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L’associazione nazionale Assistenti Spirituali nella Cura, di Marina Sozzi

19 Febbraio 2026/12 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Come forse molti dei lettori di questo blog già sanno, è nata in Italia, nell’autunno del 2025, l’associazione nazionale degli “Assistenti Spirituali nella Cura”. Questo nuovo ente, promosso dalla Federazione Cure Palliative (FCP) e dalla Società Italiana di Cure Palliative (SICP), si propone di dare voce a una professione che ha spesso lavorato in silenzio, ma che riveste un ruolo cruciale nel supporto ai pazienti affetti da malattie croniche in fase avanzata, e non solo. Da sempre si parla, in cure palliative, di dolore globale, secondo la definizione di Cicely Saunders: la sofferenza è infatti un’esperienza complessa, all’interno della quale sono presenti aspetti fisici, psicologici, sociali e spirituali. I bisogni spirituali hanno quindi un ruolo non trascurabile nell’esperienza del dolore che le cure palliative si propongono di alleviare. È quindi naturale che questa iniziativa parta dal mondo delle cure palliative.

Va detto innanzitutto che la dimensione spirituale non va confusa con quella religiosa. Se i pazienti desiderano assistenza religiosa, occorrerà poter chiamare i ministri della religione di ciascuno. Invece, secondo una definizione di Cristina Puchalski comunemente accettata:

la spiritualità è un aspetto dinamico e intrinseco dell’umanità attraverso il quale le persone cercano il significato ultimo, lo scopo e la trascendenza e sperimentano la relazione con sé, la famiglia, gli altri, la comunità, la società, la natura e il significato o il sacro. La spiritualità si esprime attraverso credenze, valori, tradizioni, pratiche.

Quindi, possiamo definire come “spirituale” molti aspetti della vita degli esseri umani, e nello specifico: la ricerca del senso o del trascendente; il collegamento con qualcosa di più grande di cui si fa parte, come la natura o l’umanità; i valori fondamentali che reggono la visione del mondo di una persona; le sue relazioni con gli altri. La spiritualità è quindi una dimensione intrinseca dell’umano, ma per svilupparsi deve essere coltivata e nutrita.

Perché, inoltre, è particolarmente importante in cure palliative? Nell’ultimo tratto del cammino delle persone, quanto ha a che fare con l’homo faber, con il fare e il realizzare, va esaurendosi. Per questo la ricerca di senso è uno snodo inevitabile. La malattia grave e la morte fanno emergere gli interrogativi sul senso sia nelle persone malate sia negli operatori, per via della comune umanità.
Un’analisi recente ha rivelato che il 70% dei pazienti con malattie gravi esprime bisogni spirituali, quali ricerca di senso, riconciliazione e pace interiore, che rimangono spesso insoddisfatti. La presidente della giovane associazione, Barbara Carrai, di Tutto è vita, ha evidenziato l’importanza di riconoscere che “l’assistenza spirituale non è un accessorio, ma una necessità umana universale”.
La nuova organizzazione, benché promossa dal mondo delle cure palliative, non lo riguarda in esclusiva, ma si candida a proporre un cambiamento nel sistema delle cure italiane, promuovendo una visione della salute che integri non solo gli aspetti clinici, ma anche quelli relazionali, emotivi e spirituali. “Il nostro impegno – spiega Barbara Carrai – sarà definire standard formativi, etici e professionali affinché ogni paziente, in qualunque contesto, possa ricevere anche questa parte essenziale della cura.”

In Italia, la consapevolezza dell’importanza della dimensione spirituale non è nuova. Da anni, per esempio, tra le molte riflessioni disponibili e i molti libri pubblicati, un gruppo di studiosi dell’Università di Torino, coordinati da Stefania Palmisano, docente di Sociologia delle religioni e membro del Collegio Umanistico di Fondazione Faro, affronta la questione con concreti progetti di ricerca e intervento. Tuttavia, nonostante il riconoscimento sempre più diffuso del ruolo cruciale della spiritualità per le persone in condizioni di grave sofferenza o fine vita, la figura dell’assistente spirituale non ha ancora ottenuto un riconoscimento formale a livello nazionale. Oggi, un assistente spirituale è presente in pochi enti di cure palliative che, all’interno del loro contesto, hanno trovato competenze già esistenti, in larga parte senza una formazione istituzionalizzata e strutturata.

