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Tag Archivio per: aldilà

I segni degli assenti, di Cristina Vargas

23 Luglio 2026/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Nel corso del mio lavoro con persone in lutto, e nella mia stessa esperienza personale, ho incontrato innumerevoli situazioni in cui i dolenti percepiscono la presenza dei propri cari scomparsi attraverso segni, esperienze sensoriali e altre circostanze in cui si ha la sensazione di ricevere un messaggio o di avere una connessione speciale con chi non c’è più.

Una donna, che chiameremo Laura, racconta durante un incontro del gruppo di supporto al lutto che il giorno del suo compleanno la sua sansevieria era fiorita. Con un sorriso malinconico ci spiega che era una pianta grande, che aveva da anni e che le aveva regalato proprio suo marito perché era facile da gestire, anche se lei non aveva per nulla il pollice verde. Non sapeva nemmeno che potesse fiorire, anzi, era convinta che non fiorisse mai… Eppure, fra le foglie, proprio quel giorno, c’era un lungo stelo pieno di piccoli fiori bianchi e bellissimi. «In quel momento ho saputo che era lui, che era lì con me quando ne avevo più bisogno».

Un uomo, che chiameremo Carlo, invece, esordisce dicendo: «Io non sono uno che crede a queste cose». Poi racconta, con una certa timidezza, di aver avuto un’esperienza particolare. Mentre si trovava in montagna, nel luogo in cui erano state disperse le ceneri del figlio, morto a 28 anni per suicidio, una grande falena nera e bianca gli si era posata sul braccio per molti minuti ed era rimasta lì, immobile, insieme a lui. Il figlio, da quando era un ragazzino, era molto affascinato dalle falene: diceva che le preferiva alle farfalle perché erano animali che cercavano la luce, ma vivevano nel buio. Per Carlo quella falena era stata un segno di suo figlio, un modo per comunicargli che, dopo tanta sofferenza e tanta fatica, aveva trovato quella luce nel buio che in vita era stata per lui così sfuggente, ed era finalmente in pace. «Credo che stia bene», dice emozionato. «Credo sia finalmente libero».

I momenti in cui si sperimenta una connessione con i defunti possono assumere molte forme. In molti casi si tratta di oggetti o di animali che diventano “segni”: sassi a forma di cuore; palloncini o nastri di un colore particolare; coccinelle; uccelli; fiori e tante altre cose che veicolano un significato particolare perché si collegano in qualche modo con la persona scomparsa. In altri casi si tratta di esperienze sensoriali: un odore che compare quando non c’è nulla che possa spiegarne la presenza; una canzone importante che riecheggia inattesa; l’ombra di un tocco che sfiora la pelle.
Queste esperienze sono state ampiamente documentate tanto nella psicologia quanto nella ricerca sulla morte e sul lutto. In una ricerca condotta nel Regno Unito su un campione di 1.600 persone, Douglas Davies e i suoi collaboratori rilevarono che il 35% degli intervistati aveva avvertito, dopo la morte, la presenza di una persona defunta.

In Italia, Marco Marzano e Sonia Pozzi si sono soffermati sulle rappresentazioni dell’aldilà nell’Italia di oggi, all’interno di un grande progetto di ricerca nazionale i cui risultati sono confluiti nel volume curato da Asher Colombo, Morire all’italiana. Nel campione da loro esaminato, più della metà dei rispondenti — per la precisione il 53,9% — riteneva che, dopo la morte, le persone continuassero a esistere in qualche forma, e il 34,1% delle persone intervistate dichiarava di aver avvertito in prima persona la presenza di una persona cara deceduta.

In alcune società l’idea che la soglia tra i vivi e i morti sia permeabile, e che esistano diversi canali di comunicazione tra noi e loro, è diffusa e accettata. Nel contesto occidentale, invece, nonostante siano molto comuni, le esperienze di contatto con i defunti sono state a lungo stigmatizzate o patologizzate, al punto da essere considerate da alcuni autori in campo psicologico come vere e proprie “allucinazioni del lutto”.

