Riceviamo questa importante testimonianza da Erika Zerbini, e ci fa piacere suggerire il suo blog sul luttoperinatale, “ovvero sul lutto”, come scrive Erika.
Il lutto perinatale è un dolore profondo causato dalla morte di un figlio, avvenuta durante i mesi della sua attesa o nel primo periodo dopo la sua nascita. E’ un’esperienza che ho affrontato due volte e che ho avuto bisogno di esplorare a fondo.
“Mi dispiace, il battito non c’è più”. In genere è con queste parole che è dato l’annuncio della morte. Una frase che ho compreso essere ormai di rito in queste circostanze. Non è pronunciata la parola morte. Non è pronunciata la parola figlio, né mamma, né papà, inesistente la parola famiglia.
Sulle prime è un colpo durissimo, come se si venisse fisicamente percossi ripetutamente, fino in fondo all’anima. Stordimento, vertigine, disorientamento, sono le iniziali sensazioni che ho avvertito. “E ora?”, la prima domanda che ho posto. Mia figlia era nel mio grembo da 21 settimane, non mi restava che partorirla, così come era. No, non partorirla in effetti, piuttosto espellerla. Ho atteso tre giorni per poter espellere il materiale abortivo, intanto ho portato in giro una pancia piena di morte: sono stata una tomba.
Lo stordimento del principio è diventato il dolore acuto e potente delle ossa rotte dopo le botte. Finché mia figlia è uscita da me in una sala parto vera, mentre mio marito mi teneva la mano e l’ostetrica l’aspettava là, con le braccia pronte, lo sguardo attento e la testa che spuntava fra le mie ginocchia.
Il giorno seguente siamo usciti da soli dal luogo in cui la vita nasce, mentre la nostra era svanita. “Dove la metto?”, me lo chiedevo mentre mi aggiravo fra le stanze della mia casa. “Tutto questo silenzio, queste cose che non servono più a nessuno, questo corpo che non ha saputo far vivere, questo figlio che non c’è più… ma questo figlio c’è mai stato?”
Ho cercato sul web una traccia di quel che ci era accaduto, speravo di trovare una formula scaccia dolore. Ho trovato queste due parole: lutto perinatale. Un vero e proprio mondo a parte, fatto di figli speciali e madri speciali; giorni del ricordo che scorrono sulle home page, nuovi figli, detti arcobaleno, che portano in loro lo scotto del lutto. Non un lutto qualunque, bensì il lutto perinatale. Un lutto particolare che viene da una morte indicibile, irraccontabile, per i più inesistente.
In effetti una morte con alcune peculiarità: è la morte di un figlio che non è nato, o se è nato non è vissuto, o se è vissuto lo ha fatto per talmente poco tempo che la società non lo ha ancora investito dello status di figlio vero. E’ una morte che talvolta avviene dentro: dentro il corpo della mamma. Un corpo che tradisce, una madre che non assolve al suo compito, una donna che perde il suo valore perché non sa fare ciò per cui è nata.
E’ una morte che non ha le parole della morte, forse sembra che usando le parole della morte si procuri perfino più dolore. Così questa morte assume le parole della malattia: va risolta, guarita. Ed è sistemata quando la donna esce dall’ospedale senza il corpo estraneo che poteva mettere in pericolo la sua esistenza. Quando in verità una famiglia esce dall’ospedale mutilata nel suo intimo e nella sua struttura.
Quale fatica è stata concederci di abbandonare noi stessi al dolore che provavamo. Un dolore incompreso, solitario, invisibile. Quale fatica è stata concederci di accedere al percorso della morte e i suoi riti, per i quali abbiamo dovuto fare precisa richiesta, come se stessimo usurpando la scena ai decessi, quelli veri. Quale fatica è stata, per noi, mettere insieme le sensazioni e in atto i gesti, per poi scoprire che tutti quei gesti hanno permesso alle sensazioni di fluire e ci hanno condotto verso la ricostruzione della nostra famiglia mutilata, eppure viva, poi addirittura speranzosa, ancora dotata del coraggio e la spinta vitale necessari per proseguire nella nostra esistenza con piena soddisfazione.
Offrire a questa morte le parole della morte significa legittimare la vita di quel figlio, il dolore della sua famiglia e riconoscerle il diritto di essere in lutto. Il percorso del lutto prevede delle tappe, è preludio di trasformazione, porta con sé il valore del tempo necessario per compiere il suo percorso. Offrire a questa morte le parole della morte, significa legittimarla al lutto, significa che l’aggettivo perinatale non lo ha infine snaturato: si tratta di un lutto vero.
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Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui. È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano. Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita. In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.
Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.
E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.
Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.
In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.
In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.
Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.
Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.
Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).
Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).
Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.
Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.
E voi? Quali sono state le emozioni principali che avete provato dopo un lutto? Chi tra di voi ha dovuto affrontare l’elaborazione di un lutto, ritiene a posteriori di aver ricevuto dalla famiglia o da altri il sostegno necessario, o ritiene di essere stato solo in questo momento doloroso della propria vita?
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/10/orologi-molli_2907355_311834-e1477253809441.jpg265350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2016-10-25 08:22:022016-10-25 08:22:02Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti
In occasione della giornata internazionale di prevenzione del suicidio, il 10 settembre, pubblichiamo il bellissimo testo di Carla Chinnici.
Carla, “sopravvissuta”, come si usa dire, al suicidio del marito, ci permette di comprendere cosa accade a chi deve affrontare il suicidio di un congiunto.
Sono parole che ci sono parse più efficaci di mille statistiche, peraltro facilmente rintracciabili sul web. Per un 10 settembre diverso è anche il sottotitolo della locandina dell’incontro organizzato alla Claudiana di Milano da Carla Chinnici, Senza Parole.
Consigliamo ai nostri lettori milanesi di partecipare.
“Mi chiamo Carla e sono una sopravvissuta. Nel gergo di chi gravita attorno al problema, i sopravvissuti sono coloro che hanno perso un loro caro per suicidio.
Mio marito si è tolto la vita nel 2009. Era un quarantenne, un manager rampante dal futuro promettente, lavorava per una importante agenzia di pubblicità.
Ci tengo a sottolineare che oltre ad essere un tipo brillante, colto, intelligente, simpatico, era anche bello e lo dico perchè mi sono sempre ritenuta fortunata del fatto che fra tante, avesse scelto proprio me.
Solo una volta andati a convivere mi sono resa conto che qualcosa in lui non andava, e così indagando ho scoperto la sua dipendenza da alcool e da sostanze.
Sono stati anni difficili, durissimi, fatti di bugie o mancate verità, promesse deluse, impegni non rispettati, litigi, violenze verbali.
Lui come paziente ed io come familiare ci siamo rivolti presso un centro per dipendenze di varia natura, ma i suoi impegni lavorativi lo costringevano a viaggiare spesso e a saltare di conseguenza gli appuntamenti previsti.
A volte avevo la presunzione di credere che le cose stessero migliorando, magari bastava poco, un gesto, una parola per creare in me questa illusione, ma poi bastava un attimo per riportarmi alla realtà.
