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Le immagini del dolore altrui: empatia o distacco? di Davide Sisto

14 Aprile 2021/9 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

A marzo è stato ristampato, dall’editore Nottetempo, il libro di Susan Sontag Davanti al dolore degli altri (2003), in cui l’autrice si interroga sul significato non uniforme che assume il nostro guardare un’immagine fotografica raffigurante il dolore o la morte altrui. La fotografia, infatti, immortala una specifica espressione di dolore che ha luogo in un determinato istante, facendo quindi sì che quando guardiamo l’immagine entriamo in contatto con un passato – più o meno recente – che inevitabilmente non c’è più. Questo implica, secondo Sontag, una serie di quesiti sulla natura del nostro guardare il dolore degli altri: percepiamo la presenza concreta del dolore all’interno dell’immagine fotografica oppure, viceversa, la sua lontananza più radicale a causa della separazione netta tra la realtà e la rappresentazione? In altre parole, vedere con i propri occhi l’immagine del dolore altrui ci rende empaticamente partecipi della sofferenza provata, magari prendendo coscienza di ciò che siamo soliti rimuovere dal nostro quotidiano, oppure ci rassicura egoisticamente dal momento che quel dolore è distante, dunque estraneo?

La stessa Sontag, nel tentativo di dare una risposta a questi complessi quesiti, evidenzia come sia alto il rischio di rimanere anestetizzati dall’immagine fotografica, per cui non solo rischiamo di non provare alcun tipo di compassione dinanzi alla visione del dolore altrui, ma addirittura tendiamo a potenziare la rimozione di ciò che ci fa soffrire.

Ovviamente, questo tema è diventato, nel corso degli anni, sempre più complesso a causa di una vera e propria collettiva indigestione di immagini, effetto primo della diffusione popolare delle tecnologie digitali. La furia delle immagini: la vincente espressione coniata da Joan Fontcuberta, per descrivere il nostro attuale rapporto bulimico con le immagini, porta alla luce le trasformazioni antropologiche di una società segnata dalla cosiddetta “cultura visuale”. In fondo, come scrive John Berger nel libro Questione di sguardi, da sempre il vedere viene prima delle parole: oggi, le tecnologie digitali hanno semplicemente portato a compimento questo ruolo primario della vista nella vita dell’essere umano.

Inutile aprire un discorso generale, già affrontato in precedenza: vale a dire, il rapporto più o meno problematico tra la rappresentazione visiva della morte e del dolore e la loro espulsione dalle nostre faccende quotidiane. Abbiamo, per esempio, già parlato su questo blog di come la visione della morte in diretta, tramite una fotografia o una ripresa audiovisiva, intercetti quel senso del proibito che, di solito, prende la forma del guardare pruriginoso attraverso il buco della serratura.

Qui mi preme, invece, prendere spunto dal libro di Sontag per ragionare insieme a voi a proposito dell’effetto della visione quotidiana dei malati e dei morti da Covid-19 sul nostro modo di percepire la pandemia. È innegabile che il Coronavirus sarà ricordato come la malattia più mediatica della storia dell’umanità, non essendoci istante – a partire dalla sua diffusione – che non sia stato raffigurato e condiviso sui social media. Pensiamo, per fare l’esempio più significativo, alla fotografia delle bare trasportate dai mezzi militari per le strade di Bergamo.

Il carattere mediatico del Coronavirus, a lungo andare, sembra aver prodotto quella forma di anestetizzazione a cui fa riferimento Sontag. È stato più volte sottolineato, negli ultimi mesi, come l’immagine dei titoli dei giornali che riportano ogni giorno il numero dei morti italiani a causa del Covid-19 abbia generato una sorta di assuefazione collettiva: sempre meno persone sembrano, cioè, comprendere il pericolo che si cela dietro a quei numeri, a differenza di quanto avveniva durante la primavera 2020, quando la pandemia era ancora una novità. Non c’è più, generalmente, una partecipazione empatica alla condivisione sui social delle immagini dei malati intubati negli ospedali o di coloro che sono addirittura morti. La stanchezza di una vita completamente assorbita dagli schermi, a causa dell’emergenza, unita all’abitudine di guardare fotografie e registrazioni audiovisive, pare aver intensificato il senso di distacco soggettivo provato nei confronti della situazione che stiamo vivendo. L’isolamento casalingo non fa che rendere ancora più radicale la distanza, vanificando il ruolo pedagogico che – a mio avviso – ha finora caratterizzato l’uso delle tecnologie digitali in relazione alla riscoperta del ruolo della morte e della malattia nella nostra vita.