Oggi, invece, possiamo intendere questi fenomeni come una delle modalità attraverso cui le persone preservano un legame e una relazione profonda con chi non c’è più.
Come spiegano Dennis Klass e i suoi collaboratori, la morte non interrompe la relazione con la persona amata; nel lutto essa, piuttosto, si trasforma e trova forme nuove attraverso cui integrarsi nella vita quotidiana e nell’identità di chi resta. I dolenti, infatti, spesso sperimentano il bisogno di preservare il legame con chi non c’è più. Per qualcuno, questo avviene con modalità più laiche: i ricordi, il desiderio di onorare la memoria, il dialogo interiore, la conservazione di un oggetto o la cura di un luogo. Per altre persone, invece, la connessione con il defunto può passare attraverso un linguaggio rituale o spirituale. In ogni caso, alla base c’è il bisogno di mantenere quelli che Klass definisce “i legami che continuano”, o continuing bonds: una connessione simbolica con chi ci ha lasciato.

Nella mia esperienza — e anche la letteratura ce lo conferma — nella maggior parte dei casi i “segni” della presenza del defunto sono percepiti come qualcosa di positivo e di rassicurante: una piccola testimonianza che l’altra persona sta bene, ovunque si trovi. In altri casi, nella mia esperienza meno frequenti e collegati soprattutto a questioni rimaste irrisolte, la presenza può invece essere percepita come disturbante o angosciante. Credo che, anche in questi casi, sia importante esplorare il significato che l’esperienza assume per chi la vive, senza giudizi. I momenti di contatto possono infatti diventare una soglia simbolica e offrire la possibilità di chiarire, chiudere o risignificare ciò che è rimasto in sospeso nella relazione con il defunto.

Sul piano sociale, è interessante osservare che, anche se viviamo in una società che si è a lungo autorappresentata come secolarizzata, persiste l’idea diffusa che ci sia una qualche forma di permanenza oltre la vita terrena.
Le rappresentazioni del “dopo”, tuttavia, sono oggi molto eterogenee. Tracce di credenze proprie del cattolicesimo convivono con suggestioni provenienti da altri contesti storico-culturali e religiosi. Rispetto al passato, si tratta di una spiritualità vissuta nella quotidianità, meno codificata e meno mediata dalle grandi istituzioni religiose, che prende forma in un modo molto personale e intimo di sentire la presenza di chi è assente.
Attraverso i segni, quando si presentano, si esprime il nostro bisogno umano di trascendenza e si crea un ponte fra il mondo reale e quello spirituale, fra il passato e il presente, fra ciò che abbiamo perso e ciò che rimane, in noi e intorno a noi, delle persone che amiamo.

E voi? Vi è mai capitato di percepire un segno o di sentire, in qualche modo, la presenza di una persona che non c’è più? Siete riusciti a raccontarlo a qualcuno, oppure avete temuto di non essere compresi?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/07/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-23 10:09:472026-07-23 10:09:47I segni degli assenti, di Cristina Vargas

La vita estranea. Intervista a Mario Balsamo, di Marina Sozzi

15 Giugno 2022/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Mario Balsamo, regista documentarista, scrittore e docente di regia cinematografica, perché quest’anno è uscito il suo ultimo libro, La vita estranea, “romanzo tra escapologia e fine vita”.

Ci racconti l’esperienza che ti ha portato a scrivere questo libro, La Vita estranea?

