Le cure palliative hanno qualcosa da dire sul coronavirus? Tentativo di riflessione, di Marina Sozzi

In questi giorni si teme possa verificarsi un’emergenza tale per cui, per via della carenza di letti di terapia intensiva, si debba operare una scelta su chi salvare. Si pone cioè, in una situazione eccezionale, il tema squisitamente bioetico dell’equità distributiva in sanità, di cui molte volte si disserta astrattamente, ma che stavolta si impone come realtà molto concreta da affrontare. Se non si può provare a salvare tutti, si opta per chi ha più probabilità di farcela, occorre “privilegiare la maggior speranza di vita”. Così recita anche il documento che la società SIARTI (Società di Anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva) ha scritto per dare una guida ai medici che devono gestire un’emergenza inedita nel nostro mondo occidentale. E per non lasciarli soli in una decisione etica ardua e delicata, condividendo la responsabilità delle scelte operate. Anche se molti anestesisti hanno rassicurato sulla disponibilità di posti in rianimazione per tutti coloro che potrebbero trarne beneficio, il tema resta sullo sfondo.

Annuncia un cambiamento di mentalità che poco per volta prenderà piede. Daniel Callahan, in un libro che ha fatto il giro del mondo qualche anno fa, La medicina impossibile, aveva già prefigurato (anche senza coronavirus) l’avvento di un momento in cui la domanda di salute sarebbe stata talmente gonfiata da mettere a dura prova i sistemi sanitari dell’Occidente, costringendoli a nuove logiche di giustizia distributiva, e all’accoglimento del senso del limite.

La minore disponibilità di risorse per prolungare la vita deve congiungersi, naturalmente, ad un accompagnamento di qualità alla fine della vita per chi non ha probabilità di trarre un ragionevole beneficio da ulteriori terapie curative. Quindi sono necessarie ottime cure palliative per tutti i cittadini, per tutte le patologie, in tutti i contesti assistenziali. Le cure palliative, come è noto, se applicate in modo generalizzato e corretto, permetterebbero (oltre a tutti gli altri benefici) un consistente risparmio per il nostro sistema sanitario nazionale.

Il diffuso silenzio di questi giorni delle più importanti realtà di cure palliative sul tema dell’attuale pandemia è più che comprensibile. Mai si sono verificate morti meno in linea con i valori della cultura palliativa: chi muore di coronavirus non può avere la vicinanza dei familiari, tenuti giustamente fuori dagli ospedali, non può avere il sostegno dei volontari (che hanno dovuto sospendere il loro impegno), sovente lascia la vita intubato e senza poter salutare i propri cari, né avere il rito funebre che avrebbe desiderato.

Tuttavia, le cure palliative, che sono rimaste senza parole di fronte al coronavirus, lavorano alacremente sulle patologie sulle quali sono abituate a operare, quelle oncologiche e neurodegenerative, sia a domicilio che negli hospice: nonostante le difficoltà, non si sono affatto fermate, e medici, infermieri, psicologi e altri professionisti stanno lavorando in condizioni difficili e pericolose senza risparmiarsi.

Ma c’è qualcosa che potrebbero dire anche sul coronavirus? Secondo me sì, essendo le cure palliative un modello di intervento, e più in generale una cultura e una filosofia, oltre che una specifica competenza della biomedicina. Forse potrebbero dire chiaro e forte che la giustizia distributiva non è uno scandalo, e che l’adozione di criteri sensati di misura, che permettano di valutare il rapporto di costi/ benefici non solo per la sanità, ma anche per la persona, sono sacrosanti. Come diceva Rita Montalcini, occorre aggiungere vita ai giorni, non giorni alla vita.

Inoltre, pur comprendendo lo choc degli operatori di cure palliative per come si sta morendo di coronavirus, si potrebbero dare indicazioni su ciò che si dovrebbe fare, anche in emergenza. Per quanto umanamente possibile, naturalmente, considerando il “frullatore” in cui si trovano gli operatori, con turni massacranti e con la percezione del pericolo che stanno correndo.