Voi cosa ne pensate? Le immagini del dolore altrui generano in voi più empatia o più distacco? Siamo curiosi dei vostri pensieri a riguardo.

Tags: Covid-19, il dolore degli altri, immagini, Morte, Susan Sontag
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2021/04/ansa_20200831_133424_003820-e1618234848141.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2021-04-14 14:44:012021-04-26 12:14:20Le immagini del dolore altrui: empatia o distacco? di Davide Sisto
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9 commenti
  1. Lamarca Luciano
    Lamarca Luciano dice:
    15 Aprile 2021 in 15:15

    Credo di poter parlare da buon testimone nel merito del quesito posto. All’epoca della pubblicazione del libro di Susan Sontag lavoravo ancora in una terapia intensiva essendo un anestesista e posso testimoniare come l’assuefazione alle criticità ed alle prognosi infauste (con tassi di mortalità attorno al 70%) avevano determinato in me come in molti altri operatori della terapia intensiva un cinico distacco dalle sofferenze altrui. Mi si diceva a scusante di tale comportamento che era anzi utile per non farsi coinvolgere emotivamente ed essere più freddo e razionale e dunque più efficace dal punto di vista terapeutico. Il libro della Sontag aprì uno spiraglio nello scudo che aveva occultato e protetto la mia pietas.
    Nel giro di 5 anni le riflessioni che mi costrise a fare mi portarono a cambiare completamente prospettiva e ad abbandonare la anestesia e rianimazione per dedicarmi alle cure palliative a tempo pieno. Ho creato dal nulla un Servizio di cure palliative domiciliari che ho lasciato da pochi mesi quale UOC con gestione anche degli hospices aziendali. Mi sono infine approcciato alla bioetica branca del sapere e del pensiero umano imprescindibile per chi si vuole dedicare al prendersi cura di queste persone malate. Questo secondo me è l’unico approccio che consente di ricreare quell’afflato empatico che ristabilisce il giusto rapporto tra medico e paziente fondato su fiducia del malato e pietas del medico.

    Rispondi
    • Davide Sisto
      Davide Sisto dice:
      18 Maggio 2021 in 14:49

      Grazie per questo suo racconto, che arricchisce senza dubbio la riflessione. Un caro saluto

      Rispondi
  2. Felix
    Felix dice:
    26 Aprile 2021 in 13:12

    Ciao, prima volta su questo sito. Ho letto con molta attenzione l’articolo che hai pubblicato. Del libro di Susan Sontag avevo solo sentito parlare ma non l’avevo acquistato al momento in cui uscì, 18 anni fa (avevo un’altra vita, un’altra esistenza). La domanda è molto affascinante, soprattutto in questo ultimo anno e mezzo in cui la “sSgnora In Nero” ci si è mostrata spesso ed in qualche caso (almeno per me) si è avvicinata per guardarmi meglio. Ho avuto il covid e ne sono uscito, sono stato fortunato. Altri miei conoscenti stretti no, non ce l’hanno fatta. Da sempre ho considerato la Signora In Nero come la ben nota “Acabadora” di sarda memoria e come tale non mi ha mai fatto paura. C’è, esiste e non vi è motivo per temerla, anzi. Quando ho avuto il covid non ho avuto paura che fosse giunta la mia ora. Se la Signora In Nero mi avesse chiesto di fare un ballo con Lei, lo avrei fatto volentieri. Non ho istinti suicidi o peggio, tutt’altro, anzi l’opposto. Amo la vita in tutte le sue sfaccettature. Tuttavia ho sempre pensato invece che nel momento in cui Lei busserà alla mia spalla io mi girerò e la inviterò a ballare con me, sorridendoLe. Credo sia giusto così. Ciò premesso, vengo all’argomento interessantissimo che qui ci occupa: le immagini del dolore altrui, della morte. Da sempre la “imago mortis” ha rappresentato per me una fonte di grandi riflessioni ed attente valutazioni su dove stesse andando la mia vita, se la stessi onorando con i giusti comportamenti, rispettosi di me e degli altri. La Signora In Nero è sempre venuta per ricordarmi quale meraviglioso dono sia la vita, di non sprecarla inseguendo inutili obiettivi o fuochi fatui senza alcun fondamento o futuro. Mi è capitato di tenere la mano di chi aveva esalato l’ultimo respiro ed ancora stringeva la mia mano. Ho osservato occhi, bocche, visi immobili, fissi in un immobilismo innaturale (come è ovvio che sia). E sempre ho provato empatia per loro. Ho sempre pensato a ciò che avevano fatto e se alla fine avessero vissuto la vita che effettivamente volevano (illuminante in tal senso un libro scritto da Bronnie Wares “Regrets Of The Dying”). L’empatia provata non mi portava a provare “iperempatia” (il pianto a dirotto piuttosto che l’imprecazione per la scomparsa della persona cara) ma al contrario una sorta di benevolenza augurale, un prendere per mano la persona che ci aveva appena lasciato per accompagnarla al suo ultimo viaggio. Personalmente provo più distacco e quasi “rifiuto” nel vedere gli accessori della morte (la bara, gli ornamenti, i lumini, gli specchi coperti in una casa, il carro funebre, ecc. ) e quello che avviene dopo (ho provato quasi dolore nel portare via da casa di mia madre i vestiti di mio padre morto da poco, sembrerà assurdo ma quella è stata una cosa che mi ha fatto più male della morte stessa, anche se poi li sto ancora utilizzando). L’immagine della persona morta per me è un inno alla vita, quell’immagine mi dice “VIVI, AMA, RIDI, SOFFRI, GODI DEL SOLE, DEI PROFUMI E DEL VENTO, ASCOLTA LA MUSICA, PERCHE’ QUESTE COSE IO NON LE POTRO’ PIU’ FARE”. Complimenti per il sito.

