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Abbiamo bisogno di una pedagogia della morte? di Marina Sozzi

16 Maggio 2025/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Si parla moltissimo di Death Education. Alla base del bisogno di “educare alla morte” sta l’idea che la nostra società sia incapace di affrontare il morire e il lutto: quindi si rende necessaria qualche forma di “pedagogia” che insegni a tutti noi come prepararsi alla morte propria e dei propri cari.
Ho già scritto in questo blog che non condivido più l’idea di questa inadeguatezza del nostro tempo. E cito solo un fattore di grande adeguatezza: la nascita e la diffusione delle cure palliative, che hanno saputo elidere la sofferenza che accompagnava il morire. E scusate se è poco…
Peraltro, la discussione sulla possibilità che gli esseri umani hanno di prepararsi alla morte è antica quanto il mondo. Per citare solo i più famosi filosofi che hanno partecipato a un dibattito che si è dipanato nei secoli, ricordiamo Socrate, Epicuro, Seneca, Marco Aurelio, Montaigne, Spinoza, Schopenhauer, e, più vicini a noi, Heidegger e Sartre. Per alcuni di questi pensatori riflettere sulla morte significava imparare a vivere una vita più piena e consapevole, attribuendole un senso più profondo.
Altri hanno ritenuto futile ragionare sulla morte e cercare di prepararsi, perché questa ci coglie spesso di sorpresa, e ignoriamo quando e come si verificherà. Siamo vivi e possiamo meditare solo sulla vita, che è l’unica cosa che conosciamo.
Questo dibattito è ancora attuale.

Ora, io non sono certa che si possa insegnare alle persone a prepararsi a morire, malgrado le innumerevoli “Preparazioni alla morte” pubblicate nel medioevo e nel rinascimento. Lo stesso Erasmo da Rotterdam scriveva, proprio nella sua Della preparazione alla morte, che non c’è buona morte senza buona vita.
Ma anche la buona vita non basta. In cure palliative è noto che soltanto poche persone con grandi risorse emotive e culturali riescono a “entrare nella morte ad occhi aperti” (per usare le parole di Marguerite Yourcenar) e con serenità.

Che fare dunque? In primo luogo, non facciamoci troppe illusioni: stiamo cercando di fare i conti con ciò che gli esseri umani sanno essere il pericolo maggiore, e che tutte le culture del mondo hanno considerato un tabù. Non è facile e continuerà a non essere facile.

In secondo luogo, occorre tenere presente una distinzione di cui abbiamo più volte dibattuto, ma che mi sembra utile riassumere. 1) La preparazione alla «morte» è impossibile, se intendiamo la morte come momento del decesso. Infatti, come scriveva Jankélévitch, di fronte al nostro annichilimento il pensiero si azzera: la morte non è pensabile. Jankélévitch affermava che talvolta possiamo sfiorare tangenzialmente la nostra morte, ad esempio quando ci troviamo un capello bianco o una ruga in più. Allora abbiamo una breve rivelazione del fatto che essa giungerà, ma questa intuizione ci fa rimbalzare verso la vita, non possiamo soggiornare nel pensiero della morte. Quando tocchiamo brevemente la fine che verrà, tuttavia, la nostra vita è arricchita dalla consapevolezza del limite comune dell’umano, la mortalità, che ci sospinge verso una dimensione più etica dell’esistere. La preparazione alla mortalità è dunque cosa diversa, i due termini morte e mortalità non sono interscambiabili.

2) La percezione della finitezza, quando è profonda e matura, ci orienta verso la dimensione della cura, del prendersi cura dell’altro, visto nella sua vulnerabilità, uguale alla nostra, e ci allontana dalla violenza, qualunque forma quest’ultima assuma. La tua vulnerabilità è come la mia, io potrei essere al tuo posto.

3) C’è ancora un terzo senso in cui possiamo preparaci alla morte, quando quest’ultima è prossima. Possiamo allora (ma è compito straordinariamente difficile) prepararci a lasciar andare la propria vita, ad accettare che possa concludersi, ed è cosa che si può fare soltanto sul letto di morte.

Ma come si raggiunge la consapevolezza della mortalità, l’unica che possiamo coltivare quando stiamo bene? Attraverso la pedagogia? Non credo. E’ soprattutto nel corso della vita, grazie all’esperienza inevitabile delle perdite, della malattia, della frustrazione. Anche se non sempre queste esperienze fanno crescere la consapevolezza, perché siamo umani e talvolta non riusciamo a orientare gli eventi della nostra biografia in una direzione progressiva, e magari accumuliamo rabbia o rancore. Ma coloro che riescono a far tesoro delle esperienze dolorose o difficili acquisiscono una più alta umanità.

