Come si parla di suicidio sui social network? di Davide Sisto
Negli ultimi due o tre anni spopola su Tik Tok la parola “unalive”, non vivo, usata prevalentemente dagli utenti del famoso social network cinese per parlare di suicidio. Hashtag come #unalivemeplease, #unaliving, #unaliveawareness e #selfunalive contano milioni di visualizzazioni e di like, nonché centinaia di commenti. Dietro questi hashtag si nasconde un po’ di tutto: persone che raccontano il loro tentato suicidio o che non nascondono il desiderio di uccidersi, persone che invece cercano di fare prevenzione rimandando – per esempio – a video di psicologi o affrontando il tema della depressione, ma anche utenti che condividono situazioni del tutto allegre e fuori contesto, per cui fanno un uso di questi hashtag in termini scanzonati e non realistici. La ragione per cui viene utilizzata la parola “unalive” per parlare di suicidio è unicamente pratica: non farsi censurare dagli algoritmi delle piattaforme. Il termine “suicidio”, infatti, rientra in quella sorta di blacklist alla base della cancellazione automatica di contenuti. Questo, soprattutto, per evitare la condivisione pubblica di video in cui si vedono individui che si tolgono la vita, come qualche volta purtroppo succede. Il tema dell’uso della parola unalive è oggi particolarmente dibattuto nella dimensione online, tanto che sono in aumento le discussioni su Reddit relative ai suoi effetti positivi e negativi sulle comunità digitali.
Proprio da queste discussioni interne a Reddit, la versione contemporanea dei forum di un tempo, emerge un aspetto su cui occorre riflettere. Non sono poche, cioè, le persone che ritengono inopportuno, indelicato o addirittura diseducativo non usare in maniera esplicita la parola “suicidio”. Innanzitutto, alcuni ritengono che aver reso di tendenza un termine che allude in modo generico a un aspetto così delicato della nostra società rischia di creare confusione, soprattutto tra i ragazzi adolescenti, i principali fruitori di TikTok. In secondo luogo, altri sostengono che porre in relazione il suicidio alla censura non faccia altro che aumentare il tabù che di per sé già lo caratterizza. Se insegniamo ai più giovani che la parola “suicidio” non si può dire, non facciamo altro che incrementare i pregiudizi che vi sono di per sé associati. Questo tema, ovviamente, è riconducibile agli effetti Werther e Papageno di cui abbiamo già parlato sul blog.
Al di là di questo, se proviamo a osservare con più attenzione i contenuti che si celano dietro gli hashtag su TikTok, cogliamo il tentativo generale di parlare di suicidio evitando il più possibile luoghi comuni o stereotipi. In particolare, dai racconti di coloro che dicono di aver pensato di togliersi la vita o di aver tentato di farlo, senza riuscirci, emerge il desiderio di non cercare facili nessi di causa-effetto, ritenuti perlopiù consolatori. In altre parole, i giovani utenti di TikTok sottolineano la complessità a fondamento di una scelta così estrema, una complessità che tiene insieme il vissuto personale e le dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche all’interno di cui il singolo è oggi collocato. Soprattutto, si vuole evidenziare quanto vada fuori strada la colpevolizzazione di un soggetto mediatico: i videogiochi, la musica, il cinema, ancor di più i social media, diventati il capro espiatorio quando non riusciamo a razionalizzare una scelta. Certamente, le sfide rivolte agli adolescenti o, addirittura, ai bambini sono pericolose e possono influenzare negativamente il singolo dal punto di vista psicologico ed emotivo. Ma i singoli racconti mostrano come i rischi che si incontrano online, al massimo, portano alle estreme conseguenze una situazione personale di per sé già estremamente compromessa. A questi video girati dagli adolescenti si aggiungono, su TikTok, quelli di psicologi o psichiatri che utilizzano la piattaforma cinese per affrontare il tema e, dunque, cercare un ulteriore canale comunicativo con i giovani.
