Si può dire morte
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Cosa ci spinge a donare gli organi

23 Aprile 2015/1 Commento/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Ricevo, e pubblico con piacere, questo articolo di Virginia Ghiara:

Il Report attività 2014 a cura del Centro Nazionale Trapianti ha diffuso pochi giorni fa una notizia molto positiva: in Italia, durante l’ultimo anno, il numero di trapianti di organi è aumentato, così come il numero di persone risultate idonee che si sono offerte ai centri trapianti. Crescono quindi parallelamente i donatori effettivi (sia in vita che non) e i potenziali donatori. Basti pensare che, sul totale degli accertamenti di morte eseguiti nel 2014, solo nel 31 % dei casi vi è stata opposizione al prelievo.
Di fronte a questa notizia, sorge spontanea una domanda: perché si dona? Mentre appare comprensibile ciò che spinge un uomo a donare un organo ad una persona conosciuta (ad esempio a un componente della propria famiglia), risulta più arduo capire come si prenda la decisione di donare a un estraneo.
Uno dei più grandi studiosi del dono fu Marcel Mauss, il quale pubblicò nel 1923 un Saggio sul dono, che analizza la pratica del dono in tre diversi momenti, al tempo stesso liberi e obbligati: dare, ricevere e ricambiare. Proprio questa dimensione di libertà e obbligo permette di distinguere la sfera del dono dalla sfera del mercato. Quando si dona non si ha la garanzia che si riceverà qualcosa in cambio.
Il dono tra estranei sembra scardinare questa logica: è del tutto unilineare, chi dona non conosce il ricevente ed è consapevole che non potrà vivere i momenti del ricevere e del ricambiare. È un dono unilineare, che però resta dono grazie alla volontà del donatore di renderlo tale. Chi dona non lo fa seguendo le logiche del mercato, non massimizza il proprio interesse ma compie un gesto del tutto volontario e gratuito.
Si potrebbe affermare che il dono allo sconosciuto è una modalità di dono recente. Un gesto che sta diventando sempre più frequente, alla cui base vi è la volontà di mantenere la spontaneità e la gratuità che fanno parte dell’umano, e di cui troppo spesso viene negata l’esistenza.
Ora la parola a voi: vi è mai capitato di avvertire l’esigenza di donare, anche a persone che non si conoscono? Vi siete mai informati sulla donazione di organi? Se sì, perché?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2015/03/Donazione-organi.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2015-04-23 13:35:172015-04-25 23:04:21Cosa ci spinge a donare gli organi

Il posto delle fragole

27 Febbraio 2015/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Storia zen
Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre.
Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando l’uomo guardò giù, dove in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciavano pian piano a rosicchiare la vite.
L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola.
Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!

Noi di Infine Onlus ci siamo lasciati incantare da questa storia, che invita all’esercizio di uno “stare” nel momento presente, accogliendo con piena consapevolezza quello che c’è. Fosse anche solo la dolcezza di una fragola.
In fondo l’etica che cosa è, se non una buona e bella pratica che ciascuno è chiamato ad acquisire in prima persona, prima di trasmetterla ad altri? La cultura occidentale predica un’etica del dovere, che ci parla di fatica e rinuncia e non della gioia e della leggerezza dello stare al mondo insieme ad altri. Quest’etica appesantisce la paura di vivere e morire, che già avvertiamo in quanto esseri umani fragili: paura che i nostri giorni siano divorati dal tempo e dalla mortalità, paura che ogni nostro slancio sia vanificato.
Che fare allora? In una società che raccomanda l’efficienza e che devolve tutto al problem solving, la risposta saggia potrebbe essere: non fare! Sapere che non c’è niente da risolvere, ma c’è ancora tanto da assaporare.
Mossi dalla suggestione di questa storiella zen vi proponiamo un laboratorio sulla paura di invecchiare, per sperimentare insieme la bellezza del libero gioco delle facoltà umane: pensare, immaginare, sentire, narrare.

(cfr.http://www.infine.it/news/inizio-laboratori-sulla-paura-di-invecchiare/)

E a voi, amici lettori, è capitato di lasciarvi metaforicamente attrarre dalla fragola sul bordo del precipizio? Riuscite a trovare momenti di sosta nella gran corsa del vivere contemporaneo?Volete condividere le vostre esperienze?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2015/02/foglie.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2015-02-27 12:35:502015-03-06 10:37:48Il posto delle fragole

E INFINE…si può dire morte

1 Dicembre 2014/61 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Cari amici,
come sa chi mi conosce personalmente o ha letto Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita, sono vent’anni che studio la controversa relazione di noi esseri umani con il proprio e l’altrui morire, con i lutti, con i riti, con la memoria dei defunti, con i luoghi dei morti; con la malattia, la medicina, le cure palliative e le scelte che si possono fare alla fine della vita; con la paura d’invecchiare, con l’estrema vecchiaia, con le demenze dei propri cari.

Tutti temi che fanno tremare anche i più coraggiosi tra noi, che fanno fare gli scongiuri ai più superficiali, ma che rappresentano pure il destino comune a tutti, anche ai tanti che preferiscono mettere la testa sotto la sabbia. Temi, inoltre, che restituiscono, a chi vi si addentra, un significato non solo al proprio diventare vecchi e morire, ma soprattutto alla vita di ciascuno, nella sua pienezza.

Da un paio d’anni scrivo questo blog, ma ora sento l’esigenza di agire, negli anni che mi restano, per aiutare chi soffre e per condividere con quante più persone possibile un messaggio che mi ha cambiato la vita: la consapevolezza della morte ci insegna che ogni singolo istante è unico e, se sappiamo assaporarlo, restando nel presente, ciò che ci viene restituito è il tempo, che di solito fugge impietoso. E inoltre, se sentiamo (nel corpo, non solo nella mente) il senso della fragilità, della vulnerabilità umana, possiamo essere più solidali e responsabili, e dare il giusto peso alle relazioni (in questo mondo frammentato, regno dell’autismo di massa).

