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Tag Archivio per: eredità digitale

Eredità digitale: come conservare la memoria dei nostri cari defunti? di Davide Sisto

17 Dicembre 2024/0 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Durante l’ottobre 2024 quotidiani e riviste scientifiche, nazionali e internazionali, hanno commentato una notizia piuttosto inquietante. Nel cuore di una notte l’americano Drew Crecente ha ricevuto sul proprio smartphone la notifica di una mail. Questa mail è stata inviata da Google Alert, la funzione di Google che il padre ha attivato per essere avvisato ogni volta che sua figlia Jennifer Ann viene nominata online. La ragazza, infatti, diciotto anni prima era stata vittima di femminicidio e il padre ha fondato un’associazione in suo ricordo. Google Alert rende ora noto al padre che la ragazza ha creato un profilo personale su Character AI ed è attiva (!). All’interno di questo sito, l’uomo vede la foto della figlia e una sua breve descrizione: «Jennifer Crecente è un personaggio esperto e amichevole creato con l’AI, che può fornire informazioni su un’ampia gamma di argomenti, tra cui videogiochi, tecnologia e cultura pop». Poco dopo viene aggiunto: «è anche un’esperta di giornalismo e può offrire consigli sulla scrittura e sull’editing». In altre parole, Character AI, startup americana che permette agli utenti di intrattenere relazioni con personaggi di fantasia creati a computer e in grado di conversare in virtù dell’intelligenza artificiale, ha indebitamente utilizzato l’identità di Jennifer Ann per costruire un essere fittizio al servizio delle persone in carne e ossa. Non è stato per niente semplice da parte della famiglia far cancellare la riproduzione artificiale della donna e far ammettere da Character AI il madornale errore commesso, basato su un problematico riutilizzo di dati precedentemente condivisi da una persona defunta da quasi vent’anni.

Questa storia fantascientifica alla Black Mirror non è altro che la punta di un iceberg. Da svariati anni, infatti, chi si occupa di Digital Death sa quanto sia complicata sul piano psicologico ed emotivo, giuridico e sociale la gestione dell’eredità digitale di un morto. Ciascuno di noi condivide ogni giorno enormi quantità di dati personali sui social network, nelle caselle di posta elettronica, nelle applicazioni di messaggistica privata, nei blog e così via. Un recente studio di NordPass ha rivelato che un utente della Rete può arrivare ad avere circa 170 account digitali, ciascuno con le sue specifiche credenziali di accesso. Questa produzione mastodontica di dati è praticamente incontrollabile nella sua totalità, per cui possono capitare vicende distopiche come quella di Jennifer Ann Crecente. Mentre la legge fa fatica a stabilire regole oggettive e trasparenti in merito alla gestione e alla razionalizzazione dell’eredità digitale, ogni utente della Rete dovrebbe, innanzitutto, interrogarsi su cosa fa e su chi è nel mondo online. Dovrebbe, in primo luogo, comprendere che quando si iscrive a un social network stabilisce – di fatto – un prolungamento digitale della propria identità, per cui il suo profilo corrisponde solo a lui. In altre parole, nessun altro può stabilire come gestire i suoi profili social dopo la sua morte. Egli, pertanto, dovrebbe ragionare anticipatamente sul destino post mortem dei suoi resti digitali e, dopo un’attenta riflessione con i propri cari, andare nelle impostazioni di tutti i suoi profili social e prendere una decisione prematura sul loro destino. Ogni social media, infatti, offre delle soluzioni, più o meno ampie, di cosa fare del proprio account in caso di morte: può essere conservato così com’è, si può far chiudere previo invio di un certificato di morte, si possono scaricare i contenuti dell’account sul computer e poi lasciarli in eredità, su Facebook si può scegliere un contatto erede che gestisca i post pubblici, ecc. L’utente dovrebbe quindi, in secondo luogo, ragionare sulla complessa eredità del proprio smartphone. Ci sono stati casi sporadici, anche in Italia, in cui la legge ha stabilito che – per esempio – i genitori di un figlio deceduto o un vedovo/a possono ottenere le credenziali d’accesso dello smartphone e, dunque, ereditare quell’insieme di dati che costituisce ricordi personali preziosi. Il problema, tuttavia, sta a monte: accedere ai contenuti di uno smartphone significa anche accedere alle conversazioni private tenute dal morto. Si possono, dunque, scoprire informazioni che accrescono il trauma del lutto e il cui carattere poco chiaro non può essere spiegato da chi non c’è più. Si possono, poi, leggere informazioni delicate riguardanti altre persone. Se il proprio partner avesse avuto un amante e questa persona gli avesse inviato foto o video compromettenti, questo materiale potrebbe essere utilizzato per una vendetta. Oppure, se un amico del proprio partner gli avesse confessato, per esempio su WhatsApp, un’informazione estremamente personale e delicata, l’erede potrebbe ricattarlo. Le casistiche sono molteplici e, dunque, anche in questo caso occorrerebbe stabilire a priori, con chiarezza e magari in presenza di un notaio, come lasciare in eredità il proprio smartphone, magari proteggendo i contenuti privati con una password. E questo discorso vale per ogni account di cui si è proprietari e che può avere un valore materiale o sentimentale importante sia per chi non ci sarà più sia per i dolenti.

