La morte è un evento naturale? di Marina Sozzi
Quando in cure palliative diciamo che la morte è un evento naturale, che fa parte della vita, che cosa stiamo dicendo? Le parole, ci insegnano i linguisti, sono importanti.
Esiste la morte “naturale”? Per fortuna, verrebbe da dire, no. Già Leopardi scriveva che la natura è “matrigna”. Oggi, anche grazie alle cure palliative, abbiamo strumenti per alleviare i sintomi che si presentano nel processo del morire, e stiamo cercando di affinarli sempre più.
Ma da dove nasce questa idea positivamente connotata della “morte naturale”?
Jean Baudrillard tuonava nel 1976 nel suo Lo scambio simbolico e la morte contro l’idea della morte naturale, che altro non era secondo lui che la definizione della morte data dalla scienza trionfante e dominante, che la interpretava come evento biologico. Dietro l’idea della morte naturale c’era secondo lui la negazione della morte, ossia il controllo della morte da parte della medicina.
L’ideale della morte naturale coinciderebbe quindi con quello di una morte “normale”, che arriva al termine della vita, dopo che ciascuno ha consumato il suo “capitale biologico”. Ciò significava per Baudrillard che ognuno ha il diritto, ma anche il dovere, di avere una morte naturale (quindi di evitare i fattori che possono abbreviare la vita): ossia ciascuno, al fine di massimizzare il rendimento delle forze produttive, non è più libero se non di vivere il più a lungo possibile, sotto sorveglianza medica.
Al di là dell’estremismo del pensiero di Baudrillard, è vero che la morte è oggi pensata come naturale quando è sufficientemente buona e giunge dopo una lunga vita spesa bene. E’ vero anche che la morte è considerata naturale nel senso di una natura addomesticata dalla scienza medica. In fondo le cure palliative, seppur con tutta la carica critica e rivoluzionaria (soprattutto dei pionieri) derivano da lì, dalla medicina, e l’idea della morte naturale l’abbiamo ereditata. Ma nella prassi delle cure palliative sappiamo bene che la morte non è un evento biologico.
Forse dovremmo allora abbandonare questa idea, della morte naturale, per sostituirla con qualcosa che meglio si confaccia all’esperienza delle cure palliative. La morte è un evento culturale oltre che naturale: così si renderebbe ragione della complessità del processo del morire, e della multidimensionalità dell’intervento palliativo: fisico, psicologico, sociale e spirituale.
Inoltre, possiamo dire che la morte faccia parte della vita? No, la morte (intesa come momento del decesso) interrompe la vita ed è estrinseca rispetto ad essa. Potremmo dire che la morte, limitando la vita, la definisca, la concluda e ne faccia emergere il senso. Ma ciò accade a posteriori, come affermava il filosofo francese Vladimir Jankélévitch.
Ciò che fa parte della vita (perché si è vivi finché non si è morti) è il processo del morire, l’avvicinarsi della morte.
Le parole sono importanti, perché sono spie della nostra mentalità, dei nostri convincimenti più profondi. Dovremmo forse modificarle e accordarle con la cultura e la prassi delle cure palliative.
Che ne pensate?












Penso che la morte sia un evento biologico naturale che possiamo rendere culturale sia nel processo del morire , quindi durante la vita, che a posteriori.
Concordo perfettamente con la signora Daniela.La morte è innanzitutto il venire meno della vita nel corpo; il resto sono aggiunte variabili nel tempo, nella cultura, nella sensibilità sociale.
Daniela e Giannantonio, vi rispondo insieme. Vi chiedo solo questo: quando c’è una diagnosi con una prognosi infausta, non pensate che la morte, anche se non è ancora attuale come cessazione del funzionamento degli organi, tuttavia sia già lì, presente? E presente in modo diverso per ciascuno? Per questo mi sembra che la definizione della morte come evento naturale sia quantomeno lacunosa.
Sono pienamente d’accordo con te, Marina. Non solo in una diagnosi con prognosi infausta, ma, anche, semplicemente, ad es. nella diagnosi di un cancro, l’idea della morte è già presente. E da come la si affronta, la si pensa, la si elabora – ormai sono innumerevoli gli scritti, dai saggi, ai romanzi ai memoir (per citare solo la letteratura) -, la morte – e dico finalmente! – è diventata un fatto culturale. E il tuo preziosissimo blog ne è fra le prove più evidenti.
Un saluto affettuoso.
Grazie infinite come sempre, Giovanni. Un saluto affettuoso a te!