Che ruolo hanno dunque gli studi sul morire e sul lutto? Non ci proteggono dall’angoscia di morte, non sono “preparazione” alla morte.
Sono fondamentali perché arricchiscono il nostro sapere e la nostra capacità di gestire la fine della vita, di garantire la migliore qualità della vita di chi muore, e di sostenere coloro che affrontano la morte altrui. In parte parliamo di studi scientifici (includendo in questa espressione anche quelli umanistici, a scanso di equivoci) rivolti ai professionisti. In parte parliamo di una buona e seria divulgazione, rivolta a tutti i cittadini. Non chiamerei tutto questo Death Education, perché mi pare presuntuoso pensare di educare qualcun altro a fare i conti con il limite e la mortalità. Come tutti gli altri studi, accrescono il nostro bagaglio di conoscenza.

Cosa ne pensate? Avete acquisito questa consapevolezza della mortalità? E se sì, come l’avete raggiunta? Grazie, come sempre, per i vostri commenti.

Tags: Buona morte, cure palliative, Death education, mortalità, Morte, preparazione alla morte
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/05/clessidra.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-05-16 10:59:552025-05-16 10:59:55Abbiamo bisogno di una pedagogia della morte? di Marina Sozzi
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10 commenti
  1. Richard Brown
    Richard Brown dice:
    16 Maggio 2025 in 11:53

    Apprezzo molto questo intervento, che solleva un tema urgente e concreto. Personalmente, non provo alcuna paura all’idea di essere morto, così come non ho brutti ricordi del tempo in cui non ero ancora nato. A preoccuparmi, piuttosto, è il morire: e in particolare il farlo in un paese come l’Italia, che continua a essere un territorio legalmente ostile nei confronti di scelte consapevoli e dignitose. Le opzioni disponibili non sono negate esplicitamente, ma restano affidate alla discrezione (spesso arbitraria nella mia esperienza diretta) dei singoli medici, con decisioni prese sottobanco e in modo non trasparente. Dire e non dire, insomma.
    In questo contesto, considero la recente legge regionale toscana (L.R. 16/25) un passo avanti incoraggiante. Se una pedagogia della morte può contribuire a rendere più diffusa e accettata una cultura della scelta e dell’autodeterminazione, allora ben venga. Parlarne come fai tu, e questo blog, e i death café nascenti un po’ ovunque, è già parte del cambiamento.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      16 Maggio 2025 in 19:03

      Grazie Richard per il tuo commento, che mi permette di aggiungere una considerazione al mio articolo. Se non è facile preparasi alla morte, possiamo però informarci sulle leggi presenti nel nostro paese, e sulle scelte che ci permettono di fare rispetto a come vorremmo lasciare la vita.

      Rispondi
  2. Sonia Tagliapietra
    Sonia Tagliapietra dice:
    16 Maggio 2025 in 14:29

    Il bisogno di sviluppare il sapere nel campo della morte e del morire è lo stesso che sta alla base della moderna concezione dell’ umanizzazione della cura. Così come per l’educazione nei nostri sistemi scolastici, si ha l’impressione che i modelli sviluppati nell’era del capitalismo ( e con esso dell’ uomo performante) non siano più adatti a rispondere alla crescente crisi di valori.
    Ma in questo momento storico, sembra che lo sviluppo graduale di un sentire “secondo coscienza” , un’ecologia della vita sempre più sostenibile e “sostenente”, richiami gli uomini ad una nuova riflessione profonda.
    Si assiste all’ aumento tra le persone, del bisogno di interrogarsi in prima persona su ciò che orienta il quotidiano vivere.
    In quest’ottica non è possibile non considerare la finitezza, la fragilità, il prendersi cura e il morire.
    Nell’ esperienza di stare accanto a chi muore e a chi deve elaborare il lutto, si ha la certezza che solo una relazione autentica, aperta e libera dalle catene del “cronos”, il tempo delle lancette, è possibile restaurare una cultura del saper essere, non solo del sapere e del saper fare.
    È la relazione di prossimità tra gli uomini il luogo che permette di rielaborare il significato di ciò che si va esperendo.
    Un rapporto cuore a cuore che risveglia un’antica saggezza nascosta nel profondo di ognuno di noi.
    La death education, nel nostro caso, non può sostituire l’esperienza propria di chi vive un lutto, ma certo occorre parlare del fine vita e di come ognuno di noi desidera lasciare questa terra.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      16 Maggio 2025 in 19:05

      Grazie Sonia, non posso che essere d’accordo con le sue preziose osservazioni.

