Esiste la morte naturale?

Conversazione con il filosofo Davide Sisto

Marina
Per parlare di cosa sia la morte naturale occorre che ci accordiamo su quale idea abbiamo della natura. E non è cosa semplice: la natura è oggi per noi una nebulosa di valori e di riferimenti, la vediamo come un essere in pericolo, da proteggere, o facciamo appello a essa come a un’ancora di salvezza. Io mi sono fatta l’idea che per i nostri contemporanei “morte naturale” equivalga a morte dolce.
Tu cosa intendi quando ne parli?

Davide
Ci sono stati, negli ultimi due secoli, due modi di intendere la morte naturale. Nel XIX secolo, in particolare nel romanticismo, la natura era vista come ente spirituale, metafisico. Allora la morte era naturale nel senso che aveva un ruolo centrale nella vita, non c’era distinzione tra vita e morte: c’era anzi una sorta di trama spirituale che univa i vivi e i morti. Inoltre, nel romanticismo c’è una forte componente estetica, che valorizza la malinconia, la nostalgia, e in questa prospettiva la morte aveva ampio spazio.
Per non parlare della teoria mistica che andava tanto di moda, della Geisterwelt, del mondo degli spiriti: tale mondo non era solo il luogo dove andava il deceduto, ma era anche un mondo presente in modo tangibile nella realtà. Il mondo degli spiriti era “impiantato” nel nostro mondo. La morte non era una scadenza, ma una sfumatura della vita, come dice Baudrillard.
Nel XX secolo, con la secolarizzazione e con il forte sviluppo tecnico e scientifico, la natura e l’artificio sono divenuti indistinguibili. Anche la natura è diventata, in realtà, una nostra costruzione. Ciò significa che la morte naturale non c’è più.

Marina
Però c’è un forte mito della morte naturale: se chiediamo ai nostri contemporanei come vorrebbero morire, molti rispondono “in modo naturale”. Io penso che quest’aspirazione si contrapponga a una visione della morte “artificiale”, medicalizzata, ospedalizzata, al timore di tubi e fili che escano ed entrino nel corpo, a violarlo.

Davide
Io credo che quando si parla oggi di morte naturale si pensi soprattutto alla morte per vecchiaia. Schopenhauer diceva che fino a novant’anni si muore di malattia, dopo i novant’anni si cessa semplicemente di esistere. Quel mito, come tu dici, è legato alla paura della malattia, alla rimozione della morte.
Viceversa, io ritengo che la morte sia naturale perché fa parte della vita. Forse la morte può essere tragica, ma è pedagogica per costruire la nostra esistenza, è essenziale per l’etica.

Marina
Condivido questa tua considerazione. Mi interessa l’aspetto etico legato alla visione della morte e alla consapevolezza della mortalità. Credo che senza coscienza del limite (e la morte è il limite per antonomasia) non possa esserci senso di responsabilità. E questa carenza è di estrema gravità proprio nell’educazione, nella costruzione della personalità di ciascuno di noi.

Davide
Sono d’accordo. Oggi si cerca il segreto dell’immortalità terrena nelle teorie del transumano. Tutte queste speranze sono la conseguenza della negazione della morte. Invece, la finitezza, il limite, possono avere una connotazione molto positiva. La questione del limite è centrale ad esempio in Schelling, che mette al centro del suo pensiero la finitezza: il limite è visto come ciò che determina la compiutezza, che fornisce compimento. Quindi il limite non è negativo, anzi è un valore.
Inoltre, farei anche un’altra considerazione. Tutta la nostra vita è segnata dal tentativo: noi cerchiamo di realizzare imprese che possono riuscire o fallire. E il fallimento, simbolicamente, è perdita e morte. La morte è quindi inevitabilmente presente nel nostro stesso agire. Negando la morte, la possibilità del fallimento, anche il tentativo umano perde il suo significato più profondo.

Marina
Io oggi vedo una duplice tensione: da un lato un rinnovato bisogno di spiritualità che si percepisce nella società occidentale; e dall’altro il desiderio di ritornare alla natura, anche nella concezione della morte, appunto. Tu ci vedi un nuovo romanticismo, una sorta di ripresa dell’idea di una natura spirituale, simbolica?