In primo luogo, occorrerebbe, a mio modo di vedere, tener presente che non è scontato che tutti vogliano accedere alla ventilazione artificiale. Molti di noi hanno maturato un orrore per le morti intubate.

Qualcuno in questi giorni ha anche impropriamente citato le Disposizioni Anticipate di Trattamento: va precisato che le DAT (che si riferiscono a frangenti in cui la persona che le ha depositate si trovi in stato di incoscienza) non hanno nulla a che fare con la situazione in cui ci si viene a trovare con il virus: condizione in cui le persone, seppure sofferenti, sono lucide e in grado di prendere decisioni qui e ora.

La prima cosa che sarebbe bene poter fare è ragionare con i pazienti sulle loro possibilità di farcela, prima che si aggravino al punto da aver bisogno urgentemente di terapia intensiva. Ossia, permettere loro di dare un vero consenso informato alle cure in generale e alla procedura della ventilazione meccanica in particolare, come richiesto dalla legge 219. Qualcuno potrebbe optare per una rinuncia a cure troppo invasive, specialmente se in mancanza di buone garanzie di successo.

La seconda, fondamentale, è accertarsi che nessuno soffra e nessuno muoia male, garantendo a tutti la sedazione palliativa qualora non sia possibile salvare la vita.

Per gestire l’emergenza senza venir meno al dialogo con il paziente sulla sua salute, certo, occorrerebbe più personale sanitario, e personale preparato anche sul piano della relazione.
Siamo alle solite.
Sono convinta che, una volta finita la pandemia e il conteggio dei contagi e dei morti, quando cominceranno ad emergere le narrazioni di ciò che si è vissuto ed è accaduto, la carenza di formazione comunicativa del personale sanitario diventerà particolarmente evidente.

Allora sarà il momento per svoltare e dare un’importanza cruciale al mutamento che da tempo è necessario in sanità: più cure palliative per tutti, meno accanimento terapeutico (brutta parola, ma che rende ancora l’idea), investimenti più saggi e lungimiranti, e soprattutto molta formazione sul tema della relazione.

Cosa ne pensate? Cosa pensate in particolare del principio di equa distribuzione delle risorse in sanità? Avete informazioni su come si sta affrontando la pandemia dal punto di vista dell’alleviamento della sofferenza? Attendo le vostre opinioni e considerazioni.

31 Risposte a " Le cure palliative hanno qualcosa da dire sul coronavirus? Tentativo di riflessione, di Marina Sozzi "

  1. simone veronese scrive:

    Cara Marina, grazie per questo contributo che entra perfettamente nella ferita che sento che mi sta lacerando in questi giorni. Come medico palliativista mi sento profondamente responsabile ed insoddisfatto per la qualità della vita e della morte delle persone che quotidianamente muoiono per le complicanze del virus in questione.
    La SIAARTI con il suo documento ci riporta alla nostra responsabilità: le persone affette da patologie gravi, con multimorbidità e con età avanzata hanno scarsissime possibilità di sopravvivere nonostante i trattamenti di supporto vitale. Le risorse rianimatorie e di supporto sono scarse e ci si ritrova a competere per dei trattamenti che hanno esiti diversi a seconda delle condizioni cliniche nelle quali ci troviamo prima del loro inizio. E poi c’è il capitolo delle scelte, del consenso dissenso informato, delle DAT e della PCC, chi non vuole essere mantenuto in vita artificialmente, anche se teoricamente potrebbe guarire, come viene trattato?
    I colleghi che lavorano in prima linea fanno miracoli per cercare di salvare le vite, Dio li benedica e li supporti. Però io sento un silenzio assordante da parte delle cure palliative in Italia per coloro che sappiamo che moriranno, a distanza di ore o pochi giorni. Sappiamo che moriranno in isolamento, non sappiamo se e come vengano trattati i sintomi (mancanza di fiato, dolore, agitazione…). Non sappiamo se vengano valutati ed affrontati i loro bisogni spirituali, se si parli loro francamente di quello che potrà accadere. Non sappiamo se e come vengano supportati ed accompagnati i loro cari a distanza. Ma non per incompetenza di chi li cura, ma perché mancano risorse dedicate. I colleghi del nord Europa ci chiedono quali protocolli stiamo adottando per gestire la fase di fine vita di questi pazienti e dei loro cari… ma ad oggi siamo in grado di dare loro pochissime risposte concrete. Si stanno preparando al peggio e vorrebbero sapere da noi come prepararsi.
    Anche in ambito medico le informazioni sono frammentarie e poco coerenti. Dai mezzi di protezione, che sono limitati e di dubbia efficacia, dal fatto che molti professionisti della salute, medici ed infermieri su tutti, si stanno ammalando e i servizi faticano a stare in piedi. E poi i tamponi, che i calciatori professionisti fanno liberamente, mentre a noi sono negati e non sappiamo neppure se siamo positivi al virus quando andiamo a casa delle persone.
    Io sogno di potermi dedicare alle persone che oggi muoiono di questa malattia, come ho fatto negli anni 90 con chi moriva di AIDS e come faccio oggi con chi è affetto da patologie progressive non guaribili. Perché noi abbiamo le competenze per farlo, perché per noi è più importante chi morirà di chi invece sarà in grado di sopravvivere, perché noi sappiamo controllare le sofferenze come primo obiettivo delle nostre cure, guardare negli occhi chi muore per non farlo sentire da solo, tenere la mano dei famigliari in angoscia ed accompagnarli alla consapevolezza della perdita.
    Eppure ad oggi questo non è possibile ed io spero che questo tuo blog sollevi il problema ed imponga la presenza delle cure palliative nei COVID hospital e nei luoghi dove queste persone spendono le loro ultime ore di vita.

    • sipuodiremorte scrive:

      Caro Simone, grazie immensamente a te. Con la tua competenza hai dato parole più concrete al mio disagio. Anche per me il silenzio delle cure palliative era diventato assordante. E ci hai anche informati che nel Nord Europa il problema se lo stanno ponendo. Auspico davvero che nasca una riflessione che porti a proposte condivise. Dobbiamo attrezzarci.
      Anche perché temo che questa non sarà l’unica e ultima pandemia…

  2. Monica Caramazza scrive:

    Concordo su tutti i punti dell’articolo, che trovo completo e di grande attualità.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie molte, Monica. Ha letto il commento di Simone Veronese? E’ senz’altro più interessante del mio articolo!

  3. Sandra scrive:

    Io sono commossa. Trovo gli articoli di Marina sempre molto intelligenti, equilibrati e rispettosi. Ringrazio anche le autrici de precedenti commenti. E’ assordante il rumore di chi è solo negli ultimi passi. della sua esistenza e ringrazio chi si prende cura di queste situazioni. Grazie Sandra

  4. Lamarca Luciano scrive:

    Care Colleghe e Colleghi, chi scrive proviene da una doppia esperienza essendo stato all’inizio della propria attività lavorativa un rianimatore (intensivista si dice adesso con un pizzico di snobbismo) e l’ha conclusa da palliativista. Credo dunque di poter esprimere le ansie e le angosce di entrambe le categorie, avendole vissute per molti, forse troppi anni. Del resto i primi studi sul burn out furono effettuati sul personale infermieristico delle Terapie Intensive. L’imperativo categorico di ogni “buon” rianimatore è di rianimare chiunque sempre e comunque. In realtà in Terapia Intensiva vi è sempre stato il problema dei ricoveri “impropri” volti spesso a ridurre i tassi di mortalità dei Reparti di degenza più che per garantire una ultima chance al malato terminal like. Nè la selezione dei ricoveri in T.I. da parte dei colleghi dei P.S. è stata sempre appropriata. Ciò posto ritengo il documento della SIAARTI (società scientifica a cui sono stato iscritto in passato ma dalla quale mi sono nel tempo allontanato per “eccesso di cattedratismo”) una sorta di lascia-passare, di viatico per quanti tra gli Anestesisti-Rianimatori si dovessero trovare nella dura e cruda necessità di operare una scelta tra chi accogliere in T.U. e chi lasciare in reparto (magari con una CPAP). Di sicuro non si è preoccupato l’estensore del documento degli aspetti bioetici del fine-vita di questi pazienti anche ai sensi della Legge 219. Che dire. Il silenzio della SICP e degli altri organismi rappresentativi dei medici palliativisti italiani è assordante. Ti ringrazio di aver lanciato questa riflessione che non va intesa come una provocazione bensì un richiamo forte a quei valori di civiltà a cui tanto diciamo specie noi Italiani di tenere.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a te per queste considerazioni. Certo ci troviamo di fronte a una situazione totalmente nuova, di fronte alla quale anche la bioetica dovrà porsi interrogativi nuovi.
      Poi occorrerebbe dare delle risposte, di fronte a chi sta morendo come non si moriva quasi più…magari con una creatività istituzionale che nelle situazioni di emergenza talora affiora, talaltra no.

