuto tra i maggiori esperti al mondo di studi sull’invecchiamento e sulle malattie ad esso collegate. La dieta della longevità, il cui punto di partenza è l’osservazione attenta delle caratteristiche dei centenari di Molochio, in Calabria, paese dei suoi nonni, intende mostrare come sia possibile curarsi con il cibo. Poche proteine (circa 0,7/0,8 grammi di proteine per chilo di peso corporeo) e molta verdura, poca frutta e carboidrati integrali, pesce – due/tre pasti alla settimana – e non carne, solo grassi insaturi buoni (come quelli presenti nel salmone, nelle noci, mandorle e nocciole), a cui aggiungere complessi vitaminici e minerali in pillole ogni due/tre giorni. Questi i segreti alimentari per la longevità, senza dimenticare alcune strategie quotidiane, come – per esempio – fare solo due pasti al giorno più uno spuntino a basso tenore calorico ma nutriente (tutti gli altri particolari della dieta sono descritti nel libro “La dieta della longevità”, che Longo ha pubblicato nel 2016).

Addirittura, è stata recentemente inventato Basis, un integratore alimentare il cui obiettivo è aumentare la salute metabolica. Questo integratore è stato sviluppato dalla Elysium Health, il cui fondatore e amministratore delegato, Eric Marcotulli, ha un passato nel capitalismo d’impresa e il cui capo scienziato, Leonard Guarente, conduce ricerche sull’invecchiamento al MIT dal 1982. Ciò che rende interessante Basis è il fatto che il suo sviluppo è monitorato da cinque premi Nobel (due per la chimica, tre per la medicina), i quali collaborano come consulenti con Elysium Health.

Mettere a confronto questi esempi con lo studio da cui siamo partiti genera una grande confusione: possiamo veramente riporre le nostre speranze di longevità in integratori alimentari e in diete miracolose o dobbiamo rassegnarci dinanzi al ruolo impietoso del caso? Il punto è il solito: la prevenzione e una sana alimentazione sono assolutamente fondamentali, ma vanno posti all’interno di un contesto esistenziale in cui sappiamo che la loro utilità consiste solo nel farci stare il più possibile bene, non nella promessa incauta e illusoria di una condizione di vita non mortale. Perché, come al solito, se il sentimento alla base di queste scoperte è “la vita è bella, non vedo ragioni per cui dovrebbe finire”, come sostiene Maria Konovalenko, allora quando il caso riporta con violenza la nostra mente a pensare al fatto di essere mortali rischiamo di rimanere prigionieri della confusione, con tutte le conseguenze negative che ciò produce e che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi.

Cosa ne pensate? E quali strategie alimentari adottate nella vostra vita quotidiana per la prevenzione delle malattie? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/10/Depositphotos_118522082_s-2015.jpg 333 499 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-10-09 11:51:132017-10-09 11:51:13Le ricette della longevità: cibo e vita senza fine, di Davide Sisto

L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto

4 Settembre 2017/12 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Depositphotos_13185291_s-2015Al rientro dalle vacanze estive i primi pensieri che tormentano la maggior parte delle persone, nel mondo odierno, sono il numero di attività lavorative da svolgere, le scadenze da rispettare, i risultati da conseguire. Ci si sente letteralmente stritolati all’interno di un meccanismo in cui occorre “fare”, impiegando il minor tempo possibile e dovendone rendere costantemente conto a qualcuno. Tutto è incentrato di continuo sulla performance, sul raggiungimento di una perfezione richiesta, sulla valutazione. Pensate a quei ridicoli programmi televisivi di cucina, in cui uno chef vip deride letteralmente davanti alle telecamere il concorrente che gli sottopone un piatto da lui cucinato. Io che sono il Re della buona cucina stabilisco se tu sei degno della mia stima o meritevole del mio disprezzo a seconda di quello che sei capace di fare. O, ancora, pensate a un film come “Whiplash” (2014), vincitore di tre Premi Oscar, in cui un ragazzo che sogna di diventare un grande batterista viene costantemente umiliato da un insegnante feroce che pretende la perfezione assoluta, anche a scapito della salute del ragazzo stesso. Ma non occorre menzionare programmi televisivi e film. Basta che ciascuno tenga conto del contesto all’interno di cui vive e lavora: non c’è modo di fermarsi mai, occorre essere sempre performanti, sempre attivi, sempre ben predisposti alle pretese altrui. Non c’è debolezza che meriti di essere rispettata: il più delle volte nemmeno il lutto di un genitore o di un partner è ritenuto motivo sufficiente per prendere una pausa. Se mi fermo, come posso portare a termine il lavoro richiesto? Rischio di essere licenziato! Rischio di essere scavalcato dal collega! Rischio una penalizzazione.

La mentalità della performatività e della perfezione investe i bambini stessi, subito posti l’uno contro l’altro a partire dai primi passi del loro percorso formativo: un voto positivo o negativo non è la conseguenza di un lavoro più o meno riuscito. È un giudizio perentorio sulla persona. Francesco va bene a scuola, quindi è intelligente; Marco va male quindi è stupido. Appena entrato in società, il bambino è soffocato dall’ansia dell’inadeguatezza e del dover dimostrare qualcosa a qualcuno. E ciò ovviamente non riguarda solo la scuola e il lavoro, ma anche le relazioni interpersonali, nelle quali ogni minimo errore appare come una tragedia apocalittica.

Non c’è scampo: la società odierna sarà ricordata come quella in cui tutti sono sempre sotto pressione. E questo genera depressione, ansia, infelicità, come evidenziano meglio di me Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel libro “L’epoca delle passioni tristi” e Alain Ehrenberg in “La fatica di essere se stessi”, per fare due esempi.

Non è un caso, a mio avviso, che il bisogno di perfezione coincida con la ricerca concreta dell’homo cyborg, dell’uomo che deve correggere le proprie debolezze biologiche con tutti gli strumenti meccanici e artificiali a disposizione. L’uomo perfetto è l’uomo che non deve chiedere mai, per citare un noto slogan pubblicitario. Ossia un uomo automatico, che crede che tutto funzioni sempre secondo il modello di causa-effetto, che tutto sia aderente a un principio razionale, principio che respinge e ripudia ogni situazione in grado di limitare la corsa forsennata verso la perfezione assoluta. L’uomo che non deve chiedere mai non può, anzi non deve, ammalarsi, invecchiare, morire.

Ecco, io sono totalmente convinto che vi sia un legame molto stretto tra l’ossessione per la perfezione e la rimozione della morte.

Essere consapevoli della propria mortalità significa riconoscere la normalità della fragilità, prendere coscienza che la perfezione è una gigantesca illusione. Perfetta è di per sé una vita che riconosce l’importanza della debolezza e il valore dell’errore. Daniel Pennac, nel romanzo Storia di un corpo, scrive che «la natura ha orrore della simmetria […] non commette mai un simile errore di stile. Ti stupirebbe vedere com’è inespressivo un viso simmetrico, se ne incontrassi uno!». L’espressività e l’asimmetria sono il segno del nostro modo precario di stare al mondo, una precarietà che non è una debolezza; piuttosto, una fondamentale e preziosa risorsa.