Man mano che le generazioni si succederanno, avremo cittadini la cui vita è completamente digitalizzata, dunque i documenti digitali svolgeranno un ruolo sempre più importante e delicato all’interno del processo di elaborazione del lutto e della conservazione della memoria. Occorre pertanto non sottovalutare l’importanza della propria vita online e fare in modo che società private, intente a trarre guadagno dai nostri dati, non si approfittino della nostra assenza. Non credo ci piaccia pensare di ritrovarci nella situazione di Jennifer Ann.

Cosa ne pensate? Avete cominciato a ragionare sulle vostre eredità digitali? Attendiamo come sempre le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/12/immagine-eredita-digitale350x265.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-12-17 08:55:382024-12-17 08:55:38Eredità digitale: come conservare la memoria dei nostri cari defunti? di Davide Sisto

I rischi dell’eredità digitale, di Davide Sisto

5 Settembre 2022/3 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Una recente sentenza del Tribunale di Milano ha autorizzato una donna a disporre delle credenziali d’accesso per l’account di posta elettronica, dell’iCloud e dei profili social dell’ex coniuge defunto. La donna aveva fatto richiesta di queste credenziali a Apple, Microsoft e Meta, sostenendo che era suo diritto ottenere immagini e video del marito con i figli, nonché eventuali lettere d’addio o disposizioni rimaste incomplete negli spazi digitali occupati dal coniuge, morto all’improvviso a causa di una malattia degenerata in poco tempo. Come riporta Rai News, i dati personali includono, per legge, “qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile”, la quale viene definita come “soggetto interessato”. Quando questa persona muore, tuttavia, viene meno la sua qualità di interessata e il passaggio dei suoi diritti agli eredi implica molto spesso, secondo il regolamento europeo sul trattamento dei dati personali, una loro valutazione preventiva. In tal modo, si cerca di capire se vi siano interessi meritevoli di tutela. L’articolo menzionato evidenzia correttamente che è riconosciuta la legittimità dell’accesso ai dati sanitari della persona deceduta, nei casi in cui occorre capire le modalità con cui ha avuto luogo la morte, ai dati INPS, ai dati bancari, eccetera, sempre tenendo conto di specifiche esigenze. La cosa più interessante della notizia sulla sentenza del Tribunale di Milano è la dichiarazione del legale della donna, Marco Meliti, il quale sottolinea la problematicità del buco normativo inerente alle eredità post mortem dei dati digitali e, al tempo stesso, ritiene legittimo che essi vengano ereditati, in quanto simili alle lettere e alle fotografie custodite nei cassetti delle scrivanie.