  5. Clara Ravizza scrive:

    Grazie dal profondo del cuore e del cervello dottoressa Sozzi e grazie al dottor Veronese dell’accorata lunga considerazione.
    Solo chi conosce con passione o competenza può comprendere l’angoscia di queste morti.
    Forse sarebbe opportuno un più ampio dibattito sui media perché secondo me sarebbe utile quanto il conto quotidiano delle morti.
    Grazie

    • sipuodiremorte scrive:

      Sono d’accordo. Chiedo agli operatori di inviarmi delle storie, solo così potremo davvero sollevare un dibattito più ampio.

  6. Maria Laura Cattinari scrive:

    Grazie, grazie, grazie! Da giorni, direi settimane, sto sottoponendo in giro il medesimo quesito.
    Con rammarico non ho trovato nel Documento della SIAARTI, un solo accenno, anche breve, a quell’autodeterminazione terapeutica per cui anche SIAARTI a suo tempo si spese. La legge 219/2017 consente a tutt* noi di dire per tempo, al momento della diagnosi, se, in caso di grave insufficienza respiratoria intendiamo o meno essere trasportati in una terapia intensiva. Certo per me, già molto avanti negli anni, non lo vorrei e non penso di esser l’unica, chiederei di essere assistita con una sedazione palliativa profonda continua fino alla fine. Fine che certo non si farebbe attendere a lungo se il quadro era quello di un’insufficenza respiratoria grave che aveva bisogno di un’intubazione in terapia intensiva. Lascerei di buon grado libero un posto per chi più giovane possa aver speranze concrete di sopravvivenza.
    Pure anche la SICP, pronunciandosi a sostegno del Documento della SIAARTI, non mi pare aver fatto alcun riferimento al diritto della persona di scegliere se essere o meno ricoverata in una terpia intensiva. Nessuna emergenza può far strame del diritto all’autodeterminazione sulle cure che con tanta fatica abbiamo ottenuto.
    Sappiamo che, fino a pochi giorni fa, la media d’età delle persone decedute si aggirava intorno agli ottant’anni. Mi domando quante persone sopra agli ottanta, ricoverate in terapia intensiva, ne siano uscite vive ed in quali condizioni. Quante di quelle persone avrebbero scelto la terapia intensiva se solo fosse stato loro chiesto il consenso per il ricovero e prospettato la possibilità di una assistenza palliativa?
    Abbiamo terapie intensive ingestibili, pensiamo a protocolli che privilegino chi ha più possibilità di uscirne vivo e non si è ritenuto indispensabile a monte raccogliere il consenso informato delle persone con diagnosi di Covid19. Articoli 1, 2, 5 della legge 219/2017. Ancora grazie carissima Marina Sozzi per aver aperto questo dibattito.

    • sipuodiremorte scrive:

      Cara Maria Laura, tu hai ragione, ma naturalmente quello che stiamo affrontando è di proporzioni abnormi per il nostro servizio sanitario. Non riuscivamo a fare applicare la legge 219 prima del coronavirus, figurati adesso!
      Tuttavia, davvero, non possiamo esimerci dal porci il problema e dal tentare di offrire risposte che tengano conto del diritto di tutti ad avere una morte libera da dolore e angoscia.

