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L’impermanenza: la morte da una prospettiva buddhista

14 Maggio 2013/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Cari amici, ricevo e pubblico con piacere, a integrazione delle cose pubblicate ieri, questo guest post da Tiziano Casonato della Kagyu Samye Dzong di Venezia: http://www.kagyu.it

Morire, di per sé, è molto semplice: espiriamo e non inspiriamo più. Niente di complicato, niente da modificare. E’ un fatto assolutamente naturale: il buio della notte è seguito dalla luce del giorno, un umore triste viene sostituito da un momento di felicità, il freddo dell’inverno trova il suo complemento nel calore dell’estate. E così come siamo nati, moriamo.
Eppure tanta semplicità, paradossalmente, non viene vissuta con altrettanta facilità. Spesso è difficile venire a termini con la mortalità, nostra e di chi amiamo, come è difficile venire a patti con una caratteristica dell’esistenza, di cui la morte fa parte, che nel buddhismo viene chiamata impermanenza.
Il mondo, l’intero universo e gli esseri che in esso vivono, dipendono da una fitta interrelazione di fattori che portano al sorgere dei fenomeni di cui facciamo esperienza, a livello esteriore e anche a livello interiore. Pensieri, emozioni, stati mentali, sensazioni fisiche, sono per natura transitorie: hanno origine dall’incontro di una serie di cause, che portano a quella specifica manifestazione, che cessa nel momento in cui quelle cause cambiano il loro modo d’essere in relazione tra loro.
Lo stesso avviene a livello fisico: l’incontro di una serie di fattori ha portato al nostro concepimento, ha permesso lo sviluppo del feto, alla nascita, alla sopravvivenza e così via.
La morte non è quindi né “giusta”, né “sbagliata”. Non è un fallimento, né una punizione. E’ un fatto naturale che in uguale misura, senza distinzione di razza, specie animale e ceto sociale, sperimenteremo tutti.
In tutti i suoi approcci, il buddhismo ha come aspetto centrale la consapevolezza: il contatto con la propria esperienza e la relazione che si ha con se stessi e quindi con gli altri e con il mondo in cui viviamo. Vivere la nostra vita pienamente, istante dopo istante, senza seguire fantasie irrealistiche sulle esperienze e senza scappare da ciò che viviamo. Essere presenti quindi, permettersi di sperimentare le nostre emozioni, le nostre gioie, le nostre paure in modo sempre più profondo . Anche la paura di morire e della morte.
La paura della morte è una delle paure fondamentali che, in quanto esseri viventi, condividiamo. Gli insegnamenti del Buddha invitano ad esplorare con grande apertura e profondità la paura della morte. Perché? Una delle ragioni è che sicuramente è una delle paure che più condizionano la nostra esistenza: la paura di un evento incerto nei tempi e nelle modalità, ma sicuro nel suo verificarsi. Soffriamo nel presente per un evento che capiterà solamente in futuro. L’unico evento certo dal momento della nascita.
Quando il momento della morte arriva non possiamo scappare, non possiamo rimandare, dobbiamo lasciare andare questa vita e le esperienze che abbiamo vissuto, quelle belle e anche quelle che non ci sono piaciute. Questa prospettiva presenta due possibilità: lasciare andare forzatamente, accompagnati da tanta sofferenza, panico e magari rimpianti, che al momento della morte risultano evidenti nella loro intensità; oppure arrivare pronti per lasciare andare, avendo vissuto una vita piena e significativa, appagati, senza o con pochi rimpianti e magari curiosità.
Riflettere sulla morte e sentire quali stati d’animo fa emergere è quindi una pratica quotidiana, che accompagna il praticante lungo la sua vita, come sentire quali stati d’animo fa emergere e scoprire la capacità di accoglierli. E di lasciarli andare. In questo modo la paura della morte, che scorre spesso non vista e soprattutto non sperimentata, viene integrata e liberata nell’esperienza del praticante.
Questo dà origine ad un processo molto potente e trasformativo che, tra le varie cose, riconfigura in modo naturale le priorità della vita e fa scoprire un coraggio di investigare in profondità il proprio sentire e le proprie aspirazioni. Che cosa voglio? Cosa è importante per me? Se questo fosse il giorno della mia morte mi sentirei soddisfatto di come ho vissuto? Sento di poter morire appagato, libero da eccessivi attaccamenti quando lasciare andare è l’unica cosa che posso fare?
Affrontare la paura della morte diventa la via d’accesso a una grande libertà interiore che si esprime in due modi: libertà dalla paura della morte; libertà dalla paura di vivere secondo le nostre aspirazioni, pienamente.
All’inizio, trovarsi faccia a faccia con la tristezza, la paura e il senso di impotenza che il pensiero della morte può far emergere è difficile. E’ naturale, non c’è niente di sbagliato in tutto questo. Se ci permettiamo di guardare in faccia questo sentire, con un atteggiamento gentile e accogliente, potremmo riuscire a regalarci una vita appagante, piena, che valorizza le cose che per noi sono veramente importanti, trovando dentro noi il coraggio e la saggezza per farlo.
Quale dono più grande, per noi e per chi ci saluterà in quel momento, di una morte serena e consapevole, senza rimpianti, il risultato di una vita vissuta con pienezza e profondità?

