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Suicidio, effetto Werther o effetto Papageno? di Cristina Vargas

7 Gennaio 2023/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da un recente studio sul fenomeno suicidario nei giovani durante la pandemia Covid-19, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino e pubblicata sulla rivista eClinicalMedicine del gruppo Lancet, emerge che nel 2020, l’anno in cui gli effetti sociali della pandemia si sono sentiti con maggiore intensità, c’è stato un aumento complessivo del 10% di suicidi fra i giovani. A questa cifra si aggiunge un forte incremento nell’ideazione suicidaria e nei tentati suicidi: i ricercatori stimano che 1 ragazzo su 6 ha avuto almeno un pensiero suicidario e 1 su 33 ha tentato il suicidio.

I dati del 2019 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dicono che ogni anno ci sono circa 700.000 suicidi a livello globale, di cui circa 4000 in Italia. Tra i giovani fra i 15 e i 29 anni il suicidio è la seconda causa di morte in Italia (dopo gli incidenti stradali). La rilevanza del problema del suicidio in generale, e del suicidio fra i giovani in particolare, non è quindi nuova, ma in molti ambiti sanitario-assistenziali c’è una diffusa preoccupazione rispetto alle conseguenze indirette del malessere psico-sociale che si è accumulato nel periodo pandemico e non è un caso che negli ultimi mesi siano state promosse diverse iniziative sul tema. Una di queste è la giornata di formazione “Just a Bit Before: Pensieri e parole sulle condotte suicidarie” (Cuneo, 25 novembre), alla quale ho avuto l’opportunità di partecipare e che mi ha offerto la possibilità di articolare le riflessioni condivise in questo articolo.

In una prospettiva antropologico-sociale, più che come una scelta individuale, possiamo considerare il suicidio come un fenomeno che si colloca nell’intersezione fra soggetto e società, che è connesso sia ad una sofferenza interiore che distrugge il senso di sé, sia a processi collettivi che implicano incertezza, disgregazione e crisi.

In quanto “fatto sociale” la rappresentazione culturale del fenomeno incide sul modo in cui una persona si avvicina al pensiero del suicidio. Questa rappresentazione è veicolata in molti modi, ma i mass media hanno un ruolo particolarmente rilevante in questo processo, al punto che, sulla scia di un corposo numero di ricerche, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha messo in luce il rischio dei fenomeni identificazione e di emulazione che possono derivare da un certo approccio comunicativo al tema del suicidio e si usa l’espressione di “Effetto Werther” per riferirsi all’aumento dei atti suicidari che avviene in seguito alla pubblicazione di notizie relative a suicidi effettivamente avvenuti.

L’espressione “Effetto Werther” ha una lunga storia, che ha inizio subito dopo la pubblicazione, nel 1774, del noto romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther, un libro che suscitò una forte identificazione dei lettori con le sofferenze del protagonista ed ebbe una profonda influenza sulla visione del mondo, dell’amore e del sé di varie generazioni.

Si dice che in seguito alla diffusione di massa del Werther si verificò un’ondata di suicidi tale da spingere alcuni paesi a mettere al bando il volume e a proibirne la circolazione. Anche se questa tesi non è stata dimostrata dal punto di vista storico, già allora iniziò a prendere forma l’idea che un racconto potesse spingere una persona, soprattutto se già dilaniata dai dubbi, a compiere delle scelte drastiche.

Come parlare quindi di un tema troppo a lungo soffocato dal tabù e dallo stigma?

Le prime ricerche sistematiche in ambito sociologico sul tema sono iniziate negli anni Settanta del Novecento, grazie al lavoro di David Philipps. Nelle decadi successive, le sue e altre ricerche hanno dimostrato che l’effetto Werther è più evidente quando si parla di eventi reali (e non di personaggi fittizi), quando la notizia occupa per diversi giorni le prime pagine e viene comunicata usando toni sensazionalistici, quando il suicidio coinvolge un personaggio famoso, quando vengono esaltate le caratteristiche romantiche, eccezionali o eroiche del gesto e si offrono dettagli espliciti sulle modalità e il luogo in cui è avvenuta la morte.

