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Tag Archivio per: case funerarie

Una ritualità che cambia: le case funerarie, di Cristina Vargas

11 Settembre 2025/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Le Case funerarie sono un fenomeno in rapida espansione nel territorio italiano. Questi spazi, quasi del tutto sconosciuti nel nostro paese fino ai primi anni Duemila, oggi sono sempre più presenti nel contesto urbano e stanno gradualmente diventando parte delle scelte rituali nel fine vita.
Che cosa sono e come nascono questi spazi? Perché si stanno diffondendo? In questo articolo vorrei soffermarmi su queste due domande, all’interno di una più ampia riflessione su come sia cambiata la ritualità funebre nel mondo contemporaneo.

La storia delle Case funerarie affonda le sue radici negli Stati Uniti d’America. Prima del diciannovesimo secolo, in un contesto piuttosto frammentato sul piano religioso, sociale e culturale, i funerali erano di norma gestiti direttamente dalle famiglie, che si rivolgevano a figure esterne solo per l’acquisto della bara e la sepoltura. Questo scenario cambiò drasticamente durante la Guerra Civile (1861-1865). Dato che il trasporto dei soldati caduti in battaglia non era possibile per via delle lunghe distanze e delle carenze tecnologiche, per le famiglie si poneva il doloroso problema di come riportare a casa il cadavere dei loro figli per evitare che venissero abbandonati sul campo di battaglia o scaricati senza cerimonie in fosse comuni.
Qualche anno prima in certi ambienti aveva destato interesse il lavoro del francese Jean Gannal, che descriveva una tecnica moderna di imbalsamazione, che consentiva di preservare integri i corpi per settimane o mesi. In tempi brevi, questa tecnica venne testata con successo e cominciò a essere diffusamente utilizzata, garantendo così alle famiglie la possibilità di rivedere per l’ultima volta i propri cari. Si stima che dei 600.000 soldati deceduti nella guerra, 40.000 furono imbalsamati.
L’uso dell’imbalsamazione si consolidò grazie ai funerali del Presidente Lincoln, che furono preceduti da un lungo corteo funebre, durato quasi tre settimane, durante il quale il suo corpo rimase integro e fu visto da centinaia di migliaia di persone.

Dopo la guerra queste nuove pratiche non caddero in disuso, anzi, gradualmente i funerali in casa furono sostituiti da quelli svolti nelle “Funeral homes”, dove venivano offerti i servizi di imbalsamazione e c’era spazio sufficiente per esporre la salma ed accogliere i visitatori.
Oggi le Funeral Homes sono la norma. Da quelle più storiche situate in ampie dimore nobiliari o in prestigiosi edifici vittoriani a quelle appositamente costruite e architettonicamente avanguardistiche, queste strutture arrivano in alcuni casi a coprire l’intero ciclo della ritualità funebre, compresa la cremazione e la collocazione finale delle ceneri.

In Italia le Case funerarie sono spazi diversi per origine e per servizi offerti rispetto a quelle americane, ma ci sono alcuni tratti comuni.
Nel nostro paese per Casa funeraria si intende una struttura privata, gestita di norma da un’impresa di onoranze funebri, nella quale è possibile la custodia e l’esposizione della salma di persone decedute a casa o in ospedale, anche a feretro aperto. A queste strutture si aggiungono le Sale del Commiato, in cui è possibile esporre il feretro chiuso e organizzare momenti cerimoniali. Esse coprono dunque un lasso tempo che grosso modo corrisponde all’attesa legale dell’osservazione del cadavere e a quella rituale della veglia; due momenti che in passato venivano trascorsi nell’abitazione o nelle camere mortuarie ospedaliere.

Alcune Case funerarie offrono un servizio di “tanatocosmesi”, che non prevede pratiche invasive come quella che ho sopra descritto, ma che consente una cura estetica della salma. In questi luoghi è anche possibile svolgere cerimonie laiche o miste (le più frequenti), in cui è presente una figura religiosa. Molte Case funerarie offrono, inoltre, servizi come la trasmissione dei funerali in streaming, la proiezione di video e fotografie, l’organizzazione del catering e tutto ciò che la famiglia desidera proporre a chi partecipa alla cerimonia funebre, offrendo ampie possibilità di personalizzazione.