Se la società si impegnasse a educare i propri cittadini, fin dall’infanzia, a riconoscere il proprio limite, partendo dalla limpida coscienza della mortalità e dall’idea che ogni istante di vita non è dovuto o scontato, ma è semmai un che di guadagnato, forse si potrebbero impostare le relazioni lavorative e personali in modo differente. Forse, l’attesa di un risultato potrebbe finalmente non essere più ossessiva. Perché, come succede di continuo, occorre aspettare di ammalarsi gravemente per rallentare la propria andatura, per rendersi conto di quali siano i veri valori della nostra vita? Non sarebbe meglio capirlo collettivamente senza la presenza della malattia, ridimensionando in modo radicale quell’ansia che sorge nella ricerca di una vacua perfezione?

Credete anche voi che la ricerca spasmodica della perfezione sia legata alla rimozione della morte? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/09/Depositphotos_3208280_s-2015.jpg 361 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-09-04 11:19:022017-09-04 11:19:02L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto

La strada e le morti improvvise, di Marina Sozzi

14 Agosto 2017/7 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

GiornataMondialeSapevate che ogni anno muoiono in incidenti stradali, solo in Italia, tra 3000 e 4000 persone, come fosse risucchiato nel nulla un piccolo paese? E’ la principale causa di morte tra i 15 e i 24 anni. Queste vite spazzate via in un istante – a cui dovremmo pensare ogni volta che saliamo in auto e ci viene voglia di premere troppo l’acceleratore, o di guardare il messaggio appena arrivato sul telefono – lasciano solo il dolore terribile dei parenti e degli amici. Sono circondate da troppo silenzio, come aveva scritto Elena Valdini in un libro pubblicato qualche anno fa, nel 2008, Strage continua. Un libro che denunciava anche una giustizia carente, che spesso chiudeva con un nulla di fatto, con qualche mese di sospensione della patente, i processi contro i responsabili degli incidenti. Oggi c’è la legge sull’omicidio stradale, che ci auguriamo contribuisca a far decrescere il numero delle vittime.

La mente umana si ribella all’insensatezza di queste morti evitabili, alla deprivazione di vita, storia e memoria cui vanno incontro le vittime, e non è un caso che si sia diffuso in Italia un rito specifico per commemorarle: è un rito che prende forma con la creazione di piccoli altari spontanei posti lungo le strade, spesso sui guard-rail dove è avvenuto lo schianto, che sono adornati con fiori di campo, foto, lettere, scritte, talvolta una lapide. Questi altari rispondono al bisogno di costituire un luogo sacro proprio là dove una vita è stata persa, di combattere l’oblio e l’anonimato feroce di queste morti, viste troppo spesso come un “danno collaterale” alla facilità dei trasporti contemporanei. Si tratta di ricordare che c’è stata una vita, una biografia, troncata troppo presto, e per motivi così futili da richiedere un pensiero, una riflessione, un moto di solidarietà a colui che passa per quella medesima strada.

Ci sono genitori che hanno raccontato di frequentare questi altari improvvisati più della tomba al cimitero, perché è qui che trovano talvolta una parola di ricordo lasciata dagli amici, una manifestazione di nostalgia, un fiore fresco, quasi a dimostrazione che quella vita inghiottita in un secondo è stata veramente vissuta. E’ un fenomeno su cui l’antropologo Franco La Cecla aveva riflettuto già nel 1995, in un brevissimo saggio contenuto in Mente Locale, dal titolo Sacralità del guard-rail: aveva evidenziato il diritto, che gli individui si prendono senza il consenso di un’autorità religiosa, di sacralizzare un luogo, per riscattare la banalità e l’anonimato di queste morti violente e improvvise.

Mi viene spontaneo mettere in luce – oltre all’aspetto di sacralizzazione di luoghi impersonali come una strada statale o provinciale, o a volte una via nelle periferie urbane – l’esigenza di parlare di chi se ne è andato, che viene espressa con questi altari provvisori. Un’esigenza, quella di essere testimoni della vita conclusa di un proprio caro, che è presente in tutti i dolenti: ma che probabilmente, nel caso dell’incidente stradale, è esacerbata da un lato dall’inanità della morte, dall’altro dalla frequente giovane età delle vittime, dall’esiguità delle tracce che le loro biografie lasciano nel mondo.

Non a caso, un’iniziativa parallela giunge dall’Associazione Italiana familiari e vittime della strada (AIFVS), che nel suo sito dedica ampio spazio alla memoria delle vittime. Uno spazio che – a differenza dei cimiteri virtuali, che non hanno avuto seguito – appare invece vitale e molto frequentato (ogni storia, ogni foto, ogni testimonianza ha migliaia di visualizzazioni).

Nel sito dell’AIFVS, una mappa dell’Italia segnala i luoghi in cui si sono verificati gli incidenti mortali, e cliccando sulle bandierine si trova il nome e l’età di chi ha perso la vita, e il luogo e la data dell’incidente. Oltre alla mappa dei luoghi sono conservati nel sito innumerevoli “Opuscoli memorie”, in cui una foto e qualche paragrafo ricordano i tratti salienti della personalità del defunto, ciò che amava, spesso ciò che avrebbe voluto diventare. Qualcuno ha costruito un video, e innumerevoli sono le testimonianze dei superstiti, alla disperata ricerca di un senso per ciò che è accaduto, che narrano di come anche le loro vite siano state falciate via insieme a quella del loro congiunto.

Ora io mi chiedo: perché mettiamo così poche parole su queste morti, con la pregevole eccezione del libro di Elena Valdini e del sito dell’AIVFS? Un articoletto in cronaca e via, senza commenti, senza riflessione? Perché tanto silenzio?

Verrebbe da dire, per via della paura. Ciascuno di noi nel profondo sa quanto fragile sia la vita umana, la sua propria vita, ma ce ne rammentiamo raramente, cerchiamo anzi di dimenticarlo, di sottovalutarlo, di scappare. Salire in auto invece è una buona occasione per ricordarlo, per sapere che non siamo immortali, né noi né i nostri simili, ed essere prudenti. Sentire la vulnerabilità non è debolezza, al contrario, accresce la nostra umanità e la nostra possibilità di vivere appieno, di sentirci vivi, di apprezzare il fatto di essere vivi.

Che ne pensate? Vi capita di riflettere su queste morti tanto improvvise e scioccanti quanto ignorate?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/08/Fotolia_132619631_XS-e1501685685504.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-08-14 16:32:352017-08-14 16:32:35La strada e le morti improvvise, di Marina Sozzi

Non siamo immortali di Laura Campanello

27 Luglio 2017/12 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Abbiamo due vite: la seconda

Inizia quando ci accorgiamo di averne una sola

(Confucio)

Non c’è bisogno forse di scomodare Confucio per poterci dire che la vita che abbiamo è una e che l’unico modo di cui disponiamo per ricordarcene, almeno ogni tanto, è pensare alla morte. E quand’anche credessimo nella reincarnazione la vita che ci è data da vivere, ora, è questa.

Non siamo immortali.

Lo sapeva bene anche Borges che ne ha scritto, inserendosi nella corrente aperta dai filosofi fin dall’inizio del pensiero occidentale … insomma. Filosofia, letteratura, musica, poesia, arte … da sempre prendono vita e si confrontano con l’effimero nella realtà, la precarietà dell’esistenza , la mortalità umana. Ma la cosa che ho sempre trovato interessante e sicuramente utile è che facendolo approdano quasi sempre non ad una mortificazione depressiva o paralizzante, ma ad una esaltazione della vita stessa, proprio alla luce della sua fragilità. Ciascuno si rapporta con la propria finitudine in maniera diversa e unica, a volte faticosamente a volte con più leggerezza, ma credo che Goethe colpisca nel segno:

“Memento mori! [sono parole che] si incontrano di frequente,

non voglio continuare a dirle;

perché dovrei in una vita così breve,

tormentarti con il suo limite?