Molti sono coloro che mi hanno invitata a fare qualcosa di più sull’invecchiare e il morire, temi sui quali le persone, oggi, desiderano riflettere. Mi hanno convinto facilmente, perché ci stavo pensando. Ho pensato a un’associazione, che trasformi i mei studi in aiuto a chi attraversa una difficoltà o un dolore, e in azione sociale.
Vorrei, prima di definire in modo preciso il profilo di questa associazione, avere le vostre considerazioni. E, vi prego, andate a ruota libera. Se esistesse una siffatta associazione (chiamiamola INFINE Onlus…), quali dovrebbero essere le sue priorità?
Quali i temi su cui impegnarsi a fondo, sia in ambito sociale sia sul piano della ricerca e della divulgazione?
Quali i contesti in cui agire? Quali battaglie condurre? Con quali strumenti?
Vi sono grata in anticipo per le vostre opinioni e i vostri suggerimenti, che sono certa arriveranno numerosi.
A presto in associazione!

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/11/LOGO_INFINE_petrolio.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-12-01 11:17:482014-12-01 11:17:48E INFINE…si può dire morte
La nostra storia, il nostro corpo, il limite

Il corpo che siamo: alle radici dell’etica

18 Settembre 2014/3 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Ricevo e pubblico con piacere dalla bioeticista Giusi Venuti questo articolo che riflette appieno anche il mio pensiero:

Da dove viene e dove va il nostro sapere? E’ a partire da questa domanda che l’oncologo Van Potter, negli anni Settanta in America, ha fondato una nuova disciplina: la bioetica.
A suo avviso, il compito della bioetica era ripristinare e mantenere il legame del sapere scientifico e tecnologico con la saggezza, intesa come arte di utilizzare il sapere acquisito in modo opportuno. Potter intendeva invitarci a inscrivere nel “corpo che siamo” ogni pensiero, e ogni scelta etica. Una lezione di umiltà, che avrebbe dovuto riportarci alla terra dalla quale tutti nasciamo e alla quale tutti torneremo.
Eppure è facile constatare come il suo monito sia stato e sia continuamente disatteso proprio dalla bioetica, che è diventata una disciplina intellettualistica, nella quale si manovrano principi astratti e concetti vuoti e ciechi (sacralità o qualità della vita? beneficialità o autonomia?).
Siamo ancora in grado di sentire la vita che scorre nelle nostre vene e che costituisce il fondo non scontato su cui ogni presa di posizione teorica poggia?
Quando ci pronunciamo a favore della responsabilità sociale, quando difendiamo gli esclusi e i deboli avvertiamo nel corpo il peso, la paura, il disorientamento, che la nostra stessa vulnerabilità ci provoca?
Ci meravigliamo ancora della potenza di ogni vita che inizia? Siamo in grado di rendercene conto e di coglierla come una manifestazione concreta del differire, dell’essere altro da ciò che si era precostituito o immaginato?
Forse questo era l’invito più genuino di Van Potter quando, da scienziato, evidenziava l’esigenza di sapere come stiano le cose (e che le cose non siano messe bene ormai lo sappiamo tutti) ma anche il bisogno di una saggezza degli atti. Una saggezza capace di dosare e miscelare il desiderio di benessere personale con l’imperativo di rispettare gli altri e il pianeta; il sapere specialistico con la consapevolezza della complessità; la rivendicazione dei diritti individuali con la considerazione dei doveri collettivi.
Sappiamo che è molto difficile far passare nella pratica quotidiana questi richiami morali, che non a caso vengono da Potter stesso codificati in un vero e proprio decalogo.
Forse dovremmo imparare ad agire senza “entrare nella terra promessa”, rinunciando a vedere immediatamente le ricadute delle nostre azioni: ma per far questo servirebbe una nuova educazione etica, capace di accogliere la fragilità e le emozioni di chi, in quanto uomo, è chiamato ad agire con responsabilità, nei limiti di ciò che il suo corpo gli consente, nel qui e nell’ora della vita che gli è toccata in sorte. Ne siamo, ne saremo capaci?
Voi che ne pensate?

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Biancaneve e la morte apparente oggi

