L’associazione nazionale Assistenti Spirituali nella Cura, di Marina Sozzi
Come forse molti dei lettori di questo blog già sanno, è nata in Italia, nell’autunno del 2025, l’associazione nazionale degli “Assistenti Spirituali nella Cura”. Questo nuovo ente, promosso dalla Federazione Cure Palliative (FCP) e dalla Società Italiana di Cure Palliative (SICP), si propone di dare voce a una professione che ha spesso lavorato in silenzio, ma che riveste un ruolo cruciale nel supporto ai pazienti affetti da malattie croniche in fase avanzata, e non solo. Da sempre si parla, in cure palliative, di dolore globale, secondo la definizione di Cicely Saunders: la sofferenza è infatti un’esperienza complessa, all’interno della quale sono presenti aspetti fisici, psicologici, sociali e spirituali. I bisogni spirituali hanno quindi un ruolo non trascurabile nell’esperienza del dolore che le cure palliative si propongono di alleviare. È quindi naturale che questa iniziativa parta dal mondo delle cure palliative.
Va detto innanzitutto che la dimensione spirituale non va confusa con quella religiosa. Se i pazienti desiderano assistenza religiosa, occorrerà poter chiamare i ministri della religione di ciascuno. Invece, secondo una definizione di Cristina Puchalski comunemente accettata:
la spiritualità è un aspetto dinamico e intrinseco dell’umanità attraverso il quale le persone cercano il significato ultimo, lo scopo e la trascendenza e sperimentano la relazione con sé, la famiglia, gli altri, la comunità, la società, la natura e il significato o il sacro. La spiritualità si esprime attraverso credenze, valori, tradizioni, pratiche.
Quindi, possiamo definire come “spirituale” molti aspetti della vita degli esseri umani, e nello specifico: la ricerca del senso o del trascendente; il collegamento con qualcosa di più grande di cui si fa parte, come la natura o l’umanità; i valori fondamentali che reggono la visione del mondo di una persona; le sue relazioni con gli altri. La spiritualità è quindi una dimensione intrinseca dell’umano, ma per svilupparsi deve essere coltivata e nutrita.
Perché, inoltre, è particolarmente importante in cure palliative? Nell’ultimo tratto del cammino delle persone, quanto ha a che fare con l’homo faber, con il fare e il realizzare, va esaurendosi. Per questo la ricerca di senso è uno snodo inevitabile. La malattia grave e la morte fanno emergere gli interrogativi sul senso sia nelle persone malate sia negli operatori, per via della comune umanità.
Un’analisi recente ha rivelato che il 70% dei pazienti con malattie gravi esprime bisogni spirituali, quali ricerca di senso, riconciliazione e pace interiore, che rimangono spesso insoddisfatti. La presidente della giovane associazione, Barbara Carrai, di Tutto è vita, ha evidenziato l’importanza di riconoscere che “l’assistenza spirituale non è un accessorio, ma una necessità umana universale”.
La nuova organizzazione, benché promossa dal mondo delle cure palliative, non lo riguarda in esclusiva, ma si candida a proporre un cambiamento nel sistema delle cure italiane, promuovendo una visione della salute che integri non solo gli aspetti clinici, ma anche quelli relazionali, emotivi e spirituali. “Il nostro impegno – spiega Barbara Carrai – sarà definire standard formativi, etici e professionali affinché ogni paziente, in qualunque contesto, possa ricevere anche questa parte essenziale della cura.”
In Italia, la consapevolezza dell’importanza della dimensione spirituale non è nuova. Da anni, per esempio, tra le molte riflessioni disponibili e i molti libri pubblicati, un gruppo di studiosi dell’Università di Torino, coordinati da Stefania Palmisano, docente di Sociologia delle religioni e membro del Collegio Umanistico di Fondazione Faro, affronta la questione con concreti progetti di ricerca e intervento. Tuttavia, nonostante il riconoscimento sempre più diffuso del ruolo cruciale della spiritualità per le persone in condizioni di grave sofferenza o fine vita, la figura dell’assistente spirituale non ha ancora ottenuto un riconoscimento formale a livello nazionale. Oggi, un assistente spirituale è presente in pochi enti di cure palliative che, all’interno del loro contesto, hanno trovato competenze già esistenti, in larga parte senza una formazione istituzionalizzata e strutturata.
Uno dei problemi più grandi legati all’affermazione di questa figura professionale riguarda proprio la formazione. Affrontare la sofferenza umana e rendersi disponibili ad ascoltare un malato mentre si confronta con temi profondi come il senso della propria vita, il bilancio delle esperienze vissute, la speranza o il desiderio di connessione, è un compito tanto delicato quanto complesso. Si tratta di una responsabilità che richiede una preparazione etica, relazionale ed emotiva, e proprio su questi presupposti si articolano numerosi interrogativi relativi ai percorsi di formazione già esistenti.
I criteri di selezione all’ingresso nei corsi sono sufficienti? Il numero di ore dedicato e i contenuti degli insegnamenti riescono davvero a preparare degli operatori spirituali in grado di approcciarsi con competenza ed empatia a situazioni così delicate? Esistono approcci non confessionali? Sono già pronti, oggi, questi assistenti spirituali per il compito che li attende?
Tuttavia, il “meglio” è nemico del “bene”. Offrire agli assistenti spirituali già formati l’opportunità di mettersi alla prova nel contesto reale, accanto ai pazienti e protetti dalla collaborazione con il resto dell’équipe di cura, può rappresentare un passo importante per comprendere quali percorsi formativi sia necessario sviluppare in futuro.
Naturalmente, il meglio va comunque perseguito, e anche dall’esperienza di questa prima leva di assistenti spirituali si potrà comprendere meglio di quale tipo di formazione abbiano davvero bisogno e quali talenti o attitudini debbano possedere, anche per immaginare nuovi percorsi formativi.
Un altro aspetto fondamentale per il successo e l’efficacia dell’assistenza spirituale nelle cure è che questa non deve essere delegata interamente alla figura dell’assistente spirituale professionista. Essendo la spiritualità una dimensione intrinseca e universale dell’essere umano, è importante che ogni membro dell’équipe sanitaria riceva una formazione di base per riconoscerne e sostenerne gli aspetti fondamentali nel rapporto con la persona malata. Delegare completamente questo aspetto a un unico professionista rischierebbe di creare distanze e di impoverire la relazione tra paziente e operatori sanitari in generale.
L’assistente spirituale diventa quindi una figura di riferimento per facilitare e guidare gli altri membri dell’équipe, fornendo competenze specifiche e intervenendo nei casi più complessi.
Cosa ne pensate? Ritenete che la spiritualità sia parte integrante della cura? Se siete operatori sanitari, avete storie da condividere a proposito della spiritualità?