      • Maria Laura Cattinari scrive:

        Sì,carissima Marina,” non possiamo esimerci dal porre il problema e dal tentare di offrire risposte che tengano conto del diritto di tutti ad avere una morte libera da dolore e angoscia”.
        Come lo hai detto bene!!
        Domani l’Associazione Libera-Uscita, associazione per il diritto di morire con dignità, uscirà con un Comunicato Stampa perchè non possiamo esimerci dal porre il problema all’attenzione di chi avrà orecchie per sentire. Ancora grazie!

  7. Monica Cornali scrive:

    Carissimi tutti,
    sono d’accordo con le vostre riflessioni e sulla necessità che se ne parli. Ancora una volta, mi sembra, abbiamo a che fare col “tabù della morte”: sugli aspetti spettacolari e che fanno scalpore (tipo conteggio sempre aggiornatissimo dei morti) siamo bravissimi, mentre sugli aspetti più squisitamente umani (tipo se fossi io o un mio caro a prendersi il virus e a finire in ospedale, cosa vorrei, come mi sentirei, cosa deciderei) allora non ci siamo per niente, meglio non parlarne perché ci metterebbe di fronte al limite, al desiderio e alla responsabilità.
    Bisogna parlarne, abbiamo bisogno di pensarle queste cose, per poter sviluppare anche delle narrazioni positive che integrino la vita e la morte, da poter trasmettere ai nostri ragazzi.
    Grazie

  8. sipuodiremorte scrive:

    E’ vero Monica, la difficoltà che abbiamo a parlare della nostra morte si sente in questi giorni. Nel conteggio dei morti c’è il “si muore” di heideggeriana memoria, sono sempre gli altri a morire. Ma se dovesse toccare a me?

  9. Simonetta Massola scrive:

    Ho sessant’anni faccio la fisioterapista in hospice e sono in quarantena poiché positiva al covid19, mio marito è in terapia intensiva da una settimana e mia mamma novantenne pluri-patologica ha un po’ di febbre e un po’ di tosse.
    Come potete immaginare il momento è piuttosto stressante eppure mi sento forte grazie a ciò che ho imparato negli anni di cure palliative e grazie al supporto che mi viene dato dalle colleghe psicologhe e da tutti gli amici.
    Nell’ora di attesa dell’arrivo dell’ambulanza mio marito ed io ci siamo salutati ipotizzando l’eventualità di non poterci rivedere a breve e rinforzandoci rispetto ai reciproci sentimenti e al percorso fatto insieme. Ora lo sento vicino anche se fisicamente non è così. So che ci rivedremo perché le sue condizioni stanno cautamente migliorando.
    Con mia mamma abbiamo potuto puntualizzare i suoi desideri e le sue aspettative e, la sua parola d’ordine è : “io resto a casa mia”. Se dovesse peggiorare so che avrei alcune questioni da affrontare con i miei famigliari. Nella notte sono riuscita a calmarmi ed a dormire soltanto quando ho messo a fuoco che avrei sostenuto mia mamma nel suo desiderio di rimanere a casa sua, dove è sempre vissuta e dove si merita di morire con affetto (dovesse essere questo il momento), riconoscendole il merito di come è vissuta.
    Credo sia proprio questo il guaio della morte ai tempi del covid19: la frenesia e i nostri modelli di vita ci hanno allontanato dalle relazioni intime e profonde livellando le esperienze di vita su un piano superficiale che non preveda intoppi come la lentezza, la malattia, l’invecchiamento, l’invalidità. Non potendo parlare del modo o del luogo dove ci piacerebbe morire non possiamo neppure parlare di come ci piacerebbe vivere e quindi invito tutti ad una riflessione che parta dal proprio personale considerando i modelli delle relazioni più vicine.
    Ho qualche preoccupazione su cosa potrebbe accadere in concreto perché non credo sia prevista la possibilità di attivare cure palliative domiciliari nel caso di covid19 (e probabilmente non ci sarebbero i tempi della burocrazia).
    Mi fa rabbia pensare che possa essere “macchinoso” accedere alla sedazione palliativa e che queste informazioni siano un mio patrimonio di addetta ai lavori e non una possibilità per tutti.
    Grazie.