Così si arriva in fretta a quel cinque giugno, ricordo che mi accompagnò in ufficio e quel bacio prima di scendere dalla sua auto, fu l’ultimo.
Dopo circa due ore arrivarono gli agenti della polizia di stato ed in maniera piuttosto diretta mi comunicarono che si era defenestrato. Confesso di non aver mai sentito quel termine prima di allora, eppure di aver avuto nell’immediato la percezione di quello che era successo .
La perdita di una persona cara per suicidio è scioccante, dolorosa e inaspettata.
A differenza di altri decessi, in cui la responsabilità dei cari non è messa in discussione, in quanto la morte sopraggiunge per malattia, incidente o vecchiaia, nel caso del suicidio, le persone che hanno avuto anche un minimo contatto con il suicida, si domandano se avrebbero potuto in qualche modo evitare, ostacolare e quindi prevenire l’atto letale.
I survivors sono persone che si sentono colpevoli per non essere stati presenti in quel momento, per non aver capito, per non aver impedito, per non aver chiesto aiuto, per non aver visto.
Contribuisce ad accrescere questo stato d’animo il fatto che molti di loro percepiscono la sostanziale mancanza di sostegno dalla rete sociale che spesso o non sa come reagire, oppure non si attiva proprio perché il senso di vergogna impedisce di chiedere aiuto. Ciò scatena spesso rabbia, i sopravvissuti si sentono rifiutati ed abbandonati.
Le persone che affrontano un lutto sono generalmente comprese e ricevono compassione, nonché sostegno; non si può dire che lo stesso avvenga per coloro che hanno perso un caro per il suicidio.
Esiste una sorta di processo d emarginazione nei loro confronti, eppure il suicidio è un forte segnale di disagio e come tale dovrebbe spingere la società intera ad interrogarsi sulla propria inadeguatezza e difficoltà a comunicare valori e significati che motivino la vita stessa anziché negarla.
Un’altra grande difficoltà dei sopravvissuti è immaginare momenti felici con chi è deceduto, il quale, avendo scelto di suicidarsi, ha scelto di non vivere più con i suoi cari, privandoli della possibilità di condividere anche i momenti lieti.
Questa difficoltà sussiste perché manca un evento accidentale come causa di morte; il suicida ha scelto di morire e dunque per i survivors ha scelto anche di interrompere qualsiasi rapporto con i suoi cari. Questi sono in conflitto nell’accettare e rifiutare la memoria del suicida.
Riemergere da un suicidio è possibile, ma è necessario affidarsi a professionisti dell’aiuto, gruppi terapeutici e\o, di auto mutuo aiuto, occorre attraversare il dolore lasciandosi accompagnare, soprattutto all’inizio.
Io stessa ho seguito un percorso di questo tipo ed oggi sono impegnata in prima persona a favore della prevenzione per il suicido.
Malgrado le statistiche, a me personalmente non piace parlare di categorie a rischio, ma di persone che hanno bisogno di essere ascoltate e capite nelle loro personali ed esistenzialistiche problematiche.
Persone cui la morte sembra la soluzione migliore alla loro sofferenza, ma che se solo potessero aspettare un altro momento, scoprirebbero nuove modalità risolutive ai loro dolori.
Le persone che si suicidano hanno perso la speranza.
Serve una cultura dell’ascolto e della relazione che si faccia carico della fragilità e dell’incertezza, del dolore e della frustrazione, senza interpretarlo come fallimento.
Una cultura rinnovata che accolga il disagio dei più deboli in una dimensione collettiva e trasformativa che produca resilienza e capacità di adattamento.”
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/09/Fotolia_84383430_XS-e1473326171867.jpg265350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2016-09-08 11:23:332016-09-08 12:30:48Senza parole: parliamo di suicidio
Oggi vi raccontiamo il sito web “Soli ma insieme.Un sito per bambini e ragazzi in lutto” ( http://solimainsieme.it/), nato dalla collaborazione tra due enti non profit, FILE (http://www.leniterapia.it/) e Gruppo Eventi (http://www.gruppoeventi.it/). Si tratta di uno dei primi siti web italiani dedicati a bambini e adolescenti in lutto e, di conseguenza, agli adulti – familiari e insegnanti – che li seguono in questo momento delicato della loro vita. L’idea a fondamento del sito è estendere anche alla Rete il lavoro che le due organizzazioni svolgono quotidianamente con i gruppi di Auto Mutuo Aiuto per le persone in lutto. Ne parliamo con la responsabile, Livia Crozzoli Aite.
Il sito internet è diviso principalmente in due sezioni, una dedicata ai bambini e una agli adolescenti. Quali sono le domande più frequenti dei bambini in lutto? Quali invece degli adolescenti in lutto? Come cambia la percezione della morte tra l’età infantile e quella adolescenziale?
I bambini, fin da piccoli, risentono profondamente dell’assenza della persona cara, anche se non sanno esprimere a parole le emozioni e i sentimenti che provano, né conoscono inizialmente il significato della parola “morte”. Man mano che cominciano a comprenderne il significato, in seguito alle proprie osservazioni interiori e alle sollecitazioni esterne, pensano che la persona morta possa magicamente tornare a vivere e domandano: “quando tornerà?”. Con il passare del tempo, si meravigliano pertanto che non torni: “la nonna è ancora morta?”, per citare il titolo di un libro di Alba Marcoli. Crescendo, i bambini capiscono il carattere definitivo dell’assenza e pongono domande molto semplici riguardanti sia la persona defunta (“dov’è?”, “dove dorme?”, “cosa mangia?”, “mi vede?”) sia se stessi e le proprie emozioni (“mi manca tanto, come farò senza?”, “non la vedrò più?”, “che ne sarà di me?”). Con la maturazione intellettiva e con una acquisita capacità di introspezione, formulano infine domande e osservazioni sempre più mature: “perché si muore?”, “tutti muoiono, quindi morirò anch’io?” e via dicendo.
L’adolescente, invece, appropriatosi dei concetti di irreversibilità, cessazione delle funzioni vitali e universalità dell’evento, ha una piena consapevolezza sia dell’inevitabilità della propria morte sia delle ripercussioni che la perdita del familiare avrà sulla sua vita. Come abbiamo scritto nel sito: “Il lutto nell’adolescenza è come una marea: porta con sé onde d’urto emozionali violente e impone un ripensamento di sé, delle relazioni con gli altri, del mondo e del senso della vita”. Ecco alcune delle domande degli adolescenti: “perché proprio a me?”, “quanto durerà questo dolore?”, “come farò senza la sua presenza?”, “perché mi sento così diverso dagli altri?”, “perché vivere se poi si muore?”.
Nelle richieste di aiuto dopo un lutto ci sono delle differenze di genere nei bambini e negli adolescenti?
È una domanda a cui è difficile rispondere. Per ora, nel sito, da poco online, non sono affluite domande dirette che possano chiarire questo aspetto. Ma l’esperienza clinica mi fa dire che i bambini, ma anche gli adolescenti, per motivi diversi non chiedono solitamente aiuto e cercano di evitare il dialogo e il confronto su eventi così dolorosi. Anche se poi emergono comportamenti, malesseri o malattie psicosomatiche che sono da considerarsi come equivalenti del lutto! Per tale ragione, abbiamo inserito nel sito una parte molto ampia dedicata agli adulti – familiari e insegnanti – per renderli consapevoli di ciò, di modo che vi possano porre attenzione.