      Rispondi
  3. giorgio antoniacomi
    giorgio antoniacomi dice:
    17 Maggio 2025 in 14:00

    Viviamo in un mondo, o in un momento, sbrigativo e superficiale. Adesso pare che ogni questione aperta e irrisolta, come ad esempio la violenza di genere, deva essere un argomento in più da studiare a scuola o, nel caso della fine della vita, un esame da sostenere in un corso di laurea. Il carico drammatico di certe situazioni non può essere affidato a soluzioni apparenti come queste. E probabilmente nemmeno a convegni, festival, rassegne dove è fragile la linea di demarcazione tra l’approfondimento critico e la trasformazione di un tema nella rappresentazione di se stesso o, peggio, in spettacolo. Non so se la nostra sia sempre e soltanto una tendenza a rimuovere il dolore e la morte, come sembra sostenere il pensiero prevalente, o se i passi avanti compiuti in ambito sanitario, ad esempi con le cure palliative, siano dei segnali incoraggianti di una tendenza: lo sono di per sé, incoraggianti, anche se il cammino che resta da fare è ancora lungo e la meta lontana ed eventuale. Credo che trovarsi coinvolti in qualcosa che non solo è più grande di noi, ma soprattutto è la definizione stessa di ciò che riteniamo inaccettabile sia il solo modo per guardare questo qualcosa negli occhi, per provare a renderlo meno assurdo, per trovare dei momenti di condivisione profonda con le persone che se ne vanno (a me è successo: non lo chiamo un dono, perché è un arricchimento che nasce dal dolore, ma rimane un’esperienza che ci cambia e ci fa diventare un poco migliori). Mi è capitato di entrare in contatto con servizi di cure palliative, con hospice, con persone (familiari e amici) alle quali restava poco da vivere. Ho trovato un’umanità inaspettata, la capacità di dare serenità, rispetto per la dignità del dolore, una voglia intensa di vivere bene quello che rimaneva da vivere. Se dovessi riassumere il mio pensiero in poche parole, direi che l’importante è non essere soli.
    E grazie, come sempre, per queste riflessioni.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      18 Maggio 2025 in 15:25

      Grazie a lei, Giorgio. Non sono del tutto d’accordo su quanto dice. L’università (se parliamo di medicina) ha grosse lacune riguardo alla formazione dei professionisti alla comunicazione, alle cure palliative, più in generale al fine vita.
      Anche a scuola forse c’è qualcosa che possiamo fare per modificare la cultura del patriarcato. Ma questo è un discorso diverso.
      Le persone, come lei testimonia (e la ringrazio) si formano soprattutto attraverso le esperienze di vita. E se le esperienze sono positive, perché si sono incontrate cure palliative di qualità, tanto meglio!

      Rispondi
  4. Marcello Ortale
    Marcello Ortale dice:
    17 Maggio 2025 in 22:34

    Grazie per questa sintetica ed efficace “dichiarazione di indipendenza” dalla pedagogia della morte e dalla “spiritualità da banco” (o dalle fedi cartonate così spesso esibite nel mondo odierno).
    Ho solo due osservazioni che voglio condividere, rispetto a quanto da te scritto.
    1) Le cure palliative non hanno eliso la sofferenza; bisogna distinguere dolore da sofferenza. Le cure palliative possono ridurre efficacemente il dolore – gli strumenti farmacologici e relazionali ci sono – ma purtroppo la sofferenza è un correlato cognitivo del dolore e quando si capisce di essere vicino alla morte, nessuna “disciplina” può lenire realmente la sofferenza, forse solo la “disciplina della terra” (citando Fossati) ma questo porta fuori tema…poi esiste una prossima frontiera delle cure palliative che tratta la possibilità di usare farmaci allucinogeni per ridurre anche la sofferenza nelle fasi finali della vita ma anche questo porta fuori tema.
    2) “soltanto poche persone con grandi risorse emotive e culturali riescono a “entrare nella morte ad occhi aperti””
    Penso che quelle poche persone non abbiano, necessariamente, risorse culturali in senso di studi o esperienze specifiche approfondite. Risorse umane sì (la cui genesi non credo sia un prodotto acquisibile) e con la fortuita possibilità di poterle esperire.
    Questioni sempre aperte, queste e paradossalmente, vive!