    • Sonia Ambroset scrive:

      Sono felice di non essere sola… Condivido ogni cosa scritta da Marina e da tutti gli altri. Lavoro in cure palliative da anni e cerco di dare il mio contributo sia sul piano operativo che su quello intellettuale. Per quanto mi sarà possibile farò in modo che quanto sta accadendo diventi occasione di azione su tutti i fronti possibili. E in particolare mi impegno perché la cultura delle Cure Palliative sia parte dell’educazione civile. Le persone devono poter conoscere per poter scegliere.

      • sipuodiremorte scrive:

        Grazie Sonia. E grazie per la sua magnifica e terribile testimonianza a Simonetta (alla quale desidero esprimere tutta la mia vicinanza e i miei auguri che tutto vada meglio possibile): ciò che sta accadendo è senza precedenti, e richiede alle cure palliative, a mio modo di vedere, una riflessione eccezionale, anche sul piano organizzativo, e un ripensamento complessivo.

  10. ferdinando garetto scrive:

    Sono palliativista anch’io da un po’ di anni. Siamo tutti di fronte a qualcosa di nuovo, o che avevamo dimenticato, penso che dovremmo anche fare un ripensamento “umile” rispetto al nostro ruolo. Ma spero che ci sarà occasione di farlo anche in ambito societario SICP (un’osservazione: molti dei migliori palliativisti italiani sono in Lombardia: non credo che in questi momenti il loro primo pensiero sia fare un comunicato stampa… Li immagino in prima linea nell’emergenza, accanto a rianimatori e urgentisti, negli ospedali, nelle case, negli hospice). Ma anche qui a Torino: proprio ieri un medico di Pronto Soccorso del Gradenigo mi parlava con ammirazione della FARO che va nelle case, ricovera in hospice, permette a tanti malati di evitare il Pronto Soccorso o di essere dimessi in modo “protetto” il prima possibile. Insieme con i rianimatori ci siamo trovati a condividere impegnative decisioni di fine vita…davanti a monitor di cui capivo poco o nulla… Quanto li ammiro… che lavoro difficile che fanno… La nostra Psiconcologa pallaitivista è a servizio degli operatori, dei malati, delle famiglie: il dolore è davvero “globale”.
    Mi permetto di segnalare un documento bellissimo dell’OMS -2018, che in questo momento mi “guida” e mi aiuta a riflettere: https://www.who.int/publications-detail/integrating-palliative-care-and-symptom-relief-into-the-response-to-humanitarian-emergencies-and-crises . Si scarica liberamente: le pagine 23-26 sembrano scritte per noi, in questi giorni.

  11. Pingback: QUANDO LA DIGNITÀ ALLA FINE DELLA VITA VIENE MENO - Leniterapia.it

  12. sipuodiremorte scrive:

    Grazie Ferdinando. Nulla da aggiungere. il documento dell’OMS sembra davvero fondamentale.

  13. sipuodiremorte scrive:

    Grazie a FILE per la menzione di questo articolo sul loro sito.

  14. Luciano Orsi scrive:

    Pensando di fare cosa utile a tutti, segnalo che sul sito della SICP (Società Italiana di Cure Palliative) è stato pubblicato un comunicato stampa con cui la SICP, insieme a FCP (Federazione Cure Palliative), esprime la sua condivisione e il suo supporto alle Raccomandazioni etiche della SIAARTI in tema di emergenza Covid 19-SARS-Cov-2 (https://www.sicp.it/informazione/comunicati/2020/03/comunicato-stampa-sicp-fcp-4/). inoltre segnalo che nello stesso sito SICP vi sono sia una sezione dedicata a tale pandemia (La Questione del momento) posta in home page ( https://www.sicp.it/la-questione-del-momento-epidemia-sars-cov-2/) sia la sezione Linee Guida -Best Practices-Procedure (https://www.sicp.it/aggiornamento/linee-guida-bp-procedures/) che contiene ulteriori importanti documenti utili alle numerose équipe che silenziosamente ma con grande sacrificio stanno operando su questo fronte.