Perciò […] ti raccomando,

caro amico, secondo il tuo modo,

Memento vivere, non altro.”

L’uomo che accetta di confrontarsi con la morte, in verità si confronta con la vita, di cui la morte è una parte, è l’epilogo, ma è anche ciò che tiene l’uomo nel presente, nel tempo dell’azione e dell’esistenza, della felicità possibile anche nella fatica. Perché l’alternativa a questa vita, per quanto faticosa o dolorosa è la non vita, è non esserci, che è ciò che ci spaventa. Quindi rischiamo di restare immobili in un paradosso: non guardare la morte ci salva dall’angoscia ma alla lunga ci nega un’esistenza autentica e consapevole (come bene scrisse Heidegger, ad esempio, ma anche Simone Cristicchi nella sua canzone “La prima volta che sono morto”). Non importa se a questa consapevolezza arriviamo grazie alle canzoni pop di Sanremo o grazie a complessi e articolati sistemi di pensiero filosofici: l’importante è che ci arriviamo e che questa riflessione cambi e trasformi il nostro modo di vivere.

Allora la morte va nominata, saputa, presa in considerazione perché è quel pungolo che tiene svegli, vivi, presenti a se stessi, agli altri, all’esistenza. Altrimenti si rischia di non accorgersi neanche della vita che abbiamo, attendere la felicità nel corso degli anni, lamentarci per ciò che non abbiamo anziché godere di ciò che la vita ci concede o che potremmo conquistare se non gettassimo via il tempo, immaginando di averne sempre e comunque altro a disposizione, sempre.

L’esercizio filosofico della morte nell’antichità, comune a molte scuole filosofiche, era proprio questo, e lo troverete anche in molte vie sapienziali e spirituali, non a caso.

L’angoscia o l’ansia di morte che spesso sentiamo è per lo più legata alla paura di morire, ma cosa contiene questa paura?

D.I.Yalom, in un libro dal titolo Fissando il sole (2017 ed. Neri Pozza) esplora il nostro rapporto con la morte e ne evidenzia (da psichiatra fondatore della psicoterapia esistenziale negli anni ‘70) il lato positivo, che emerge quando riusciamo a farne occasione per vivere meglio. Il sottotitolo dell’edizione americana (del 2008) recita “superare il terrore della morte”. È interessante: non dice “superare la paura della morte” perché la paura inevitabilmente resta per tutti noi e va esplorata. La differenza è però sostanziale: il terrore paralizza e inchioda, la paura no.

Cosa ti fa paura della morte? Lo chiedo a me, a te che leggi e lo chiedo da anni alle persone malate di tumore o di Sla in fase avanzata o terminale di malattia che incontro nella mia professione. E per molti di loro, per le questioni legate alla paura c’è una risposta, almeno parziale e tranquillizzante, che regala maggiore serenità.

La mancanza di senso, la solitudine e l’isolamento, la sensazione di non aver vissuto – sprecando vita e tempo – o di aver dedicato poca attenzione a ciò che per noi conta davvero, non aver cercato di cambiare in meglio la nostra vita, non aver detto parole importanti a chi amiamo… Sono cose concrete, non sono solo idee o pensieri, e contano nel corso della nostra intera vita e tanto più alla fine, quando il sipario sta per chiudersi e i bilanci esistenziali si impongono, severi e implacabili, ma i rilanci possibili sono pochi o hanno poco tempo per realizzarsi e quindi diventano urgenti e chiari.

Sempre Yalom, sulla scia dei filosofi che ama e propone nei suoi testi, come ad esempio Epicuro, scrive: “La morte uccide, ma il pensiero della morte salva”. Infatti dolore, morte, malattia, lutto, vecchiaia, sofferenza … ci trasformano, nostro malgrado, anche se ovviamente noi fuggiremmo lontano da quell’esperienza. Ma ci possono riconsegnare alla vita in un altro modo. E lo stesso può fare una seria meditazione sulla morte o un buon rapporto con essa nel corso della vita.

Perché quello che ci rende davvero umani è la consapevolezza di noi stessi e della vita per quella che è. E proprio accorgersi di essere mortali porta alla grande esperienza del risveglio che apre al cambiamento, perché se c’è una cosa che chi affronta il morire mi raccomanda spesso non è certo di cambiare il mio modo di pensare, ma di modificare profondamente il mio modo di vivere.

Il senso del vivere, la responsabilità della nostra e altrui esistenza, le priorità da dare alla propria vita, l’ uso del tempo, la capacità di mostrare gratitudine, avere consapevolezza di essere vivi e di come la vita è davvero – nella sua fragilità e nella sua forza – sono le questioni che emergono di fronte alla malattia, alla morte imminente, al lutto di chi alla malattia dell’altro deve sopravvivere col dolore della perdita.

Per questo le persone alla fine della vita vanno aiutate a congedarsi dagli altri, a fare bilanci e piccoli rilanci, a chiudere il cerchio della loro esistenza insieme a chi con loro l’ha condiviso, senza restare vittime di teatri del silenzio e della negazione sulla verità di quanto accade che spesso aggiungono dolore al dolore.

La morte restituisce per la prima volta la misura e il giusto peso alle cose del vivere quotidiano e macroscopico.

Allora, come insegnano i filosofi da sempre, non attendiamo con timore che la morte ci indichi cosa conta nella vita, ma anticipiamola accompagnandoci a lei perché ci aiuti per tutta la vita ad imparare a vivere e morire.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/07/Depositphotos_153460020_s-2015.jpg 333 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-07-27 11:33:282017-07-27 11:33:28Non siamo immortali di Laura Campanello

ETER9: sopravvivere alla propria morte nel web, di Davide Sisto

20 Giugno 2017/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

eter9 fine aprileLo scorso 20 aprile 2017 mi sono ufficialmente iscritto al sito internet “Eter9. Living Cyberspace”. Eter9 è una parola composta dai termini inglesi “Eternity” e “Cloud9” che, sommati, indicano un’espressione del tipo “al settimo cielo”, per alludere alla condizione di paradisiaca serenità offerta dal prodotto. Il progetto, ideato dall’informatico portoghese Henrique Jorge, consiste nel creare un social network simile a Facebook, ma con una particolarità molto specifica. Utilizzando al meglio le potenzialità delle tecnologie digitali odierne, l’intento è quello di elaborare tutto ciò che noi pubblichiamo al suo interno, di modo che si generi un automatismo o un alter ego virtuale che continui a farlo, quando non siamo più online. O momentaneamente o, addirittura, per sempre.