Davide
Forse c’è l’esigenza di allontanarsi dall’abitudine di risolvere tutto meccanicamente (il bambino non è attento, gli diamo il Ritalin). Abbiamo ecceduto in quella direzione, e quando si eccede capita spesso che nascano movimenti che vanno nel senso contrario. Indubbiamente c’è un bisogno di spiritualizzare. Lo dimostra anche l’interesse più o meno profondo per l’Oriente, per le tecniche che ci permettono di affrontare lo stress (tema su cui le religioni occidentali sono avare di soluzioni).

Marina
Grazie Davide. Vorrei chiedere ai miei lettori di contribuire a questa nostra conversazione, di prolungarla: esiste per voi oggi la morte naturale? Come la interpretate?

PS. Se siete interessati a approfondire i temi proposti in questo post, consiglio il volume di D. Sisto, Narrare la Morte. Dal romanticismo al post-umano, Edizioni ETS, Pisa 2013.

21 Risposte a " Esiste la morte naturale? "

  1. Marinella scrive:

    Cara Marina, “frequento” da molti anni la morte, quella morte che io immagino come una “signora vestita di bianco” che ci accoglie a braccia allargate dall’altro… lato del ponte quando giunge il nostro momento. Proprio perché la conosco bene in quanto da 34 anni sono volontaria nell’area dell’oncologia e delle cure palliative, posso dire che la morte in se stessa non mi fa paura. Ho lavorato parecchio su di me in seno al Gruppo Eventi e non solo ma sono stati soprattutto i morenti che ho accompagnato i miei Maestri.
    Che cosa intendo per morte naturale? Una domanda davvero difficile e mi viene da rispondere: quella da infarto, da aneurisma cerebrale o comunque quella nella quale non interviene alcun tipo di medicalizzazione.
    Anche nella cosiddetta morte per vecchiaia oggi troppo spesso viene esercitata una medicalizzazione eccessiva che trascina per tempi talvolta ingiustamente lunghi una vita che è “non vita”.
    Forse puoi leggere il mio blog piccolabenares dove si parla di tutto e anche di morte. Grazie e un abbraccio marinella

  2. Laura scrive:

    Io non riesco a ragionare in termini astratti, ma penso a mio padre, 87 anni, che non riesce più a fare nulla. Passa le sue giornate su una sedia, stanco e depresso, senza forze, ancora autosufficiente ma sfiancato da diversi malesseri. E penso che la morte non è un evento ma un processo, a volte lunghissimo, ed è questo che mi spaventa. Non credo che sia «colpa» soltanto dei farmaci: la morte lenta è sempre esistita. In passato molti anziani vegetavano per anni in casa, assistiti dalle figlie e dalle nuore nelle famiglie allargate. Sarebbe interessante studiare le storie di famiglia a questo proposito.

  3. claudia scrive:

    …Non so, non ho molta esperienza, per fortuna… Ma è proprio questo per fortuna che è uscito dalla penna che mi fa pensare. Non credo che la paura della morte medicalizzata sia l’unico aspetto Penso al lento esaurirsi della vita e della voglia di vivere anche per il fatto che non ci sono più le forze per andare avanti. E poi che dire delle demenze senili, quando non si capisce più niente, non si riconoscono le persone, non si apprezzano i giorni che ancora ci restano?

  4. Davide Sisto scrive:

    Grazie per le testimonianze. Essendo uno studioso di filosofia, ovviamente tendo ad affrontare il tema in termini più astratti, benché partendo da considerazioni profondamente concrete. La testimonianza di Laura, relativa al padre di 87 anni, purtroppo mette in luce un aspetto fortemente pietoso della nostra esistenza. E quando entrano in gioco le malattie e i malesseri fisici, soprattutto quelli cronici, è piuttosto difficile cercare di fare il “teorico”.
    Io credo, come emerge dalla conversazione con Marina, che pensare alla morte naturale nel senso che “è naturale dover prima o poi morire, essendo venuti al mondo” sia molto utile per tentare di dare un senso positivo alla nostra vita quotidiana, soprattutto quando siamo sopraffatti dai piccoli o grandi dispiaceri. Tener conto di questo destino “mortale”, senza trasformarlo in una ossessione, ci permette di cogliere meglio le sfumature della vita, sia positive sia negative, e di strutturare la nostra persona nel miglior modo possibile.
    Spesso quelli che negano che la morte sia naturale sono gli stessi che attribuiscono un senso di onnipotenza all’uomo, degenerando in comportamenti ignominiosi sul piano sociale, politico, culturale, etico e anche personale.
    E nel mio libro, soprattutto nella seconda parte, ho cercato di evidenziare gli aspetti legati a questa negazione della naturalità del morire e il perché tale negazione sia deleteria.
    Sul piano concreto, quello della vita di tutti i giorni, soprattutto quando insorgono menomazioni sia psichiche che fisiche, certamente tutto è più complicato. Ed ecco perché “rimuovere la rimozione del morire” diventa un compito fondamentale, che andrebbe portato avanti cooperando tutti insieme. Ciò non risolve il problema, ma di sicuro ci farebbe vivere meglio il processo del morire, il quale vissuto isolatamente diventa ancora più drammatico e deprimente.