La morte è naturale perché inevitabile, ciò che nasce è destinato a morire. Diviene senz’altro culturale quando – cioè “sempre” – viene pensata, parlata, agita… e àgita! La paura della morte è naturale e culturale insieme. Sembra appartenere più propriamente all’umano che al resto dei viventi animali e vegetali. C’è chi attribuisce proprio alla morte, alla pura di essa, l’evoluzione del genere umano. Chissà!
La morte è un evento culturale per noi perché abbiamo memoria delle morti altrui, nella nostra famiglia e fuori di essa; perché, in previsione della nostra morte, attiviamo comportamenti, proviamo sentimenti, modifichiamo la nostra vita. sono d’accordo con Pietro Metastasio quando scrive:
Non è ver che sia la morte
il peggior di tutti i mali
è il sollievo dei mortali
che son stanchi di soffrir
Grazie Luigi, per aver spiegato ancora meglio quanto volevo dire con questo articolo. Un saluto affettuoso!
Quando, in cure palliative, si dice che la morte è naturale, si vuole intendere che nella vita ci sono -naturalmente- i momenti della fine. Negare e non accettare questi momenti (necessari alla vita) significa negare la vita stessa e la costruzione di un “mondo allucinato”. Allucinare, spesso, significa maggiore sofferenza. Anche l’antropocentrismo è, a mio parere, un’allucinazione ed è ovvio che all’interno di una visione antropocentrica non ci sia spazio per la morte, semplice, inevitabile, necessaria così come impossibile è accettare la possibilità che non vi sia nessun “senso”, nessuna anima e nessun spirito. Fino a prova contraria non è l’uomo necessario all’esistente ma l’esistente necessario all’uomo.
Ma sono solo parole, aria nel vento che a volte -forse casualmente- risuonano melodiose alle nostre fragili orecchie.
E’ probabilmente vero, come dice Edgar Morin nel suo “L’uomo e la morte”, del 1948, che noi abbiamo un fondamentale “disadattamento” alla morte perché ci siamo allontanati dalla specie, e quindi dalla natura, facendo prevalere il sentimento dell’individualità. Ma, al di là di queste considerazioni, definire “naturale” oggi la morte, proprio mentre cerchiamo di renderla meno naturale, approntando strumenti per addolcirla, forse è improprio. Quantomeno dovremmo sottolineare che la morte è almeno tanto culturale quanto naturale.
Sono stata, proprio quest’anno, in un Hospice in Emilia. Un luogo bellissimo, in campagna . Interni arredati per la massima piacevolezza. Personale accogliente. Sono andata per stare con un mio carissimo amico, dichiarato incurabile. Sono stata devastata da ciò che ho visto. Lui era presente, era vivo. All’inizio, le sollecite terapie del dolore le accoglieva e gli permettevano di parlare con me. Io non sapevo cosa gli somministravano e perchè. Da un certo punto, lui ha iniziato a fare cose strane e io non capivo come rapportarmi. Non vedevo un progressivo peggioramento, ma passaggi dalla lucidità all’agitazione. Mi è parso che le cure fossero finalizzate ad indurre la sua morte. Solo due giorni prima mi ha detto ” Non sento più dolore”, dopo un mese. Credo che abbia sofferto per tutto quel tempo, e sapendo che andava a morire. Sono ancora angosciata, immaginando la sua angoscia. le infermiere dicevano “Ha il cuore forte…” ” È ancora giovane…”. Come se dovessero domarlo. Ho gran confusione io, adesso.
Gentile Silvia, io non sono un medico, quindi non so darle risposte precise ai suoi interrogativi (peraltro dovrei anche se lo fossi sapere quale patologia avesse il suo amico e con quali caratteristiche). So però che l’agitazione è uno dei sintomi della fine della vita, molto difficile per il paziente e per chi se ne prende cura, e talvolta difficile da placare per i curanti. Il passaggio dalla lucidità all’agitazione è un peggioramento clinico. Quello che posso garantirle è che mai in cure palliative si fa nulla per accelerare la morte, la si lascia avvenire quando deve accadere. A volte le persone giovani hanno agonie più lunghe e più difficili, altri se ne vanno più facilmente… questo era il senso di quello che le dicevano le infermiere. La morte non è mai un passaggio facile, soprattutto per chi ama e accompagna. E capisco quindi il suo sgomento e la sua confusione. Le cure palliative fanno tanto per garantire la migliore qualità della vita possibile, ma naturalmente non hanno la bacchetta magica.
E mi dispiace molto per la sua perdita