2 Settembre 2014/6 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Avete mai riflettuto sul fatto che la bellissima favola dei fratelli Grimm, Biancaneve, è in sostanza la storia di una morte apparente? Biancaneve nella bara trasparente, i nanetti che piangono, e il principe che la risveglia dal sonno della morte con un bacio? Biancaneve è stata scritta, a partire dal folklore popolare della Franconia, nel 1812, in un’epoca in cui il tema della tafofobia (il timore di essere sepolti vivi) era molto presente. Benché il secolo XVIII e XIX abbiano rappresentato l’apice dell’attenzione per il fenomeno della morte apparente, sia nella trattatistica medica che nella letteratura, forse l’inquietudine sul confine tra la vita e la morte non è ancora oggi completamente placata.
Ma cosa alberga dietro la paura? E’ la difficoltà che la medicina ha incontrato nello stabilire un criterio definitivo, univoco e indiscutibile, di definizione della morte, e di identificazione dei segni della morte. Il fatto che la morte sia un processo, e non un interruttore che si spegne, complica le cose.
Paradossalmente, l’avanzare della scienza e degli strumenti di verifica non ha avuto una funzione decisiva nel tranquillizzare gli animi. In epoca premoderna e moderna si metteva una candela sul petto del presunto morto per verificare la presenza del respiro. Era un segno forse manchevole, ma si aveva fiducia nella chiamata divina. Era Dio che stabiliva la vita e la morte, richiamando l’anima a sé, e per l’uomo si trattava soltanto di constatare: Dio non sbaglia.
Da quando, all’incirca alla metà del Settecento, si è cominciato a vedere nella morte un passaggio umano, che riguarda il corpo, e poco per volta il medico è divenuto la figura centrale della “constatazione della morte”, ci si è sentiti più insicuri.
Il medico, uomo come me, può errare. E se dichiara che io sono morto mentre non lo sono ancora? Da questo allarmante interrogativo nasce un profluvio di letteratura: i medici ragionano sulla necessità di attendere l’inizio della putrefazione per seppellire un corpo, e quindi sull’esigenza di stabilire luoghi adeguati di attesa. I letterati narrano storie di presunti cadaveri che si risvegliano grazie a particolari situazioni: il portatore della bara inciampa e il cadavere si sveglia; i ladri aprono la tomba per rubare un anello e salvano il malcapitato sepolto vivo, che torna a bussare alla porta della propria casa… e così via. Inutile ricordare la centralità del tema nella narrativa di Edgar Allan Poe.
Nel Novecento c’è stata una pausa di maggiore serenità tra gli individui, dovuta alla centralità data al criterio cardio-circolatorio, misurabile attraverso un tanatogramma di venti minuti, unito comunque al Regolamento di Polizia Mortuaria che, ieri come oggi, prevedeva che venisse rispettato un dato periodo di osservazione fino alla comparsa di fenomeni tanatologici certi.
Ma con il 1968, e l’introduzione del criterio cerebrale di accertamento della morte, si è rischiato, dal punto di vista della comprensione dell’uomo comune (le discussioni riguardano soprattutto i non specialisti) di ricreare ansie e incertezze. Il “cadavere” tenuto in vita da macchine, il cosiddetto “cadavere a cuor battente”, così fondamentale per la medicina dei trapianti, fatica a essere concepito come tale dai suoi cari. Non è intuitivo pensare come cadavere un corpo che respira, è caldo, e a cui batte il cuore. Ed ecco quindi una nuova paura, quella della “predazione” d’organi, che non è altro che un travestimento della vecchia tafofobia.
Quello che è arduo comprendere, a livello di mentalità, è l’idea processuale della morte. Si entra in un processo di morte, e a un certo punto si può constatare l’irreversibilità di tale processo. Non si tratta di identificare un istante cruciale.
Sul tema della definizione della morte la riflessione socio – culturale non abbonda. Due pietre miliari esistono comunque, anche in Italia: il libro di Carlo Alberto Defanti, Soglie, 2007 (Bollati Boringhieri); e, recentissimo, ampio e avvincente, il volume a cura di Francesco Paolo de Ceglia, Storia della definizione di morte, 2014 (Franco Angeli)
Si tratta di opere di approfondimento, con taglio culturale, per coloro che hanno un interesse per questo tema: l’ampia ricerca coordinata da de Ceglia ha anche il pregio di indagare molte culture, antiche e contemporanee, non solo quella occidentale.
C’è però un aspetto che mi piacerebbe approfondire con una ricerca (chissà, magari in futuro), ed è: noi oggi abbiamo ancora paura di essere sepolti vivi? E in cosa consiste la nostra contemporanea tafofobia? A cosa pensiamo quando proviamo questa inquietudine? Ai nostri organi? Alla possibilità di svegliarci nella tomba, o di percepire dolore nel fuoco durante la cremazione? Alla presunta incompetenza dei sanitari che ci dichiareranno morti? O invece abbiamo una paura completamente nuova e opposta, ossia di essere tenuti artificialmente in vita come cadaveri a cuor battente, a discapito della nostra dignità di essere umani?
Cosa ne pensate?
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https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/09/Biancaneve-nella-bara.png 263 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-09-02 14:57:022014-09-02 14:57:02Biancaneve e la morte apparente oggi

Esiste la morte naturale?

9 Giugno 2014/21 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Conversazione con il filosofo Davide Sisto

Marina
Per parlare di cosa sia la morte naturale occorre che ci accordiamo su quale idea abbiamo della natura. E non è cosa semplice: la natura è oggi per noi una nebulosa di valori e di riferimenti, la vediamo come un essere in pericolo, da proteggere, o facciamo appello a essa come a un’ancora di salvezza. Io mi sono fatta l’idea che per i nostri contemporanei “morte naturale” equivalga a morte dolce.
Tu cosa intendi quando ne parli?

Davide
Ci sono stati, negli ultimi due secoli, due modi di intendere la morte naturale. Nel XIX secolo, in particolare nel romanticismo, la natura era vista come ente spirituale, metafisico. Allora la morte era naturale nel senso che aveva un ruolo centrale nella vita, non c’era distinzione tra vita e morte: c’era anzi una sorta di trama spirituale che univa i vivi e i morti. Inoltre, nel romanticismo c’è una forte componente estetica, che valorizza la malinconia, la nostalgia, e in questa prospettiva la morte aveva ampio spazio.
Per non parlare della teoria mistica che andava tanto di moda, della Geisterwelt, del mondo degli spiriti: tale mondo non era solo il luogo dove andava il deceduto, ma era anche un mondo presente in modo tangibile nella realtà. Il mondo degli spiriti era “impiantato” nel nostro mondo. La morte non era una scadenza, ma una sfumatura della vita, come dice Baudrillard.
Nel XX secolo, con la secolarizzazione e con il forte sviluppo tecnico e scientifico, la natura e l’artificio sono divenuti indistinguibili. Anche la natura è diventata, in realtà, una nostra costruzione. Ciò significa che la morte naturale non c’è più.

