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Tag Archivio per: sepoltura

I riti degli altri. L’islam, di Marina Sozzi

25 Marzo 2019/7 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In un contesto politico come l’attuale, dove si è estremizzato il problema dell’immigrazione ben oltre la sua reale portata per il paese, apparirà controcorrente parlare di riti funebri degli immigrati. Eppure, questo è un aspetto dell’integrazione auspicabile, che non ha perso valore perché se ne parla meno di anni fa.

Molti hanno letto il bellissimo libro Naufraghi senza volto, di Cristina Cattaneo, medico legale impegnata a dare un nome, un’identità e se possibile un rito ai cadaveri ritrovati nel Mediterraneo. Ma non tutti muoiono in mare, per fortuna, e il nostro paese ha un’immigrazione composita, sia dal punto di vista della provenienza geografica, sia da quello delle molteplici “fattispecie”: immigrati regolari residenti, richiedenti asilo, e clandestini. In totale, comprendendo anche gli immigrati comunitari, si giunge a un numero approssimativo di 6 milioni di persone, il 10% della popolazione.

Anni fa il tema della morte degli immigrati era meno attuale, essendo l’immigrazione costituita da giovani venuti in Italia per lavorare, e che spesso avevano il sogno del ritorno in patria. Ma poco per volta le cose stanno cambiando, anche per via dei ricongiungimenti familiari che hanno mutato il progetto migratorio e visto giungere nel nostro paese anche degli anziani. E, purtroppo, muoiono anche i giovani.

Le strutture sanitarie e gli hospice, infatti, si interrogano sovente sui costumi che varie culture rappresentate nel nostro paese hanno intorno al tema della morte e dei rituali, perché temono di non essere all’altezza di accompagnare persone di altre culture o religioni. Per questo vorrei riprendere su questo sito una ricerca che condotta anni fa, nel 2010, da Alessandro Gusman in collaborazione con altri antropologi, che ha dato vita al volume Gli Altri Addii, e che certo avrebbe bisogno, oggi, di essere ripetuta e ampliata. Tuttavia, alcune indicazioni di carattere generale sono probabilmente ancora valide.

Cominciamo dal rito islamico, senza mai dimenticare che, come ci sono tanti cattolicesimi quanti sono i cattolici nel mondo, lo stesso vale per la religione musulmana. Non solo le forme di religione musulmana variano con il paese di origine, la corrente religiosa (sunniti o sciiti), ma anche (questo non va mai dimenticato) le esperienze degli individui, la loro storia di migrazione, la loro personalità.

Per quanto riguarda i riti funebri, in particolare, solo poche prescrizioni essenziali giungono dal Corano. La maggior parte si ritrovano nella Sunna, raccolta di insegnamenti etici e giuridici per la comunità musulmana, originariamente orali. E per il resto, conta la tradizione popolare, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti sociali del rito e il periodo del lutto. Questa è la ragione per cui si trovano nel mondo musulmano forme molto diverse tra loro di svolgimento del rito funebre, ispirate a una differente religiosità popolare a seconda della zona di provenienza.

L’essenziale, però, è semplice e asciutto. E’ importante che intorno al morente siano presenti parenti e amici, per fagli coraggio ed essere testimoni della sua ultima professione di fede.

Quando una persona di religione islamica muore, deve essere sepolta entro ventiquattro ore. L’elemento irrinunciabile del processo funebre è però il lavaggio rituale della salma, che ha il significato di una purificazione, e i cui gesti sono codificati nella Sunna. Il lavaggio deve essere fatto da familiari o amici del defunto, dello stesso sesso (tranne nel caso del coniuge), partendo dalle estremità superiori del corpo e procedendo verso quelle inferiori. La testa deve essere un po’ sollevata, così che l’acqua scorra dall’alto verso il basso. Alla fine del lavaggio, il corpo morto è avvolto da un numero dispari di teli bianchi, tre per gli uomini e cinque per le donne. L’integrità del corpo è molto importante.

Prima della sepoltura occorre anche recitare delle orazioni, in una moschea o in un altro luogo di preghiera. Alla glorificazione di Allah, alla benedizione del suo profeta, seguono le invocazioni in favore del defunto. Non è indispensabile che sia presente un imam, la preghiera può essere guidata da un familiare.