  5. Giacomo Pezzano scrive:

    Mi permetto una rapida considerazione, premettendo che non nascondo – lo dico anche polemicamente rispetto a Davide – di aver sempre fatto fatica a trovare la morte un fatto filosoficamente rilevante – lo è certo antropologicamente, esistenzialmente, socialmente ecc. (perlomeno pensando a come sino a oggi è stata affrontata la morte in filosofia).

    La breve ma intensa testimonianza di Laura dice che “la morte è un processo”: questo è il punto nevralgico credo.

    Perché è da qui che nasce la difficoltà di stabilire quando davvero saremmo morti e quando no, quando davvero saremmo ancora in vita e quando no.

    E chi vive a fianco di qualcuno che sta terminando di vivere o addirittura sta morendo si rende ben conto di questo, aspetto che se ci pensiamo bene anche la spettacolarizzazione della morte fatica a restituire.

    Voglio dire, è morto Mandela, pianti cordogli tristezze ecc. ecc., ed “era da tempo malato”: ecco, possiamo anche restituire il (supposto) istante puntuale della morte, ma quel “malato da tempo” come può essere trasmesso e raccontato?

    Forse può davvero essere solo vissuto.

    Prendete per esempio il caso Schumacher invece: ogni giorno il bollettino medi(ati)co cerca di fare il punto, di restituire il senso di un processo a cavallo tra vita e morte, eppure non ce la fa. Dopo 30 giorni (e già sono tanti) la notizia scorre in fondo alle pagine dei siti, persino scompare, ricompare se c’è una qualche “novità” ecc. Ma il processo scompare.

    E quando scompare un processo in fondo scompare proprio la possibilità di cogliere i suoi “salti”, i limiti e i passaggi tra diverse fasi.

    Da questo punto di vista la morte non credo sia “naturale” se vive o meno di interventi “invasivi” o “medicalizzanti”: direi piuttosto che la morte è naturale quando non le sottraiamo tale carattere processuale, indipendentemente dal fatto che ci siano macchinari o il letto di casa di mezzo. Il che se volete è un modo diverso di dire che la morte naturale è la morte “digerita” e non come dice Davide rimossa.

    Poi su cosa significhi digerire e rimuovere si possono aprire le contese. Così come quello che dico presuppone un certo modo di intendere la natura come “processuale” a discapito di altri modi.

    Ma è inutile qui complicare le cose direi.

  6. Davide Sisto scrive:

    Caro Giacomo, come ben sai dai vari discorsi che facciamo, non sono d’accordo con te. O, comunque, lo sono a metà. Nel senso che un conto è il dramma del morire vissuto da chi sta male e da chi è vicino a chi sta male, un conto è educare se stessi e le persone vicine a noi a tener conto di quanto sia preziosa la consapevolezza del limite, del fatto di essere costitutivamente finiti (pensa al bellissimo monologo finale del film “21 grammi”). Come ho già detto, per me parlare di “morte naturale” si riferisce a quest’ultimo aspetto e, rispetto a quest’ultimo aspetto, il discorso filosofico è fondamentale. Il primo, più drammatico e più pietoso per chi lo vive in prima persona o quasi, rappresenta la fotografia dei tempi che stiamo vivendo. I grandi progressi della tecnologia e della medicina hanno profondamente trasformato il senso del morire e il suo significato e noi dobbiamo tentare di adattarci e di trovare le giuste soluzioni sia razionali che emotive, senza girarci dall’altra parte perché siamo impreparati. A pensarci con più attenzione, anche sotto questo punto di vista il discorso filosofico può essere un positivo sostegno (pensa a tutti i profondi dibattiti teorici sul concetto di morte cerebrale). E poi, quando si parla di morte naturale, riporto sempre questo esempio. Il papà di Eluana, quando dichiarava di voler staccare la spina che teneva in vita la figlia, diceva che voleva che la natura facesse il suo corso; Monsignor Fisichella gli rispondeva, dicendo che così avrebbe dato a Eluana una morte non naturale.
    Questo per evidenziare come sia tutt’altro che scontato parlare, oggi, di morte naturale e metterci d’accordo su cosa ciò voglia dire.