Mi ha colpito molto la domanda, nella sezione degli adolescenti, se è sbagliato divertirsi o andare alle feste dopo un lutto. Questa domanda mi fa pensare al legame tra il lutto e il senso di colpa. Riguardo a questo legame, c’è una differenza sostanziale tra l’età infantile e l’età adolescenziale?
Provare rimpianti, scrupoli e sensi di colpa è un vissuto comune, sia nei bambini che negli adolescenti. È parte integrante del lutto: c’è timore di aver trascurato e fatto arrabbiare la persona che non c’è più, di averla odiata o di averle augurato la morte in un momento di rabbia. I bambini tendono a concentrarsi maggiormente sugli avvenimenti del passato, mentre gli adolescenti sulle problematiche del presente, dal momento che stanno già vivendo una fase delicata di crescita. In particolare, i più grandi si sentono in colpa per i sentimenti ambivalenti che provano nei confronti di chi non c’è più. A volte, desiderano non farsi troppo coinvolgere dal dolore che segna la famiglia, di modo da poter riprendere una vita normale con i coetanei e non sentirsi troppo diversi e in difficoltà. È bene aiutare i bambini a esprimere i loro vissuti, a rassicurarli e a far loro sperimentare momenti piacevoli di distrazione e divertimento, spiegandogli che la vita deve riprendere il suo corso. Sono in genere i grandi che organizzano le attività che alleggeriscono il peso della perdita e del dolore della famiglia in lutto, mentre dagli adolescenti ci si aspetta che trovino in se stessi l’energia per ricominciare a vivere.
Bambini e ragazzi, anche se vivono situazioni piacevoli di divertimento e di allargamento dei propri confini, non dimenticano chi non c’è più: il dolore della perdita e dell’assenza resta profondamente radicato dentro di loro, anche se non ne parlano e non lo danno a vedere.
Come ci si comporta con i bambini e i ragazzi in relazione al suicidio di un parente o di un amico?
Comunicare a un bambino e a un ragazzo che una persona della famiglia si è tolta la vita è una delle situazioni più difficili e delicate da affrontare, anche perché in famiglia tutti sono sconvolti e disorientati, impegnati in molteplici aspetti pratici e legali, nonché molto incerti se rivelare o meno la verità. In genere si tende a non darne notizia, rimandando il discorso soprattutto con i bambini. Si desidera, infatti, proteggerli e si teme di spaventarli e di provocare dolore, dal momento che il suicidio, per una molteplicità di motivi (soprattutto la vergogna sociale), è difficile da sopportare e comprendere anche in età adulta. In realtà, se ne dovrebbe parlare in maniera semplice e comprensibile, cercando una situazione di vicinanza affettiva, procedendo a tappe e rimanendo attenti e disponibili, in ascolto delle domande, delle osservazioni e delle reazioni che accompagnano il dialogo sia con il bambino sia con l’adolescente, che su questo tema è molto sensibile. È meglio che il bambino e il ragazzo apprendano la verità da una persona cara piuttosto che da un estraneo, magari per strada o nel cortile della scuola, luoghi nei quali può accadere che la verità sia detta senza cautela.
Il ricordo della persona morta. Come cambia l’esperienza del ricordo tra l’età infantile e quella adolescenziale?
I bambini piccoli hanno sicuramente meno ricordi rispetto agli adolescenti. Ma gli adulti, nominando la persona amata scomparsa e rievocando le esperienze vissute insieme, tengono vivo il ricordo e la “presenza” di chi non c’è più. La memoria della vita vissuta insieme è un aspetto importante che aiuta il processo di elaborazione del dolore e del lutto. Per questo motivo, nel sito si invitano i bambini a raccogliere e conservare oggetti significativi (biglietti d’auguri, foto, regali fatti e ricevuti, ecc.) a disegnare e descrivere i momenti vissuti insieme (nel gioco, in vacanza, al cinema, in moto, allo stadio, ecc.) e a fare una descrizione della persona, di modo che rimanga nel tempo, a livello interiore ed emotivo, il suo ricordo.
Gli adolescenti, invece, avendo avuto un’esperienza di contatto più lunga con chi è mancato, dispongono di maggiori strumenti personali e di maggiori possibilità per ricordare le esperienze condivise, i momenti piacevoli, dolorosi e difficili. Anche se, per l’età che stanno vivendo, sono interessati maggiormente a impegnarsi nelle proprie esperienze di vita. Certamente, col passare del tempo alcuni ricordi si affievoliscono e mutano; rimane l’essenza della relazione, in quanto la raffigurazione interiore della persona, a cui si era legati affettivamente, dura tutta la vita.
Quali sono le difficoltà maggiori degli adulti, in una società come la nostra in cui si fa fatica a parlare della morte, nei confronti delle domande dei bambini riguardo alla morte e alla perdita di un proprio parente o di un proprio amico? Quali consigli si possono dare agli adulti?
Gli adulti, essendo per primi impreparati a reggere l’impatto della morte, credono che non si debba condividere con i bambini il dolore per la perdita di un familiare. Pensano che siano troppo piccoli per capire o troppo impressionabili e fragili per reggere l’evento; temono, inoltre, le loro reazioni e pensano di non saperle gestire o di commettere errori o addirittura di danneggiarli provocando ulteriori sofferenze. Ma i bambini non vanno lasciati soli: meglio il pianto, il dolore e gli affetti condivisi che l’esclusione o il silenzio. Infatti, il silenzio degli adulti non protegge dalla sofferenza e non preserva dalla paura e dallo smarrimento, né fa diventare i bambini più maturi. Se il bambino partecipa agli eventi e viene informato in modo semplice e realistico, in linea con la sua età e con la sua capacità di comprensione, facendo sì che comunichi i suoi sentimenti e interrogativi all’interno di un rapporto di fiducia e di dialogo, egli avrà maggiori strumenti per esprimere e interpretare le emozioni e i sentimenti, propri e altrui.
L’adulto in grado di dare ascolto al bambino, di creare un contatto fisico e caloroso, di rassicurarlo e incoraggiarlo a esprimere i propri sentimenti offre la possibilità di ricordare la persona morta e di interiorizzare l’esperienza psichica della protezione ricevuta.
Molto interessante è il blog interno “La piazzetta”, dedicato ai ragazzi in lutto. Penso sia molto terapeutico per un adolescente scrivere del proprio dolore per la morte di una persona cara e quindi condividerlo con gli altri. Soprattutto, tenendo conto di come generalmente sia ritenuto sconveniente farsi vedere fragili dai propri coetanei. Cosa puoi dirmi a riguardo?
