Dal decluttering al commiato: il metodo Marie Kondo come metafora del lutto, di Nicola Ferrari
Riceviamo e con piacere pubblichiamo un articolo di Nicola Ferrari sul rapporto tra decluttering e lutto.
C’è qualcosa di sorprendentemente affine tra l’atto di svuotare un armadio e ricordare chi abbiamo perso. È una sensazione che mi ha investito subito, appena ho conosciuto per caso Marie Kondo, incappando in suoi video in rete: questa piccola donna giapponese, diventata celebre in tutto il mondo grazie ai suoi libri e alla serie su Netflix, è in questi anni la più famosa esperta di decluttering domestico, la pratica di liberarsi di ciò che si considera vecchio, inutile o comunque non più necessario per creare poi un nuovo ordine. Ma il suo approccio, denominato metodo KonMari, va ben oltre l’ordine materiale di un cassetto o una stanza: si tratta di raccogliere tutto e averlo ben sotto gli occhi, scegliere ciò che resta e ciò che si elimina, ringraziare e lasciare andare.
Dietro l’apparente leggerezza si nasconde una grammatica del congedo: mettere via ciò che non dà più gioia e accogliere il nuovo si trasformano in esercizi di consapevolezza che ricordano da vicino il lavoro del lutto. Ogni vestito che si mette sul letto diventa un frammento biografico potentissimo, ogni decisione su cosa farne una microseparazione. Il riordino delle varie stanze si converte in un rito laico: imparare a riconoscere ciò che può restare e ciò che deve essere lasciato, non per negare la perdita ma per renderla affrontabile. Forse, in fondo, il metodo non insegna solo a fare spazio fisico a casa ma, trasportato metaforicamente, riconosce il posto che l’assenza occupa nelle nostre vite per decidere come vivere il lascito.
C’è un momento, per me il più elevato di ogni puntata della serie, durante il quale Marie Kondo entra nelle case di famiglie sommerse dal caos, si siede sul pavimento e in silenzio, in pochi secondi, avvia il semplice rito di ringraziare la casa per tutto quello che ha offerto e per il conseguente rinnovo. È una situazione semplice, breve ma ogni volta densissima e davvero emozionante perché prefigura ciò che accadrà poi intimamente.
Dopo questo veloce cerimoniale, inizia la seconda fase del suo metodo: con una sequenza preordinata i vestiti vengono accumulati, i libri ripresi uno ad uno, la cucina svuotata e così via, intervenendo su tutte le stanze e tipologie di oggetti. Questi gesti, che durano per i proprietari vari giorni, aiutano a ritrovare una forma di equilibrio. Il suo sistema, pensando alle nostre perdite, non ‘pulisce’ il dolore ma aiuta a rimettere insieme ciò che è disperso. Riorganizza la presenza dell’altro dentro noi stessi per dare un nuovo posto a ciò che continua ma deve assumere una forma diversa. Non si tratta quindi di minimalismo perché si va oltre la valorizzazione della semplicità e l’eliminazione del superfluo e neppure di swedish death cleaning, l’altro approccio che si fonda sempre sul togliere ma con lo scopo finale di evitare questo lavoro di scelta ai cari che resteranno dopo di noi. È invece un procedimento che mira a trasformare la materia in significato, rendendo il percorso del lutto un processo di selezione, una possibilità per trovare una leggerezza che ci permetta di continuare a vivere accanto alla memoria senza esserne schiacciati. In questa logica, il lutto implica un grande riordino: prima di oggetti, poi di immagini interiori e infine di significati; lei ci dice inconsapevolmente quanto il prendersi cura di ciò che resta sia il più efficace gesto di amore per chi abbiamo perso ma anche per noi stessi.
Ogni volta che la guardo o la cerco in rete, mi appare sempre più strepitoso l’enorme successo che ha avuto, considerando tra l’altro che il mondo del decluttering è veramente colmo di esperti, influencer, appassionati in ogni continente; alla fine poi questo minuto essere umano non propone niente di assolutamente nuovo in questo vasto panorama, ma la risonanza che sta avendo da anni la rende del tutto unica. È stata ospite ovunque, ha creato (ovviamente) un’azienda che offre percorsi di formazione per diventare suoi consulenti certificati e tanto altro; molto dipende dal suo mantra: tieni solo ciò che ti dà gioia, il resto ringrazialo e liberatene. Un pensiero semplice e riconoscibilissimo e forse è proprio questo, oltre alla possibilità di vederlo incarnato con coerenza nella sua persona, a renderlo così identificabile e prossimo a tanti. Si tratta di conversare con l’assenza tramite i vestiti, i libri, gli utensili da cucina che abbiamo in casa e che si trasformano in un tramite diretto: toccarli, guardarli direttamente e poi ascoltare come attivano memorie e riflessioni, decidere dove collocarli e cosa farne, ringraziare per quello che ci donano, risistemando giorno dopo giorno la stanza, la vita.
Riordinare è un atto di gratitudine, lasciare andare una preparazione rappresentativa alla morte, la ricerca della gioia un’opzione che va conquistata. Che una forma di ordine possa anche diventare un modo per orientare l’esistenza dopo la perdita è un fatto, non una metafora.
Cosa ne pensate? Avete fatto questa operazione di decluttering dopo una perdita?