Marina
Però c’è un forte mito della morte naturale: se chiediamo ai nostri contemporanei come vorrebbero morire, molti rispondono “in modo naturale”. Io penso che quest’aspirazione si contrapponga a una visione della morte “artificiale”, medicalizzata, ospedalizzata, al timore di tubi e fili che escano ed entrino nel corpo, a violarlo.

Davide
Io credo che quando si parla oggi di morte naturale si pensi soprattutto alla morte per vecchiaia. Schopenhauer diceva che fino a novant’anni si muore di malattia, dopo i novant’anni si cessa semplicemente di esistere. Quel mito, come tu dici, è legato alla paura della malattia, alla rimozione della morte.
Viceversa, io ritengo che la morte sia naturale perché fa parte della vita. Forse la morte può essere tragica, ma è pedagogica per costruire la nostra esistenza, è essenziale per l’etica.

Marina
Condivido questa tua considerazione. Mi interessa l’aspetto etico legato alla visione della morte e alla consapevolezza della mortalità. Credo che senza coscienza del limite (e la morte è il limite per antonomasia) non possa esserci senso di responsabilità. E questa carenza è di estrema gravità proprio nell’educazione, nella costruzione della personalità di ciascuno di noi.

Davide
Sono d’accordo. Oggi si cerca il segreto dell’immortalità terrena nelle teorie del transumano. Tutte queste speranze sono la conseguenza della negazione della morte. Invece, la finitezza, il limite, possono avere una connotazione molto positiva. La questione del limite è centrale ad esempio in Schelling, che mette al centro del suo pensiero la finitezza: il limite è visto come ciò che determina la compiutezza, che fornisce compimento. Quindi il limite non è negativo, anzi è un valore.
Inoltre, farei anche un’altra considerazione. Tutta la nostra vita è segnata dal tentativo: noi cerchiamo di realizzare imprese che possono riuscire o fallire. E il fallimento, simbolicamente, è perdita e morte. La morte è quindi inevitabilmente presente nel nostro stesso agire. Negando la morte, la possibilità del fallimento, anche il tentativo umano perde il suo significato più profondo.

Marina
Io oggi vedo una duplice tensione: da un lato un rinnovato bisogno di spiritualità che si percepisce nella società occidentale; e dall’altro il desiderio di ritornare alla natura, anche nella concezione della morte, appunto. Tu ci vedi un nuovo romanticismo, una sorta di ripresa dell’idea di una natura spirituale, simbolica?

Davide
Forse c’è l’esigenza di allontanarsi dall’abitudine di risolvere tutto meccanicamente (il bambino non è attento, gli diamo il Ritalin). Abbiamo ecceduto in quella direzione, e quando si eccede capita spesso che nascano movimenti che vanno nel senso contrario. Indubbiamente c’è un bisogno di spiritualizzare. Lo dimostra anche l’interesse più o meno profondo per l’Oriente, per le tecniche che ci permettono di affrontare lo stress (tema su cui le religioni occidentali sono avare di soluzioni).

Marina
Grazie Davide. Vorrei chiedere ai miei lettori di contribuire a questa nostra conversazione, di prolungarla: esiste per voi oggi la morte naturale? Come la interpretate?

PS. Se siete interessati a approfondire i temi proposti in questo post, consiglio il volume di D. Sisto, Narrare la Morte. Dal romanticismo al post-umano, Edizioni ETS, Pisa 2013.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/06/imgres-5.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-06-09 09:38:382014-06-09 09:38:38Esiste la morte naturale?

La proposta di un nuovo umanesimo: alla cauta ricerca di una “vita sensata”

22 Marzo 2014/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Ricevo, e con piacere pubblico, questa breve riflessione (che fa della vicenda di Ariel Sharon un caso esemplare della condizione di tutti noi alla fine della vita) da parte di una persona che preferisce restare dietro le quinte.

Ci sono tutte le sfumature del mistero nell’itinerario della vita e della morte di Ariel Sharon, e non solo per le controversie che continueranno a dividere il giudizio degli storici del Medio Oriente e del mondo intero. Mi interroga la fine di quest’uomo dai due volti, eroe venerato e criminale di guerra, caduto infine in un coma durato otto anni che si è voluto chiamare “malattia”. Mi inquieta pensare a questa condizione forzata in uno stato di confine compassionevole, tra la vita che non è più vita e la morte che non è ancora morte.
Non conosceremo, né ora né mai, se vi sia stata la volontà espressa e anticipata di Sharon; se, ai comprensibili dilemmi della famiglia si sia sovrapposta la ragion di stato, che ha determinato la sospensione di un destino segnato.
Tuttavia, mi sono chiesta quanto la vicenda di Sharon – per molti versi eccezionale – non rispecchi dolorosamente quei casi che sono presenti e vicini al nostro universo di relazioni e di affetti.
Sarebbe fin troppo facile, nel corso di queste brevissime considerazioni, tentare delle risposte che suonano come etichette: accanimento? eutanasia? testamento biologico?
Allora è forse meglio allontanarci dalle parole che imbrigliano le menti e le coscienze perché pregne allo stesso tempo di ambiguità e di rigidezza: ambiguità in quanto non è facile (e da noi infatti non accade) formarsi e informarsi su temi complessi e coinvolgenti, e ancor meno giungere all’accordo, superando le contrapposizioni di principio; e rigidità nelle posizioni contrarie, capaci di scatenare conflitti insanabili e incapaci di progredire verso qualche mediazione dignitosa.
Non è forse meglio, su questioni tanto delicate e sensibili, pronunciarci con cautela, provare a sottrarci tanto alle dinamiche ideologiche quanto alla cieca fiducia nelle tecnologie; e portare uno sguardo plurale agli ambiti della scienza, dell’etica e della filosofia, nella ricerca di un nuovo umanesimo, di un’antropologia ancora una volta completamente rinnovata che appoggi il dibattito sull’inizio e sulla fine della vita, che riproponga le questioni dei diritti umani senza dimenticare che primo fra tutti si pone il diritto della persona a una vita sensata. Una vita, cioè, densa di significati personali, ma anche di sensi proiettati nella società e nel mondo, là dove il diritto alla vita (sempre, e qualche volta anche in modo più incisivo) si dilata e diviene un fatto sociale, per la ragione stessa che è la relazione ad essere costitutiva della persona. (G.P.)