    Grazie ancora per questa finestra di dialogo.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      18 Maggio 2025 in 15:32

      Grazie a te per il tuo commento, Marcello. Certamente, come tu dici, l’angoscia dell’avvicinarsi alla morte resta, in parte (anche se lenita dall’intervento degli psicologi di cure palliative). E ho sentito parlare delle ultime frontiere (gli allucinogeni) della ricerca. Vedremo. Troppo presto per valutare, e per rifletterci su.
      Sono d’accordo che per “strumenti culturali” non si debba intendere bagaglio di studi, ma risorse interiori. E certamente, queste questioni sono vive e vegete, e probabilmente sempre lo saranno!

      Rispondi
  5. Giovanni Sanvitale
    Giovanni Sanvitale dice:
    22 Maggio 2025 in 19:59

    Cara Marina, grazie per il tuo intervento, così preciso e calzante: sono d’accordo su tutto.
    Ho esitato a rispondere, sia per non rischiare di ripetermi, sia perché è un momento difficile (sono in attesa di un intervento chirurgico piuttosto delicato).
    La consapevolezza della mortalità credo si affacci in ognuno di noi con la scomparsa dei nostri genitori: ci si sente “in prima linea” anche se, come ben sappiamo, non abbiamo cognizione alcuna di quando la nostra morte arriverà. Poi ci sono le malattie gravi: la diagnosi severa del mio cancro mi ha posto di colpo di fronte alla mia mortalità. Ci ho lavorato e scritto molto, fino ad accettarla. Il cancro è ancora lì, con le sue metastasi e, più avanza l’età con i relativi acciacchi, più faccio i conti con la precarietà della mia vita, augurandomi che finisca in modo almeno dignitoso. E non ho dubbio alcuno che questa consapevolezza incrementi l’empatia verso chi soffre, chi è in difficoltà, chi è ammalato a propria volta. In questo senso, se non ci si chiude, il dolore aiuta a crescere, a riconoscerlo negli altri e a incrementare la solidarietà.
    Accettare la morte, la caduta nel nulla, è tutt’altra cosa. Amo La Yourcenar, mi auguro che almeno lei sia riuscita ad entrare nella morte “ad occhi aperti”, ma la frenesia degli ultimi anni della sua vita mi fa sorgere qualche dubbio. Quello che ancora mi spaventa sono gli addii alle persone care, quelle con cui ho attraversato la mia esistenza: per me la cosa più dolorosa rimane questa: più per loro che per me.
    Ma vorrei aggiungere qualcosa alle tue considerazioni. Non credo che il tabù della morte sia ancora del tutto vinto, anzi, penso ancora che per molti l’idea della morte sia qualcosa da rimuovere. Conosco persone di cultura, anche anziane, che recalcitrano di fronte alla stesura del testamento biologico (DAT), per una sorta di scaramanzia o, forse, per un senso di onnipotenza. Come se questa potesse allontanare la morte, come se ci fosse sempre tempo per… E ho un esempio concreto di un’amica cara, il cui motto era “sono autarchica”, caduta in coma irreversibile ormai da un anno e mezzo. Mi aveva chiesto copia dei miei DAT, ma non ha fatto niente al riguardo, e nemmeno testamento. Vedere persone parcheggiate magari per anni (se non decenni – accanto a lei c’era una persona in coma da 33 anni!) mi sembra una sofferenza tremenda e inaccettabile e pure – spiace dirlo – per la nostra sanità già così malmessa. Abbiamo fatto poche conquiste in questo campo, nel nostro paese: le cure palliative, ancora deficitarie, i DAT, la sentenza cella Corte Costituzionale sul suicidio assistito, mai tramutata in legge. Ma, almeno di quel che c’è cerchiamo di approfittarne, con un minimo di consapevolezza.

    Rispondi
    • sipuodiremorte
      sipuodiremorte dice:
      23 Maggio 2025 in 10:05

      Caro Giovanni, innanzitutto in bocca al lupo per la tua operazione (e ti prego, dammi notizie), e grazie per la tua preziosa testimonianza. La resistenza a scrivere le proprie DAT è molto comprensibile, perché non è facile andare col pensiero a un momento in cui non si potrà prendere decisioni per sé. Più ancora che andare col pensiero al proprio morire. Non è un caso che prima della legge 219 era favorevole al testamento biologico una percentuale altissima di italiani, mentre oggi ha testato meno dell’1% della popolazione. Ancora una cosa. Sono d’accordo con te che il tabù non sia vinto, ma penso anche che mai potrà esserlo del tutto, perché la morte è il pericolo più grande. La mia tesi infatti è duplice: un certo grado di tabù è ineludibile; ma, insieme ad altri tabù, anche quello della morte è diminuito nel nostro mondo. Un saluto affettuoso.

      Rispondi

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