In sostanza, l’effetto Werther dipende soprattutto dal modo in cui si parla del fatto accaduto.

Con questa premessa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sviluppò delle linee guida (aggiornate nel 2017), nell’ottica di adottare delle modalità narrative responsabili, che contribuissero a diffondere informazioni adeguate. In Italia queste raccomandazioni sono state recepite nella Carta di Trieste, che propone un codice etico- deontologico per i giornalisti e per tutti coloro che si occupano di notizie concernenti persone e questioni legate alla salute mentale. Ciononostante, basta uno sguardo alle pagine di cronaca per notare che queste indicazioni non sempre vengono rispettate.

La comunicazione di massa può avere anche un effetto di segno opposto. Thomas Niederkrotenthaler e altri suoi colleghi hanno puntato la loro attenzione sul ruolo dei media nella prevenzione e hanno introdotto il concetto di “effetto Papageno”. Uccellatore e suonatore di flauto, Papageno, uno dei protagonisti del Flauto Magico di Mozart, non è un eroe tutto d’un pezzo, ma un personaggio molto umano, abitato da paure, sogni, desideri e frustrazioni. Avendo perso l’amata appena un istante dopo averla trovata, in preda al dolore e alla disperazione, decide di togliersi la vita, ma viene fermato da tre fanciulli che gli ricordano che ci sono altre vie oltre la morte e che la possibilità di ritrovare la sua Papagena è nelle sue mani.

Al pari delle parole dei tre fanciulli, le notizie e le cronache giornalistiche che raccontano il percorso di persone che sono riuscite a superare momenti di buio possono offrire speranza a chi è in una condizione di fragilità. Parimenti importanti sono le informazioni chiare, comprensibili e percorribili su come chiedere aiuto. In Italia il sito Papageno.news raccoglie esempi e indicazioni su come fare informazione a proposito di casi di suicidio e tentativo di suicidio, con particolare attenzione agli adolescenti.

Le cause sottostanti un suicidio sono sempre uniche, complesse e multifattoriali, e non possono mai ridursi al nodo dell’influenza sociale. Tuttavia, l’effetto Werther e l’effetto Papageno ci ricordano l’enorme responsabilità che ha chiunque si confronta con questo tema (e, più in generale, con il tema della propria morte) in contesti pubblici. Le parole, scritte e narrate, possono avere un ruolo di rilievo nel far precipitare situazioni di fragilità, oppure possono gettare un seme di vita e di luce nel cuore di chi soffre.

Tags: effetto Papageno, effetto Werther, prevenzione del suicidio, suicidio
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2023/01/il-giovane-werther-morto-nel-letto-e1672919447269.webp 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2023-01-07 10:21:372023-01-07 10:21:38Suicidio, effetto Werther o effetto Papageno? di Cristina Vargas
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4 commenti
  1. antonella
    antonella dice:
    7 Gennaio 2023 in 23:12

    Il Werther è un percorso introspettivo che generò non soltanto simpatia, ma anche la speranza che la sua storia fungesse da lettera d’addio, da testamento spirituale per i giovani tedeschi oppressi da una società conformista. Al contrario, Goethe trovò nella letteratura e nella poesia l’equilibrio necessario per affrontare le delusioni della realtà, i tormenti personali e quelli della sua epoca, riuscì ad attraversare la storia, dall’Ancien Regime alla società napoleonica, senza smarrire il senso della propria vocazione personale. Nel descrivere Werther, probabilmente riuscì a esorcizzare la tentazione di subire passivamente le circostanze, cioè riscattò la propria vicenda personale per proseguirla appassionatamente, da vero rappresentante del Romanticismo. In un certo senso, i giovani che si suicidarono in seguito alla pubblicazione del Werther, furono vittime sacrificali dell’artista. E qui ci sarebbe molto da dire sul rapporto tra la letteratura e il male (cfr. Bataille), o su casi inversi, di letterati che hanno descritto la resistenza tenace al male (Pavese, Levi, per citare i più famosi) ma che poi sono morti suicidi, in silenzio o quasi.
    Letteratura a parte, parlare del suicidio presuppone un lavoro approfondito su se stessi, perché il tema è troppo coinvolgente per essere affrontato semplicemente con buone intenzioni.
    Quando descriviamo un caso di suicidio, probabilmente dovremmo riflettere prima di tutto sulla fascinazione che quella particolare vicenda esercita su di noi. Fino a che punto io mi riconosco nella persona che si è tolta la vita? Nel parlarne, sono sicura di parlare proprio di lei e non di me? Se non siamo in grado di analizzare la proiezione che operiamo, allora, forse, è meglio tacere. È più onesto riconoscere di non avere gli strumenti per riferire una storia che rimarrà incomprensibile, velata dalla nostra incapacità di confessare un percorso ancora tutto da compiere per scoprire l’istinto di morte, la vertigine della fuga, e insieme il desiderio di restare vivi.

