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Tag Archivio per: Stefano Colavita

Il dolore degli altri: l’esperienza di un cerimoniere. Intervista a Stefano Colavita, di Marina Sozzi

17 Gennaio 2019/3 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

Come hai deciso di diventare cerimoniere al tempio crematorio di Torino?

Non è stata una vera e propria decisione. Direi più semplicemente che è successo, in modo del tutto casuale e inaspettato. Verso la fine del 2013 un caro amico – ai tempi impiegato alla Socrem come cerimoniere – mi chiese se fossi disposto a sostituirlo, visto che stava progettando di trasferirsi all’estero per motivi familiari. La sua decisione di andarsene era stata piuttosto improvvisa, e c’era questo posto vacante da coprire con una certa urgenza. Io avevo appena concluso, in modo non del tutto indolore, quel genere di iter universitario all’insegna della precarietà più disperata che dottorandi e assegnisti di ricerca purtroppo conoscono bene, e l’idea di tentare nuovi percorsi non mi dispiaceva. Il mio curriculum era abbastanza in linea con il profilo richiesto perché, fra le altre cose, durante gli anni universitari mi ero occupato di tanatologia e avevo discusso una tesi di dottorato sugli eufemismi luttuosi. Inoltre mi trascinavo dietro un discreto bagaglio di cultura generale e avevo anche una certa esperienza nell’ambito della lettura performativa. Qualche giorno dopo l’invio del curriculum, l’allora direttore del tempio di corso Novara mi contattò per un incontro conoscitivo. Probabilmente il colloquio andò bene perché di lì a poco mi richiamò proponendo di dare inizio al percorso formativo. Da allora sono passati cinque anni, e ancora non mi hanno cacciato.

Che cosa significa avere a che fare ogni giorno con il dolore e il lutto degli altri? Hai messo in atto qualche strategia per gestire questo difficile e delicato compito nella tua vita?

L’altrui dolore è una materia oscura e delicata, difficilissima da manovrare. Non la conosci, puoi solo intuirne le forme, entrare in contatto con il suo riverbero. Il tuo compito, come cerimoniere, è quello di gestire questa massa fluida senza appropriartene, sfiorandola appena, tentando l’intricatissima impresa di entrarvi dentro senza toccarla e soprattutto senza farti toccare. È un po’ come infiltrarsi in una grande bolla di sapone, restare lì dentro il tempo che serve, per poi uscire fuori con estrema cautela, in punta di piedi, evitando di farla scoppiare. All’inizio è arduo, il pericolo di lasciarsi coinvolgere è sempre dietro l’angolo. Ricordo che nei primi tempi l’idea di gestire cerimonie per bambini mi atterriva. Poi, un passo alla volta, impari a fare ordine, a collocare le cose nel posto giusto, soprattutto ad affinare la consapevolezza che un ruolo del genere impone disciplina, lucidità e un profondo autocontrollo. Ogni cerimoniere ha le sue strategie per evitare che il dolore degli altri lo colpisca, non esiste una regola, è tutto molto soggettivo. Certo non siamo macchine, non sono rari i casi in cui cerimonie particolarmente intense lasciano il segno. A volte si fatica perfino a trattenere le lacrime. Direi che il modo migliore per imparare a gestire gli aspetti più disturbanti sia quello di instaurare un dialogo continuo con gli altri cerimonieri, gli aiuto cerimonieri, i cremazionisti, gli operatori del settore, e così via. Parlare, raccontarsi, dedicare tempo al confronto con le esperienze emotive di chi osserva gli eventi dalla tua stessa prospettiva, è davvero molto importante. Così come è utilissimo ritagliarsi spazi per scherzare e prendersi in giro. Sembra brutto dirlo, ma se non trovassimo il modo di ridere ogni tanto fra un funerale e l’altro sarebbe tutto più difficile.

Il tuo è un punto di osservazione fondamentale per capire come le persone partecipino al lutto degli altri, per lo meno nella fase dei riti di morte. C’è qualcosa che hai osservato e che ti sembra importante comunicare?