  7. anna tavella scrive:

    Cari, la questione che ponete è molto interessate e non consente facili risposte, tanto più ora che la discussione si sta inerpicando su sentieri che faccio fatica a seguire!
    Molte discipline e linee di pensiero hanno messo in luce il nesso problematico che esiste tra natura e cultura ed evidenziato come gli aspetti “naturali” della nostra esistenza – desideri, corpi, percezioni – cambino nello spazio e nel tempo. Il nostro vivere e morire di donne e uomini occidentali nel XXI secolo sono profondamente intessuti con l’evoluzione tecnico-scientifica e medica dei nostri tempi ed è probabilmente in quel nesso che dobbiamo cercare di fare luce, non in una natura che non esiste fuori dalla nostra storia. In questo senso non credo ci sia spazio per una morte “naturale”, se con questo termine si intende un evento che si sottrae alla nostra esperienza quotidiana del mondo contemporaneo. Forse, preferirei parlare di una morte “rispettosa”.
    Paradossalmente, nel momento in cui la volontà di controllo di ogni aspetto della vita, della malattia e della morte e la tensione al superamento di ogni limite (mortalità compresa) ha raggiunto un punto apicale, ci troviamo a non avere più nessun controllo sulla nostra vita e morte.
    L’impressione è di esserci consegnati (volontariamente, anche se forse non con piena consapevolezza) a una scienza medica che – senza negare gli innegabili benefici che ha portato e che può portare anche nell’alleviare il dolore e consentirci una morte dolce – facilmente si trasforma in accanimento e in esercizio di potere su chi è più fragile.
    Forse, allora, è proprio la nozione di responsabilità a essere una possibile guida nel ragionamento su una morte (che si possa definire “naturale” o meno, che sia processo e non evento, questo non lo so) che rispetti la nostra finitezza umana e a partire da questa finitezza, che è il nostro ancoraggio al mondo, ci restituisca la possibilità di parola.

    • Giacomo Pezzano scrive:

      Rispondo prima anche brevemente a Davide. Non è che non sia d’accordo in fondo, ma potrei dire così: credo che la filosofia abbia prima molto da dire sulla vita, sul come vivere, sulla società in cui viviamo, sui concetti che utilizziamo per vivere, sulle rappresentazioni sociali in cui siamo immersi ecc., che non sulla morte. Poi, certo, anche della morte si può parlare come fai tu facendo attenzione alle sue modalità di rappresentazione sociale, anzi si deve. Diciamo che non ho mai amato l’idea della filosofia come meditazione della o sulla morte, gli slanci evocativi di certa filosofia esistenziale sul tema della morte. Non mi piace la “paticizzazione” della morte, che sia filosofica o mediatica, diciamo così.

      Ad Anna dico che quando parlo di “digestione” (o non rimozione) come “naturalità” intendo dire proprio che dato che naturale è per noi la commistione con cambiamenti spazio-temporali (e non solo), una morte “naturale” è tale se non si sottrae a questo lavoro di mediazione. Cercando di essere più esplicito: la morte è naturale quando è affrontata, quando vista e non nascosta (sappiamo che si può nascondere per oscurità – non parlarne – o per troppa luce – parlarne troppo), quando metabolizzata. Si può dunque certo anche dire quando è “oggetto” di responsabilità, cioè di qualcuno che è capace di rispondere di essa ecc., quando insomma si prende una posizione nei suoi confronti e non la si “subisce” semplicemente.

