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Conoscenza, memoria e dignità: i resti umani nei musei, di Cristina Vargas

12 Giugno 2026/0 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Il dibattito sulle implicazioni etiche della musealizzazione dei resti umani attraversa da oltre trent’anni la riflessione di chi opera in questo ambito. Per lungo tempo musei, università e istituzioni scientifiche hanno raccolto sistematicamente scheletri, teschi e altri resti umani provenienti da tutto il mondo, considerandoli soprattutto preziose fonti di conoscenza scientifica. Raramente, però, ci si interrogava su come definire (e dunque trattare) questi resti: oggetti curiosi? Reperti scientifici che permettono conoscenza di tempi passati? O tracce di vite vissute, persone che un tempo, come noi, avevano appartenenze, affetti e biografie?

Una prima svolta arrivò nel 1990 con il Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA), che negli Stati Uniti riconobbe alle comunità native il diritto di partecipare alle decisioni riguardanti resti umani e oggetti sacri conservati nei musei e di richiederne la restituzione.

Una delle vicende più emblematiche riguarda il cervello di Ishi. Noto come “l’ultimo degli Yahi”, Ishi era il superstite di una popolazione nativa della California, quasi completamente sterminata durante le campagne di colonizzazione della seconda metà dell’Ottocento. Quando fu trovato, nel 1911, l’antropologo Alfred Kroeber e il linguista Thomas Waterman lo accolsero presso il Museo di Antropologia dell’Università di Berkeley, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Kroeber, autenticamente legato a Ishi, chiese che il suo corpo fosse trattato secondo le tradizioni del suo popolo e che venisse evitata l’autopsia. Le sue richieste però furono ignorate: alla morte di Ishi, il suo cervello venne asportato per essere studiato e le ceneri conservate separatamente.

Nel 1997 il Comitato Culturale dei Nativi Americani della Contea di Butte avviò una campagna per localizzare i resti di Ishi e riportarli nella sua terra d’origine. Delle ceneri era nota la collocazione, ma il suo cervello venne ritrovato solo due anni dopo, in un deposito dello Smithsonian Institute, dove era stato dimenticato tra migliaia di altri reperti. La restituzione e la ricongiunzione dei suoi resti, dopo molteplici complessità, fu completata nel 2000. La vicenda di Ishi non è solo una storia individuale, ma è un esempio chiaro della tensione morale che ha attraversato per quasi un secolo la società statunitense e l’antropologia in particolare. Nancy Scheper-Hughes, infatti, evidenzia l’involontaria complicità della nostra disciplina: in un contesto storico che normalizzava lo sterminio di intere popolazioni indigene in nome della conquista del territorio e del progresso, trasformare i loro resti in oggetti di studio era un ulteriore anello nel “continuum di violenza” e di disumanizzazione di cui questi popoli furono vittime.

Anche a livello internazionale queste riflessioni hanno progressivamente trovato spazio nelle linee guida museali. Il Codice Etico dell’ICOM (International Council of Museums) invita a considerare i resti e gli oggetti sacri come materiali culturalmente sensibili e sottolinea che essi dovrebbero essere acquisiti soltanto se possono essere conservati in condizioni di sicurezza e trattati con il dovuto rispetto.

In Europa il dibattito ha assunto caratteristiche in parte differenti. Poiché si tratta spesso di resti molto antichi o provenienti da ex colonie, l’attenzione si è concentrata sulle modalità di acquisizione dei resti, sull’opportunità di procedere al loro rimpatrio e sulle politiche di esposizione.

Un esempio interessante è quello delle cosiddette mummie egizie, che ancora oggi occupano un posto di rilievo in molte collezioni museali. Dal 2015 il Museo Egizio di Torino ha avviato una riflessione specifica sul tema, coinvolgendo studiosi e pubblico. Sono state introdotte segnalazioni che informano preventivamente i visitatori della presenza di resti umani e, nel 2019, è stato inaugurato uno spazio intitolato “Alla ricerca della vita”, dedicato alla comprensione della vita quotidiana, delle pratiche funerarie e delle concezioni dell’aldilà nell’antico Egitto.

Queste modalità espositive, oggi ampiamente condivise, non sono state accolte senza resistenze: all’inizio alcune testate giornalistiche parlarono addirittura di “guerra delle mummie” e non mancarono delle prese di posizione piuttosto radicali. Le tendenze internazionali, in ogni caso, oggi convergono verso un approccio più consapevole all’esposizione dei resti.

L’Egitto, dal canto suo, continua a esporre i resti umani, ma all’interno di una narrazione che ne sottolinea il significato storico-politico. Emblematica è stata la Pharaohs’ Golden Parade del 2021, durante la quale ventidue mummie reali sono state trasferite dal vecchio Museo Egizio al National Museum of Egyptian Civilization. Costruita attorno all’idea di onorare i sovrani del passato, il trasferimento non è stato inteso come un’operazione tecnica, ma come una vera e propria cerimonia seguita da milioni di persone. Nella comunicazione istituzionale e mediatica venne privilegiato il riferimento ai “re” e alle “regine” dell’antico Egitto, mentre la parola “mummia” è stata evitata. Può sembrare un dettaglio, ma non lo è. Parlare di “re” e “regine” enfatizza la dimensione biografica, spostando l’attenzione dai resti in sé all’individuo e al suo ruolo nella storia e nell’identità egiziana.

In una direzione analoga va la scelta di lasciare la mummia di Tutankhamon nella sua tomba originaria, mentre il suo corredo funerario è stato trasferito al Grand Egyptian Museum. Più volte, durante una mia recente visita al Cairo, ho avuto l’impressione che intorno ai musei, il GEM in particolare, si stia generando una riappropriazione simbolica del patrimonio culturale e del suo significato identitario. Non è una cosa scontata: una parte importante di questo patrimonio si trova oggi in altri paesi, come conseguenza di una storia coloniale costellata da ricerche, ma anche da saccheggi indiscriminati e, talvolta, da vere e proprie spoliazioni.

Per concludere possiamo affermare che queste e altre esperienze dimostrano che è possibile adottare politiche più consapevoli e attente alla dimensione etica. La cosa più importante non è stabilire una volta per tutte come debbano essere trattati i resti umani nei musei, ma mantenere aperte le domande: chi e come ha il diritto di esporre dei resti umani? Con quali finalità e con quali accorgimenti possono essere offerti allo sguardo di un pubblico mosso dal desiderio di imparare, ma anche dall’umana curiosità?

Queste domande non hanno impoverito le esperienze museali, ma hanno contribuito ad arricchirle, introducendo nuovi equilibri tra conoscenza, memoria e dignità. Che ne pensate?

Tags: mummia, musei, museo egizio, nativi americani, resti umani
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