Vi chiedo: cosa ne pensate di questa proposta di un nuovo umanesimo, anti ideologico e tutto incentrato sul dialogo tra antropologia e bioetica, e sulla valutazione della “vita sensata” per ciascuno?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/03/uomo-con-teschio-.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-03-22 18:36:542014-03-22 18:36:54La proposta di un nuovo umanesimo: alla cauta ricerca di una “vita sensata”

Sono vivo ed è solo l’inizio

10 Marzo 2014/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Cari amici, oggi vi propongo una riflessione su filosofia e morte. Fermi! non smettete di leggere, non intendo certo parlare della morte nella storia della filosofia, come ci hanno abituati a fare a scuola, lasciandoci spesso in compagnia di teorie mal digerite che apparivano fine a se stesse.
E’ stato molto bello invece discorrerne con Laura Campanello, che ha pubblicato presso Mursia un bel libro dal titolo: Sono vivo ed è solo l’inizio. L’ha scritto, mi racconta, proprio perché ha sempre avuto molta paura della morte, e ha dovuto quindi farci i conti. Il suo strumento privilegiato è stato la filosofia, o meglio la filosofia pratica, l’unica che la coinvolga, e che sorge come ricerca del senso della vita, per vivere meglio. Solo successivamente, Laura, come analista biografica a indirizzo filosofico, ha accompagnato i malati di tumore o di SLA nel loro percorso di malattia.

La meditazione della morte è dunque importante per la vita?
Senza dubbio. Montaigne parlava di libertà, Heidegger di autenticità dell’uomo, ma per me la sua funzione principale è farci arrivare alla fine della vita avendole dato un significato. Non quindi un “memento mori”, ma un “memento vivere”, non dimenticarti di vivere, ricordati di essere consapevole della tua esistenza, come scrisse anche Pierre Hadot.

La riflessione sulla morte è un esercizio individuale, o possiamo condividerla?
Dobbiamo condividerla, pensare alla nostra morte ci porta all’incontro con l’altro, come esplorazione e apertura. La condivisione va dunque concepita come confronto, come integrazione di sguardi diversi.

Cosa rispondi a chi ti dice di non sapere nulla di filosofia, di non possederla come strumento?
Io capisco che siamo abituati a considerare la filosofia come un pensiero complesso e inaccessibile, ma la si può praticare come ricerca di uno stile di vita, come capacità di posare uno sguardo diverso, straniato, su di sé e sugli altri, come possibilità di interpretare il proprio mondo. Noi siamo frutto di una cultura, ma non per questo non possiamo comprenderla e mutarne alcuni aspetti. Non occorre a questo fine conoscere necessariamente il pensiero di Hegel.

Tu citi spesso tre concetti: morte, filosofia e felicità. Come li metti insieme?
La filosofia, se intesa come consapevolezza della propria vita, ci protegge da due rischi: da un lato dai deliri di onnipotenza diffusi nella nostra società, che portano molta infelicità; dall’altro lato ci difende dalla depressione e dall’impossibilità di trovare un senso. Tra l’onnipotenza di chi si pensa immortale e l’impotenza totale, noi possiamo praticare la potenza, ossia l’agire, restando consci del limite e della misura. La felicità risiede nella capacità di accettare quello che non possiamo trasformare, e di intervenire su ciò che possiamo cambiare.

E voi? Pensate che filosofare sulla morte aiuti a dare un senso alla vita? Avete trovato altri strumenti? Altre strade che potete suggerire?

Ps. Per chi desidera leggere il libro di Laura Campanello, questo è il link di Amazon: http://www.amazon.it/linizio-Riflessioni-filosofiche-sullamorte/dp/8842552232/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1394208679&sr=8-1&keywords=laura+campanello.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/03/images-7.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-03-10 07:59:292014-03-10 07:59:30Sono vivo ed è solo l’inizio

Consapevolezza della mortalità: ma come?

25 Novembre 2013/14 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Parliamo spesso dell’esigenza di raggiungere la “consapevolezza della mortalità”. Ci siamo detti, anche su questo blog, che la consapevolezza porta buoni risultati nelle nostre vite: la capacità di stare nel presente, il sentimento della nostra e altrui fragilità e vulnerabilità, e quindi lo sviluppo di un senso di maggiore responsabilità e umanità.

Ma come? Come facciamo a raggiungere questa maturazione personale vivendo immersi in una cultura che continua a indurci a mettere da parte il pensiero della morte e a sentirci immortali e onnipotenti?

Per me il fattore di cambiamento è stato la malattia, che mi ha messo in pericolo di vita già a trentacinque anni, portando nuovi pensieri e atteggiamenti nella mia quotidianità. Certo, però, non possiamo auspicare di ammalarci per diventare più saggi.
Per di più, non è detto che la malattia o il dolore portino profondità e saggezza. A volte seminano il germe della rabbia e della rivolta. Pochi giorni fa raccoglievo fondi in un ospedale piemontese per un’associazione di cure palliative, e una donna ha rifiutato sdegnosamente di prendere il pieghevole. «Ne ho già avute, io… non voglio più sentir parlare di morte».