      Questo indipendentemente – per me – dal fatto che poi tale digestione abbia come risultato ultimo una celebrazione o riconoscimento del limite, o una celebrazione o riconoscimento della grandezza della vita che prova a fingere che non ci sia limite, o una accettazione/rifiuto di certe cure ecc.

      Voglio dire, la mia impressione è che nel dibattito sulla morte naturale (questione eutanasia, per intenderci) ci sia non tanto da una parte una ragione dall’altra un torto, quanto proprio un modo sbagliato di porre la questione della naturalità della morte, cosa che poi porta appunto qualcuno a dire che Eluana è morta naturalmente e qualcun altro innaturalmente.

      Ma sarebbe assai bello – o forse no – aver risolto tutta una simile questione con poche righe di un commento!

  8. Davide Sisto scrive:

    Cara Anna Tavella, grazie per il tuo contributo molto interessante e condivisibile. La cosa, secondo me, più ricca dei contributi di tutte le persone che hanno sinora commentato è il modo diversissimo di intendere la “morte naturale”. E questo è molto significativo e anche utile per chi si occupa di questo argomento.
    Io vorrei aggiungere solo un ulteriore piccolo commento. Ieri ho avuto modo di dialogare con uno studioso di cultura giapponese e cinese. In queste due culture i concetti fondamentali sono l’unione, l’integrazione, la correlazione. Noi occidentali siamo abituati – ma questo fa parte della nostra tradizione – a contrapporre: l’anima al corpo, il pensiero al sentimento, il noumeno al fenomeno (chi ha studiato filosofia sa cosa intendo, agli altri chiedo scusa per l’astrusità di questi due termini). E soprattutto la vita alla morte. Nella nostra tradizione, da Platone alla contemporaneità, pensiamo alla morte come lo stadio finale della vita, non intendiamo la vita e la morte come un unico processo in cui entrambe sono intrecciate e unite (pensate alla tradizionale formula di Epicuro: non bisogna temere la morte, perché quando ci siamo noi, non c’è la morte e quando c’è la morte non ci siamo noi). E la tradizione occidentale valorizza o la vita prima della morte o quella dopo la morte. Tutto il pensiero occidentale, nel corso del suo cammino, ha contrapposto vita e morte (ovviamente ci sono anche diverse eccezioni, ma il messaggio principale è questo). E il grande sviluppo tecnologico a partire dal XX secolo ha accresciuto la distanza tra la vita e la morte. Ecco, a mio avviso, il motivo della morte come tabù nel Ventesimo secolo.
    Quello che io voglio provare a dire nel mio libro è un concetto molto semplice: proviamo a ripensare vita e morte unite. Proviamo a ripensare la vita come ciò che è tale perché c’è la morte. Ed ecco che tutta la vita assume una colorazione molto diversa, se facciamo questo sforzo. Più che altro, anche in una condizione di grande sofferenza possiamo trovare degli strumenti spirituali e mentali che forniscono un senso forte e preciso a questa sofferenza.
    Ecco perché il richiamo alla responsabilità, con cui Anna ha chiuso il suo commento, è la chiave di lettura più importante da dare all’evento della morte. In questo, a mio avviso, consiste la naturalità del morire. Scusate se sono stato ripetitivo, però mi fa piacere conversare e dialogare su questi temi.

  9. Rebecca Trabalza scrive:

    Caro Davide Sisto,
    Lei dice che la morte è naturale perché fa parte della vita. Quindi, cosa pensa di Wittgestein che scrisse che la morte non è un evento della vita e che la morte non si vive?

  10. Mauro scrive:

    Morte naturale e’ per me quella del morire anziani, dopo aver fatto e vissuto cio’ che si doveva. La sofferenza potra’ esserci o meno, la sua presenza non muta la naturalita’ dell’evento. Cio’ che toglie naturalita’ sono i luoghi e la tecnica per tenere inutilmente in un corpo un’anima che e’ invece pronta a levarsi. Puo’ essere che la consapevolezza di questo processo sia piu’ fievole in alcuni che in altri, ma sono persuaso che ciascuno, a livello sottile, senta l’avvicinarsi dell’Ora, e che sia prima o poi in grado di abbandonarsi al passaggio con naturalezza.

