Si può dire morte
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Storia di una tomba: repubblicanesimo e fecondità

28 Dicembre 2012/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

A coloro che sono convinti che le religioni monoteiste siano diverse e più mature del paganesimo, voglio raccontare una storia scoperta in una visita al romantico cimitero di Père Lachaise, a Parigi. Forse molti di voi la conosceranno, perché è celebre, giustamente celebre. Si tratta della storia non di una persona, ma della sua tomba, quella del giovane giornalista Yvan Salmon, detto Victor Noir, morto a ventidue anni.
Victor, nel 1870, era stato inviato dal giornale “La Marseillaise” presso il cugino di Napoleone III. Aveva il compito di organizzare un duello tra quest’ultimo e il suo caporedattore, che riteneva di essere stato ingiuriato dal principe. Il povero messaggero fu ucciso da un colpo di pistola dell’impulsivo principe, e divenne per questo simbolo di repubblicanesimo. Il capo del governo, Emile Ollivier, fece arrestare Pierre Bonaparte ma, prudente, organizzò i funerali a Neuilly-sur-Seine. Inutilmente, perché Auguste Blanqui organizzò un corteo funebre imponente (100.000 persone) e una veemente protesta collettiva si levò per questo assassinio.
Durante la Terza Repubblica, il corpo di Noir fu spostato nel cimitero di Père Lachaise, e una statua bronzea a grandezza naturale raffigurante Victor morente fu commissionata allo scultore Jules Dalou. Ma non è per ragioni politiche che questa tomba è celebre.
Victor fu ucciso il giorno precedente il suo matrimonio. Dalou seguì il realismo anatomico diffuso nella sua epoca, e non mancò di scolpire una certa protuberanza nei pantaloni, all’altezza degli organi sessuali.
Sarà per la protuberanza, per la giovane età o per l’imminente matrimonio, o per tutti e tre i motivi, la leggenda dice che strofinando la protuberanza stessa, le labbra e i piedi della statua si possa guarire la sterilità, accrescere la fertilità o semplicemente avere maggiore fortuna in amore.
La pittura scrostata per i ripetuti sfregamenti, anno dopo anno, è oggi testimonianza dei ripetuti pellegrinaggi alla tomba. Ironia della storia: figlio dei lumi, eroe repubblicano suo malgrado, Victor è ancora oggi una sorta di rediviva divinità della fecondità.
Felice 2013 a tutti!

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/Victor-e1356705030824.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-12-28 15:40:182012-12-28 15:40:18Storia di una tomba: repubblicanesimo e fecondità

Il limite, la morte

13 Dicembre 2012/7 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Scriveva Alexis de Tocqueville nel 1835, La democrazia in America: “Chi mette il proprio cuore nell’esclusiva ricerca dei beni di questo mondo ha sempre fretta, perché non ha che un tempo limitato per trovarli, procurarseli e goderne. Il pensiero della brevità della vita lo pungola senza requie. Indipendentemente dai beni che possiede ne immagina a ogni istante mille altri che la morte gli impedirà di gustare, se non si affretta.”
Vorrei portare l’attenzione sul tema del limite, e di quel limite per antonomasia che è la morte. Ai lettori di questo blog è nota l’osservazione che i nostri contemporanei respingono il pensiero della morte e della stessa mortalità.
Lo fanno, in parte, proprio per non rendersi neppure conto del tempo limitato di cui parla Tocqueville, che renderebbe grottesche tante vite e tanti nostri obiettivi. La cultura occidentale mira al superamento di ogni limite, e considera un valore la dismisura, la crescita illimitata, la corsa cieca verso il futuro, e la trasgressione della norma. Accumulare oltre ogni limite, consumare senza freni, desiderare infinitamente: su questa mancanza di saggezza e senso della misura si fonda il nostro capitalismo avanzato.
Espungere il limite dalla nostra vita significa non potersi prendere alcuna responsabilità. La responsabilità poggia infatti sulla consapevolezza del diritto degli altri a essere, vivere e possedere nella stessa misura in cui noi lo facciamo. L’irresponsabilità ci conduce invece a esaurire le risorse del pianeta, a ignorare interi continenti che diventano sempre più poveri per via della nostra sconfinata ingordigia, e a eleggere governanti altrettanto irresponsabili. La responsabilità è saggezza, i greci dicevano “phronesis”, e questa parola significava consapevolezza del limite, che si contrapponeva alla dismisura, alla violenza, alla “hybris” verso gli uomini e gli dei. Quale senso della responsabilità personale posso avere se rifiuto di considerarmi mortale?
Tornare a riflettere sulla nostra morte può anche aiutarci a ritrovare quel brandello di felicità che sta nell’appagamento dei bisogni (che sono limitati, a differenza dei desideri) e nel godimento anche delle piccole gioie del quotidiano.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/imgres.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-12-13 10:24:132012-12-13 10:24:13Il limite, la morte

Si può dire invecchiare?