La prima Casa funeraria italiana è stata aperta nel 2006 in Lombardia e, da allora, il fenomeno si è rapidamente esteso anche in altre regioni. Il sito www.casefunerarie.it conta ben 776 strutture presenti in Italia, prevalentemente al Nord e Centro Nord.
Qual è la ragione di questa diffusione? Si tratta di una risposta a un bisogno reale della popolazione, o di una strategia commerciale a vantaggio dell’imprenditoria del settore?
Nei più di cent’anni di storia di queste realtà negli Stati Uniti, le Funeral Homes si sono dimostrate spazi necessari e voluti dalla comunità, ma anche un grande business. Non a caso diversi autori, prima fra tutti Jessica Mittford, hanno a più riprese denunciato gli abusi e gli eccessi dell'”American Way of Death”.
Anche se in Italia dal punto di vista commerciale le Case funerarie sono ancora una scommessa per le imprese, è chiaro che esse sono realtà commerciali con uno scopo di lucro. Ciò nonostante, anche nel nostro contesto esse rispondono a bisogni reali e attuali della popolazione.
Gestire la presenza del defunto in casa, oggi, non è semplice per le famiglie: alcune persone possono essere preoccupate per la ristrettezza degli spazi; si può essere appesantiti dalla fatica organizzativa o mossi dal desiderio di non coinvolgere eccessivamente i bambini o altre persone fragili in una situazione vissuta come stressante. Se il decesso avviene in ospedale, si può voler evitare la permanenza in camera mortuaria, o si può desiderare un luogo con migliori caratteristiche estetiche, qualitative e funzionali.
In queste e altre situazioni, la Casa funeraria può essere vissuta come un modo per alleggerire il peso di un momento di per sé estremamente difficile.

Tony Walters, nell’ormai classico volume The Revival of Death, osservava infatti che, in Inghilterra, la maggior parte delle famiglie transita con sollievo dall’ospedale, in cui si affida alle mani esperte del medico, alla Casa funeraria, in cui è accolta dalle mani, anch’esse esperte, del Funeral Director.

All’interno di un ventaglio ampio di possibili alternative, in cui sarebbe comunque opportuno preservare i contesti pubblici a disposizione della cittadinanza, ben venga la presenza di Case funerarie che offrano servizi mirati e di qualità a chi ne sente il bisogno. Ciò che conta, a mio avviso, è la cura e la professionalità con cui si erogano i servizi, unite alla capacità dei gestori di bilanciare le loro esigenze di guadagno con la tutela delle persone (auspicabilmente viste non solo come “clienti”) in un momento di fragilità.

E voi, avete già usufruito dei servizi delle case funerarie o conosciuto queste realtà? Quali sono state le vostre esperienze in merito?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/09/casa-funeraria.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-09-11 12:03:232025-09-11 12:06:38Una ritualità che cambia: le case funerarie, di Cristina Vargas

Uno sguardo su Tanexpo 2022, di Cristina Vargas

4 Luglio 2022/0 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Dopo aver lavorato nel campo del fine vita per più di quindici anni, e aver sentito tutti i racconti possibili e immaginabili su Tanexpo, quest’anno per la prima volta ho avuto l’occasione di aggirarmi per due giorni come “osservatrice partecipante” fra i padiglioni di Bologna Fiere.

Per chi non lo sapesse, Tanexpo è una delle più importanti fiere dell’imprenditoria funebre. Accoglie espositori di 57 nazioni ed è, per citare le parole degli stessi organizzatori, “La più grande ed esclusiva vetrina della funeraria internazionale”. Coinvolta in uno degli stand, ho vissuto i tre giorni della manifestazione come un’occasione impareggiabile per riflettere sul complesso mondo delle imprese che, a vario titolo, si occupano di fine vita. Mi sembrava, inoltre, una buona opportunità per fare una prima mappatura delle continuità, delle discontinuità e delle innovazione nell’ambito dell’imprenditoria funeraria in seguito all’esperienza della pandemia.

È difficile fare una descrizione esaustiva della fiera, e ancor più complicato, se non impossibile, tentare di trarre un’analisi approfondita a partire da un’esperienza circoscritta. Vorrei piuttosto proporre, in questo articolo, una piccola raccolta di impressioni, immagini e pensieri che non pretendono di essere un insieme coerente e che mi piacerebbe commentare e integrare con le opinioni di tutti voi lettori.

È il mercoledì 22 giugno ed è una caldissima mattinata bolognese. Arrivo a Bologna Fiere e, appena entro nei padiglioni di Tanexpo, vedo in primissimo piano un’ampia gamma di feretri e urne in ogni materiale e colore; al centro ci sono le lunghe, tecnicissime e lussuose auto funebri e, accanto a loro, i marmi, l’arte religiosa e tutti gli oggetti che caratterizzano la ritualità funebre occidentale. È un ambiente commerciale e ogni cosa è in vendita. Tuttavia, oltre ad essere “merci”, questi oggetti sono il “marchio” della fiera; le colonne portanti di un linguaggio e di una modalità cerimoniale saldamente radicata da cui non è facile (e forse è inutile) discostarsi in modo brusco.