Eter9 funziona così: creo un mio account, con le classiche username e password, ed entro in una realtà virtuale quasi identica a quella di Facebook, in quanto ognuno può scrivere e condividere tutto ciò che vuole all’interno di un “Bridge”. Ognuno può mettere uno “smile” ai contenuti degli altri utenti, al posto del classico “like”, e può stringere amicizia con le altre persone, commentando le loro attività. Tutti i contenuti condivisi possono essere “eternalizzati” dentro varie categorie, che vanno dalla musica alla tecnologia, dalla scienza allo sport e via dicendo: “Pensa qualcosa per l’eternità”, leggiamo al posto del classico “a cosa stai pensando?” dello status di Facebook. Analizzando ciò che viene condiviso nel corso del tempo, quindi i commenti e le interazioni con gli altri utenti, il mio alter ego virtuale, definito “controparte” e nato il giorno stesso d’iscrizione al sito, comincia a capire chi sono e quali sono le mie caratteristiche, di modo da poter mimare il mio comportamento quando sono offline e – dunque – dopo la mia morte. La “controparte” è responsabile della vita eterna dell’utente. Pertanto, più si interagisce all’interno di Eter9, più essa impara a conoscermi: secondo Jorge, interagire con altri utenti aumenta la possibilità dell’emulazione. Ognuno di noi può decidere quale livello di autonomia attribuirle, assegnandole una percentuale specifica: se si sceglie il 100% di attività, allora la controparte sarà molto attiva e condividerà pensieri e link in modo frequente, quando non siamo fisicamente online. Nel caso, invece, si scelga lo 0% allora Eter9 non sarà per nulla diverso da Facebook. Ovviamente, posso decidere se la mia controparte resti attiva o inattiva una volta che sono morto, predisponendo – tramite un servizio chiamato, non a caso, Perpetu – un testamento digitale in cui dichiarare in maniera esplicita cosa deve fare la mia controparte a partire dall’istante in cui concludo la mia vita.

Se già così Eter9 risulta alquanto inquietante, c’è un altro aspetto che accentua il suo carattere peculiare: al suo interno non ci sono solo profili di persone realmente esistenti. Per esempio, per poterlo utilizzare al meglio è messo a disposizione di ognuno di noi il supporto di Eliza Nine, una specie di bot che ci aiuta a comprendere il cyberspazio di Eter9 e a ottimizzare le nostre attività. Ma Eliza Nine non è il solo essere puramente virtuale: ci sono diverse altre intelligenze artificiali, chiamate Niners, che possono interagire con noi e tra di loro.

Ci si ritrova, così, dentro un mondo fantascientifico, in cui esseri umani e robot condividono pensieri personali e citazioni letterarie, video musicali e scene tratte dai film, notizie e curiosità. Discutono poi tra di loro, per cui non è immediato capire chi sia l’uomo e chi il robot. Tutto questo per far sì che, un giorno, la pubblicazione di questi materiali sia automatica, senza il bisogno effettivo delle persone in carne e ossa. Essere vivi o essere morti conterà – in altre parole – sempre meno: ci sarà, comunque, un sistema informatico che continuerà a scrivere e a comunicare senza la necessità della presenza corporea di una persona, quindi della sua esistenza, delle sue emozioni, del suo modo di sentire. Contano le parole, i pensieri espressi, eternalizzati a prescindere da chi li esprime e da chi, tramite tali parole e pensieri, crea relazioni umane.

C’è da dire che allo stato attuale non è ancora successo niente di particolare, al di là dello shock immediato una volta che ci si ritrova a comunicare con dei robot. La controparte non è ancora indipendente dall’essere umano, che dovrà – in linea teorica – sostituire in eterno. Ciò non toglie un profondo senso di angoscia. Io mi ci sono iscritto semplicemente per studiarne i meccanismi, ma mi spaventa moltissimo l’idea che una mia controparte virtuale possa rendersi autonoma da me, intuendo in maniera automatica i miei pensieri, i miei modi di esprimermi e le mie passioni (per esempio, quella per la musica rock). Mi chiedo anche se questo progetto sia veramente utile per le persone che sopravvivono alla mia eventuale morte o se, invece, renda problematica l’elaborazione del lutto, quindi del distacco e della perdita. Ma, soprattutto, basta un’elaborazione informatica, anche ben fatta, del mio speciale modo di esprimere me stesso per creare un mio perfetto sostituto virtuale, in grado di sopperire alla mia finitezza e alla mia mortalità? Sono molto scettico a riguardo e credo che vi siano aspetti – casuali e caotici – che rendono ciascuno di noi imprevedibile, dunque inimitabile.

Voi cosa ne pensate? Siete attratti da un simile progetto? Credete possa essere utile per affrontare la paura della morte e le difficoltà legate al lutto? Soprattutto, ritenete che il futuro sia veramente un mondo in cui l’intelligenza artificiale sostituirà le persone in carne e ossa? Lascio, come sempre, lo spazio alle vostre riflessioni.

 

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/06/Depositphotos_6283301_s-2015.jpg 375 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-06-20 12:05:152017-06-20 12:05:15ETER9: sopravvivere alla propria morte nel web, di Davide Sisto

Bambini e dolore familiare, di Barbara Capellero

12 Giugno 2017/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Depositphotos_143373683_s-2015Spesso le famiglie, quando si trovano ad affrontare una malattia, in particolare se cronica, o un lutto, tendono a non coinvolgere i bambini.

Si cerca di proteggerli da situazioni in cui prevalgono sentimenti di tristezza e di dolore, convinti che i bambini non abbiano la capacità di reggere e gestire tali eventi. Purtroppo, però, tenere i bambini lontani da ciò che sta accadendo in famiglia non li salvaguarda dalla sofferenza. Da un lato, sottovalutiamo le potenzialità dei bambini messi di fronte a nuove esperienze e alla verità. Dall’altro lato è utile riflettere sulle nostre paure, preoccupazioni e speranze, che spesso limitano la capacità di noi adulti di far fronte al dolore. Fare finta che non stia accadendo nulla non è mai una buona scelta: crea nei piccoli ansia, preoccupazione e confusione, ed è probabile che si inducano in loro sentimenti di sfiducia e diffidenza nei confronti delle figure di riferimento.

La letteratura dedica troppo poca attenzione alla comprensione degli effetti della malattia e del lutto lungo l’asse dei rapporti intergenerazionali. L’attenzione per la famiglia allargata si è spesso ridotta a uno studio delle prime due generazioni: quella degli anziani e quella dei figli. La generazione dei nipoti o non viene presa in considerazione, oppure viene analizzata attraverso il filtro della generazione di mezzo. Eppure, è noto che la malattia e l’eventuale morte dell’anziano possono avere forti ripercussioni emotive di lunga durata sulla vita delle generazioni più giovani, e non si può dimenticare che il declino e la scomparsa della generazione anziana costituisce spesso la prima e fondamentale occasione di elaborazione del lutto per i nipoti.

In assenza della consapevolezza del dolore e della sua condivisione con persone che esercitano un’efficace funzione consolatoria, non facciamo altro che arrestare nei bambini la capacità di processare la perdita e di gestire ed elaborare i sentimenti negativi.

E’ quindi fondamentale parlare con i bambini anche delle emozioni negative legate alla malattia e al lutto, per evitare che ci siano “vissuti inaccettabili” e indicibili che devono essere nascosti. I “segreti” impossibili da condividere creano nei bambini un’ansia maggiore e un forte senso di isolamento. Affinché cresca un adulto equilibrato, il bambino deve poter esprimere le proprie emozioni e avere la libertà di fare domande inerenti la malattia e la perdita, e ricevendo risposte adeguate alla sua età e alle sue capacità.

