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Tag Archivio per: limite

Il rifiuto della nostalgia e la ricerca del “per sempre” di Davide Sisto

20 Giugno 2024/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

In questo periodo sto traducendo in italiano, insieme a Roberta Clamar, il libro “Foreverism” (Polity Press 2023) del filosofo Grafton Tanner. L’autore ritiene che il mondo presente sia ossessionato dalla durata senza fine degli eventi (personali e non) e manifesti un’avversione totale nei confronti di ogni forma di nostalgia, quale conseguenza di una perdita o di un’interruzione sia reale che simbolica. Il neologismo che Tanner ha coniato – appunto, “foreverism” – rappresenta un punto di partenza significativo per mostrare questa tendenza anti-nostalgica generale, un rifiuto delle cose finite su cui la società capitalistica investe oggi ingenti quantità di denaro. Al di là dei contenuti specifici del testo, mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca segnata da una curiosa contraddizione.

Da una parte, stiamo prendendo finalmente coscienza degli effetti negativi della rimozione sociale e culturale della morte e, pertanto, stiamo cercando di superare il tabù, parlandone in pubblico di continuo, come – forse – mai si è fatto dal Dopoguerra a oggi. Percorsi universitari di Death Education, convegni, rassegne e festival tanatologici, Death Café, pagine social dedicate alla morte: la pandemia da Covid-19 ha spinto la società a cercare di dare un senso alla paura e all’ansia provate tra il 2020 e il 2022, aumentando le iniziative pubbliche e private durante cui confrontarci sul senso della nostra mortalità e della perdita di chi amiamo. Dall’altra, tuttavia, rifiuto della morte trova un prezioso alleato nello strumento che meglio delinea il rivoluzionario sviluppo tecnologico della contemporaneità: vale a dire, la registrazione. La dimensione online, reggendosi sulla continua produzione di dati e sulla loro immediata registrazione, ha portato alle estreme conseguenze la possibilità di vivere e rivivere senza sosta gli eventi che abbiamo amato, spingendoci a forza all’interno di una bolla in cui c’è il costante ritorno del finito. YouTube, Netflix, Amazon Prime e le altre piattaforme di cui facciamo quotidiano uso intensificano radicalmente le abitudini man mano acquisite durante lo sviluppo novecentesco dell’industria culturale di massa. Pertanto, ci permettono di rivivere in qualsiasi momento della giornata i programmi tv, i film, le serie televisive, i concerti, ecc. che hanno segnato il nostro percorso di crescita. Mai come oggi possiamo tenerci alla larga dallo scorrere del tempo, continuando a far finta che i nostri amati prodotti culturali del passato siano parte attiva e pulsante del presente. Il desiderio di non dover scendere a patti con la fine e la nostalgia che ne deriva si riflette, per esempio, nell’aumento esponenziale dell’uso dell’intelligenza artificiale, dell’olografia e della realtà virtuale nei rapporti tra la vita e la morte. Queste vengono utilizzate, infatti, per permettere ai personaggi pubblici di continuare a “vivere” dopo la loro morte, non solo per mezzo delle tracce registrate e, dunque, di per sé passive. Cantanti, artisti, politici, ecc. sopravvivono al loro decesso sotto forma di ologrammi, i quali continuano a svolgere le attività che li hanno resi noti. Anzi, è sempre più diffuso il pensiero che la vecchiaia e la morte non abbiano alcun diritto di interrompere il processo artistico o sociale sviluppato nel corso dei decenni: se non lo si può portare avanti con la propria natura biologica, sarà compito allora dei loro eredi tecnologici proseguire ciò che è stato realizzato. È tutt’altro che una bizzarria la richiesta della cantante pop Madonna, nel suo testamento, di non diventare un ologramma post mortem.

Questo tipo di iniziativa intercetta anche i bisogni dei privati cittadini. Sembra che una delle principali richieste fatte a ChatGPT dagli utenti di tutto il mondo sia quella di riprodurre le caratteristiche specifiche dei cari defunti, di modo che non si possa mai smettere di dialogare attivamente con loro. Pare che in Cina con soli 52 yuan (6,75 euro) si possa già ora in teoria continuare a parlare con i morti, usufruendo dei servizi offerti dalla piattaforma di e-commerce Taobao. E si moltiplicano gli studi interdisciplinari sui cosiddetti “thanabots”, appunto gli strumenti di intelligenza artificiale che riproducono le modalità comunicative di chi è morto.