  15. Cinzia Ricetto scrive:

    Grazie Luciano Orsi per aver puntualizzato che il “silenzio” delle Cure Palliative, in questo momento, è solo mediatico.
    Grazie anche a tutti i colleghi palliativisti di tutto il Piemonte e della Valle D’Aosta, per quello che stanno facendo!

  16. Franca Cabutto scrive:

    Ringrazio tutti quanti per questo dibattito che in un momento tanto drammatico scalda il cuore e fa sentire meno soli.

  17. Filippo Canzani scrive:

    Salve a tutti, sono un medico palliativista di Firenze. Hanno già risposto altri colleghi su come al momento abbia deciso di muoversi la SICP e mi trovo allineato con questa posizione.
    In termini più ampi, mi chiedo se forse adesso sia il momento dell’agire, del silenzio, del rimboccarsi le maniche, ognuno per quel che gli compete e come può; il silenzio della fatica, il silenzio del disorientamento e dell’incertezza, quello del rispetto. Ma anche, spero, il silenzio dell’osservazione e della riflessione. Quando tutto questo sarà finito, grazie al contributo di tutti, allora sarà tempo per riiniziare a parlare, speriamo sussurrando e non più urlando, facendo tesoro di questa grave, triste e pesante occasione!

    • sipuodiremorte scrive:

      Sono senz’altro d’accordo, dottor Canzani, sull’esigenza di riflettere e osservare. Ma solo in parte sul rinvio a “quando tutto sarà finito”. Si muore una volta sola. E là fuori la gente sta morendo male.
      Forse chi si occupa di cure palliative dovrebbe (lo dico con molta umiltà, ripeto forse, è soprattutto un bisogno che io sento) cercare di dare indicazioni ai colleghi in prima linea col Covid-19. Lo so, quanto è difficile…

  18. Alessandro Valle scrive:

    Ciao Marina, è grazie per aver acceso la miccia… emergo da due settimane dure, più o meno interamente dedicate a scrivere procedure, rassicurare e sostenere colleghi in difficoltà, dirimere (quando possibile) dubbi… trovo ora finalmente un attimo per condividere.
    In queste settimane ne ho sentite di tutti i colori, anche comprensibilmente, in considerazione di una situazione che non favorisce certo la lucidità. Ritengo fuori discussione disimpegnarsi da una realtà che stravolge cuori e animi. Abbiamo tutti paura, sarebbe da incoscienti non essere preoccupati, anche perché ci troviamo in una condizione a cui i medici e infermieri occidentali non sono più abituati: rischiare la vita per curare le persone, evenienza ben nota a chi ha lavorato recentemente ed in altri continenti con pazienti affetti da patologie infettive ad alta mortalità e, meno recentemente, a chi prestò la propria opera nelle guerre mondiali. Credo quindi necessario anche per noi operatori non sentirci soli, fare gruppo, condividere, affrontare i numerosi problemi ma anche gioire insieme per le buone notizie, che sono talmente poche da dover esser valorizzate.
    Concludo riassumendo con due parole il mio pensiero sull’assistenza a questi malati, meritevoli come gli altri di cure di fine vita degne di questo nome: prudenza e disponibilità.
    Intenzionalmente non ho letto i commenti di chi mi ha preceduto per non esserne influenzato. Mi scuso se ho ripetuto concetti già espressi da altri.
    Un abbraccio a tutti voi

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie Alessandro per questo tuo contributo, che mi vede del tutto concorde. Non si può disimpegnarsi, occorre prudenza, e disponibilità. So quanto sia dura l’assistenza in questo terribile momento. E voglio dirti quanto io sia vicina col pensiero a te e a tutti voi. Un abbraccio.

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