Uno dei problemi più grandi legati all’affermazione di questa figura professionale riguarda proprio la formazione. Affrontare la sofferenza umana e rendersi disponibili ad ascoltare un malato mentre si confronta con temi profondi come il senso della propria vita, il bilancio delle esperienze vissute, la speranza o il desiderio di connessione, è un compito tanto delicato quanto complesso. Si tratta di una responsabilità che richiede una preparazione etica, relazionale ed emotiva, e proprio su questi presupposti si articolano numerosi interrogativi relativi ai percorsi di formazione già esistenti.
I criteri di selezione all’ingresso nei corsi sono sufficienti? Il numero di ore dedicato e i contenuti degli insegnamenti riescono davvero a preparare degli operatori spirituali in grado di approcciarsi con competenza ed empatia a situazioni così delicate? Esistono approcci non confessionali? Sono già pronti, oggi, questi assistenti spirituali per il compito che li attende?

Tuttavia, il “meglio” è nemico del “bene”. Offrire agli assistenti spirituali già formati l’opportunità di mettersi alla prova nel contesto reale, accanto ai pazienti e protetti dalla collaborazione con il resto dell’équipe di cura, può rappresentare un passo importante per comprendere quali percorsi formativi sia necessario sviluppare in futuro.
Naturalmente, il meglio va comunque perseguito, e anche dall’esperienza di questa prima leva di assistenti spirituali si potrà comprendere meglio di quale tipo di formazione abbiano davvero bisogno e quali talenti o attitudini debbano possedere, anche per immaginare nuovi percorsi formativi.

Un altro aspetto fondamentale per il successo e l’efficacia dell’assistenza spirituale nelle cure è che questa non deve essere delegata interamente alla figura dell’assistente spirituale professionista. Essendo la spiritualità una dimensione intrinseca e universale dell’essere umano, è importante che ogni membro dell’équipe sanitaria riceva una formazione di base per riconoscerne e sostenerne gli aspetti fondamentali nel rapporto con la persona malata. Delegare completamente questo aspetto a un unico professionista rischierebbe di creare distanze e di impoverire la relazione tra paziente e operatori sanitari in generale.
L’assistente spirituale diventa quindi una figura di riferimento per facilitare e guidare gli altri membri dell’équipe, fornendo competenze specifiche e intervenendo nei casi più complessi.

Cosa ne pensate? Ritenete che la spiritualità sia parte integrante della cura? Se siete operatori sanitari, avete storie da condividere a proposito della spiritualità?

Tags: Associazione nazionale assistenti spirituali nella cura, cura, cure palliative, ricerca di senso, Spiritualità
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/02/immagine-evidenza.jpg 265 351 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-02-19 10:13:352026-02-19 10:27:20L’associazione nazionale Assistenti Spirituali nella Cura, di Marina Sozzi
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12 commenti
  1. Marianna Faedda
    Marianna Faedda dice:
    19 Febbraio 2026 in 10:56

    Nel 2005 quando mi proposi come figura di accompagnamento all’hospice di Lanzo per il mio tirocinio fui vista con “diffidenza ” nonostante il mio diploma di Counselor transpersonale in psicosintesi a cui è seguita una laurea triennale in scienze della formazione ed ancora oggi nel propormi come formatore volontario in tale ambito non ho trovato spazio in una fondazione istituzionalizzata presente nel panorama torinese . Sono quindi molto lieta che le coscienze come la sua portino alla luce il tema umano psico-spirituale di questo tipo di accompagnamento . La nostra cultura nell’inconscio collettivo ha tramandato un patrimonio spirituale di generazione in generazione che negli ultimi decenni è stato abbandonato dalle nuove generazioni e che andrebbe ripreso e rivalutato in ambito educativo e di preparazione al fine vita . In molti saremmo in grado di accompagnare se non ce lo fossimo dimenticato .