19 Novembre 2012/11 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da qualche tempo mi accorgo di invecchiare: i miei cinquantadue anni mi interrogano, e mi suggeriscono di iniziare a fare i conti con il divenire anziana. Così, rimugino e leggo libri: voglio sapere come altre donne e uomini hanno vissuto il loro percorso di invecchiamento, cosa pensano, come si sentono. E m’interessa riflettere sulla nostra cultura, e capire come vengono visti gli anziani e quanto questo sguardo li/ci influenzi.
Parafrasando il titolo di questo blog, mi chiedo: si può dire invecchiare nella nostra società? Mica tanto, la vecchiaia attrae quanto la morte, ed è vista come l’ultima tappa del viaggio verso l’intollerabile fine. Invecchiare è un disvalore nella nostra cultura, basata sulla rincorsa della ricchezza, del successo, del dinamismo, della bellezza e della sensualità. «Vecchio» è quasi un insulto, perché ricorda la prossimità alla decadenza e alla morte, massima vergogna. Si pensa al vecchio in generale come a un essere decrepito, incapace di decidere, demente e malato, privo di speranza e di affetti, fragile e volto verso il passato. Più che pensieri, sono vecchi fantasmi e nuove paure. La medicina ci consente oggi una lunga aspettativa di vita, che da un lato ci rassicura, dall’altro ci terrorizza. Come mi ridurrò? Perderò l’autonomia? Chi mi amerà ancora?
La nostra reazione più comune è quella di cercare di restare giovani, ognuno coi suoi metodi e mezzi, cercando di dimenticare il processo in corso. Ma a che serve fare gli struzzi?
Non è ora di pensare a se stessi anziani come a una risorsa e non come a un problema?
Dicono che i vecchi sono cupi perché disincantati rispetto a sé e agli altri? Bene. Il disincanto, da sempre, è anche misura nella valutazione, e giudizio. Invecchiando, se si riesce a seguire il filo di una possibile saggezza, i valori della prestanza fisica e dell’affermazione sociale si smussano, per lasciar spazio alla ricerca di un benessere più profondo e duraturo. La percezione della propria fragilità (che dovrebbe essere propria di tutti gli uomini) è genitrice del sentimento di umanità. In vecchiaia, la corsa al consumo rallenta un po’ la morsa, e gli anziani potrebbero essere maestri di una semplicità volontaria, di una misurata decrescita, del perseguimento di virtù capaci di non escludere la gran parte dei cittadini (i poveri, gli stranieri, gli stessi anziani, i malati, i disabili, i morenti).
I vecchi come risorsa: questo è un ruolo che la nostra cultura non ci servirà su un piatto d’argento.
Dico a voi, amici over65, come vi sentite? Piatti, privi di progetti e di futuro, ripiegati su voi stessi solo perché non siete più freschi, aggressivi e spavaldi come a vent’anni? Non dovremmo noi, anziani di oggi e di domani mattina, guadagnarci sul campo un nuovo ruolo, mostrando che possiamo essere preziosi socialmente e anche sereni?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/11/vecchia-2.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-11-19 09:16:572012-11-24 23:26:50Si può dire invecchiare?