L’importanza della comunicazione rispetto alla malattia o alla perdita non deve, tuttavia, essere confusa con una verità che va detta ad ogni costo nel momento scelto dagli adulti: i bambini potrebbero non desiderare di sapere e capire tutto e subito. E’ importante adeguare il livello e il contenuto della comunicazione alle necessità espresse, in quel determinato momento, dal bambino.

Sono i genitori ad avere un ruolo centrale nel favorire la comunicazione tra i membri della famiglia: per un bambino il modo peggiore di ricevere una notizia o di avere informazioni è intercettarla da scambi di informazioni tra gli adulti che lo circondano (e che lo ignorano). Le figure di riferimento, meglio di chiunque altro, possono e devono dare attenzione ai bisogni dei bambini individuando gli spazi e i tempi idonei per condividere le emozioni, i sentimenti e per rispondere alle domande.

È importante essere sinceri e avere con i figli una comunicazione “aperta”, usando denominazioni appropriate, per evitare che i bambini si diano da soli delle risposte che possono, ad esempio, far nascere sensi di colpa o di abbandono.

I genitori quindi possono far sì che, anche in situazioni difficili, in cui prevale il dolore, i bambini possano avere comprensione, si sentano legittimati nell’espressione dei propri sentimenti e vissuti e vivano in un ambiente dove è possibile la condivisione emotiva.

Gli adulti sani sono bambini che hanno avuto la consapevolezza che il dolore è esprimibile e mostrabile, che non sono stati soli a provare sofferenza e tristezza, e che è possibile supportarsi e sostenersi reciprocamente.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/06/Depositphotos_2338058_s-2015.jpg 333 499 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-06-12 12:46:092017-06-12 12:46:09Bambini e dolore familiare, di Barbara Capellero

La morte dal buco della serratura, di Davide Sisto

27 Aprile 2017/20 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Depositphotos_46032899_s-2015Da qualche mese l’opinione pubblica mondiale si interroga sul “Blue Whale”, un terribile gioco a tappe che si articola in cinquanta giorni. I partecipanti devono affrontare una serie di prove, dal guardare film horror per una giornata intera al tatuarsi sulla propria pelle con un coltello una balena blu (appunto, “Blue Whale”). Il loro superamento va documentato con foto e video. Giunti al cinquantesimo giorno, occorre affrontare la prova definitiva: buttarsi dall’ultimo piano di un edificio, facendo in modo che il suicidio venga filmato e, quindi, rigorosamente condiviso sul web. In Russia si contano 130 suicidi legati a questo orribile gioco. Ma diversi casi sono stati segnalati anche nel Regno Unito, in Francia e in Romania.

I suicidi online sembrano essersi molto diffusi, soprattutto da quando i social network hanno dato la possibilità agli utenti di fare video in diretta. Un caso recente che ha destato particolare scalpore è quello della dodicenne Katelyn Nicole Davis di Polk County, in Georgia. La ragazzina, tramite l’app Live.me, usata per gli streaming video, ha girato un filmato in diretta di quaranta minuti che termina con il suo suicidio. Il filmato si è diffuso a macchia d’olio sul web, anche su Facebook e su Youtube, è stato visualizzato da milioni di persone e rimosso a fatica: su Facebook è rimasto per oltre due settimane e tutt’ora è possibile trovarlo online.

Non solo suicidi, anche omicidi in diretta, diffusi in Rete. Terribili sono, per esempio, le immagini in diretta in cui Vester Lee Flanagan uccide a colpi di pistola Alison Parker, giornalista ventiquattrenne dell’emittente Wdbj7, e Adam Ward, il cameraman ventisettenne che era con lei, i quali stavano realizzando un servizio televisivo in un centro commerciale di Smith Mountain Lake in Virginia (Usa). Immagini pubblicate – e ancora visibili, a distanza di oltre un anno – su quasi tutti i quotidiani online del mondo, per cui qualunque individuo di qualunque età ha potuto (e può) vedere e rivedere un omicidio in diretta, sentendo le urla delle vittime. È di questi giorni, infine, la notizia dell’omicidio di un passante scelto a caso, nella zona nord-orientale di Cleveland (Ohio), da parte del trentasettenne Steve Stephens, il quale ha – prima – scritto su Facebook che avrebbe commesso un crimine da imputare alla sua ex fidanzata, colpevole di averlo lasciato. Poi, ha commesso il reato, documentato con il cellulare e diffuso online, pertanto visualizzato da migliaia di persone e rimosso solo tre ore dopo.

Come sostiene Eran Alfonta, il creatore di If I Die (http://ifidie.net/), un’applicazione per Facebook che ci dà la possibilità di preparare videomessaggi di commiato, i quali verranno condivisi una volta morti, noi oggi siamo su Facebook prima di nascere, nelle immagini delle ecografie prenatali, e durante tutte le fasi della vita. Quindi, non c’è niente di strano nel morire su Facebook e sui social network in generale.

Un conto, però, è essere coscienti che l’attuale integrazione tra reale e virtuale implichi che la morte – soprattutto, per quanto concerne la memoria e il ricordo – sia un evento che riguarda necessariamente anche la dimensione digitale della nostra esistenza. Pertanto, operazioni come If I Die possono essere d’aiuto per comprendere quanto morire sia un normale, naturale evento presente nella vita.

Un conto è, invece, documentare e rendere pubblica la morte, confondendo drammaticamente la realtà che le appartiene con la sua rappresentazione teatrale o cinematografica. Questa confusione, già ampiamente evidente nell’orribile pratica degli snuff film, chiama in causa moltissimi fattori psicologici ed emotivi, tra cui il carattere eclatante di un decesso violento. Eclatante perché la società occidentale, per nostra fortuna, non è più abituata a vedere quotidianamente persone uccise o, semplicemente, decedute. L’omicida e il suicida, rendendo pubblico il proprio gesto estremo, paiono così voler evidenziare e dunque consacrare la propria “eccezionalità”: il loro gesto è “eccezionale”, vale a dire è ciò che costituisce un’eccezione rispetto alla norma. “Non è da tutti, dunque il mio gesto e la mia persona diventano memorabili”.

Ma se è chiara la presenza di seri disturbi della personalità nell’omicida e nel suicida, lascia invece basito il bisogno da parte di milioni di utenti di vedere (a volte, addirittura di condividere e commentare) i video che mostrano “senza veli” la morte in diretta di una persona. A mio avviso, tale bisogno è strettamente collegato alla rimozione sociale e culturale della morte e, quindi, alla sua trasformazione progressiva in un tabù, complice – come detto – il periodo di pace che ha segnato il Dopoguerra in Occidente. Aprire questi videoclip equivale al gesto – divenuto un cliché nella cinematografia trash nostrana degli anni ’70 – di osservare dal buco della serratura la ragazza nuda che si fa la doccia. È il proibito a spingere molte persone a interessarsi a simili videoclip, con un rischio oggettivo piuttosto evidente: non cogliere la differenza tra l’attore suicida in un film drammatico che, finito di girare la scena, si rialza da terra e riprende la sua vita quotidiana e l’individuo suicida nella realtà. Abituati alla rappresentazione del morire, la quale ha cominciato a imperversare non appena abbiamo allontanato il fine vita dalla nostra quotidianità, rischiamo di associare mentalmente i filmati che vediamo nei social network allo spettacolo, alla dimensione mediatica. Rischiamo di rimanere intorpiditi e, al tempo stesso, affascinati, senza cogliere realmente il senso autentico, doloroso di ciò che è stato filmato.