Purtroppo, il tema delle eredità digitali è ben più complesso di così e implica riflessioni specifiche che riguardano il nostro modo di vivere nel mondo attuale, in cui la differenza tra online e offline è sempre più labile. Proviamo a ragionare insieme. Morta all’improvviso una persona, i parenti più stretti hanno generalmente modo di accedere alla sua abitazione, aprendo la porta con uno specifico mazzo di chiavi. Una volta varcato l’ingresso, si ritrovano nella condizione di gestire un quantitativo considerevole di beni materiali dal valore eterogeneo: paccottiglia, talvolta, ma anche lettere e fotografie analogiche, in copia unica, che possono includere informazioni sensibili relative non solo al morto ma pure a terze persone. Oggi, un semplice smartphone racchiude, in un formato digitale, buona parte del materiale personale contenuto nella propria abitazione privata. Tuttavia, non si limita a essere una specie di archivio dei documenti personali. Risulta anche essere l’insieme concreto dei prolungamenti dell’identità soggettiva. Tramite i dati prodotti e conservati nel mobile device, ciascuno di noi crea i profili social, gli account di posta elettronica e di messaggistica privata, svariati avatar per gli usi più disparati. Questi costituiscono sia singolarmente, sia nel loro insieme, i nostri gemelli digitali, i quali possono svolgere attività che incidono in maniera concreta sulla nostra vita quotidiana e su quella delle persone con cui ci relazioniamo (pensiamo al periodo del lockdown a causa del Covid-19, quando abbiamo svolto attività scolastiche, lavorative, sociali, pur non uscendo di casa). In definitiva, tali gemelli digitali compongono la versione digitale della nostra presenza in carne e ossa. Capite dove sbaglia il legale della donna? Accedere ai dati digitali di una persona morta non assomiglia in alcun modo alla semplice appropriazione di lettere e fotografie conservate in copia unica e in formato cartaceo all’interno di un cassetto. La vedova si ritrova a gestire un duplice potere. Disponendo di tutti gli account social, della posta elettronica, della messaggistica privata, di tutti i contenuti sincronizzati di Google, eccetera, è innanzitutto in grado di ricostruire la vita del defunto in modo tale da utilizzarla arbitrariamente per finalità di ogni tipo, comprese quelle illecite. Si appropria cioè in modo quasi completo dell’identità di un’altra persona. In secondo luogo, l’accesso arbitrario a questi dati implica contemporaneamente l’accesso a dati delicati di altre ignare persone. Mettiamo il caso che il coniuge deceduto avesse un’amante, la quale gli inviava – su WhatsApp, per esempio – foto intime. La vedova potrebbe, per vendetta, ricattare l’amante disponendo arbitrariamente di materiale personale che era considerato intimo e che non si voleva diffondere. Facciamo un altro esempio: un amico del caro estinto confessa, all’interno della messaggistica privata, una serie di vicende molto personali, fidandosi ciecamente del suo interlocutore. Anche in questo caso l’erede malintenzionato può fare uso di informazioni private molto delicate per ricattare la persona coinvolta mettendo a frutto la natura virale del web. E si potrebbe andare avanti a indicare molti altri casi del genere.

In definitiva, la sentenza del tribunale di Milano pare confondere, in maniera decisamente problematica, il concetto di bene materiale con quello di identità personale in riferimento alla dimensione online. Questa confusione dovrebbe generare in ciascuno di noi la seguente consapevolezza: stabilire preventivamente quali documenti digitali lasciare in eredità e quali invece proteggere pretendendo la tutela della privacy. Quindi, pratichiamo un po’ di sana death cleaning, anche in assenza di tangibili rischi di morte. Produciamo, infatti, una quantità bulimica di dati. Facciamo una selezione preventiva, decidendo in anticipo cosa spetta all’oblio sacrosanto e cosa invece spetta a chi ci ha amato. Al tempo stesso, sarebbe opportuna un’educazione al rapporto tra il digitale e l’eredità personale, tale da evitare situazioni delicate e compromettenti, figlie della semplice ignoranza delle caratteristiche del mezzo.

Avete già avuto esperienze nel campo dell’eredità digitale? Come vi siete comportati? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2022/09/iOS-15-eredit-digitale-e1662383393336.webp 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2022-09-05 15:10:502022-09-05 15:10:51I rischi dell’eredità digitale, di Davide Sisto

La memoria digitale: i ricordi nell’epoca del web, di Davide Sisto

21 Novembre 2017/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

We aren't too old to take a selfie

Secondo diversi quotidiani internazionali una delle principali attività lavorative del futuro prossimo sarà quella del “Digital Death Manager”, una specie di consulente in ambito tanatologico che aiuta le persone a organizzare le proprie memorie ed eredità digitali.

Negli ultimi decenni il web ha, infatti, letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, dandoci la possibilità di abitare in una seconda casa, “virtuale”, all’interno di cui custodiamo una quantità incalcolabile di “oggetti digitali” personali. Centinaia di fotografie, riflessioni scritte, lettere, immagini audiovisive, che condividiamo – spesso in maniera confusa e sommaria – all’interno dei social network, ma non solo. A differenza degli oggetti fisici, ciascuno un esemplare unico e quindi dotato della preziosa qualità della rarità, quelli digitali possono esistere invece in un numero infinito di copie, posseduti contemporaneamente da più persone, senza sosta duplicati e privi del rischio di essere usurati. Al tempo stesso, se protetti da password, tali oggetti rischiano di essere perduti per sempre, a partire dall’istante in cui moriamo. In nessun caso, infatti, familiari e amici possono accedere – qualora privi della password necessaria, dunque del permesso concesso dal proprietario – ai contenuti digitali prodotti in vita, in quanto protetti dalla privacy.