In altre parole, a una presunta maturità acquisita progressivamente nei confronti del proprio destino mortale si contrappone un rifiuto estremo del senso della fine. Mai come oggi, le tecnologie plasmano un mondo in cui vogliamo bandire ogni forma di nostalgia, in particolare l’accettazione della separazione, pretendendo inoltre un presente immacolato e privo dei segni del tempo che passa. Ma siamo sicuri che sia salutare un mondo in cui il passato, di fatto, viene a identificarsi con un presente che dura per sempre? Il rifiuto della nostalgia, dunque di quel termine che ne è a fondamento, non rischia di renderci emotivamente più apatici e meno capaci di accettare l’inevitabile corso degli eventi? Ho timore che l’eccessivo soffocamento del presente con un passato che non si accetta come tale possa aumentare le difficoltà quotidiane e rendere arduo un percorso di crescita individuale. Come posso prendere coscienza dei miei limiti se il mondo circostante mi promette l’illimitato e l’infinito?

Al di là di tutto, resta – a mio avviso – interessante notare la contraddizione qui descritta, segno di una metamorfosi in corso del rapporto tra chi dà un valore vitale alla morte e chi continua invece a volerla negare. Rapporto atavico, che fa parte della storia dell’umanità ma che, tuttavia, oggi assume caratteristiche particolarmente radicali, a causa del cambiamento della vita umana dovuto alla possibilità di ampliare i mondi in cui vivere in virtù della dimensione online.

Cosa ne pensate? Anche voi notate questa tendenza in corso al rifiuto della nostalgia? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/06/nostalgia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-06-20 09:36:162024-06-20 09:36:16Il rifiuto della nostalgia e la ricerca del “per sempre” di Davide Sisto

Esiste la morte naturale?

9 Giugno 2014/21 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Conversazione con il filosofo Davide Sisto

Marina
Per parlare di cosa sia la morte naturale occorre che ci accordiamo su quale idea abbiamo della natura. E non è cosa semplice: la natura è oggi per noi una nebulosa di valori e di riferimenti, la vediamo come un essere in pericolo, da proteggere, o facciamo appello a essa come a un’ancora di salvezza. Io mi sono fatta l’idea che per i nostri contemporanei “morte naturale” equivalga a morte dolce.
Tu cosa intendi quando ne parli?

Davide
Ci sono stati, negli ultimi due secoli, due modi di intendere la morte naturale. Nel XIX secolo, in particolare nel romanticismo, la natura era vista come ente spirituale, metafisico. Allora la morte era naturale nel senso che aveva un ruolo centrale nella vita, non c’era distinzione tra vita e morte: c’era anzi una sorta di trama spirituale che univa i vivi e i morti. Inoltre, nel romanticismo c’è una forte componente estetica, che valorizza la malinconia, la nostalgia, e in questa prospettiva la morte aveva ampio spazio.
Per non parlare della teoria mistica che andava tanto di moda, della Geisterwelt, del mondo degli spiriti: tale mondo non era solo il luogo dove andava il deceduto, ma era anche un mondo presente in modo tangibile nella realtà. Il mondo degli spiriti era “impiantato” nel nostro mondo. La morte non era una scadenza, ma una sfumatura della vita, come dice Baudrillard.
Nel XX secolo, con la secolarizzazione e con il forte sviluppo tecnico e scientifico, la natura e l’artificio sono divenuti indistinguibili. Anche la natura è diventata, in realtà, una nostra costruzione. Ciò significa che la morte naturale non c’è più.

Marina
Però c’è un forte mito della morte naturale: se chiediamo ai nostri contemporanei come vorrebbero morire, molti rispondono “in modo naturale”. Io penso che quest’aspirazione si contrapponga a una visione della morte “artificiale”, medicalizzata, ospedalizzata, al timore di tubi e fili che escano ed entrino nel corpo, a violarlo.

Davide
Io credo che quando si parla oggi di morte naturale si pensi soprattutto alla morte per vecchiaia. Schopenhauer diceva che fino a novant’anni si muore di malattia, dopo i novant’anni si cessa semplicemente di esistere. Quel mito, come tu dici, è legato alla paura della malattia, alla rimozione della morte.
Viceversa, io ritengo che la morte sia naturale perché fa parte della vita. Forse la morte può essere tragica, ma è pedagogica per costruire la nostra esistenza, è essenziale per l’etica.

Marina
Condivido questa tua considerazione. Mi interessa l’aspetto etico legato alla visione della morte e alla consapevolezza della mortalità. Credo che senza coscienza del limite (e la morte è il limite per antonomasia) non possa esserci senso di responsabilità. E questa carenza è di estrema gravità proprio nell’educazione, nella costruzione della personalità di ciascuno di noi.