Così ho compreso quanto sia necessario confrontarci per capire come, al di là delle belle parole, possiamo avvicinarci alla consapevolezza del limite e della finitezza.
Io sto facendo un esercizio che ha a che fare con la rinuncia: se riesco a essere meno consumista, a distanziare il desiderio degli oggetti, mi sento più fragile e stabile al contempo, più centrata e più in sintonia con il mio prossimo. Riesco a sentire che le cose, e io stessa, passeremo, e a puntare i piedi nell’oggi.
E voi? Volete raccontare le vostre esperienze? Come avete raggiunto la consapevolezza della morte? O come cercate di farlo?

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Felicità e mortalità

28 Ottobre 2013/17 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Avete mai pensato quale incredibile filo rosso lega il tema della felicità a quello della morte?
Se non riuscite a vedere un legame tra le due cose, per prima cosa vi parlo della mia riflessione, e poi della mia esperienza.
Sono convinta che la felicità di ognuno di noi dipenda in buona parte dallo sguardo che abbiamo sulla vita, e su ciò che comporta essere vivi.
Non è il risultato di fatti oggettivi come diventare ricchi o ottenere il lavoro che volevamo. Questi fatti causano emozioni forse forti, e certamente piacevoli, ma non sono in grado di agire stabilmente sulla nostra percezione della felicità.
Invece, se siamo consapevoli di essere mortali, diveniamo capaci di apprezzare di più la vita, di godere del presente, di essere meno vittime del consumismo, di smettere di lamentarci di tutto a ogni piè sospinto, di sentirci quindi più stabili e più sereni. Il pensiero della morte, inoltre, scrive Salvatore Natoli,

«dissolve la boria, il delirio di onnipotenza, cambia il nostro modo di valutare le cose, dissipa la confusione tra ciò che è vano e ciò che è importante.»

Invece, la nostra cultura ha reso anche la felicità una specie di obbligo. Dobbiamo dimostrare di essere capaci di costruire la vita nel migliore dei modi, dobbiamo essere uomini di successo, donne in carriera. Manchiamo di tempo per noi e rincorriamo obiettivi futili, non sappiamo essere felici ma ci sentiamo in dovere di esserlo.

Nella mia vita, la prima volta che sono stata felice (nel senso di emotivamente stabile e capace di assaporare l’attimo) è stato quando ho scoperto di non essere immortale: paradossalmente, proprio quando ho pagato, da giovane, il mio tributo al tumore. Mi sento felice anche oggi, mentre invecchio e sono consapevole che il tempo a mia disposizione diminuisce. Felice perché ora, quel tempo, non scorre solo ineluttabile senza di me, ma riesco più spesso a cavalcarlo, farlo mio, accompagnarlo.
Vi chiedo, come sempre, di aiutarmi a raccontare, a spiegare questo legame tra mortalità e felicità. Oppure, anche di smentirmi. Voi vi sentite felici? E in quali circostanze vi siete sentiti felici?

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Necrologi e eufemismi

17 Luglio 2013/13 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Cari amici, giunti quasi alle vacanze estive, vorrei dirvi arrivederci introducendo un argomento lieve, e anche un gioco. Lo faccio attraverso lo scritto di un giovane drammaturgo, Marco Pozzi. Il dialogo, ironico eppure struggente, s’intitola Trapasso fai da te, e fa parte di un libro intitolato Tre dialoghi (potete acquistarlo a questi link: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=967801
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788891046611/Tre_dialoghi/Pozzi_Marco.html

Dunque, leggiamo in anteprima:

MEDICO Quello che voglio farle capire è che sono finiti i tempi in cui si moriva a casa senza assistenza medica, con famigliari senza conoscenze sanitarie.
PAZIENTE I miei genitori morirono così. Non era così brutto morire a casa propria, sarà d’accordo spero.
MEDICO Ma ora lei ha la fortuna di poter stare in un ospedale ben attrezzato, con medici e infermieri competenti. Pensi all’Africa.
PAZIENTE È una terapia psicologica?
MEDICO Pensi a quanti africani darebbero chissà cosa per essere al suo posto.
PAZIENTE Per essere in punto di morte?
MEDICO Ma no, per essere curati com’è curata lei.
PAZIENTE Un novantenne è un novantenne ovunque, in Africa come in Italia.
MEDICO (breve pausa) Che poi, morire: perché mai deve chiamarlo così? Al massimo si diparte, si scompare, ci si spegne, si manca all’affetto dei propri cari, si va in un posto migliore.
PAZIENTE Diparto…? Manco all’affetto…?
MEDICO …all’affetto dei suoi cari, certo.
PAZIENTE Ma io sono sola, neanche uno dei miei figli è venuto.
MEDICO Non facciamo sottigliezze.
PAZIENTE Le sembra una sottigliezza morire da soli?
MEDICO Insomma, è un modo di dire.
PAZIENTE Ma esiste già una parola per dire questo e questa parola è morire.
MEDICO Non la pronunci, porta male.
PAZIENTE Porta male?
MEDICO Sì, deprime.
PAZIENTE Deprime?
MEDICO Non fa bene.
PAZIENTE Non fa bene?
MEDICO Insomma, sono io il medico, mi ascolti per favore.
PAZIENTE La ascolto.
MEDICO Bene, cosa le stavo dicendo?
PAZIENTE Che proprio lei, uomo di scienza, non vuol guardare in faccia i fatti.
MEDICO Quali fatti?
PAZIENTE Che sto per morire. Questa si chiama morte! Guardi le mia labbra: m-o-r-t-e.
MEDICO La smetta! Non pronunci quella parola. Ora la curo.