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      19 Febbraio 2026 in 15:38

      Forse è in parte vero, Marianna, ma non dobbiamo sottovalutare l’esigenza di una formazione ad hoc. Per essere in grado di ascoltare senza essere proiettivi e senza suggerire le nostre personali risorse agli altri, senza attendere che trovino le proprie…

      Rispondi
  2. Marinus Schouten
    Marinus Schouten dice:
    19 Febbraio 2026 in 15:12

    Gentile dott.ssa Sozzi, cara Marina,
    quali sono gli strumenti di lavoro di un assistente spirituale? Penso all’arte e alla pratica artistica, con i suoi effetti benefici, non solo nel guarire, ma anche nel commiato. Non sarà mica per niente che il tuo articolo va accompagnato da una foto di una farfalla?
    Invio un cordiale abbraccio!
    Marinus Schouten

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      19 Febbraio 2026 in 15:43

      Marinus caro, sempre un grande piacere leggerti. Direi che ancor prima che di strumenti possiamo parlare di una sensibilità, un’attenzione per l’altro. Poi serve, come scrivevo a Marianna, una capacità di ascolto formata e sperimentata, affinché si eviti di dare indicazioni invece di accompagnare un cammino…

      Rispondi
  3. alessandra rizzi
    alessandra rizzi dice:
    19 Febbraio 2026 in 15:37

    Argomento complesso e delicatissimo.
    Quando sento “professionisti della spiritualità” mi viene da sobbalzare, soprattutto se ad occuparsene sono soggetti appartenenti a gruppi ben posizionati nell’ambito religioso come i Ricostruttori nella Preghiera.
    Il fatto è che chi non ha avuto esperienze spirituali reali (possiamo chiamarla all’orientale: ILLUMINAZIONE) crede che la spiritualità sia una componente della psiche umana e quindi un ambito psicologico che esprime particolari bisogni di significato e quindi possa essere trattato in modo preordinato, pianificato, vale a dire “professionale” ma non è così.
    L’esperienza spirituale conduce chi la vive ad una nuova consapevolezza di sé. Una consapevolezza che lo pone con i piedi nella materialità e con la sua intima essenza in una realtà sopramateriale e ultra temporale. L’esperienza spirituale si può favorire (con quelli che chiamiamo “percorsi ascetici”) ma non si insegna e non si impara con percorsi psicologici o strumenti intellettuali né è riconducibile a standard formativi e tantomeno a criteri di selezione per appartenere ad una sorta di “albo professionale”.
    Sarebbe interessante leggere lo Statuto della neonata associazione ma in rete non l’ho trovato.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      19 Febbraio 2026 in 15:49

      Gentile Alessandra, comprendo molto bene le sue perplessità, che sono state anche le mie (soprattutto per quanto riguarda l’approccio confessionale). Tuttavia, la nostra resistenza (che pure ha ragioni profonde) fa sì che anche in cure palliative la dimensione spirituale sia trascurata… non sarebbe allora meglio, senza voler dare definizioni ulteriori della spiritualità, provare a mettere alla prova i molti “assistenti spirituali” che si sentono tali, per capire quali sono i limiti della formazione che hanno avuto e le difficoltà di un compito tanto delicato? Per andare avanti, insomma… perché le resistenze e le paure ci tengono fermi.

      Rispondi
      • alessandra rizzi
        alessandra rizzi dice:
        20 Febbraio 2026 in 12:23

        Cara Marina grazie per il suo feedback, sono d’accordo che le resistenze e le paure ci tengono fermi e che per troppo tempo, dall’entrata in vigore della legge sulle cure palliative, non si sia trovata una forma adeguata per garantire il diritto all’assistenza spirituale nel fine vita.
        Quello che vedo quotidianamente, dell’ambiente che ruota attorno alla morte, è la tendenza a creare élite e gruppi chiusi di “professionisti” che, per ego o per business, escludono coloro che non fanno parte del “cerchio magico”.
        Dalla mia esperienza nel settore funebre non c’è una vera volontà di fare rete bensì di escludere chi non è allineato con il mainstream.
        Non è una cosa corretta e finché si tratta di business si può capire, ma quando si rischia di applicare questa modalità anche nel campo dell’immaterialità (della spiritualità) allora no, non si può stare a guardare ed accettare che ad occuparsi di aspetti così delicati siano sempre gli stessi e per gli stessi motivi.
        Cosa fare? Per quanto mi riguarda questa è la vera sfida: non solo far entrare gli assistenti spirituali nella cura del fine vita ma cambiare le “regole del gioco”.
        Con stima. Alessandra