Se vogliamo andare indietro negli anni, l’esperienza della mia malattia grave, un tumore dentro la gamba destra, mi ha portato a riflettere non solo sulla mia morte ma anche su come è concepita la morte nella nostra società. Da lì ho cominciato a impegnare la mia capacità narrativa intorno a questo tema. Non sono uno studioso, quindi ho pensato a storie da raccontare (a cominciare dalla mia ‘avventura’) che poi sviluppassero questo argomento.
In particolare, in La vita estranea mi è venuto in mente un escapologo, cioè una figura alla Houdini: chi esce fuori da qualsiasi contenitore chiuso e inchiavardato, si liberi da qualsiasi tipo di legaccio. Mi pareva che potesse essere una metafora (attraverso un personaggio di fantasia) adatta a raccontare il nostro rapporto con la morte in questa società, attraverso chi la sfida ogni giorno, a chi pensa di beffarla.
Possiamo sfuggirle da sotto le dita all’infinito? Naturalmente no, perché è un aspetto della natura umana. Da un bel po’ sono convinto che il modo migliore per affrontarla è quello di dialogarvi e quello di conoscerla per quanto possibile, mettendo in conto la sua imprevedibilità.
Di vederla come un qualcosa che fa parte del ciclo della vita, piuttosto che negarlo.
Il protagonista di La vita estranea, da presuntuoso e illuso paladino dell’immortalità, deve cominciare a confrontarsi con quella che sarà la sua, di morte, tra l’altro imminente, scoprendo delle verità inaspettate. Che lo portano a familiarizzare col fatto che lui dopo poco non ci sarà più.

Nel tuo libro ci sono due voci, l’io morto e l’io in vita del protagonista Leo, che hanno due stili di scrittura diversi. Come hai immaginato l’Aldilà? Cosa succede alla personalità del protagonista alla luce della morte?

Ho un pensiero un po’ particolare sull’Aldilà, condito dalla fantasia propria dei narratori. E’ come se l’Aldilà sia per ognuno come se l’è immaginato in vita. Quindi non con delle punizioni per le cose negative commesse, quanto continuando a vivere con i difetti che aveva nella sua vita terrestre. Qui però all’infinito, per l’eternità. Quindi se la persona ha delle cose irrisolte, ha delle situazioni che non è mai riuscito a dipanare, se le ritroverà addosso anche nell’Aldilà: e questo credo che sia piuttosto gravoso, tormentoso, soprattutto se le cose irrisolte occupano la maggior parte di sé. Mi trovo anche a riflettere se esista o meno la reincarnazione. In effetti questa idea, reincarnarmi fino a quando il mio kharma non sarà “pulito”, è interessante: pone le basi di una giustizia compensatoria delle ingiustizie di cui il mondo è pieno, seppur una compensazione che avverrà attraverso l’arco di più vite.

Mi ha colpito la definizione dell’hospice: “L’hospice è un luogo in cui chi sta per passare oltre viene aiutato a spiccicare qualche parola con la morte, nel tentativo di trovare un senso alla fine”. Che immagine ti sei fatto, in realtà, dell’hospice?

Gli hospice, almeno nella loro filosofia, nella realtà di quello dove ho fatto il volontario e in quello dove sto girando il mio documentario “In ultimo” (la struttura “Anemos”, gestito dalla fondazione Luce per la vita), sono dei luoghi in cui si cerca di dare al malato terminale una morte dignitosa, da una parte togliendogli – per quanto possibile – il dolore fisico, dall’altra assistendolo sul piano psicologico e spirituale. E’ difficile far pace con la propria morte, credo però che gli hospice possano alleviare quello che in molti casi è il terrore della morte, intanto svincolandolo dal dolore fisico. Sono temi molto delicati per cui è difficile dire in quanti casi ci si riesca. Quello che so è che negli hospice da me visitati ho respirato un’aria di serenità: e questo credo che sia già un grande risultato.

Il protagonista ha il terrore della morte, e non voleva pensarci (da vivo), anzi afferma di sentirsi (o addirittura di essere) immortale. Rispecchia una situazione autobiografica, o piuttosto un problema della nostra cultura?