La riflessione che il dialogo suggerisce (ma non è certo l’unica) riguarda il modo che noi abbiamo di parlare della morte, o meglio di non parlarne.
Avete mai pensato quanta attenzione si faccia a non pronunciare la parola “morte”? Basta dare un’occhiata ai necrologi, cosa che certo anche Marco Pozzi ha fatto: che circonvoluzioni! Il defunto è tornato alla casa del Padre (ossia, secondo la speranza cristiana, è andato in Paradiso); oppure, è prematuramente scomparso (detto molto più laico, che vede la morte non come passaggio ma come semplice sottrazione al mondo dei vivi): sono solo modi di dire? Eppure, c’è tutto il nostro terrore in queste parole allusive, in questi eufemismi che prendono il posto della cruda fattualità della morte.
Nella cultura cinese, la morte è tabù, ed è vietato nominarla, non solo nelle situazioni che hanno a che fare con la fine della vita, ma anche nella vita quotidiana: non si potrebbe mai dire “ho una fame da morire” senza venire rimproverati. La morte porta sfortuna.
E noi? Noi che sorridiamo delle “superstizioni”, che viviamo pieni di fede nella scienza e nella medicina? Noi secolarizzati?
Nonostante i danni causati dall’atteggiamento tecnicista della medicina durante i decenni trascorsi, nonostante la solitudine che provoca a noi e agli altri la fuga dalla mortalità, ancora non vogliamo saperne di affrontare la morte. Non vogliamo nominarla, non vogliamo guardarla in faccia, non vogliamo invecchiare, non vogliamo dire ai nostri cari che stanno morendo (dottore, per carità, lui non sa niente!). Se dobbiamo dunque imparare a parlare della morte, facciamolo per una volta con un sorriso. Vi propongo un gioco, anzi due:
1) raccogliamo tutti gli eufemismi che vi vengono in mente per dire “è morto”, o “sta morendo”? Valgono tutti i dialetti, purché con il significato a lato.
2) andiamo a scoprire i necrologi più strani che vi è capitato di leggere.

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La morte maestra di vita?

25 Giugno 2013/17 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Quando sono stata vicina alla morte in prima persona, dopo un cancro e soprattutto dopo un’infezione da sala operatoria, hanno preso forma nella mia vita fenomeni imprevisti e insperati: mi è passata la paura di morire; mi sono sentita fragile e preziosa, eppure al contempo mortale e sostituibile; ho pensato che, poiché sarei un giorno comunque morta, tanto valeva godere la vita attimo dopo attimo. Sono diventata più coraggiosa, più lieve, più indulgente con me stessa, più sensibile alla bellezza, all’armonia, all’amore.

Pertanto, tendo a comprendere gli operatori di cure palliative quando raccontano che la loro quotidiana presenza accanto a chi muore non li priva della voglia di vivere, anzi affina in loro la capacità di provare semplici gioie. Sono emozioni di cui ho spesso sentito parlare, da quando ho letto la famosa psicologa francese Marie de Hennezel, col suo libro La morte amica, o la dottoressa Kübler-Ross e il suo La morte e il morire, fino a oggi, ascoltando quello che mi narrano molti amici, infermieri, medici e psicologi che lavorano in cure palliative, o semplicemente persone che hanno accompagnato i loro cari nell’ultima tappa della vita. Questo tema è stato da poco affrontato in Québec da Eve Gaudreau, un’educatrice specializzata in cure palliative (la prima nel suo paese), che ha scritto Qui suis-je pour t’accompagner vers la mort? (Chi sono io per accompagnarti verso la morte? http://www.abcdeledition.com/livre-detail/livre-59.html).

Eve dice che accompagnare una persona in fin di vita ci destabilizza perché ci mette di fronte alla nostra finitezza. Come in uno specchio, ci vediamo mortali. Ci fa paura, ma riusciamo anche a fare un bilancio della nostra esistenza, a darle un significato, e a verificare se stiamo procedendo nella direzione voluta.

La morte può essere davvero maestra di vita? A volte, quando rifletto su quest’idea, mi pare che ci sia in essa troppo “buonismo”, e che io mi stia facendo delle illusioni. Allora temo che possa accadermi di perdere la bussola di fronte alla morte di chi amo, o di fronte alla mia stessa morte. E che anche aver passato molti anni a studiare il morire possa non servire a molto…
Altre volte sento che essere passata vicino al baratro del nulla faccia di me una persona più consapevole.
Com’è la vostra esperienza? Avete voglia di raccontare come vi è parsa la vita, come congiunti o come operatori sanitari, stando vicini a qualcuno che si avvicinava alla morte? Migliore e più intensa? O vuota e incomprensibile?

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Testamento, etica e donazioni.