    Rispondi
    • Davide Sisto
      Davide Sisto dice:
      18 Maggio 2021 in 14:51

      Grazie mille a te per gli spunti offerti, molto interessanti e ricchi. Un caro saluto e buona lettura!

      Rispondi
  3. Domiziano Lisignoli
    Domiziano Lisignoli dice:
    28 Aprile 2021 in 15:25

    Bella domanda, stimolante per un fotografo che per anni si è occupato di cronaca nera, che per anni ha fotografato il dolore e la morte in scenari dal forte coinvolgimento emotivo.
    Bella domanda per me, che nel rispondere non posso fingere di non esser fotografo e di aver fotografato sagome umane appena intuite sotto un lenzuolo sull’asfalto accanto a lamiere di auto, o accanto al casco di un motociclista sfortunato.
    Amo definire la fotocamera un lasciapassare che mi ha aperto molte porte, mi ha portato a contatto con realtà che non avrei mai potuto annusare se non in veste di fotografo, ma quando ho dovuto lavorare in un contesto difficile, dove di fronte a me c’era la morte nella sua rappresentazione, ma c’era anche il morto, ho sempre sfruttato la forza della visione monoculare per creare una sorta di barriera tra me e la realtà che mi si poneva di fronte. In pratica, ciò che vedevo attraverso l’obiettivo, non era la realtà, ma una realtà mediata, qualcosa di vicino a me, ma non così vicino da toccare tutte le corde.
    Per le fotografie destinate alla stampa ho sempre avuto la massima attenzione nell’ eliminare dall’inquadratura elementi che potessero appagare quella curiosità morbosa di chi il giorno successivo avesse acquistato il giornale, ho sempre cercato di gestire una narrazione completa dal punto di vista della cronaca, ma al contempo priva di tutti quegli elementi di contorno che nulla andavano ad aggiungere al racconto, se non appunto ad appagare quel desiderio di spiare dal buco della serratura: cercavo di far vedere tutto, curando di non mostrare niente.
    Quando capita però di essere nominati ausiliari di polizia giudiziaria, le fotografie da scattare sono destinate ad esclusivo utilizzo delle forze dell’ordine e della magistratura, devono quindi essere descrittive, dettagliate, chiare. Lì non si possono omettere particolari, per cui ancor di più la visione monoculare è la mia ancora di salvezza. Ciò che vedo nel mirino si trova in uno spazio al di là della barriera fisica costituita dal medium, in qualche misura è una rappresentazione.
    Questo processo però, non mi accompagna in fase di decodifica, quando la fotografia la leggo, quando la vedo pubblicata. In quel caso percepisco un dolore reale, un pugno allo stomaco ogni volta.
    E’ la visione binoculare a riportarmi con i piedi per terra, pesantemente.
    E non è la distanza temporale tra il momento dello scatto e il momento in cui vedo la foto ad aiutarmi ad attutire il colpo, per nulla.
    Non riesco a vedere una foto in cui vi sia un richiamo al dolore, senza vivere un coinvolgimento emotivo. Non mi abituo, non mi si sposta la soglia di sensibilità: per intenderci, rimango ancora colpito dalle discutibili immagini sui pacchetti di sigarette, così come mi gelo alla vista del passaggio di Sciopero di Ejsenstejn dove viene macellato un bovino e della scena dell’Albero degli zoccoli di Olmi dove la medesima fine viene riservata ad un maiale.
    Non mi abituo proprio alla visione della sofferenza nemmeno in questi casi, nonostante sia cinema d’autore, nonostante siano trascorsi molti anni da quando questi due film siano stati girati, per cui non parlo di come mi faccia sentire la visione di cadaveri galleggianti nel mediterraneo. Mi mette di fronte alla realtà, una realtà cruda che lascia un segno. Sempre.
    La valanga di foto con cui ci viene raccontato il covid non mi sta passando sopra la testa, la sto osservando nel suo insieme da tempo, e non parlo solo della colonna di camion con le bare, parlo anche di una bara con il vuoto attorno perché non si possono celebrare i funerali, o di volti segnati da ore di lavoro in terapia intensiva o segnata da ore alla guida di un’ambulanza, parlo di foto di persone con in bocca il tubo del respiratore.
    Nemmeno alla vista di queste immagini mi sono abituato. E non mi voglio abituare.
    Però non mi sono abituato nemmeno alla vista della cascata dietro casa mia, che vedo da più di cinquant’anni, ed ogni volta è di una bellezza da far ammutolire. Sia che la guardi con un occhio, sia che la guardi con entrambi.