Ogni giorno assisto agli effetti che il trauma della mutazione provoca nei dolenti. L’aspetto che mi colpisce sempre è il disorientamento dei superstiti di fronte al fatto che dentro quel feretro c’è un corpo e che quel corpo sta per diventare polvere. Sono convinto – lo sottolineo spesso – che il vero dramma non stia tanto nei dubbi su cosa succeda dopo la fine, ma nel senso di smarrimento che si prova al cospetto di un cadavere. Una delle domande che i partecipanti al rito funebre mi rivolgono con maggiore frequenza è se il defunto proverà dolore nel momento in cui verrà consumato dalle fiamme. Questo cruccio – molto più diffuso di quanto non si possa credere – restituisce bene la misura di quanto, per la nostra cultura, il corpo sia ancora una cosa viva anche quando smette di respirare. Anche il più devoto fra i credenti su questo terreno crolla, autodenunciando così, più o meno consapevolmente, un gigantesco irrisolto. Per spiegare meglio questo aspetto, che ritengo cruciale, uso spesso quello che chiamo il gioco del sassolino. Ecco, immaginiamo un mondo in cui il decesso di un uomo non preveda il progressivo disgregarsi dei tessuti biologici, ma l’immediata trasformazione in sasso, come un chicco di mais che diventa pop corn. Puff, ecco, signori: questa è la morte. Quali scenari aprirebbe una prospettiva del genere? Dal punto di vista dell’elaborazione del lutto, ne sono convinto, un ribaltamento completo. Il peso dell’evento traumatico si scaricherebbe in modo decisivo. Sicuramente affideremmo all’entità sasso un valore meno trascurabile, questo sì, il che consentirebbe l’apertura a nuovi orizzonti rituali. Immagino tasche piene di antenati da portare a spasso, e giardinetti pubblici lastricati di defunti irriconoscibili. Ma penso che non ci farebbero così tanta paura. Né loro, né la morte in sé.

È cambiato il tuo rapporto con la vita e con la morte da quando fai questo lavoro?

Apparirà scontato, ma quando la morte e i suoi effetti entrano a far parte della tua quotidianità, la consapevolezza di quanto la nostra esistenza sia appesa a un filo davvero sottile diventa lampante. È un costante memento mori che ti costringe a riflettere sul senso delle tue azioni, sul valore del tempo, sull’importanza di vivere ogni istante sapendo che potrebbe essere l’ultimo. Non solo l’ultimo tuo, naturalmente, ma l’ultimo delle persone che ami: amici, genitori, figli. Mi considero un agnostico orientato all’ateismo, non credo nell’aldilà, nella resurrezione dei corpi, nelle rassicuranti fantasie promesse dalle religioni, quindi il pensiero della mia morte non mi procura alcun senso di angoscia. Temo più la prospettiva di una malattia dolorosa, o dell’invalidità, e l’eventualità di andarmene prima che i miei figli diventino adulti. Inoltre trovo problematico gestire la prospettiva di una perdita irrimediabile, perché se muore qualcuno che ami, per come la vedo io, non avrai mai più occasione di incontrarlo. Allo stesso tempo avere familiarità con la morte ti aiuta a comprendere quanto sia importante ricondurla a una dimensione naturale, direi perfino ovvia. Fa parte di noi, confinarla nel nebuloso territorio degli spauracchi non ci aiuta a vivere meglio. Così come non ritengo sano vivere nell’ansia di essere dimenticati, perché a pensarci bene è proprio questo l’aspetto della morte che più atterrisce, l’idea di sparire per sempre. Eppure niente è eterno, non lo è il mondo, non lo è l’universo, non lo siamo noi. Che ci piaccia o no, siamo destinati all’oblio, forse l’unica strada percorribile per risolvere i nostri problemi con la Nera Signora è educarci a dialogare con il valore della dimenticanza. Per quanto mi riguarda, spero che quando morirò mi dimentichino in fretta. Faccio mia una frase di Montaigne che negli Essais scriveva: «Desidero che si agiscano e si allunghino gli affari della vita finché si può, e che la morte mi trovi mentre pianto i miei cavoli, ma noncurante di essa e ancor più del mio giardino non terminato». Ecco, lavorare al tempio crematorio mi ha aiutato a comprendere meglio il significato di queste preziose parole.

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