17 Giugno 2013/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte


Questa volta vi propongo un tema che si situa a metà strada tra le mie due competenze, quella degli studi sulla morte e quella della raccolta fondi.
Nei giorni scorsi è uscito sui giornali il caso di Radio Maria, che ha chiesto lasciti testamentari a favore dell’emittente, mediante una lettera del suo direttore, don Livio Fanzaga, inviata soprattutto agli ascoltatori anziani.
La storia che ha sollevato il caso è la seguente, raccontata sulla Repubblica da un’indignata Concita de Gregorio. Un certo Marco ha scoperto la madre che stava facendo testamento per la radio, e si è notevolmente irritato: lui non aveva mai parlato di testamenti all’anziana donna, per delicatezza, per non ricordarle l’avvicinarsi del momento della morte. Ed è arrivato invece questo screanzato sacerdote a farlo in sua vece (e contro i suoi interessi).
Radio Maria è un ente talmente indifendibile, per la grossolana impostazione dei contenuti del suo palinsesto, per le ben note stupidaggini pronunciate dal suo direttore (di cui il web trabocca, basta digitarne il nome), che il dibattito su questo tema è rimasto interno alla comunità di coloro che si occupano di raccolta fondi. Forse saprete che molti importanti enti non profit chiedono lasciti testamentari, come il WWF (Preoccuparsi del futuro dell’ambiente è una scelta generosa ed è anche una precisa responsabilità nei confronti delle generazioni che verranno, dei nostri figli e dei nostri nipoti), l’AIRC (Il lascito testamentario: una scelta unica per aiutare la ricerca a raggiungere nuovi traguardi), l’UNICEF (Gli occhi del padre, la bocca della madre, il sorriso può ereditarlo da te), eccetera.
Poi è uscita un’altra notizia, la richiesta di lasciti testamentari da parte di EMERGENCY, fondata da Gino Strada. Stessa reprimenda! E ho letto: “Il metodo Radio Maria sempre più in voga per sanare i conti in rosso. L’ultima frontiera delle donazioni è quella del testamento: cedere i propri averi – in parte o totalmente – una volta passati a miglior vita. È ciò su cui sembra puntare Emergency coinvolgendo i suoi affezionati…”(http://www.lettera43.it/economia/aziende/emergency-in-rosso-gino-strada-punta-ai-testamenti_4367598811.htm).
Ora, per chi si occupa di fine della vita occorre aggiungere un elemento alla riflessione: sapevate che solo il 10% degli italiani fa testamento, a fronte di percentuali ben più alte negli altri paesi, soprattutto anglosassoni? Questa bassa percentuale di testatori può essere letta, a mio parere, come una superstiziosa fuga dalla consapevolezza della mortalità. Tacere, rimandarne il pensiero, quasi servisse a tener lontana anche la morte.
Cosa ne pensate? E’ etico chiedere testamenti ai propri sostenitori, da parte delle associazioni non profit? Come possiamo affrontare il tema di ciò che resta di quello che ci è appartenuto? Vale la pena testare solo se siamo molto ricchi? Con chi e quando dovremmo (o non dovremmo) parlarne?

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Risalendo alle origini del rito laico

10 Giugno 2013/0 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Se amate la storia, non perdete il libro, uscito da poco, di Piero Pasini, Venezia in gramaglie. Funerali pubblici nel lungo Ottocento, Il Poligrafo 2013, introdotto da Dino Mengozzi.

I funerali pubblici sono quelli che coinvolgono nel lutto non solo la stretta cerchia di parenti e amici, ma l’intera collettività. Sono funerali che s’intersecano con la dimensione politica, e proprio per questo sono spesso rivelatori dei cambiamenti sociali e culturali in corso.
I funerali pubblici, in età liberale, assumono un significato e un valore pedagogico: i nuovi concetti di Nazione, Patria, Italia, Popolo, Democrazia trovano i loro simboli nella dimensione funeraria, celebrando martiri risorgimentali e uomini politici.

Pasini descrive, come “archetipo” del funerale liberale, quello di Angelo Toffoli, ministro nel primo governo Manin (1848/49), morto nel 1877: il funerale fu finanziato e programmato dall’autorità municipale in ogni dettaglio. Il corteo (laico) si riunì davanti alla casa del defunto alle 9,30 del mattino: pompieri e guardie municipali, banda cittadina, rappresentanze di società politiche e operaie e di mutuo soccorso; solo dopo i sacerdoti, e il feretro, seguito da autorità politiche e sociali, alunni delle scuole e parenti e amici dello scomparso. Alle 10 il corteo s’incamminò verso la chiesa, dove ebbe luogo la cerimonia religiosa. Subito dopo, il corteo riprese il suo cammino, accompagnato dalla banda municipale, per raggiungere il luogo della cerimonia civile: qui sono pronunciati i discorsi sulla bara, posta a terra vicino all’acqua, volti a porre l’accento sulla probità e l’amor patrio del defunto. La bara viene poi posta sulla barca delle pompe funebri, e il corteo si snoda sull’acqua fino all’isola di San Michele. Qui, dopo la benedizione dei padri benedettini, il corteo prosegue verso il sepolcro.

I sacerdoti, scrive Pasini, sono “declassati” in questo funerale, non aprono più il corteo: “La loro funzione consiste nel compito ‘tecnico’ dell’ufficio funebre e dell’assoluzione, ed è solo in chiesa che affermano il loro ruolo sociale”. Il corteo prima della funzione e il rito laico che la segue, e in generale i momenti all’esterno, scanditi dalla musica della banda, sono i momenti centrali del funerale, in cui assumono il massimo rilievo gli stendardi delle associazioni, e la grande folla di veneziani che celebrano un loro patriota.

Il libro di Pasini colma un vuoto storiografico a proposito della riflessione sulla secolarizzazione del rito funebre. Dell’Ottocento erano note le cerimonie rivoluzionarie (prevalentemente in Francia) e quelle dissidenti (socialiste e repubblicane) della seconda metà del secolo. Pasini segue tutto il lungo Ottocento (dal 1797 alla vigilia della Prima guerra mondiale) a Venezia, e aggiunge un tassello importante, dimostrando l’importante ruolo dei funerali pubblici per l’affermarsi della religione civile della Patria e della Nazione operata dai nazionalismi. Il libro è corredato da belle illustrazioni dei funerali veneziani ottocenteschi.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/06/15418460-vecchia-illustrazione-del-funerale-di-daniele-manin-patriota-italiano-venezia-italia-creato-da-blanc.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-06-10 15:26:492013-06-10 15:26:49Risalendo alle origini del rito laico
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