    Rispondi
    • Marina Sozzi
      Marina Sozzi dice:
      29 Aprile 2021 in 10:51

      Caro Domiziano, grazie per questo commento che è in realtà al contempo un post e la narrazione del tuo occhio di fotografo e della tua sensibilità. E’ consolante per me sapere che non sono la sola a non abituarmi, e che è possibile salvaguardare la propria sensibilità anche per chi produce immagini per mestiere.

      Rispondi
    • Davide Sisto
      Davide Sisto dice:
      18 Maggio 2021 in 14:52

      Grazie anche da parte mia. Condivido il pensiero di Marina: più che un commento, è un post nel post, che arricchisce la riflessione che stiamo facendo insieme. Un caro saluto!

      Rispondi
  4. Sebastiana Giustolisi
    Sebastiana Giustolisi dice:
    2 Maggio 2021 in 22:41

    Buonasera, sono su questo sito (dopo averlo cercato tra gli interessi di una cara amica che me ne aveva parlato anni fa) per la prima volta, e subito mi capita di leggere questo articolo.
    Lo sento molto vicino a me perchè nella prima fase della pandemia , un anno fa , ho lavorato nei reparti covid di un ospedale travolto dalla pandemia. Ho avuto modo di parlare con diversi operatori, nei pochi momenti liberi che potevano dedicare a se stessi chiacchierando con me ed altri colleghi.
    Tutti avevano il loro modo di empatizzare con malati e defunti, tranne uno , che a suo dire non aveva avuto nessun tipo di coinvolgimento “perchè questo è il mio lavoro (anestesista) lo so che la gente muore. Dopo circa dieci minuti di chiacchere molto leggere e “distaccate” mi dice : “sa qual’è l’unica cosa che mi ha colpito? …. vede lassù su quell’armadio, ci sono dei sacchi neri, pochi , ma quando sìamo arrivati arrivavano al soffitto, e sono stati riforniti più volte . Ecco quando sono arrivato ho detto – ma cosa ce ne facciamo di tutti questi sacchi per i morti! – invece li abbiamo usati tutti e anche molto di più. Ecco questo non me lo aspettavo”.
    Questo mi ha fatto pensare che a volte anche chi mostra di non empatizzare con niente e nessuno forse manca di un’educazione emotiva di base (almeno in alcuni casi)..
    Per quanto riguarda me non smetto mai di sentire il dolore dell’altro , e credo che solo questo mi permetta di continuare a fare al meglio possibile il mio lavoro (psicologa in cure palliative domiciliari).
    Grazie per tutti gli spunti di riflessione.
    Buona serata.

    Sebastiana Giustolisi

    Rispondi
    • Davide Sisto
      Davide Sisto dice:
      18 Maggio 2021 in 14:48

      La ringrazio molto per la sua riflessione e per aver riportato la sua esperienza personale. Un caro saluto

      Rispondi

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