    Rispondi
  2. Nicola Ferrari
    Nicola Ferrari dice:
    8 Gennaio 2023 in 18:17

    Nella mia esperienza con persone in lutto attraverso la scrittura (servizio Cor-rispondenze dell’Associazione Maria Bianchi) ho sempre sperimentato sin dall’inizio dei primi anni 2000, come ciò che può fare la differenza con chi come in questo caso è a rischio suicidiario, non risieda nelle dichiarazioni, le Carte, gli accordi e in genere ciò che concentra l’attenzione sui modi, le regole, i principi. Ovvio che servono e bisogna chiarirseli e condividerli ma ciò che può creare differenza è la ‘forma’ cioè il modo in cui utilizzo le parole scritte (ma chiaramente anche quelle dette a voce): è l’attenzione alle frasi che scrivo, alla sintassi che utilizzo, agli aggettivi che scelgo, alla punteggiatura che metto in campo che permette. rallenta o inibisce nuove e più introspettive, autoanalitiche narrazioni del mio interlocutore cosi sofferente.
    Questa attenzione a come utilizzo il linguaggio, cioè alla maggiore o minore capacità di ‘piegare’ la scrittura all’obiettivo che voglio raggiungere nello scambio con un’altra persona o anche solo nella comunicazione unidirezionale, è certamente una questione che può apparire meno coinvolgente della riflessione sulle motivazioni al suicidio, le influenze sociali o genetiche e tanto altro; inoltre è molto più complessa, e quindi chiaramente meno seguita, perché si tratta di acquisire abilità attraverso esercizio e confronti e non si tratta solo di scambi di opinioni personali o culturali, che sono assolutamente significativi ma raramente decisivi.
    Per questo penso che oltre ai due effetti citati nell’articolo, che vanno conosciuti e diffusi e di questo ringrazio Cristina, serve un’alfabetizzazione più specifica che offra, a chi è interessato, strumenti da utilizzare in trincea, cioè là dove la battaglia tra vita e morte è reale. Nel nostro piccolo cerchiamo di contribuire diffondendo e applicando l’approccio della Narrazione Guidata da utilizzare nei rapporti scritti e diretti.
    Rispetto infine alla questione del coinvolgimento personale che spesso nelle situazioni di lutto e ancora di più in quello legato al suicidio si attiva, cerco sempre, in me e negli altri operatori che incontro, di stimolare l’atteggiamento concerto che porta a vivere il dolore altrui come qualcosa che mi riguarda ma non mi appartiene.

    Rispondi
  3. Ferdinando Garetto
    Ferdinando Garetto dice:
    10 Gennaio 2023 in 09:27

    Ho trovato molto interessante la riflessione sull’uso delle parole, che può in certi casi (senza assolutizzare) “fare la differenza”.
    Una responsabilità che ci riguarda tutti, a tutti i livelli di discussione (questo blog ne è certamente un esempio virtuoso.
    Grazie anche per la segnalazione del sito papageno.news che non conoscevo

    Rispondi
  4. giorgio antoniacomi
    giorgio antoniacomi dice:
    15 Gennaio 2023 in 10:20

    https://www.bloomsbury.com/uk/relating-suicide-9781350192188/

    Segnalato nella newsletter di oggi del Centro di documentazione Biblioteca biomedica dell’Ospedale di Alessandria.

    Rispondi

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