Per “scovare” forme rituali innovative è necessario addentrarsi fra gli stand. Dopo vari giri, in un angolo piccolo e poco visibile che promuove i funerali ecologici o Green Burials, trovo una proposta che mi sembra molto affascinante. Si tratta dei Reef Burials, una forma di destinazione delle ceneri che prevede la collocazione di queste (mescolate con altre sostanze in parte biodegradabili) in una struttura di cemento a forma di roccia bucata, che viene posizionata nella barriera corallina e lentamente si integra nell’ecosistema marino contribuendo a prevenirne l’erosione. Rispetto alla dispersione in mare, la differenza più significativa è che il luogo rimane riconoscibile e può essere visitato con la normale attrezzatura per le immersioni subacquee. I costi, però, sono piuttosto elevati ed è una modalità che in Italia al momento è possibile in un unico luogo. Le opzioni più attente all’ecologia sono ancora minoritarie ed esclusive. Esse faticano ad affermarsi in condizioni normali e hanno subito con il Covid una forte battuta di arresto: gli espositori mi raccontano che né i funerali ecologici “classici” (nei boschi o nella natura), né i Reef Burials sono stati possibili nei due anni di pandemia e che solo ora si sta cercando gradualmente di ripartire.

Per converso, durante la pandemia si è diffuso in modo esponenziale l’uso di supporti informatici e di tecnologie digitali. Fra gli stand ci sono numerose proposte di portali o applicazioni per permettere alle imprese di creare profili online dei defunti; oppure di piattaforme e dispositivi per trasmettere i funerali in streaming o, ancora, di geolocalizzatori per mappare i luoghi di sepoltura. Questi strumenti, seppur non particolarmente innovativi, testimoniano il consolidarsi di una costante interazione tra reale e virtuale. Esse, per usare un efficace neologismo, raccontano la normalizzazione dell’onlife e le nuove sfide che essa pone al settore funerario.

Negli stand per gli addetti ai lavori mi colpisce la materialità della morte: sacchi impermeabili per contenere le salme, sostanze per il trattamento dei corpi, carrelli tecnici per la movimentazione dei feretri, filtri, imbottiture, inchiostri e molti altri elementi che riguardano la gestione tecnica del cadavere. La nostra società ha da tempo delegato questi aspetti ai professionisti del settore, sovente trascurando il peso che ricade sulle spalle degli operatori funebri, una categoria il cui benessere psicologico è invece essenziale perché possano rapportarsi con le famiglie in un modo attento e supportivo.

Lungo il corridoio trova spazio l’opera “No time to die” di Danilo Sciorilli, proposta in occasione dei trent’anni della manifestazione. Si tratta di un’istallazione d’arte contemporanea che ha come perno una riflessione sull’immortalità e sui tentativi che l’essere umano ha compiuto, e continua a compiere, per intrappolare la vita eterna. La possibilità di essere “immortalati” nell’immagine; una biglia che raccoglie l’infinito e garantisce l’immortalità dello spirito; l’Ambrosia, una bevanda che allunga la vita e che è preparata dall’autore sulla scia delle ricerche di Nicolas Flamel e altri alchimisti oggi noti al grande pubblico grazie ad autrici come J. K. Rowling e Deborah Harkness. Anche qui, tutto è in vendita. Per la modica cifra di 2,50 è possibile bere un sorso del magico liquido che promette un anno in più di vita. La proposta dell’artista mi fa pensare al binomio oro-vita eterna, a quanto questi due grandi desideri siano stati potenti (e a volte terribili) motori della storia individuale e sociale, e al ruolo dell’artista che oggi, a torto o a ragione, rivendica la possibilità di intrappolare, e vendere, il sogno della permanenza.

Infine, fra i padiglioni, mi sembra evidente il rapido aumento delle Case Funerarie (ormai sono 537 in Italia) e delle nuove richieste di mercato che esse stanno generando: dall’arredamento, tema su cui l’offerta era piuttosto variegata, alla progettazione architettonica degli spazi, aspetto su cui invece le proposte erano piuttosto limitate. Forse questa disparità nell’offerta è sintomatica: a differenza di quanto avviene in altri paesi europei, in Italia le case funerarie non possono contare su una tradizione solida né sul piano architettonico né sugli aspetti funzionali. Molti di questi luoghi, per quanto esteticamente piacevoli, faticano a trovare un’identità propria e una collocazione chiara nel panorama rituale italiano. A proposito di queste criticità, l’architetto Luigi Bartolomei, in un articolo pubblicato nel novembre 2021 sulla rivista online Il Giornale dell’Architettura, rilevava un “annichilimento della componente simbolica”, che “ha impoverito il progetto d’architettura riducendolo alla sola soddisfazione di requisiti funzionali, licenziabili con regolare pratica edilizia”. Eppure, proprio perché sono nuovi, sono spazi che si prestano a soluzioni molteplici e innovative e che potrebbero stimolare una riflessione congiunta sulle nuove esigenze rituali della popolazione e su come offrire contenitori efficaci e carichi di significati in cui questi riti possano accadere.

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