        Rispondi
  4. Marcello Ortale
    Marcello Ortale dice:
    20 Febbraio 2026 in 13:43

    La neo-costituita associazione nazionale degli assistenti spirituali ha l’obiettivo, tra altri, di promuovere il riconoscimento professionale di tale figura. Mi domando dal punto di vista scientifico che valenza abbia, visto che non ha una chiara definizione e una esplicita formazione. Ciò non toglie che sia più che comprensibile e lecito creare una associazione con l’intento di autodefinirsi, porsi, però, già l’obiettivo di avere riconoscimento professionale, forse è un po’ azzardato.
    Vorrei aggiungere un paio di aspetti sui quali non ho sentito nessuna osservazione.
    1) La sofferenza esistenziale (spirituale) non è un defict o una malattia né una menomazione. È mia opinione che sia una prerogativa dell’Homo Sapiens da qualche centinaia di migliaia di anni. È quindi qualcosa di essenziale per l’essere umano. Nei millenni si sono presentati infiniti modi e strumenti, comprese filosofie e religioni, per lenire questa sofferenza ma, nei fatti, il problema rimane invariato nel tempo e nello spazio: nessuno riuscirà mai ad abolire, o anche solo a ridurre, il mistero profondo che ci permea e circonda. Non essendo una patologia o un deficit non esiste una cura e ancor meno uno “specialista” più o meno dedicato. È più che sufficiente comprendere che siamo tutti sulla stessa barca e che aiutiamo il sofferente condividendo (essendo anche la nostra) la sua sofferenza.
    2) Olistico è il mantra di questi decenni, se vogliamo riconoscere unità fra le categorie corpo mente “spirito” dovremmo cominciare a non ridurre in specializzazione ciò che forse si può tenere insieme. È mia opinione che lo psicologo abbia, o dovrebbe avere, tutte le competenze per poter affrontare temi esistenziali (e quindi anche spirituali, a parte specifici ministri di culto-confessioni) ma oltre a questa considerazione penso che l’ingresso dell’assistente spirituale in équipe possa portare gli altri componenti a sentire i temi esistenziali come fossero non di loro competenza. Il risultato potrebbe essere doppiamente dannoso a) l’operatore a cui spesso il malato confida la sua sofferenza, potrebbe sentirsi inadeguato e così delegare la questione al “professionista spirituale” b) gli operatori non sapranno essere efficaci agenti di cura, tralasciando quegli aspetti delicati, profondi e fondamentali quali gli aspetti esistenziali.

    Il mio timore è che con il passare del tempo le cure palliative non maturino – nel senso di migliorare la loro propria funzione – ma si carichino di sovrastrutture che di fatto peggiorino la qualità dell’assistenza, producendo quel “camouflage” che dal punto di vista formale appare così evoluto ma, nella sostanza, nasconde l’antica fragilità umana di fronte al mistero.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      20 Febbraio 2026 in 15:46

      Buongiorno Marcello. Le sue sono perplessità comprensibili. Provo a rispondere con ordine: l’associazione non nasce dal nulla, ma dopo una lunga riflessione da parte di SICP e FCP, che aveva già pubblicato un core curriculum sull’assistenza spirituale. Mentirei se dicessi che mi sembra tutto chiaro, tuttavia dobbiamo tener conto della realtà: gli operatori sanitari, anche quelli che lavorano in cure palliative, non si sentono preparati. É vero che la spiritualità è materia dell’umano, quindi dovrebbe essere propria a tutti (inclusi gli operatori), ma quando non viene coltivata e nutrita rischia di non emergere. É vero anche che spesso gli psicologi possono fare gran parte del lavoro “spirituale” (se ci riferiamo alla ricerca del senso e ai bilanci di vita), tuttavia non è detto che tutti gli psicologi abbiamo una sensibilità spirituale. Inoltre, c’è la questione tempo. Io condivido pienamente che tutte le figure dell’équipe debbano essere formate e non debbano sentirsi esonerate dalla dimensione spirituale nella relazione di cura. Tuttavia, talvolta una figura “dedicata” potrebbe essere utile, anche per via del tempo.
      Per il resto, vedremo. Vedremo se la soluzione alla carenza di attenzione alla dimensione spirituale può stare nel formare figure dedicate…

      Rispondi
      • Marcello Ortale
        Marcello Ortale dice:
        20 Febbraio 2026 in 18:19

        Breve replica: Io credo che nessuno sia più preparato di altri sulle questioni intrinsecamente insolubili (ad esempio le questioni esistenziali fondamentali), anzi vedo con sospetto chi si autoproclama competente sulle questioni in oggetto.
        Grazie come sempre, per lo spazio di condivisione.