La domanda che mi pongo e che vi pongo è questa: senza aver rimosso la morte, trasformandola in un tabù, ci sarebbe stato lo stesso questo interesse nel vedere i video che rappresentano le persone mentre uccidono se stessi o un altro individuo? Io credo che, all’interno di una società in cui è normale avere a che fare con il morire, tali filmati risulterebbero meno interessanti e molto meno richiesti. E voi, invece, cosa ne pensate? Attendiamo i vostri contributi.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/04/Depositphotos_18180071_s-2015.jpg 324 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-04-27 15:50:462017-04-27 15:50:46La morte dal buco della serratura, di Davide Sisto

Avere a che fare con la sofferenza: stare nella ferita è possibile? di Marina Sozzi

7 Aprile 2017/19 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Distress and suffering with a human eye crying a single tear drop with a screaming facial expression of anguish and pain due to grief or emotional loss or business burnout.Il nostro tempo lotta contro il dolore, non riconosce nella sofferenza un valore o un sacrificio da offrire alla divinità per la propria salvezza, ha respinto il memento mori. Ha finalmente allontanato il dolorismo, per via della secolarizzazione e dei progressi della medicina, che hanno aumentato la nostra aspettativa di vita. Tuttavia, non per questo il nostro rapporto col dolore e la sofferenza è diventato più sano. Anzi. Non dico nulla di originale affermando che, all’incirca dagli anni Ottanta del XX secolo, in Occidente ha vinto un’ideologia edonista, che ha cercato di espungere completamente la sofferenza dall’esistenza dell’uomo. Tale ideologia, che è quella del capitalismo avanzato, ha come valori di riferimento il benessere, o decisamente la ricchezza, il dinamismo, la bellezza, la giovinezza.

Ma in cosa consiste l’eliminazione della sofferenza che perseguiamo? Forse ci spendiamo per ridurre l’ingiustizia sociale, causa di male e dolore, a livello locale e geopolitico? Non direi che l’impegno in questa direzione sia molto diffuso. Ci si lava semmai la coscienza con una donazione per l’Africa, o con un euro lasciato a un mendicante, ma non si permette alla nostra mente di toccare emotivamente, e neppure di pensare, né il proprio né l’altrui dolore.

Piuttosto, siamo inclini a pensare che nella nostra società ciascuno debba fare per sé, salvarsi da sé, trovare il modo per emergere e avere successo: chi soffre è un perdente. Questo modo di pensare (spesso impietoso anche nei confronti di noi stessi) ha vinto quando hanno perso slancio i movimenti sociali del dopoguerra e degli anni Sessanta e Settanta.

Essendo il benessere, e non più il dovere, scopo della vita, la persistenza del dolore, della sofferenza e dell’infelicità sono interpretati come residui arcaici, che la medicina e il progresso tecnologico possono e devono sopprimere, in un ideale di razionalizzazione perfetta del mondo. Il dolore fisico, quello psichico, la sofferenza originata nella storia familiare o sociale, tutto resta sullo sfondo, silente, senza diritto di cittadinanza.

In quanto residui, il dolore, il lutto, la malattia costituiscono zone d’ombra, luoghi di scarsa elaborazione culturale: “impensati” e impensabili. La sofferenza non dicibile diventa allora per l’individuo tabù, non-senso, realtà senza nome di cui ci si vergogna, intollerabile. Siamo probabilmente la prima società nella storia, come scrive Pascal Bruckner in un bel libro dal titolo L’Euphorie perpetuelle, in cui la gente è infelice di non essere abbastanza felice. Non riusciamo a specchiarci nella patinatura della pubblicità, e ci sentiamo inadeguati, imperfetti, sbagliati in qualche misura. Quel che accade è che, in barba al tentativo di negarlo, e forse proprio in virtù di tale tentativo, il dolore si moltiplica, spunta sempre di nuovo, come gramigna infestante, a livello individuale e sociale.

Espungere la sofferenza non è possibile: il tentativo di farlo ci ha allontanati dall’autentica umanità dell’uomo, che sta nell’assunzione della comune vulnerabilità e mortalità (e su questo ha scritto parole interessanti la femminista americana Judith Butler). Lo sforzo del diniego ha fatto sì che, a fronte dell’immenso progresso tecnologico, l’uomo non abbia compiuto un solo passo verso un più alto livello di umanità.

Occorre allora riprendere l’elaborazione culturale intorno all’umana sofferenza, e per farlo sono necessari alcuni cambiamenti di rotta nella mentalità comune.
Intanto, dobbiamo rivedere la nostra diffusa concezione dell’individuo come monade, entità semplice e unitaria, chiusa in se stessa e senza finestre sul mondo. In quest’ottica, infatti, ci illudiamo di poter essere indipendenti dagli altri, mentre è vero il contrario: ciascuno è strutturalmente in relazione con i suoi simili, e con il resto del pianeta, uomini e natura, non fosse altro perché è nato in un determinato paese, in una famiglia, in un contesto sociale, da cui non può prescindere, e che ne segna l’esistenza.

Se io fossi consapevole dell’interdipendenza degli esseri, dell’inter-essere (come lo definisce il monaco buddista vietnamita Tich Nath Han), saprei che parte della mia sofferenza è ineliminabile perché fa parte della mia storia, così come una quota di sofferenza fa parte anche di tutte le storie degli altri uomini: è la porta per poter provare compassione per sé e per gli altri.

Inoltre, occorre trovare nuovi modi per pensare e per condividere socialmente la sofferenza, adeguati al nostro mondo e al nostro tempo: comprendendola, dandole quindi un significato, è possibile farne un’opportunità di crescita personale. Per far questo dovremmo, appunto, stare nella ferita, guardarla, medicarla, averne cura, senza mettere in atto le innumerevoli strategie di fuga possibili, che ci fanno solo stare peggio, aprendo nel nostro intimo voragini di vuoto e rimandando l’approfondimento del nostro dolore a data da destinarsi.

Comprendere l’importanza dell’accoglimento della sofferenza è cruciale: non possiamo essere compassionevoli nei confronti degli altri se non accogliamo la nostra sofferenza. Molte e diverse correnti culturali parlano oggi, con terminologie diverse ma che curiosamente si intersecano, dell’esigenza di essere consapevoli di ciò che viviamo.

Ce lo insegnano le neuroscienze, ambito di studi interdisciplinare interessantissimo e ancora in crescita, che hanno, tra l’altro, contribuito a chiarire il funzionamento delle emozioni, e i gravi danni che derivano dal tentativo di ignorarle. Ce lo suggerisce la psicologia buddista, che ci chiede di stare nel dolore e di comprenderlo, per depotenziarlo. Ce lo confermano alcune correnti della psicologia occidentale più recente, che non a caso hanno messo al centro dell’attenzione le emozioni, e che ritengono che il processo di guarigione sia possibile se fondato sul ritorno al nostro sé bambino, sofferente, per accoglierlo e abbracciarlo come non è stato accolto da piccolo.

In conclusione, varrebbe la pena capire che senza la sofferenza non è possibile né un’autentica umanità, né la felicità stessa. E al contempo che, proprio nell’accoglimento della sofferenza esistenziale di ciascuno, siamo chiamati a vivere come scandalo la sofferenza inflitta, dovuta all’ingiustizia sociale e alla disuguaglianza.