Il blog è il nostro tentativo di offrire agli adolescenti uno spazio moderato, ma non facilitato, in cui possano comunicare e interagire con altri coetanei oppure, semplicemente, dare libero sfogo a ciò che può risultare difficile esprimere in altri contesti. È necessario iscriversi per poter inserire un post, poi però il ragazzo può anche partecipare in forma anonima, se preferisce. Tutta la sezione destinata ai ragazzi tiene conto di quanto sia difficile per gli adolescenti esporsi in prima persona: é per questo che abbiamo inserito moltissime testimonianze, con lo scopo di non far sentire il singolo ragazzo solo e unico nella dura esperienza della morte di una persona cara.
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/07/Fotolia_99782618_XS-1-e1469651447939.jpg265349sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2016-07-28 09:18:462016-07-28 09:18:46Soli ma insieme: come aiutare bambini e adolescenti in lutto, di Davide Sisto
C’è una domanda che mi capita di pormi, quando qualcuno intorno a me perde una persona cara, e constato che le reazioni individuali sono spesso molto diverse. Perché alcune persone sono resilienti, e riescono a far fronte con stoicismo e serenità al loro lutto, e altre precipitano in un malessere profondo e hanno bisogno d’aiuto per superare il sentimento di perdita?
Propongo il mio interrogativo a Nicola Ferrari, psico-pedagogista che anima, dal 1986, l’associazione Maria Bianchi, che ha lo scopo di sostenere gli individui in lutto e di formare il personale curante su questi temi.
Nicola Ferrari sostiene che dal 1986 a oggi la richiesta di aiuto è molto cresciuta in Italia, e che la capacità di convivere col dolore per la perdita non è molto diffusa: non siamo abituati a immaginare di affrontare la vita senza i nostri affetti. La resilienza si attiva, invece, in un secondo momento, quando si riesce a comprendere che la sofferenza esiste, ma si può decidere cosa farne, non è ineluttabile lasciarsene sommergere. Allora, cambia l’esperienza della perdita.
Chi sono coloro che si rivolgono a voi?
In genere, il 60, 70% delle persone che arrivano all’associazione sono reduci da un’altra esperienza di supporto, che non è stata efficace. Capita non di rado che alcuni abbiano già intrapreso senza successo una terapia psicologica o psicoanalitica.
Inoltre, vedendo chi sono i nostri utenti, dobbiamo sfatare il mito secondo cui ha bisogno d’aiuto chi non è sostenuto dalla famiglia o chi viene abbandonato dagli amici. Viceversa, anche gli individui con congiunti amorevoli e amici capaci di vicinanza hanno l’esigenza di un aiuto esterno. Evidentemente, cercano qualcosa di diverso nel supporto che chiedono alla nostra associazione: probabilmente desiderano cogliere il significato del dolore che provano.
Come aiutate i dolenti?
Utilizziamo tre strategie, a seconda delle esigenze di chi è in lutto: gli incontri individuali, i gruppi di auto mutuo aiuto e il servizio di corrispondenza. Questi tre modi hanno una logica comune, s’ispirano a un unico modello d’intervento che è quello della Narrazione Guidata. Le persone in lutto raccontano la loro storia e trovano in primo luogo un ascolto attento e attivo, empatico. Poi, gradualmente, sono guidate a riflettere sulla narrazione che loro stessi hanno fatto, sui termini che hanno utilizzato e sul loro preciso significato. E’ quasi un’analisi linguistica. Nella ricerca del termine che corrisponde puntualmente all’emozione, trovano la verità di ciò che sta loro accadendo.
Un esempio?
Quando un dolente dice di provare un dolore “infinito”, si può ad esempio chiedergli che cosa intenda per infinito. “E’ piuttosto un dolore illimitato, ossia ti sembra che non debba mai finire? O è molto esteso, nel senso che occupa la tua vita in ogni suo aspetto?” La migliore definizione dei termini lo aiuta a cogliere cosa prova. E’ una chiave di volta per iniziare a modificare il punto di vista sul proprio dolore, a smettere di subirlo e a trasformare la riflessione linguistica in azione.
Come avviene la narrazione nel servizio Cor-rispondenze?
Avviene quasi completamente tramite internet anche se è possibile utilizzare lo scambio tramite lettera postale. Vi sono sei operatori esperti che rispondono alle mail. Far “risuonare” interiormente il dolore altrui, trasmetterlo e condividerlo con parole scritte, può aprire una via e favorire, in chi vive un lutto, un tentativo di riconciliazione con se stessi, con la vita e con la persona perduta per sempre. Si crea e condivide insieme uno spazio dove il cambiamento esistenziale diventa possibile.
Avete buoni risultati?
In genere i feedback che ci arrivano sono positivi. Aiutiamo circa 130/150 persone l’anno. Quando rimaniamo in contatto con i nostri ex utenti, ci rendiamo conto che parlano del congiunto che hanno perduto anche sorridendo. Purtroppo molte persone non riescono ad ammettere di essere in difficoltà, e così preferiscono soffrire piuttosto che accedere all’aiuto che avrebbero a portata di mano.
Come lavorate? Avete finanziamenti?
Lavoriamo tutti gratuitamente, come volontari, e spesso mettiamo anche denaro nostro nell’associazione. Le uniche entrate sono le quote associative, gli eventi di raccolta fondi, il 5xmille, che servono a nutrire la mediateca, che nella nostra sede di Suzzara, vicino a Mantova, mette a disposizione gratuitamente al pubblico a tutt’oggi ca. 1000 libri, 100 DVD, numerosi atti e dispense, tutti sul tema del lutto e della relazione d’aiuto.
Avete altri progetti?
Stiamo pubblicando un libro sul servizio Cor-rispondenze, che uscirà presto in formato e-book: un saggio che contiene gli aspetti teorici, metodologici e numerose semplificazioni di cor-rispondenze già terminate. Sarebbe un modo per diffondere la metodologia della Narrazione Guidata.
Ringraziando il dottor Ferrari, vi invito a andare a dare un’occhiata al sito: www.mariabianchi.it, dove troverete maggiori dettagli sul tema del lutto, sul modo di affrontarlo proposto dall’associazione e su come accedere all’aiuto offerto dall’associazione Maria Bianchi. E, se posso suggerirvi un gesto simbolico, iscrivetevi, credo che valga la pena dimostrare il nostro sostegno a chi fa volontariato per ridurre l’altrui sofferenza.
Un’ultima domanda a voi: che ne pensate di questa metodologia della Narrazione Guidata, anche per corrispondenza? La suggerireste a un vostro amico o parente in lutto?
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/09/images1.png262350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2013-09-23 16:12:062013-09-26 13:16:25Lutto e Narrazione Guidata: una metodologia innovativa.
Cari amici, torno finalmente dopo aver concluso, durante la pausa estiva, un libro in cui parlo anche di questo blog…vi terrò al corrente della sua uscita, presso l’editore Chiarelettere.
Oggi vorrei narrarvi di un’istituzione che merita la nostra attenzione, Psicologi per i popoli Onlus (http://www.psicologiperipopoli.it): è un’importante organizzazione di volontariato di psicologi e psicoterapeuti a disposizione del Dipartimento di Protezione Civile, che interviene nei casi di catastrofi naturali e emergenze, articolata in quattordici associazioni locali e due organizzazioni non governative (in Italia e all’estero).