Tags: buddhismo, Casonato, consapevolezza, http://www.kagyu.it, impermanenza, Morte, paura della morte
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/05/Sri-Lanka-2_0194.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-05-14 08:03:042013-05-14 08:03:04L’impermanenza: la morte da una prospettiva buddhista
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3 commenti
  1. Mauro
    Mauro dice:
    15 Maggio 2013 in 11:23

    Riflessione molto bella, ricca e dal mio punto di vista senz’altro condivisibile.
    Aggiungo alcune considerazioni, maturate nel corso degli ultimi dieci anni, studiando e praticando il raja yoga insegnato dall’universita’ spirituale Brahma Kumaris.
    Muore il nostro corpo fisico, il nostro abito, la nostra identita’ temporanea che ci identifica per genere, razza, eta’, eccetera. Ma la nostra vera’ identita’, l’identita’ spirituale – l’anima, lo spirito – completa di mente, intelletto, coscienza e i tratti della nostra personalita’ (sanskara) sviluppati attraverso le esperienze presenti e passate, ebbene quell’identita’ non muore. L’anima e’ eterna, trasmigra. Non siamo corpi dotati di un’anima, bensi’ anime dotate di un corpo. Quell’anima, cioe’ me stesso, continuera’ il suo percorso su questa terra, reincarnandosi in altri corpi e assumendo altre identita’ fisiche.
    La consapevolezza della nostra immortalita’ attenua (elimina?) la paura della morte in quanto scomparsa, e ci permette di godere di quella pienezza e profondita’ di vita cosi’ ben descritta da Tiziano.

    Rispondi
  2. Franco
    Franco dice:
    12 Giugno 2013 in 19:15

    L’impermanenza è certo un fatto; ed è allo stesso momento una delle qualità della realtà su cui dovremmo profondamente meditare; ma non dobbiamo MAI dimenticare che gli oggetti, il nostro senso del possesso, il nostro arrivismo sociale, le gioie e le sofferenze appartengono irrimediabilmente a quello che gli hindu chiamano samsara o la ruota del divenire, dove tutto muta e non è mai identico a se stesso. Il punto è che fino a quando ci troviamo identificati con il mondo e con il nostro Io le “cose” non cambiano ! Attraverso lo sguardo assiduo delle esperienze abituali di ogni giorno dovrebbe nascere in noi, lentamente, un OSSERVATORE, pienamente distaccato che guarda con curiosità , ma senza identificarsi, le vicissitudini dell’ Io e delle emozioni ! Dobbiamo prima morire a noi stessi per essere compartecipi ed identificarci pienamente con l’ASSOLUTO che è CIO’ che noi siamo stati, che oggi siamo e che per sempre saremo;e riscoprire finalmente di essere FIGLI di DIO.

    Rispondi
  3. Giovanni
    Giovanni dice:
    15 Settembre 2015 in 00:10

    Confesso tutta la mia personale simpatia per la filosofia e le religioni orientali: dal Buddismo allo Shintoismo, dal Taoismo all’Induismo, insegnano che il nostro Io non è così importante e centrale nel senso dell’armonia (presunta?) dell’universo, ed è soggetto alle leggi della natura, che in Giappone è addirittura divinizzata. L’impermanenza di tutte le cose, in particolare, è un concetto basilare del Buddismo. E tutto questo contribuisce a un maggior tasso di accettazione della sciagure della vita, inclusa la morte. Tuttavia, nella parole di Casonato, leggo un eccessivo ripiegamento su se stessi, un avvicinarsi alla morte molto poetico e ideale. Mi viene da chiedere: prepararsi al morire, giusto; ma la morte violenta? e la morte dei bambini? In questa ricerca tutta personale, insegnata da ogni guru orientale, il male, e spesso il giudizio etico – e l’impegnativa etica – sono espunti. Cosa fare di fronte al male quando colpisce noi e gli altri? E’ vero: due cardini del Buddismo sono il distacco e la compassione, nell’aiuto verso gli altri sul cammino della liberazione. Leggo in questi due obiettivi un’insanabile contraddizione: dal mio punto di vista non può esserci vera compassione senza l’empatia.

    Rispondi

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