Credo che rappresenti sia un dato autobiografico (superato) sia una convinzione che purtroppo ha preso piede nella nostra società: la convinzione che la tecnologia medica non solo possa allungare la prospettiva di vita, ma anche, addirittura, arrivare, prima o poi, a farci conquistare l’immortalità. Questa follia ha un risultato negativo immediato: le persone sempre più spesso muoiono impreparate. Cioè, per fare degli esempi, non si sono accomiatate dai propri cari, non hanno potuto lasciare una sorta di eredità spirituale a chi sta loro vicino, o hanno dovuto lasciare dei brutti conti in sospeso (non risolvere le incomprensioni che hanno portato allo scontro o all’allontanamento di persone care). Riuscire a fare tutto ciò in termini proficui significa un bene per tutti.

A un certo punto del libro scrivi: «Il paradosso è che la vita e la morte fanno parte l’una dell’altra, eppure sono inavvicinabili.» Cosa intendi esattamente?

Sì, è un paradosso, però estremamente vero. La vita fa parte della morte quanto la morte fa parte della vita. Forse io, in quanto Mario Balsamo, e quindi al di fuori dei personaggi del romanzo, sono convinto che in fondo la cosa stia come la disse Carl Gustav Jung: la morte è il fine della vita, non la sua fine.

Leo quando scopre di avere un tumore ha soprattutto una grande angoscia, quella di perdere la dignità. Cos’è per te la dignità alla fine della vita?

Il concetto della dignità della morte è complesso da esaminare. In generale penso si possa affermare che consista nel non perdere i fondamenti (fisiologici e spirituali) dell’essere umani. Il cosa significhi poi nello specifico varia in ciascuna persona. C’è anche chi ritiene che, seppur le attività corporee e parte delle funzioni cerebrali siano minate, la vita conservi una sua dignità. In costoro permane una straordinaria, robustissima voglia di vivere. Per quanto mi riguarda, credo che la dignità dell’essere umano stia nel mantenere tutte le funzioni di cui siamo normalmente dotati, sia sul piano fisico, sia mentale, sia spirituale. Aggiungo anche che per garantire a ciascuno la propria convinzione di quale sia la dignità della vita e della morte, debba essere permessa per legge la determinazione della propria fine; quindi, il diritto a un suicidio assistito qualora la persona lo decida; certo, monitorato ed esaminato attentamente da coloro che sono preposti ad esprimere un parere su tali richieste. Io non so, qualora diventassi un malato terminale con gravi menomazioni, se me la sentirei di scegliere la soluzione del suicidio assistito, forse no, però vorrei che questo fosse un diritto mio come di tutti gli altri.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2022/06/immagine-documentario-In-ultimo-e1655282412758.png 264 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2022-06-15 10:41:042022-06-15 10:43:46La vita estranea. Intervista a Mario Balsamo, di Marina Sozzi