Ve la racconto attraverso le parole di una giovane psicologa volontaria che ho intervistato, la dottoressa Federica Carena, che opera da più di tre anni nell’associazione torinese (http://www.psicologiperipopoli-torino.it), presieduta dalla dottoressa M. Teresa Fenoglio. Cosa fa uno psicologo in situazione di emergenza?
Noi affrontiamo sia emergenze ambientali (terremoti, tsunami, inondazioni) che sociali (uccisioni, violenze). Io però vorrei parlarti in particolare di un servizio, che si chiama SPES (Squadre psicologiche emergenze sociali) e lavora con il 118, e che costituisce la mia esperienza dentro l’associazione.
Quando c’è una morte violenta, un incidente mortale, un suicidio, veniamo attivati dalla Centrale del 118, e partiamo in ambulanza con infermieri e medici: in genere sappiamo già a grandi linee cosa è successo. Il nostro compito è dare supporto alle persone che sono presenti sul luogo della morte, e di cercare di attivare le loro reti familiari e amicali. Cioè, concretamente?
All’inizio si tratta di fare piccoli gesti: coprire i superstiti con una coperta se stanno tremando di freddo, dar loro un bicchiere d’acqua, farli spostare dal sole a picco estivo, magari allontanarli dalla salma che deve essere ricomposta dai necrofori. Poco per volta, anche le persone più refrattarie si rendono conto che vogliamo aiutarle, e allora riusciamo a sostenerli quando devono chiamare gli altri parenti, a trovare le parole e il modo meno traumatico. La cosa più difficile, in genere, è dirlo ai bambini. Cosa accade quando ci sono bambini?
La reazione istintiva delle famiglie è mandarli via, proteggerli tentando di nascondere loro l’accaduto. E per noi non è facile entrare nelle dinamiche familiari, avendo così poco tempo (qualche ora) per il nostro intervento. Proviamo, delicatamente, a suggerire di non escludere i bambini. A volte è meglio allontanarli, specialmente se i genitori sono sconvolti, ma sempre spigando loro cosa è successo e tenendo uno stretto contatto, telefonando, rassicurandoli sulla presenza dei genitori (o del genitore)al loro fianco. Ricordo un caso in cui due bambini sono stati mandati dalla nonna perché il papà aveva avuto una crisi violenta, quasi psicotica, di fronte al suicidio di suo padre. Era opportuno un distacco, non tanto per il suicidio del nonno, ma per la grave difficoltà del genitore. Di fronte alla morte violenta ci sono reazioni ricorrenti?
Direi di sì, c’è lo choc, il disorientamento. Alcuni bloccano la reazione emotiva, e paiono del tutto distaccati dall’evento tragico. Altri, al contrario, hanno solo una risposta emotiva, e magari girano a vuoto nel luogo dove è avvenuto l’incidente, incapaci di fare qualunque cosa. Noi lavoriamo per la stabilizzazione emotiva, con diverse tecniche, oltre che con la vicinanza e l’empatia. Poi cerchiamo di individuare il parente o l’amico più forte, meno coinvolto dall’accaduto, in grado di continuare a gestire la situazione anche dopo che noi ce ne saremo andati.
Pian piano arriva la consapevolezza. A volte basta uno spunto. A un marito molto confuso dopo la morte della moglie, provai a chiedere se c’era qualcosa che la moglie avrebbe voluto che lui facesse. Si ricordò che la moglie desiderava le venisse messo un determinato vestito. Ricordandosene, cominciò a tornare alla realtà. Che tipo di formazione ricevete per poter svolgere questo compito?
Siamo tutti psicologi clinici o del lavoro, e tutti facciamo un corso di un anno presso Psicologi per i popoli, guidati dai senior e da grandi esperti di psicologia dell’emergenza, come Luca Pezzullo e Fabio Sbattella, presidenti dell’Associazione in Veneto e a Milano. Impariamo anche a gestire la relazione con le altre categorie professionali con le quali collaboriamo: medici e infermieri, ma anche necrofori, vigili, poliziotti, carabinieri. Cerchiamo di essere utili anche a queste figure: non è facile per un vigile o un poliziotto comunicare notizie tragiche, ad esempio la morte di un figlio a dei genitori. Non ricevono formazione per questo, spesso sono molto in difficoltà: noi diamo loro una mano a mettersi nella giusta dimensione empatica. Poi, le parole da dire sono purtroppo quelle… Siete tutti volontari?
Sì, infatti il problema principale è che riusciamo a essere attivi solo nel fine settimana. Talvolta le cose più terribili non aspettano noi per accadere. Quando c’è stato l’incendio della Thyssen, alcuni colleghi sono comunque riusciti a esserci. Altre volte non veniamo neppure avvisati. Avremmo bisogno anche di un nucleo di psicologi che lavori stabilmente per l’associazione…
Federica Carena mi ha raccontato anche alcune storie sulla sua esperienza, ma insieme abbiamo deciso che non le avrei pubblicate, perché troppo riconoscibili e per rispetto nei confronti del dolore di chi ha attraversato esperienze tanto dolorose.
A voi chiedo invece cosa pensate di questi interventi. Ritenete che nei casi di morte improvvisa o violenta possa essere utile la presenza dello psicologo, o vedreste meglio altre figure? Avete fatto esperienza di questo servizio, voi o qualcuno che conoscete? Sarebbe bene che gli psicologi potessero essere stipendiati, e quindi sempre presenti?
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/09/psicologi.png262350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2013-09-09 09:39:412013-09-09 09:39:41Psicologi e morte violenta: un’intervista
Tutti voi sapete che perdere una persona cara può essere un’esperienza tragica, che agisce scombussolando il quotidiano, mettendo in discussione i punti di riferimento, le certezze costruite nell’arco di una vita. Come affrontiamo oggi questa realtà? La nostra società, che fatica a nominare la parola morte, non è attrezzata per far fronte al lutto degli individui: tende a interpretarlo come disagio psicologico, e a delegare i casi troppo dolorosi alle psicoterapie.
Tuttavia, una soluzione, umana e solidale, è oggi presente e si va diffondendo anche in Italia, i gruppi di auto mutuo aiuto (AMA) sul tema del lutto, iniziati da Enrico Cazzaniga a Milano più di un decennio fa. Se volete trovare dove sono in Italia, date un’occhiata a questo link http://www.automutuoaiuto.com/lutto/mappatura.html.
I gruppi AMA rappresentano un’efficace risorsa per chi ha vissuto una perdita importante, e trovano il loro fondamento in alcuni principi: il rispetto, la solidarietà, la valorizzazione della relazione, il prendersi cura dei nuovi membri. Principi che ricordano molto i valori costitutivi delle comunità tradizionali, oggi frammentate e scomparse, di cui i gruppi potrebbero essere una rivisitazione contemporanea.
Di seguito, in sintesi, le principali funzioni dei gruppi:
1) Aiutare i partecipanti al gruppo a esprimere i propri sentimenti (dolore, nostalgia, paura, rabbia, senso di colpa, solitudine) senza il timore di essere giudicati.