Personalmente, apprezzo lo sforzo che si tenta di fare in presenza di un argomento come il suicidio, considerato il tabù dei tabù. Io faccio parte di coloro che, nel ritenere fondamentali le attività di prevenzione, non riescono a considerare il suicidio come una scelta indotta da un colpevole facilmente individuabile. Detto in altri termini: che ci piaccia o no ammetterlo, a volte è solo fortuna il non aver mai avuto pensieri suicidari o, durante momenti piuttosto difficili della propria vita, averli avuti senza attuarli. Le mille ragioni che, unite insieme, possono determinare la scelta estrema non rappresentano necessariamente un fallimento di chi non è riuscito a impedire di attuarla. Ho avuto, purtroppo, nel corso degli anni due amici e un’amica che si sono tolti la vita in circostanze molto diverse tra loro, il cui filo conduttore non è la colpa di chi non ha capito, di chi non è intervenuto, ecc. Certo, come società e comunità dovremmo impegnarci alacremente affinché nessuno si senta talmente perso, nel vasto oceano della vita, da ritenere un’opportunità positiva farla finita anzitempo. Tuttavia, è innegabile il fatto che ciascuno di noi si muove a tentoni, tra mille difficoltà e mille imprevisti, e di conseguenza fa ciò che riesce e può non aver più voglia di riuscirci. Non sto giustificando, ovviamente, questo tipo di dolorosissima scelta, soprattutto per chi resta in vita, ma mi pare utile non dimenticare quanto certe azioni trascendano ogni tentativo di spiegazione oggettiva.
E mi pare che su TikTok ci si muova in questa direzione, la quale apre altri orizzonti mediatici: spesso, vengono prodotti link che rimandano a medici che possono offrire un sostegno o, addirittura, ad app gestite dall’intelligenza artificiale, la quale mira – tramite dialoghi costruiti ad hoc – a creare un terreno di conversazione che non faccia sentire sole le persone. Nel mondo odierno, capita anche questo (negli States l’app di questo tipo più famosa è Wysa).
Cosa ne pensate del modo in cui si parla di suicidio online? Attendiamo i vostri commenti.












Buongiorno Davide,
dalle tue considerazione mi è sorta spontanea una domanda quando hai parlato della tua esperienza: tre amici che si sono suicidati in condizioni differenti. Io ho conosciuto una persona che si è suicidata nel periodo in cui avevamo interagito per un lavoro e uno zio, che lo ha fatto in carcere a seguito del femminicidio compiuto su mia zia. Essendo più agée di te, ho avuto un tuffo al cuore per la tua media, che mi pare alta. Il mio compagno ha avuto uno zio che si è suicidato. Pensi ci sia un nesso nell’età e nel fatto che la comunicazione si sia esponenzialmente amplificata a scapito di un’incomunicabilità divenuta ormai cronica? Alla fine, abbiamo centinaia di amici ma siamo sempre più soli…
Non so bene dirti. Uno soffriva di gravi disturbi psichiatrici e le istituzioni non sono state capaci ad assisterlo, uno soffriva di depressione (e nessuno di noi amici se ne era accorto), l’ultima si è tolta la vita due mesi dopo aver partorito la seconda figlia (e aveva una preoccupante precarietà lavorativa). Temo che il filo rosso che lega queste tre morti sia soprattutto la precarietà lavorativa, che poi ha inciso sulla stabilità psicologica ed esistenziale. Poi arrivano certamente le ragioni che indichi tu. Ma certo è che dalla Gen X in poi è aumentata esponenzialmente una precarietà che ha inciso in maniera profonda sul benessere della persona.
Vero! I miei vent’anni erano ancora ricchi di prospettive, pensavi di poter spaccare il mondo e di scegliere tu il tuo destino. Hermann Hesse andava alla grande! Stava a te e solo a te fare la differenza. Poi, sbatti contro la realtà e devi adeguarti a trovare una nicchia dentro la quale uniformarti per non restarne esclusa, perdendo quella freschezza e non sempre riuscendoci in modo soddisfacente. L’alternativa era partire e, quel disagio cosmico, lo abbiamo trasferito alle generazioni successive…
Caro Davide condivido in pieno le tue riflessioni, Non frequento TikTok ma per il resto tutto mi torna. Credo impossibile prevenire tutti i suicidi, sarebbe perfido riuscirci lasciando però le persone in balia della negatività, della sofferenza.
Una scelta a portata di tutti, professionisti o meno, frequentatori o meno del mondo digitale, è offrire al nostro prossimo vicinanza, amicizia, accoglienza, ascolto, aprire alle persone che frequentiamo almeno un po’ di noi autentico, dubbi, errori preoccupazioni. Non è mal comune mezzo gaudio ma ispirare all’altro apertura, condivisione, riconoscimento dell’essere normale e non l’unico sfigato o precario o…
Crederei che all’interno del nostro Tavolo di prevenzione di Treviso sia un atteggiamento abbastanza diffuso.
Infine: sempre meglio chiamare le cose con il nome che hanno. A volte è scomodo e chiede responsabilità, fatica, anche scontro ma alla fine ripaga
Grazie assai, buoni giorni
Concordo con te, Luigi. Grazie per la riflessione.