Davide
Sono d’accordo. Oggi si cerca il segreto dell’immortalità terrena nelle teorie del transumano. Tutte queste speranze sono la conseguenza della negazione della morte. Invece, la finitezza, il limite, possono avere una connotazione molto positiva. La questione del limite è centrale ad esempio in Schelling, che mette al centro del suo pensiero la finitezza: il limite è visto come ciò che determina la compiutezza, che fornisce compimento. Quindi il limite non è negativo, anzi è un valore.
Inoltre, farei anche un’altra considerazione. Tutta la nostra vita è segnata dal tentativo: noi cerchiamo di realizzare imprese che possono riuscire o fallire. E il fallimento, simbolicamente, è perdita e morte. La morte è quindi inevitabilmente presente nel nostro stesso agire. Negando la morte, la possibilità del fallimento, anche il tentativo umano perde il suo significato più profondo.

Marina
Io oggi vedo una duplice tensione: da un lato un rinnovato bisogno di spiritualità che si percepisce nella società occidentale; e dall’altro il desiderio di ritornare alla natura, anche nella concezione della morte, appunto. Tu ci vedi un nuovo romanticismo, una sorta di ripresa dell’idea di una natura spirituale, simbolica?

Davide
Forse c’è l’esigenza di allontanarsi dall’abitudine di risolvere tutto meccanicamente (il bambino non è attento, gli diamo il Ritalin). Abbiamo ecceduto in quella direzione, e quando si eccede capita spesso che nascano movimenti che vanno nel senso contrario. Indubbiamente c’è un bisogno di spiritualizzare. Lo dimostra anche l’interesse più o meno profondo per l’Oriente, per le tecniche che ci permettono di affrontare lo stress (tema su cui le religioni occidentali sono avare di soluzioni).

Marina
Grazie Davide. Vorrei chiedere ai miei lettori di contribuire a questa nostra conversazione, di prolungarla: esiste per voi oggi la morte naturale? Come la interpretate?

PS. Se siete interessati a approfondire i temi proposti in questo post, consiglio il volume di D. Sisto, Narrare la Morte. Dal romanticismo al post-umano, Edizioni ETS, Pisa 2013.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2014/06/imgres-5.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2014-06-09 09:38:382014-06-09 09:38:38Esiste la morte naturale?

Il limite, la morte

13 Dicembre 2012/7 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Scriveva Alexis de Tocqueville nel 1835, La democrazia in America: “Chi mette il proprio cuore nell’esclusiva ricerca dei beni di questo mondo ha sempre fretta, perché non ha che un tempo limitato per trovarli, procurarseli e goderne. Il pensiero della brevità della vita lo pungola senza requie. Indipendentemente dai beni che possiede ne immagina a ogni istante mille altri che la morte gli impedirà di gustare, se non si affretta.”
Vorrei portare l’attenzione sul tema del limite, e di quel limite per antonomasia che è la morte. Ai lettori di questo blog è nota l’osservazione che i nostri contemporanei respingono il pensiero della morte e della stessa mortalità.
Lo fanno, in parte, proprio per non rendersi neppure conto del tempo limitato di cui parla Tocqueville, che renderebbe grottesche tante vite e tanti nostri obiettivi. La cultura occidentale mira al superamento di ogni limite, e considera un valore la dismisura, la crescita illimitata, la corsa cieca verso il futuro, e la trasgressione della norma. Accumulare oltre ogni limite, consumare senza freni, desiderare infinitamente: su questa mancanza di saggezza e senso della misura si fonda il nostro capitalismo avanzato.
Espungere il limite dalla nostra vita significa non potersi prendere alcuna responsabilità. La responsabilità poggia infatti sulla consapevolezza del diritto degli altri a essere, vivere e possedere nella stessa misura in cui noi lo facciamo. L’irresponsabilità ci conduce invece a esaurire le risorse del pianeta, a ignorare interi continenti che diventano sempre più poveri per via della nostra sconfinata ingordigia, e a eleggere governanti altrettanto irresponsabili. La responsabilità è saggezza, i greci dicevano “phronesis”, e questa parola significava consapevolezza del limite, che si contrapponeva alla dismisura, alla violenza, alla “hybris” verso gli uomini e gli dei. Quale senso della responsabilità personale posso avere se rifiuto di considerarmi mortale?
Tornare a riflettere sulla nostra morte può anche aiutarci a ritrovare quel brandello di felicità che sta nell’appagamento dei bisogni (che sono limitati, a differenza dei desideri) e nel godimento anche delle piccole gioie del quotidiano.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2012/12/imgres.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2012-12-13 10:24:132012-12-13 10:24:13Il limite, la morte

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