Cosa ne pensate? Qual è il vostro rapporto con la vostra sofferenza esistenziale e con la sofferenza in genere?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/04/spine.jpg 333 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-04-07 10:17:272017-04-07 10:17:27Avere a che fare con la sofferenza: stare nella ferita è possibile? di Marina Sozzi

La morte come scultrice della vita: il fenomeno biologico dell’apoptosi, di Davide Sisto e Marina Sozzi

29 Marzo 2017/17 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

apoptosi3Le tendenze che oggi cercano di costruire una nuova familiarità con la morte in una cultura che la nega fanno spesso appello alla “naturalità” del morire. Ad esempio, c’è un Natural Death Centre in Inghilterra che insegna alle persone a gestire (senza specialisti funerari) le esequie di un congiunto. Ripetendo spesso che la morte è un processo naturale, da un lato vogliamo confortarci di fronte al morire, in un mondo secolarizzato. E si tratta di un pensiero già presente nella cultura illuministica: con intento anche consolatorio, per Diderot la morte era cambiamento di forma, trasformazione della materia all’interno della Natura. Dall’altro lato, vogliamo riaffermare il nostro rifiuto per l’intervento invasivo della medicina alla fine della vita. Desideriamo morire in modo naturale, cioè senza tubi, cateteri, macchinari.

Oggi però la teoria di Diderot e dei medici vitalisti del Settecento, che affermavano che la materia non muore ma muta costantemente, appare se non errata, fortemente imprecisa alla luce della biologia contemporanea, che ci offre nuovi stimoli per pensare alla morte in termini di accettazione, e non di rivolta e fuga.

Sul piano biologico c’è un fenomeno che evidenzia quanto la vita e la morte siano inestricabilmente legate e non possano esistere l’una senza l’altra. Si tratta dell’apoptosi o morte cellulare programmata: un processo fisiologico che regola le popolazioni cellulari del nostro corpo, che è presente fin dall’origine della prima cellula vivente, e che è necessario per lo sviluppo embrionale e per il funzionamento dei singoli organi. In altre parole, a partire dalle prime divisioni della cellula-uovo ha luogo un vero e proprio “suicidio” programmato: la singola cellula, a un certo punto del suo sviluppo vitale, “si rende conto” di non essere più utile o adatta al raggiungimento del piano evolutivo di un certo tessuto e, pertanto, si auto-annienta. Sembra, infatti, che nel cuore stesso di ogni cellula sia implicito un processo di auto-annientamento quale eventualità che può realizzarsi da un momento all’altro. Questo suicidio cellulare garantisce, innanzitutto, la selezione delle cellule durante lo sviluppo dell’embrione dall’uovo fecondato; permette quindi la costruzione degli organi, scavando i condotti del tubo digerente e quelli del cuore in cui circolerà il sangue. In particolare, grazie ad esso, vengono scolpite le nostre braccia e le nostre gambe; all’interno dei nostri avambracci la morte delle cellule crea lo spazio che separa le ossa, il radio e il cubito, poi scolpisce le estremità degli arti. Permette, inoltre, la separazione delle dita nelle nostre mani.

Ci piace ricordare che il termine “apoptosi” per indicare la morte cellulare programmata è stato suggerito da James Cormack, professore di greco antico presso l’Università di Aberdeen, il quale ha ricordato che Omero lo utilizzava per indicare la caduta delle foglie dagli alberi in autunno o quella dei petali dei fiori. Metafore spesso usate per parlare dell’umana caducità.

Se riflettiamo sull’apoptosi (scrive Jean Claude Ameisen, medico francese e autore di Al cuore della vita. Il suicidio cellulare e la morte creatrice) riusciamo a sostituire nella nostra mente la vecchia rappresentazione della morte come entità estranea, che dall’esterno brandisce la sua falce, con l’immagine della morte-scultrice che, nel cuore del vivente, fa emergere, giorno dopo giorno, la complessità della vita. Se il meccanismo del suicidio cellulare viene inibito, e la cellula singola persegue solo la propria sussistenza e replicazione, nell’organismo insorgono tumori, malattie autoimmuni e infezioni virali.

E’ noto, ad esempio, che le cellule tumorali dispongono di un’inusuale immortalità (reprimono il suicidio) e di una consistente fecondità (scatenano lo sdoppiamento cellulare). Ci troviamo dinanzi ad un affascinante paradosso simbolico: la morte (delle cellule) permette la vita (dell’intero organismo), l’immortalità (delle cellule) determina invece la morte (dell’intero organismo). Vi sono, in definitiva, casi – all’interno degli organismi – in cui è il morire ciò che garantisce il vivere, gravemente danneggiato, viceversa, dal sopravvivere a tempo indeterminato.

Lo stretto legame tra vita e morte all’interno di questo fenomeno biologico ci insegna, da un lato, che è impossibile concepire una vita separata dalla morte e, dall’altro, che è un punto di vista riduttivo pensare alla morte semplicemente come a un fenomeno esterno alla vita, il cui unico rapporto con la vita consista nel distruggerla per sempre.

Viene in mente, da questo punto di vista, ben prima della biologia contemporanea, la riflessione di uno dei primi pensatori dell’Occidente, Anassimandro, che avrebbe affermato che tutti gli esseri hanno la loro origine e la loro distruzione “secondo necessità”, da un unico principio, “poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”, ossia muoiono per permettere ad altri esseri di vivere dopo di loro.

L’immagine della morte come scultrice di vita ci sembra adatta a rimodellare la nostra mentalità intorno alla morte, noi che ci siamo abituati a non volerla accogliere mai, a qualunque costo, né per noi né per le persone accanto a noi. Sembra, anzi, la versione contemporanea della teoria di Anassimandro e di quella di Diderot e dei medici vitalisti. Morire è prima di tutto un dovere, diceva Veronesi, esattamente in quest’ottica.

Cosa ne pensate? Vi ritrovate nell’immagine della morte come scultrice della vita? Siete d’accordo che morire sia un dovere? Come sempre, aspettiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/03/Depositphotos_25909481_s-2015-e1490731158137.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-03-29 08:55:162017-03-29 08:55:16La morte come scultrice della vita: il fenomeno biologico dell’apoptosi, di Davide Sisto e Marina Sozzi

Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto

8 Febbraio 2017/19 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Global warming concept: face of woman with cracked skin

I dati dell’Eures, Istituto di ricerche economiche e sociali, relativi alle donne uccise in Italia nel 2016 da mariti, fidanzati o compagni sono particolarmente inquietanti. Nel solo ultimo anno si sono infatti registrati 116 casi, all’incirca uno ogni tre giorni. Quello della violenza omicida sulle donne è, di fatto, un argomento su cui ormai si discute da tempo e che crea – per la sua emergenza – ampi dibattiti sul ruolo della donna nella società italiana, nonché sulle strategie educative e culturali da adottare per frenare questa terribile mattanza di genere.

Tra le numerose considerazioni che possono essere svolte sulle dinamiche a fondamento di questo tipo di violenza, ce n’è una – in particolare – che riguarda i meccanismi psicologici alla base del nostro rapporto con la morte e il lutto.