L’art. 9, comma 3 del Codice in materia di protezione dei dati personali, prevede che l’accesso ai dati personali concernenti persone decedute può essere garantito solo «da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione». Ma la giurisprudenza è ancora molto incerta nell’applicazione di questo articolo e preferisce tutelare la privacy rispetto ai bisogni emotivi di chi ha patito un lutto. Circa un anno fa la cronaca nazionale è stata segnata dalla storia di un padre che, morto il figlio tredicenne a causa di una malattia alle ossa, ha cercato invano di ottenere il permesso di accedere ai contenuti del suo smartphone, per poter conservare le sue ultime fotografie e i suoi ultimi messaggi. La negazione di quello che – ai suoi occhi – appariva un diritto sacrosanto lo ha spinto ad affermare, nelle interviste, che gli è stata negata l’opportunità di conservare i ricordi del figlio (qui un articolo sulla vicenda). Un altro caso, avvenuto in Germania, ha fatto molto scalpore a livello mediatico. Nel 2012, una ragazza di 15 anni muore travolta sui binari della metropolitana a Berlino. I genitori chiedono a Facebook di poter accedere alle conversazioni private della figlia per capire se è morta suicida e, in tal caso, se il suicidio è legato al bullismo. Nonostante battaglie legali durate cinque anni, non è stata soddisfatta la richiesta, nonostante la plausibilità delle loro ragioni (per chi vuole approfondire, qui trova un articolo esaustivo).

Questo problema di non poco conto sarà sempre più sentito, man mano che le generazioni dei nativi digitali diverranno numericamente predominanti. “La morte è una parte della vita e la vita è divenuta digitale”: così scrive Stacey Pitsillides, designer e ricercatrice universitaria inglese, per introdurre il suo sito internet dedicato al tema. Continuare a vivere come se non dovessimo morire mai, non organizzando in modo ragionato le nostre memorie, può generare una situazione caotica in cui tanto più produciamo documenti della nostra quotidianità (selfie di coppia, foto dei nostri figli, lettere via mail, ecc.) quanto più perdiamo gli oggetti della nostra memoria, non lasciando in eredità i ricordi.

Per tale ragione sono sempre più numerose le attività commerciali che cercano di sensibilizzare le persone a gestire con raziocinio i propri oggetti digitali, in vista del tempo in cui saremo morti: dall’americana SafeBeyond, che dà la possibilità di creare videoclip da lasciare in eredità ai propri cari (il video di presentazione del progetto rappresenta la situazione di un padre di una bambina di otto/nove anni che, malato, prepara un discorso audiovisivo che le sarà fatto recapitare il giorno del matrimonio), all’italiana eMemory, che offre spazi virtuali a utenti che vogliono conservare foto e video specifici per quando non ci saranno più.

Le stesse agenzie di onoranze funebri offrono, soprattutto negli Stati Uniti, pacchetti che comprendono tanto i funerali in streaming, per coloro che sono impossibilitati per ragioni economiche a recarsi fisicamente a celebrare il rito funebre del caro estinto, quanto un sostegno per gestire e preparare il proprio patrimonio digitale accumulato nel corso della vita.

Le opportunità principali offerti dalla cosiddetta “memoria digitale”, a mio modo di vedere, sono le seguenti: sensibilizzare le persone in relazione al fine vita partendo dal quesito “che cosa desideri venga ricordato di te?”, il quale scaturisce dai rischi che si corrono per la questione della privacy online di cui sopra, ridefinire i riti di passaggio, non procrastinandoli fino a quando non potremo più gestirli autonomamente, avviare un discorso di educazione responsabile al web e a tutti gli strumenti tecnologici che utilizziamo ogni giorno.

E voi, invece? Avete mai riflettuto sul futuro degli oggetti digitali che producete? Vi è mai capitato di pensare a organizzarli quali lasciti da lasciare alle persone che amate? Diteci cosa ne pensate.

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