Poi ci si reca al luogo dell’inumazione, trasportando il morto su una lettiga. Il corpo deve essere calato nella fossa tradizionalmente senza bara, su un fianco, con la testa orientata verso la Mecca. La tomba è di estrema semplicità, senza foto né fiori, delimitata solo da pietre, mentre ogni altro tipo di sepoltura, la cremazione ma anche la tumulazione, sono vietate. I musulmani dovrebbero essere sepolti tra altri musulmani, il che richiede, nel paese di accoglienza, la disponibilità dei Comuni a riservare agli islamici aree specifiche del cimitero.

A questo essenziale processo funebre si aggiungono, in diverse zone del mondo musulmano, pasti offerti dalla famiglia ai partecipanti al funerale, per ribadire che la vita continua dopo la morte e che la comunità dei vivi è coesa intorno a chi ha subìto una perdita; inoltre, talora sono in uso visite alla tomba nel quarantesimo giorno dopo la morte, accompagnate da distribuzione di elemosine e cibo (pane e fichi) agli indigenti e ai custodi del cimitero.

La presenza delle donne ai funerali è tollerata in alcuni luoghi ed esclusa in altri: occorre non disperarsi per la morte, è necessario ostentare misura nei gesti, per testimoniare la fede nella resurrezione. Ma anche questa indicazione non è universale nel mondo islamico.

Ora, descritto sinteticamente l’essenziale del rito islamico, che cosa accade quando i musulmani vivono in terra d’accoglienza, e in particolare in Italia?

Il lavaggio rituale della salma viene in genere eseguito nelle sale autoptiche degli ospedali o degli obitori, da volontari della comunità islamica che ne conoscono i gesti. La sepoltura entro un giorno non è quasi mai possibile in Italia: le nostre leggi chiedono che la sepoltura avvenga dopo un minimo di 24 ore (che diventano 48 in caso di morte improvvisa), ma tradizionalmente i tempi sono più dilatati. Inoltre, per la legge italiana occorre seppellire con la bara, per ragioni di igiene pubblica. Se poi la scelta ricade non su una sepoltura in terra d’accoglienza, ma sul rimpatrio della salma, la deritualizzazione della morte musulmana è inevitabile: la spedizione del corpo del defunto deve avvenire mediante bara foderata di zinco, una bara che non potrà più essere aperta nel paese di origine. Sovente infatti la spedizione richiede un certo numero di giorni, affinché sia possibile sia raccogliere la cifra necessaria per il volo aereo della bara, sia espletare le pratiche burocratiche.

Altra questione è quella del cimitero. I nostri cimiteri sono organizzati con una rotazione delle fosse, ogni circa dieci anni (e i resti vengono posti negli ossari comuni), mentre gli spazi, anche privati, sono assegnati in concessione al massimo per 99 anni. Per i musulmani, invece, la sepoltura è definitiva, e non è prevista alcuna esumazione.

In genere gli islamici con cui ho parlato nel corso degli anni non si sono mai lamentati dello squallore delle sale autoptiche, con le loro gelide apparecchiature, dove viene loro permesso di fare il lavaggio rituale. Comprendono, inoltre, che non è possibile derogare rispetto alle leggi, per cui nessuno ha mai chiesto di seppellire senza bara o prima del tempo stabilito. I principali problemi, che negli anni scorsi sono emersi, riguardano le aree islamiche nei nostri cimiteri, presenti non in tutte le città.

Sarei molto interessata a sapere la vostra opinione sugli “altri addii”: è importante offrire agli appartenenti a religioni minoritarie, o a minoranze etniche, le condizioni per poter compiere i riti della loro tradizione? Avete episodi da raccontare in merito? O vostre riflessioni?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/03/download-1-2.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-03-25 09:30:202019-03-25 09:30:20I riti degli altri. L’islam, di Marina Sozzi

Cimiteri islamici in Italia?