2) Sviluppare la capacità di riflettere sulle proprie modalità di comportamento, soprattutto qualora siano orientate a non superare il dolore della perdita.
3) Aumentare le capacità individuali nel far fronte ai problemi (compito fondamentale per coloro che si erano appoggiati, psicologicamente o nell’organizzazione della vita quotidiana, alla persona defunta).
4) Incrementare la stima di sé, delle proprie abilità e risorse, lavorando su una maggiore consapevolezza personale.
5) Facilitare la nascita di nuove relazioni, combattendo così il senso di solitudine creato dalla perdita, ridando dignità alla sofferenza, che diviene condivisibile.
6) Promuovere uno stile di vita a sostegno della salute individuale, familiare e sociale.
In genere, nonostante l’importanza che riveste questa metodologia dell’aiuto, non sono molti gli studi che si occupano di approfondirne il funzionamento e di riflettere sul loro significato.
Per questo, vi segnalo con vero piacere il libro Come un altro mondo. Pratiche di socializzazione dell’esperienza della perdita dentro e fuori la Rete, della sociologa Alessandra Micalizzi: partendo dai risultati di un’approfondita ricerca empirica, il libro entra nel merito delle caratteristiche dei gruppi di auto mutuo aiuto dedicati a questo tema, senza trascurare l’auto mutuo aiuto presente in Rete. Questo il link per guardare o acquistare il libro su amazon: http://www.amazon.it/altro-mondo-Tecnologia-societ%C3%A0-ebook/dp/B0094MRXJG/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1362841035&sr=1-2
Qualcuno di voi ha partecipato, o sta partecipando a gruppi di auto mutuo aiuto? E’ un’esperienza che vi è stata d’aiuto? La fareste se vi trovaste a soffrire per una perdita?
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Ricevo e pubblico con piacere un post di Francesca Ronchetti (www.francescaronchetti.it), che si occupa dell’elaborazione del lutto nei bambini:
“Una delle difficoltà che incontrano molti genitori nell’educazione dei propri figli è spiegare cosa sia la morte. Le mamme e i papà muoiono? Io morirò? Molti adulti evitano il tema, che li mette a disagio, pensando di proteggere i bambini…perché svelare loro l’amara verità? Tuttavia, i bambini non vivono in un mondo protetto, la morte tocca anche le loro famiglie e il loro ambiente: un insegnante, un compagno, un nonno, o anche solo un animale domestico. Cosa dire al bambino? La nonna è partita per un lungo viaggio? In questo modo, si lascia il bambino inutilmente in attesa del suo ritorno, aumentando il suo spaesamento e la sua sofferenza. D’altronde, la vita acquisterebbe più senso se riuscissimo a vedere la morte come dimensione umana per eccellenza, come limite, come finitezza, come il concludersi naturale dell’esistenza. La morte è soprattutto un momento per intensificare i legami: non priviamo dunque i bambini, e noi stessi come genitori, della condivisione di un’esperienza dolorosa ma importante. Spieghiamo loro mediante parole semplici che l’esistenza umana, al pari di qualsiasi altra forma di vita, è destinata ad avere una conclusione, così come un inizio. E’ importante educarli alla finitezza, parlare loro della morte, del ciclo di vita, del cammino che tutti dovremo percorrere, alcuni prima, altri dopo: fin dalla prima infanzia, e non solo come risposta a eventi dolorosi, a una perdita da elaborare. I bambini sono in grado di accettare anche le esperienze più difficili se accompagnati per mano.”
Vi chiedo:
Siete d’accordo? Volete raccontarci le vostre esperienze? Come avete parlato della morte ai vostri figli? Cosa consigliereste a altri genitori?
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Nella nostra cultura, dove pochi e smorti riti vengono celebrati, dove ciascuno vive la propria vita individuale, la narrazione del dolore ha preso il posto della sua condivisione, e dal narrare nascono nuove comunità elettive.
Così funzionano i gruppi di auto mutuo aiuto dedicati al lutto, i cui partecipanti si riuniscono per raccontare il proprio male di vivere con la perdita, e poco per volta sono meno soli, ritrovano solidarietà, vicinanza e amicizia.
C’è chi invece di parlare, decide di scrivere. Per scrivere la propria esperienza di perdita occorre saper trovare le parole giuste. Non necessariamente letterariamente efficaci, ma corrispondenti a quel che vive nella memoria, nel cuore e nella mente di chi soffre (cfr. anche il sito dell’Associazione Maria Bianchi, che dedica una parte del suo lavoro di sostegno al lutto proprio alla narrazione, www.mariabianchi.it )
Ci sono eccellenti libri sull’esperienza del lutto, ne ricordo qualcuno per chi abbia piacere di ritrovare propri sentimenti nelle parole altrui: Philippe Forest ci ha raccontato la perdita della sua bimba di quattro anni in Tutti i bambini tranne uno, e scrive “Ho fatto di mia figlia un essere di carta”. Louise Candlish in Da quando non ci sei parla della sua fuga in Grecia e della lenta, sofferta ripresa della speranza di poter vivere, dopo la morte della figlia Emma. Ray Kluun, Senza di lei, narra la sua terribile esperienza di un lutto bloccato dopo la morte della moglie, di come si è perso per mesi nella droga e nel sesso. Joan Didion in L’anno del pensiero magico, percorre il primo anno dopo la morte del marito, un anno in cui tutto viene rimesso in discussione. Brigitte Giraud in E adesso? narra la perdita del marito in un incidente d’auto e la fatica di continuare a vivere, C. S. Lewis, Diario di un dolore, evoca il suo lutto per la moglie e il suo sgomento di fronte al vacillare della fede. Ce ne sono molti altri. Molti di questi autori non erano scrittori professionisti, eppure hanno avuto l’esigenza di trovare le parole “giuste”. Giuste per mettere una distanza tra sé e il proprio dolore, giuste per ricordare la persona perduta e l’amore provato, giuste per scoprire che ogni lutto è un dolore diverso, e nessuno stereotipo può servire.
Vorrei parlarvi anche di un blog, bellissimo a partire dal nome, Tra2mondi. E’ un padre che scrive a proposito della perdita della propria bambina: “Nostra figlia, Agathe, se ne è andata all’età di tre anni, tre anni fa. Vorrei poter scrivere qui la nostra storia e condividerla. Non so se ci riuscirò. Finalmente mi sono detto che la sola cosa che un uomo può fare, su questa Terra, è testimoniare della propria vita, qualunque essa sia, senza mentirsi. La storia di nostra figlia ci ha fatto cambiare. Cambiare significa iniziare a vedere il mondo, la vita, in modo diverso. Anche per questo ho pensato di chiamare questo blog ‘tra2mondi’.”
Due mondi esplorati con le parole “giuste” da Stefano, papà di Agathe. Stefano vuole mettere la sua esperienza a disposizione di tutti coloro che lo desiderano, e creare una difficile comunicazione con altri sul tema più occultato e impronunciabile tra tutti i silenzi che circondano la morte: la morte di un bambino.