L’Aldilà esiste? Esperienze di pre-morte

15 Ottobre 2012/23 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Uscirà a giorni il volume Proof of Heaven (L’aldilà esiste) di Eben Alexander, neurologo e affermato medico di Harvard. Il professore, fino a poco tempo fa scettico e scientista per quanto riguarda le famose esperienze di pre-morte (fatte da persone che si sono trovate, durante una malattia o in seguito a evento traumatico, in stato di completa incoscienza) è stato in coma sette giorni e ha sperimentato visioni analoghe a quelle narrate da altri pazienti: nuvole rosa, farfalle, esseri luminosi, sfere celesti, canti gloriosi, una donna il cui volto esprimeva amore assoluto.
Si tratta di percezioni ricorrenti: tunnel, luminosità, sentimento di pace, bellezza e amore, rivisitazione della propria vita passata, incontro con i propri morti. Ricorderete che ne parla anche il film Hereafter di Clint Eastwood (con Cécile de France e Matt Demon, 2010).
Si tratta di fenomeni ancora indecifrabili, di cui si sa poco: l’elemento più concreto a nostra disposizione sono i racconti dei pazienti. Infatti, sono pochi gli scienziati e i medici che hanno pensato valesse la pena occuparsene: i più hanno preferito ignorarli, con l’atteggiamento tipico di una medicina figlia del positivismo e incline al riduzionismo biologico.
A loro discolpa, vi sono i molti che li hanno interpretati come prove fattuali che il paradiso esiste. E’ stato facile, così, liquidare le esperienze pre-morte come delirio parapsicologico di pochi pazzi, in malafede o pieni di pregiudizi.
Qualche tempo fa, nel 2010, Enrico Facco, docente di Anestesiologia e Rianimazione presso l’Università di Padova, ha scritto un libro di 420 pagine, bibliografia e indice analitico, intitolato Esperienze di pre-morte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica. Un libro coltissimo, che si muove tra fisica quantistica, chimica, neurologia, psicologia, storia delle religioni. Un libro che complica e non semplifica le cose (e per questo è affascinante) e che non dà risposte (e per questo è serio).
Intanto qualche dato: esperienze analoghe accadono al 10/18% dei pazienti che si trovano tra la vita e la morte, soprattutto con arresto cardiaco o trauma cranico (ma non solo). Si tratta di dati forse sottostimati, perché non tutti i pazienti riportano le loro esperienze di pre-morte, per paura di essere tacciati di follia: paura non arbitraria, visto che il 10% di coloro che hanno invece narrato il loro vissuto è stato trattato con psicofarmaci dal medico curante. Le esperienze di pre-morte devono dunque essere considerate – scrive Facco – parte della fenomenologia della coscienza in condizioni critiche; la loro incidenza, epidemiologia e caratteristiche cliniche non permettono di ignorarle come fatti sporadici, ininteressanti per la scienza.
Gli studi neurofisiologici consentono ipotesi sui meccanismi che danno origine alle esperienze pre-morte (in inglese NDE, Near-Death-Esperiences), come immagini provocate dalla mancanza di ossigeno e di sostanze nutritive nei neuroni cerebrali, oppure come prodotto di farmaci capaci di alterare la psiche (soprattutto la ketamina), somministrati ai pazienti in condizioni cliniche disperate; o come visioni provocate dalle endorfine che si liberano nel cervello in una fase critica delle funzioni vitali. Tuttavia, le ricerche compiute a contatto coi pazienti “visionari” rendono queste interpretazioni insufficienti: non è dimostrabile il rapporto causale diretto tra le modificazioni neurobiologiche e le esperienze di pre-morte: alcuni particolari riferiti dai pazienti, infatti, non avrebbero potuto essere percepiti nelle circostanze in cui i pazienti si trovavano. Un esempio per tutti: il cosiddetto “uomo della dentiera”, citato da vari autori. Costui, svegliatosi da uno stato di totale incoscienza, ricordava di avere visto l’infermiera che gli aveva tolto la dentiera prima delle manovre di rianimazione, e sapeva dove quest’ultima era stata riposta! Raccontò poi di essere stato fuori dal suo corpo, e di aver osservato le manovre di rianimazione dall’alto, ondeggiando nella stanza.
Insomma, gli studi neurofisiologici non possono esaurire la portata e la complessità di queste esperienze, e soprattutto non possono esaurirne il significato per coloro che le sperimentano.
Uno degli spunti più appassionanti è quello transculturale: i racconti dei pazienti variano a seconda della cultura di appartenenza. Se gli occidentali vedono spesso il tunnel e la luce, nei thailandesi e negli indiani prevale la preoccupazione sulla reincarnazione e sul karma, mentre tra i Mapuche del Sud America l’incontro coi defunti avviene nel cratere di un vulcano. Questa è già una prova sufficiente del fatto che le esperienze di pre-morte nulla hanno a che fare con l’esistenza dell’aldilà (a meno che non si pensi che ognuno avrà l’aldilà in cui crede…). Inoltre, è anche un’indicazione per uno studio non clinico ma antropologico.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/NDE.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-10-15 09:26:302012-10-15 09:26:30L’Aldilà esiste? Esperienze di pre-morte
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