        Rispondi
  5. Giovanni Sanvitale
    Giovanni Sanvitale dice:
    21 Febbraio 2026 in 11:40

    Cara Marina,
    confesso di essere molto perplesso di fronte a questa novità. Non mi sfugge il bisogno, per il morente ma anche per chi lo assiste, di dare un senso alla propria esistenza, alla vita e alla propria morte. E’ un bisogno che c’è e non può essere negato. Forse è innanzitutto un bisogno di consolazione, di riappacificazione con la propria esistenza. I parenti stessi sono spesso inermi, se non chiusi a loro volta nel proprio dolore: non hanno altro che questo da condividere. In un mondo sempre più secolarizzato, la figura di un prete, spesso presente negli ospedali e negli hospice, è ormai ampiamente superata. Ma il concetto di “spirito” rimanda a una religiosità o a una filosofia (“olistica”, come si è già detto qui).
    Le mie perplessità riguardano soprattutto la formazione di questi “assistenti spirituali”, e quali aiuti personali e concreti possano dare. Si può diventare “esperti in spiritualità”, forse. Ma – come dice Marcello – con quale “competenza specifica” (se non “scientifica)? Poi, quale aiuto possono dare se non vacue parole, quando, magari, servirebbe di più un abbraccio? In un settore – quello delle cure palliative – dove si richiede più personale, più diffusione, queste figure (che comporteranno un costo) dove si collocano? Qual è la loro competenza concreta? Quale contributo possono dare a chi soffre e magari non vuol sentir parlare di spiritualità perché non ci crede proprio e magari ha bisogno di altro, tipo un gesto di affetto?
    Se penso ai miei lutti passati e alla mia morte futura, ho spesso vagheggiato un monaco buddista benedicente: non perché creda in quella religione, ma per pura simpatia verso il buddismo: un gesto di pace. Più concretamente, se ci sarà la possibilità e il tempo, ho chiesto a uno psicoanalista che conosco di poterlo salutare. La psicologia si occupa della vita più che della morte, eppure vedrei con più favore la presenza di uno psicologo: figura meno aleatoria ma più concreta e attrezzata.
    Sto leggendo in questi giorni “Ogni volta unica, la fine del mondo” del filosofo Derrida, serie di dediche a persone famose cui ha reso omaggio dopo la loro morte. Ebbene, lui rifiuta decisamente ogni parola di consolatoria o, peggio, di autocommiserazione di fronte alla morte altrui, ma concorda sulla necessità di testimoniare. Ipotesi b): se non uno psicologo, un filosofo, piuttosto che una figura così ibrida e aleatoria? Ma filosofi (e psicologi) si diventa con anni di ricerca e studio personali, non attraverso un semplice corso “professionale”, oltretutto su una materia così vaga.
    Un caro saluto.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      21 Febbraio 2026 in 11:54

      Caro Giovanni, pur comprendendo le tue perplessità sulla necessaria formazione e background dell’assistente spirituale (non basta un corso professionalizzante!) credo tu interpreti male il ruolo di questa figura. Non per consolare, o per parlare di “spirito” (che gli dei ce ne scampino e liberino), ma per ascoltare (ovviamente per chi vuole essere ascoltato), per rilanciare domande aperte, per accompagnare, semplicemente per “stare”. É giusto infatti dire che deve essere cosa comune all’équipe curante. Ma talvolta, di fronte alle “crisi”, una figura dedicata potrebbe dedicare un tempo più lungo, e una capacità di ascolto più coltivata. Gli psicologi, come certamente sai, già fanno parte dell’équipe delle cure palliative. Un abbraccio.

      Rispondi

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