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/01/Narrare-la-perdita.png262350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2013-01-21 12:31:552013-01-31 21:58:55Narrare il lutto
Due notizie inquietanti: 1) la Big Pharma ha preparato un antidepressivo specifico per il malessere del lutto; 2) al contempo, la depressione conseguente a una perdita è stata catalogata come disturbo mentale nel Manuale Diagnostico e Statistico degli psichiatri, il DSM 5. Il DSM, pubblicato dall’American Psychiatric Association, è una sorta di Bibbia per gli psichiatri di tutto il mondo, molto influente sul piano sociale, poiché stabilisce la linea di demarcazione tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è.
Secondo il Washington Post, è scandalo. La Big Pharma commercializzerà un prodotto, il cui nome è Wellbutrin, che renderà miliardi di dollari, sulla base di uno studio fatto su un numero esiguo di soggetti (22); alcuni psichiatri americani, i cui interessi sono molto vicini a quelli della casa farmaceutica, hanno avallato l’operazione, inserendo la depressione post lutto tra le malattie da trattare con antidepressivi.
Oltre all’aspetto delinquenziale dell’operazione, tuttavia, vedo altre considerazioni da fare. Finora non si era giunti a tanto.
Per Bowlby – uno dei maggiori studiosi della fine del Novecento, il cui modello d’interpretazione del lutto è ancora molto seguito – la depressione che si manifesta dopo una perdita è una fase del lutto “normale”, dotata, inoltre, di una sua specifica utilità. La fase depressiva consente di prendere definitivamente coscienza della perdita e di cominciare a intravvedere la necessità di riorganizzare la propria vita.
Fino alla Prima guerra mondiale la parola “lutto” rimandava ai rituali di morte che andavano rispettati. Da allora, e fino a oggi, avevamo “psicologizzato” il lutto, considerandolo un male dell’anima, che andava risolto nel “foro interiore”, “elaborato” all’interno della persona, semmai col supporto della famiglia, e/o di un terapeuta.
Oggi lo stiamo medicalizzando, affidando a una pillola il nostro dolore. Che operazione stiamo compiendo?
Dal punto di vista culturale, non stupisce che gli psichiatri americani che hanno aggiornato il DSM abbiano pensato di farla franca: la loro interpretazione del lutto non è così distante dalle aspettative diffuse nel mondo occidentale.
Al bando ogni esperienza che non sia piacevole! Ingurgitiamo farmaci pur di non fermarci! Non permettiamo che la sofferenza rallenti il ritmo forsennato delle nostre vite, non cediamo al malessere, non facciamo mai spazio alla riflessione, all’introspezione che il dolore, invece, richiede. Ci sarà qualcuno che sarà sollevato sapendo che esiste una pillola miracolosa nel caso in cui perda una persona cara?
Ma davvero vogliamo essere o diventare così, macchine da guerra, senza umanità e fragilità, senza dolore e vulnerabilità, neppure quando la sventura ci è addosso, neppure quando un grande affetto ci lascia? È questa la società di domani che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli?
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Spesso chi vive un lutto si chiede se sia “normale” stare male a lungo. A volte la morte di una persona cara è devastante, e ritrovare l’amore per la vita pare un’impresa impossibile. Forse però dobbiamo smettere di pensare con ansia a quanto tempo è passato, per riflettere sulle modalità del nostro lutto.
Uno psicologo americano, George Bonanno, esemplifica la difficoltà a superare il lutto attraverso la storia di Rachel e Franck, coppia sposata da 40 anni e senza figli, molto amici, che passavano la maggior parte del tempo libero insieme. Franck muore improvvisamente al lavoro, di un attacco cardiaco. Per settimane Rachel non riesce a mangiare nulla, piange per ore, non dorme, dimagrisce, diventa pallida e con gli occhi cerchiati, non torna al lavoro per molti mesi dopo la morte del marito. Rientrata in ufficio, resta incapace di concentrarsi, e il suo capo le consiglia di prendersi ancora un po’ di tempo: lei resta a casa a piangere, spesso a letto, e un anno dopo nulla è cambiato.
Occorre intanto sapere che un’esperienza come quella di Rachel capita a circa il 15% di chi è in lutto, nella nostra cultura: un gran numero di persone, se si considera che tutti noi dobbiamo confrontarci con il lutto.
Essere tristi è non solo normale, ma anche positivo dopo una perdita grave: coloro a cui siamo cari sentono maggiormente il bisogno di starci vicino. L’eccessiva e troppo prolungata tristezza, però, diventa perniciosa e disfunzionale, ed è bene che sia un campanello d’allarme per chi la prova. Sembra che molte persone con un lutto prolungato perdano, nei primi tempi dopo la perdita, il senso della propria identità. Chi sono io, se non sono più la moglie di Franck? si chiedeva Rachel. Molti pensano che tutto sia perduto, che nulla abbia più senso per loro, indipendentemente dagli interessi coltivati prima.
Che cosa fa sì che gli individui vivano un tale senso di vuoto e dolore? Qualche risposta comincia a emergere: ad esempio, le persone con lutto prolungato generalmente sono dominate dallo struggimento per l’essere amato, non vogliono altro se non riaverlo. E’ una reazione alla perdita diversa dalla depressione, che generalmente non ha oggetto. Sono persone inconfortabili: chi è morto non può tornare. Inoltre, non desiderano la vicinanza di nessuno. Il loro pensiero torna sempre e solo al congiunto scomparso, e il dolore si approfondisce. Una delle cause del lutto prolungato è, dice Bonanno, la dipendenza, soprattutto emotiva: l’idea di non poter fare a meno dell’altro e la paura della separazione.
Anche i ricordi non sono consolanti ma minacciosi e volti ad accrescere la sofferenza. Ci si volta spesso indietro, con senso di colpa, e si rimpiange di non essersi comportati in modo diverso in alcune situazioni (Rachel rimpiange di non aver avuto figli con il marito, e arriva a immaginare che il marito sia morto per il dolore della mancata paternità). L’enorme solitudine di chi si trova prigioniero di un lutto senza uscita è difficile da comprendere e tollerare dagli altri, famiglia o amici, che vorrebbero aiutare il dolente a recuperare una vita piena, ma che sono sovente respinti e frustrati. Spesso così essi cominciano ad allontanarsi, inasprendo il senso di solitudine.
Se intravvedete nel vostro lutto (o in quello di vostri amici e conoscenti) questi tratti, e se sono passati più di sei mesi dalla morte, chiedete aiuto. Potrebbe esservi utile una terapia psicologica, ma non necessariamente. Domandate se esistono gruppi di auto mutuo aiuto nella zona in cui vivete, consultate il vostro medico di famiglia, se avete fiducia in lui. Aiutarvi è possibile! ps. date un’occhiata a www.gruppoeventi.it
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/lutto-cronico.png262350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2012-12-19 19:42:182012-12-19 19:42:19Quando il lutto non vuole finire…
Io ho cinquant’anni e il lutto più grave che ho subito è quello dei nonni materni, a cui ero affezionata come ai miei genitori. La mia non è una condizione particolare. La nostra vita media si è allungata, e arriviamo talvolta fino a un’età matura senza che una perdita ci sconvolga la vita. Ma la morte è cieca sorda e muta, e ci prende invece altre volte alla sprovvista. Arriva quando siamo bimbi e si porta via nostra madre, quando siamo giovani e rapisce il nostro fidanzato o marito, o i nostri figli, lasciandoci senza fiato a dover rinventare una nuova vita.