L’Aldilà esiste? Esperienze di pre-morte

15 Ottobre 2012/23 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Uscirà a giorni il volume Proof of Heaven (L’aldilà esiste) di Eben Alexander, neurologo e affermato medico di Harvard. Il professore, fino a poco tempo fa scettico e scientista per quanto riguarda le famose esperienze di pre-morte (fatte da persone che si sono trovate, durante una malattia o in seguito a evento traumatico, in stato di completa incoscienza) è stato in coma sette giorni e ha sperimentato visioni analoghe a quelle narrate da altri pazienti: nuvole rosa, farfalle, esseri luminosi, sfere celesti, canti gloriosi, una donna il cui volto esprimeva amore assoluto.
Si tratta di percezioni ricorrenti: tunnel, luminosità, sentimento di pace, bellezza e amore, rivisitazione della propria vita passata, incontro con i propri morti. Ricorderete che ne parla anche il film Hereafter di Clint Eastwood (con Cécile de France e Matt Demon, 2010).
Si tratta di fenomeni ancora indecifrabili, di cui si sa poco: l’elemento più concreto a nostra disposizione sono i racconti dei pazienti. Infatti, sono pochi gli scienziati e i medici che hanno pensato valesse la pena occuparsene: i più hanno preferito ignorarli, con l’atteggiamento tipico di una medicina figlia del positivismo e incline al riduzionismo biologico.
A loro discolpa, vi sono i molti che li hanno interpretati come prove fattuali che il paradiso esiste. E’ stato facile, così, liquidare le esperienze pre-morte come delirio parapsicologico di pochi pazzi, in malafede o pieni di pregiudizi.
Qualche tempo fa, nel 2010, Enrico Facco, docente di Anestesiologia e Rianimazione presso l’Università di Padova, ha scritto un libro di 420 pagine, bibliografia e indice analitico, intitolato Esperienze di pre-morte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica. Un libro coltissimo, che si muove tra fisica quantistica, chimica, neurologia, psicologia, storia delle religioni. Un libro che complica e non semplifica le cose (e per questo è affascinante) e che non dà risposte (e per questo è serio).
Intanto qualche dato: esperienze analoghe accadono al 10/18% dei pazienti che si trovano tra la vita e la morte, soprattutto con arresto cardiaco o trauma cranico (ma non solo). Si tratta di dati forse sottostimati, perché non tutti i pazienti riportano le loro esperienze di pre-morte, per paura di essere tacciati di follia: paura non arbitraria, visto che il 10% di coloro che hanno invece narrato il loro vissuto è stato trattato con psicofarmaci dal medico curante. Le esperienze di pre-morte devono dunque essere considerate – scrive Facco – parte della fenomenologia della coscienza in condizioni critiche; la loro incidenza, epidemiologia e caratteristiche cliniche non permettono di ignorarle come fatti sporadici, ininteressanti per la scienza.
Gli studi neurofisiologici consentono ipotesi sui meccanismi che danno origine alle esperienze pre-morte (in inglese NDE, Near-Death-Esperiences), come immagini provocate dalla mancanza di ossigeno e di sostanze nutritive nei neuroni cerebrali, oppure come prodotto di farmaci capaci di alterare la psiche (soprattutto la ketamina), somministrati ai pazienti in condizioni cliniche disperate; o come visioni provocate dalle endorfine che si liberano nel cervello in una fase critica delle funzioni vitali. Tuttavia, le ricerche compiute a contatto coi pazienti “visionari” rendono queste interpretazioni insufficienti: non è dimostrabile il rapporto causale diretto tra le modificazioni neurobiologiche e le esperienze di pre-morte: alcuni particolari riferiti dai pazienti, infatti, non avrebbero potuto essere percepiti nelle circostanze in cui i pazienti si trovavano. Un esempio per tutti: il cosiddetto “uomo della dentiera”, citato da vari autori. Costui, svegliatosi da uno stato di totale incoscienza, ricordava di avere visto l’infermiera che gli aveva tolto la dentiera prima delle manovre di rianimazione, e sapeva dove quest’ultima era stata riposta! Raccontò poi di essere stato fuori dal suo corpo, e di aver osservato le manovre di rianimazione dall’alto, ondeggiando nella stanza.
Insomma, gli studi neurofisiologici non possono esaurire la portata e la complessità di queste esperienze, e soprattutto non possono esaurirne il significato per coloro che le sperimentano.
Uno degli spunti più appassionanti è quello transculturale: i racconti dei pazienti variano a seconda della cultura di appartenenza. Se gli occidentali vedono spesso il tunnel e la luce, nei thailandesi e negli indiani prevale la preoccupazione sulla reincarnazione e sul karma, mentre tra i Mapuche del Sud America l’incontro coi defunti avviene nel cratere di un vulcano. Questa è già una prova sufficiente del fatto che le esperienze di pre-morte nulla hanno a che fare con l’esistenza dell’aldilà (a meno che non si pensi che ognuno avrà l’aldilà in cui crede…). Inoltre, è anche un’indicazione per uno studio non clinico ma antropologico.

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