  11. Davide Sisto scrive:

    Rebecca Trabalza: penso esattamente e radicalmente il contrario di quello che pensa Wittgenstein. E i fenomeni della scienza e della biologia sono contro Wittgenstein (cfr. teoria dell’apoptosi).

    Mauro: nel rispettare la tua opinione, non sono d’accordo. La tua è una visione, secondo me, antropocentrica. Io credo che anche la morte di un bambino di 6 anni sia naturale. Non lo è dal punto di vista del pensare umano, secondo cui è cosa corretta – quindi “naturale” – che ciascuno di noi segua il percorso lineare che dalla nascita passa all’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta e quindi a quella anziana, come anticamera della morte.
    Ti consiglio di leggere il bellissimo libro di Jean Amery, “Levar la mano su di sé”: http://www.ibs.it/code/9788833922836/amery-jean/levar-mano-se.html

  12. giulia scrive:

    Secondo me c’ê differenza tra morte naturale e morte intenzionale -questo forse é un neologismo, ma rende l’idea-Anni fa un gruppo di bambini mi disse “noi non vogliamo crescere, perché non vogliamo soffrire”. Ecco, in realtá forse siamo spaventati come quei bambini, perché non vorremmo che fosse di dolore quella brezza che spira verso di noi mentre lasciamo questa vita. Ci fa paura che a volte questo dolore ci possa mangiare lentamente, per anni.
    A volte servono giorni di dolore lancinante per arrivare al sollievo che é la soglia. A volte non sono giorni.Allora non accetti una fine tanto lunga

  13. Davide Sisto scrive:

    “Noi non vogliamo crescere, perché non vogliamo soffrire” – come spesso succede, i bambini hanno la capacità di cogliere il senso della realtà meglio degli adulti. Personalmente, condivido il pensiero di questi bambini. Ma, come dici tu – Giulia – a volte giorni/situazioni di dolore sono necessari per arrivare al sollievo della soglia. Lo constatiamo ogni giorno in ogni piccola situazione che viviamo ed è ovviamente più chiaro nel momento della fine della vita, così come lo viviamo oggi. Per quanto riguarda la cosiddetta “morte medicalizzata”, i medici dovrebbero tener conto dell’insegnamento derivante da quegli animali che, quando si rendono conto di essere giunti alla fine, si mettono in un angolo e aspettano. Quando non c’è più niente da fare, è inutile accanirsi, piuttosto cerchiamo di alleviare il più possibile il dolore, nell’attesa che il tempo faccia il suo corso. Qui emerge chiaramente il legame tra la morte e la natura.

  14. anna tavella scrive:

    Buon giorno, torno a guardare la discussione, dopo qualche giorno di assenza forzata, e trovo ancora spunti di interesse. Nel ringraziarlo per le sue considerazioni, vorrei dire a Giacomo che no, non credo sarebbe bello risolvere la questione nelle poche righe di un commento! Mi sembra che nella conversazione siamo riusciti a problematizzare almeno un po’ la nozione di naturale. Parola polisemica e perciò facilmente “tirata” di qua e di là, abusata nel dibattito pubblico, utilizzata come arma da opposte fazioni . Riuscire a mettere in discussione l’univocità del concetto mi sembra già molto … che poi i punti di partenza (e di approdo) siano diversi, è solo una ricchezza. Grazie Davide per la tua riflessione e per la chiarezza !

  15. Davide Sisto scrive:

    Grazie a te e a tutti per i commenti e il dialogo. A mio avviso, fondamentale su questi argomenti così incisivi ed emotivamente impegnativi per la nostra vita quotidiana.