Un secolo fa, si viveva in modo diverso, non tutti in agglomerati più o meno grandi e più o meno anonimi, ma in comunità più piccole. Quando una disgrazia ci colpiva, tutta la comunità, per amore o per convenzione, si stringeva accanto al dolente. La vedova era supportata ma anche un po’ “presidiata”. Doveva vestire di nero per un periodo prefissato, non poteva fare vita mondana, non poteva risposarsi. La vedova allegra era un personaggio da operetta. Oggi siamo più liberi e più soli, il lutto si configura come un fenomeno psicologico, individuale, interiore, che riguarda l’individuo colpito (o al massimo la sua famiglia), e non come un fatto che coinvolge una comunità o un gruppo.
Dopo il funerale, molti si dileguano. E se non lo fanno subito, spesso lo fanno alla quarta o quinta volta che chi è in lutto si mostra depresso, poco reattivo, solitario.
Non so se le condizioni storiche e sociali che caratterizzano il nostro tempo abbiano peggiorato l’esperienza del lutto: certo l’hanno cambiata. I riti di morte non ci sono più, quasi nessuno veste di nero, rispetta le visite di condoglianze o si occupa di nutrire per una settimana la famiglia che ha subito la perdita (il consolo, o reconsolo, che forse sopravvive in alcune zone del sud). Cosa li ha sostituiti? Solo il silenzio e la disperazione? Forse no, o perlomeno non più. Oggi si vanno diffondendo i gruppi di auto mutuo aiuto, organizzati un po’ ovunque in Italia da associazioni non profit. I gruppi sono fatti da persone che condividono il dolore di un lutto e, accettando le regole del rispetto e della solidarietà reciproci, si aiutano a andare avanti nel cammino della vita. I partecipanti in genere affermano di sentire il gruppo come l’unico contesto in cui “poter essere se stessi”, e in cui narrare se stessi. Il gruppo diventa “la famiglia”, soprattutto per chi è solo. Ma spesso aiuta, almeno per un periodo, tutti i partecipanti. Si tratta di una comunità elettiva, che è subentrata ora che la “comunità naturale” della società premoderna e moderna non esiste più.
Un sito molto utile a chi è in lutto è www.gruppoeventi.it, dell’omonima associazione di volontariato, il cui link trovate anche in questa pagina: lì, oltre a molte indicazioni e riflessioni, trovate un elenco dei gruppi attivi in tutt’Italia. Di come funziona un gruppo parlerò presto, ma sarebbe molto bello se chi ha fatto questa esperienza volesse narrarla…
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/image10-e1350766751515.jpg262360sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2012-10-20 23:07:412012-10-20 23:07:41Noi e il lutto
Non possiamo continuare a far finta di niente.
A ritrarci con disagio o a fare scongiuri se qualcuno nomina la morte, come avesse agito in modo sconcio o molto imbarazzante.
A rimandarne il pensiero.
A evitare i conoscenti in lutto (oddio cosa gli dico?)
A raggirare noi stessi, come se la vita e la morte non fossero strettamente interconnesse e saldate insieme.
Interveniamo su questa vuota convenzione sociale.
Qui vogliamo rompere il divieto, ignorare il sorriso ironico di chi non vuole saperne di essere mortale.
Vogliamo aprire uno spazio dove sia possibile parlare, discutere, accalorarsi, piangere, ridere, riflettere, cambiare.
Vogliamo stare vicino a chi è triste perché ha perduto qualcuno che era importante.
Vogliamo imparare a convivere più serenamente col tempo che scorre e porta cose buone e cattive, e poi le porta anche via.
E’ il nostro vivere, è il nostro invecchiare. Ci sono la paura, il dolore, il disincanto del mondo, la solitudine, la malattia; ma accanto, a volte dentro, il coraggio, la gioia, il mistero, la saggezza, l’amore.
Vogliamo imparare a ricordare e dimenticare, onorare i nostri morti e andare avanti a vivere.
Vogliamo parlare di religioni e di laicità, purché vere, aperte, tolleranti. Vogliamo ragionare di etica, aggirando i pregiudizi e lasciandoli stecchiti sul terreno.
Vogliamo riflettere sui nuovi riti che si affacciano al nostro tempo.
Vogliamo dibattere di arte, letteratura, fotografia, cinema, perché oggi molti artisti trovano nuove lingue per dire morte.
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/perchequestoblog.png262350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2012-10-01 16:17:562012-10-01 16:17:56Perché questo blog?
Cosa ci accade quando perdiamo una persona essenziale nella nostra vita?
Perdiamo i riferimenti, la nostra identità si sgretola. Caos, incertezza, isolamento, e vuoto si impossessano di noi: i luoghi che abbiamo amato ci respingono, le persone che abbiamo frequentato ci sfuggono (o siamo noi a non volerle vedere), i gesti che hanno riempito le nostre giornate diventato privi di senso.
Non siamo solo tristi, siamo come sospesi in un limbo. La nostra identità passata è definitivamente alle spalle, morta col nostro morto, e non sappiamo chi potremo divenire, come potremo ricostruire la nostra vita, ritrovare il gusto di vivere. Eppure dobbiamo anche guardare avanti, occuparci di altre persone che ci sono vicine, magari dei figli, e forse tornare al lavoro: la fatica di esistere giorno dopo giorno è quasi insopportabile. Il tempo guarisce tutto, ci dicono spesso gli altri. Sì, ma quanto tempo? Ci pare che non ne usciremo mai e poi mai.
Dobbiamo sapere che non torneremo “come prima”. Le esperienze non si cancellano, ci cambiano. La chiave di volta è accettare il cambiamento. Ma a volte siamo troppo depressi e abbiamo troppa paura per fare spazio al cambiamento nella nostra vita.
C’è una cosa che possiamo provare a fare: non ripiegarci sul nostro dolore. Cercare aiuto. I gruppi di auto mutuo aiuto che stanno nascendo un po’ ovunque in Italia hanno già aiutato molti. Sono gruppi di pari, che si trovano una volta alla settimana, facilitati da un partecipante senior volontario, dove ci si può narrare, certi del rispetto e della solidarietà degli altri, che sono passati attraverso la nostra stessa esperienza, e sicuri della loro discrezione (sono regole fondamentali nei gruppi). Qui troverete un incrocio tra la vostra richiesta di aiuto e le soluzioni presenti nella vostra città o nella vostra zona. Potete scrivere direttamente sul blog. Troverete indicazioni e suggerimenti, e esperienze simili alla vostra.
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/10/Lutto-per-Blog.jpg262350sipuodiremortehttps://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.pngsipuodiremorte2012-10-01 16:10:502012-10-01 16:10:50Aiuto! Sono in lutto.
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