Come sappiamo bene tutti, ciò che ci fa maggiormente soffrire quando muore una persona amata è la perdita. Il distacco forzato, che abbia indifferentemente avuto luogo all’indomani di una morte improvvisa o avvenuta in seguito a un lungo decorso patologico, crea dilanianti lacerazioni, spesso insanabili, poiché produce nella nostra vita un cambiamento radicale da un punto di vista sia pratico sia emotivo-sentimentale. Ci sentiamo frastornati, abbandonati, feriti da chi ci ha lasciato. L’elaborazione del lutto risponde proprio alla necessità di far fronte, ogni giorno, all’assenza, quindi al venir meno di consuetudini, con le quali si sono riempite gioiosamente le proprie giornate, di specifici rituali che hanno delineato l’intimità con quell’unica persona, di condivisioni e di esperienze, di basi – percepite come solide – su cui abbiamo costruito la nostra quotidianità. In questo blog il discorso sul lutto è familiare, dunque non è il caso di insistere su quell’interruzione che rende lancinante la morte delle persone amate.

Perdita, distacco forzato, abbandono, assenza e interruzione sono anche le caratteristiche tipiche della fine di una relazione sentimentale, soprattutto quando non è consensuale. La psicoanalisi e la psicologia ci insegnano, da tempo immemore, la somiglianza tra il lutto per la morte di una persona amata e il dolore causato invece dalla conclusione di un legame amoroso. Colui che è stato lasciato – contro la sua volontà – dalla moglie, fidanzata o compagna, magari dopo una lunga relazione, si sente abbandonato e spaesato come nel caso del lutto.

C’è però una sostanziale differenza che, se sottovalutata, può diventare molto pericolosa: a morire, in questo caso, non è la persona fisica, ma la relazione sentimentale, l’amore, il legame. La perdita ha luogo, cioè, a livello simbolico, spirituale, potremmo dire “virtuale”, e non segue la definitiva scomparsa dell’amata. Inoltre, nei casi di una rottura non consensuale, il legame è percepito come morto principalmente da uno dei due partner, non da entrambi. Si potrebbe addirittura dire che “chi ha lasciato” considera la morte del legame come il preludio di una rinascita, di una nuova vita; mentre “chi è stato lasciato” ritiene che la propria vita stia invece nella ripresa del rapporto. Il non accettare la morte (in questo caso, del legame amoroso), quando prende la forma di una malattia grave, si può trasformare nella ricerca della morte fisica dell’amata: “Ti uccido perché tu non sia di nessun altro e continui a essere mia”. In altre parole, la morte diviene il simbolo della continuazione: “ti ho persa in vita, ti continuo a tenere a me nella morte”.

Vita e morte si scambiano i propri ruoli, secondo colui che è stato lasciato e non è capace di elaborare la perdita. Se la vita di chi lascia necessita del distacco, allora al lasciato che rifiuta questo distacco – in modo patologico – la morte è l’unica soluzione per evitarlo, per far continuare ciò che è finito.

Come potete immaginare, questo ragionamento è molto complesso e si integra con molti altri meccanismi psicologici, che coinvolgono il possesso, l’orgoglio, la gelosia, un’educazione infantile manchevole, a partire da cui si sono sviluppati traumi, disturbi della personalità, frustrazioni. In altre parole, il cosiddetto “femminicidio” è la conseguenza di un mix letale di aspetti culturali, personali, educativi, patologici, per cui – al di là di alcuni sintomi comuni – occorre tenere bene a mente la storia singola e irripetibile dei protagonisti. Inoltre, non va dimenticato che, spesso, l’uccisione della compagna o la violenza commessa nei suoi confronti avviene quando la relazione è ancora in corso, non necessariamente a seguito della sua rottura. Quindi, quello di cui vi ho parlato riguarda una specifica casistica che non esaurisce il fenomeno in sé. Una specifica casistica da cui, sia ben chiaro, non si vuole in alcun modo trarre una qualche forma di giustificazione del reato o del carnefice, la cui autodeterminazione e il cui libero arbitrio non permettono assolutamente di trasformarlo in una specie di vittima.

La mia intenzione, più che altro, è quella di porre l’attenzione sulla particolare relazione tra la morte del partner e la continuazione simbolica del rapporto, di modo da trarre indicazioni utili in vista di strategie per mezzo di cui aiutare il partner lasciato, prima che possa commettere un reato. Per fargli capire che non c’è continuazione; semmai, c’è l’autentica perdita. La perdita di tutto ciò che ha reso quel rapporto indimenticabile e che va conservato nella propria memoria, con la consapevolezza che, allo stesso modo della vita, anche i legami sentimentali non durano per sempre, a parte qualche rarissima eccezione.

Cosa ne pensate di questo ragionamento? E, in senso più generale, vi è mai capitato di vivere la fine di una relazione sentimentale come un lutto? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/02/Depositphotos_66893141_s-2015-copia-e1486553816481.jpg 268 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-02-08 12:38:352017-02-13 11:47:38Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto
Pagina 8 di 11«‹678910›»

Vuoi sapere quando scrivo un nuovo articolo?

Iscriviti alla nostra newsletter!

Ultimi articoli

  • C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
  • I segni degli assenti, di Cristina Vargas
  • La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
  • I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
  • Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas

Associazioni, fondazioni ed enti di assistenza

  • Associazione Maria Bianchi
  • Centre for Death and Society
  • Centro ricerche e documentazione in Tanatologia Culturale
  • Cerimonia laica
  • File – Fondazione Italiana di leniterapia
  • Gruppo eventi
  • Soproxi
  • Tutto è vita

Blog

  • Bioetiche
  • Coraggio e Paura, Cristian Riva
  • Il blog di Vidas
  • Pier Luigi Gallucci

Siti

  • Per i bambini e i ragazzi in lutto

Di cosa parlo:

Alzheimer bambini bioetica cadavere cimiteri consapevolezza coronavirus Covid-19 culto dei morti cura cure palliative DAT Death education demenza dolore elaborazione del lutto Eutanasia Facebook felicità fine della vita fine vita formazione funerale hospice living will Lutto memoria morire mortalità Morte morti negazione della morte pandemia paura paura della morte perdita riti funebri rito funebre social network sostegno al lutto suicidio Suicidio assistito testamento biologico tumore vita
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy
  • Copyright © Si può dire morte
  • info@sipuodiremorte.it
  • Un Progetto di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/Immagine-in-evidenza-1.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-08-04 17:59:592026-08-04 17:59:59C’è sempre qualcuno che tabuizza più di noi, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-23 10:09:472026-07-23 10:09:47I segni degli assenti, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-02 09:23:492026-07-02 09:23:49La prescrizione sociale, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-06-22 11:53:132026-06-22 12:08:32I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/paleoantropologia-resti-fossili._w630-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-06-12 09:59:502026-06-12 09:59:50Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/aspettativa-vita.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-18 17:59:352026-05-18 17:59:35Disuguaglianze nella morte, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-05-07 10:03:582026-05-07 10:05:31Death Cafè – Pet Edition: dialogare insieme sul lutto per un animale domestico, di Davide Sisto
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/04/disagio-adolescenziale.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-04-07 08:56:322026-04-07 08:59:36Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/03/caring_massage_tse-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-03-19 16:51:332026-03-19 16:54:09Il Caring massage: intervista a Marco Vacchero, di Marina Sozzi
Prec Prec Prec Succ Succ Succ

Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.