  16. Aldo Vincenzo Pamparana scrive:

    Per quello che vedo intorno a me e nella vita sociale del tempo attuale che osservo posso affermare che in un certo senso è avvenuta quasi una rimozione dell’ accadimento della morte ma nel contempo è avvenuta anche una personalizzazione della morte che non viene più percepita da una comunità ma da singoli individui che sempre con più fatica riescono a trovare un senso per quanto ciò sia possibile alla fine della vita dell’ uomo, la cosa che noto di più è il divario venutosi a creare tra l’ evento morte e quindi naturale e l’ impossibilità della tecnologia di cancellare o quantomeno modificare questo campo. Lo sfarinamento della società ha creato una percezione a volte quasi incomprensibile della fine della vita ma come dicevo prima nemmeno il procedere in maniera ampia e globale dei mezzi tecnologici e le scoperte ultime della medicina sono riusciti a eliminare quella tensione spirituale e mentale che spinge l’ uomo ad interrogarsi di fronte alla morte.
    Una cosa che credo vado sottolineata è che in questi anni molte cose sono mutate e quindi la stessa morte naturale non è più naturale come nei tempi primigeni, voglio affermare con ciò che il procedere della modernità ha creato nello stesso tempo un sonno dell’ anima , quel sonno che forse tende comunque a non concepire più il termine NATURALE come collegato all’ uomo e alla sua esistenza ma solo alla natura vista come contorno ad un uomo che crede in un qualche modo ad una sorta di eternità laica(che ha sostituito la visione dell vita eterna intesa evangelicamente) che tende a eliminare il concetto di finitudine . In merito mi sono venute in aiuto le letture che consiglio di vari libri di Eugenio Borgna (le intermittenze del cuore,Malinconia), e di Salvatore Natoli(l’esperienza del dolore, dizionario dei vizi e delle virtù) e le dispense del corso teorico per volontari Hospice che feci nel 2008 e di cui conservo gli scritti, aggiungo solo che avendo solo 29 anni posso avere ancora una visione limitata intorno a questo tema ma di certo l’ alcolismo che ho vissuto e la sofferenza mentale che vivo mi hanno spinto a sondare questi territori su cui si incentrano i miei scritti, pensieri, riflessioni e poesie che da qualche anno ho cominciato ad elaborare e raccogliere in quaderni che regalo poi a chi ritengo possa essere sensibile a questi luoghi invisibili ma che marcano la vita umana come incandescenti stelle comete che nel cielo della notte appaiono per poi scomparire.
    In Verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore rimane solo;se invece muore produce molto frutto( Vangelo secondo Giovanni).

  17. diegod56 scrive:

    Penso che la morte sia naturale in quanto è lo stato in cui, inesorabilmente quell’aggregato di materia che si è organizzato in una vita (umana, ma anche animale) prima o poi si disgrega. Teniamo conto che ogni istante muoiono cellule in noi e cellule nascono, la morte e la nascita continuamente di dispiegano in noi. Quindi la morte è solo la cessazione di quella specifica aggregazione biologica che, per comodità, definiamo individuo.
    Il problema quale è? Penso che nel nostro tempo siano le macchine che tengono in vita. Perchè lo fanno? Davvero è giusto non morire? Il territorio fra la vita e la morte non rischia di essere troppo ampio? Penso che permettere a chi vuol morire di morire sia assolutamente giusto.

  18. Davide Sisto scrive:

    Grazie per l’intervento, diegod56, su cui concordo. L’esempio biologico dell’apoptosi, oggi particolarmente studiato sia in ambito medico che in ambito umanistico, va nella direzione da te indicata. Così come credo sia necessario lo sforzo di bilanciare i progressi scientifici e tecnologici, che hanno creato seri problemi nel rapporto tra vita e morte, con la libertà di scelta individuale, cercando di colmare i vuoti legislativi con cui abbiamo a che fare.

  19. Andrea scrive:

    Dobbiamo morire, perciò il nostro ego è destinato ad
    andarsene, come tutte le forme cui lo abbiamo associato, come le
    relazioni sociali con cui ci siamo identificati.
    Imparare a morire, a lasciare andare le cose, sapere che possono
    avere una fine, ci aiuta anche nella vita pratica quotidiana. Ogni
    piccola sconfitta può essere vista come una piccola morte,
    come la conclusione di un ciclo, all’interno del ciclo della nostra
    vita. Potremo pensare che sia penoso, perché sentiamo la
    perdita, il disorientamento dentro di noi, avere dei dubbi “chi
    siamo veramente”, senza quella determinata cosa.

  20. mauro veg. scrive:

    il mio concetto di vita e,cercare di non morire per cause di malattie dovute da una alimentazione sbagliata,un modo di vivere quotidianamente sbagliato; non ascoltare il nostro corpo,ma dargli quello che vuole, che gli fa bene.cosa importante non ascoltare i consigli pubblicitari ingannevoli (a sbagliare ci riesco da solo)

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