7 Novembre 2012/8 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In tutta Italia si sta discutendo se sia opportuno creare lotti dedicati agli islamici e ad altre religioni nei cimiteri comunali. Alcune città resistono alle richieste degli islamici, come Pordenone. Altre, in modo più attento e realistico, costruiscono risposte, come è accaduto due anni fa a Fossano in seguito alla morte sconvolgente di un bimbo di nove anni, e come succede oggi a Torino.
A Torino, infatti, la Giunta comunale ha approvato una delibera (presentata dal vicesindaco Tom Dealessandri e dall’assessore Ilda Curti) che consentirà alle comunità immigrate (il 17% della popolazione), di dare sepoltura ai loro cari in città, nel rispetto delle loro tradizioni religiose, istituendo spazi per ogni religione nel cimitero monumentale.
Cos’è in gioco in queste decisioni?
L’obiettivo dell’integrazione non è certo raggiungibile solo attraverso i cimiteri. Tuttavia, si tratta di un’importante dimostrazione di rispetto e di attenzione. La nostra Costituzione, peraltro, prevede la libertà di culto. Accogliere in un paese significa anche creare le condizioni perché chi arriva possa sentirsi – se non proprio a casa – quantomeno radicato e integrato.
Le discussioni sui cimiteri islamici sono un segno dell’era contemporanea, che obbliga ciascuno di noi, credente o non credente, a tener conto della complessità e della pluralità culturale. Parlo proprio anche ai laici come me. In fondo un laico potrebbe affermare che i cimiteri in Italia sono comunali, non religiosi, e che non si vede perché sia necessario costruire dei lotti islamici o dei cimiteri dedicati a loro (ma quante croci stanno dentro i nostri cimiteri comunali?). Ho sentito dire molti laici che per gli islamici sarebbe sufficiente orientare la bara verso la Mecca e mettere i simboli della religione musulmana. E che questo dovrebbe valere per tutti.
Nonostante questa sia una posizione che mi ha fatto riflettere, oggi sono convinta che chi è veramente laico deve saper ascoltare anche le differenti comunità religiose e comprendere le loro esigenze. Che sono diverse da quelle dei cattolici e dei laici autoctoni, a partire dalla durata della sepoltura. Vi sono comunità che hanno bisogno di ripiegarsi sulle proprie usanze rituali. E un laico dovrebbe, secondo me, non fermarsi a una tolleranza distaccata, ma aprirsi all’interesse e alla collaborazione. Lo stesso dovrebbe fare ogni religione, che ha diritto di desiderare la separatezza, fino a quando quest’ultima non diventa esclusione e integralismo. E questo sì, vale per tutti.
Fino a non molti anni fa, gli immigrati propendevano per il rimpatrio delle salme, nonostante il costo molto alto. Si trattava di una prima fase, caratterizzata dall’immigrazione di giovani, la cui famiglia restava nel paese d’origine. Il progetto di migrazione era partire, lavorare e tornare a casa. Oggi sono molti i ricongiungimenti familiari nel nostro paese, e i figli di chi muore sono spesso nati in Italia. Il rimpatrio, così, che era già un evento problematico e traumatico, diviene sempre più privo di significato. Alcuni studiosi, ad esempio gli algerini Yassine Chaïb e Atmane Aggoun hanno messo in luce, per la Francia, le difficoltà poste dai rimpatri. Difficoltà in primo luogo economiche, e poi rituali. Il lungo periodo richiesto dalla colletta per racimolare il denaro necessario per il rimpatrio impone l’uso della bara di zinco per il trasporto, bara che non è più apribile dalla famiglia che riceve la salma. La tradizione vorrebbe, invece, la sepoltura del corpo, avvolto nel solo sudario, nella nuda terra. Una deritualizzazione è di fatto imposta ai migranti, che non possono svolgere il rito tradizionale né in terra d’origine né in terra d’accoglienza. Tale situazione rende più rispondente alle necessità la soluzione di seppellire i propri cari in terra d’accoglienza, anche per via del succedersi delle generazioni d’immigrazione.
Credo che, oltre all’importante tema delle concessioni di aree islamiche presso i cimiteri, occorra garantire ai musulmani che vivono nel nostro Paese il rispetto del lavaggio rituale dei corpi in luoghi adeguati, meno freddi e tecnici delle sale settorie delle camere mortuarie, dove oggi avvengono. A tal fine, è necessaria anche un’adeguata formazione interculturale per gli operatori sanitari e funerari che spesso, di fronte al morente o al defunto di un’altra cultura, sono in difficoltà e non sanno che pesci pigliare, provocando a volte disagio e rabbia.
Per questo auspico che la municipalità di Torino, che ha ben cominciato l’opera, non si fermi e proceda anche all’identificazione di una sala del Commiato multiculturale in città, priva di simboli (o con simboli amovibili) che possa servire sia ai laici che a religioni diverse da quella cattolica.
Vorrei concludere citando e sottoscrivendo le parole di Daniele Rocchetti, vice presidente di Acli Bergamo e responsabile di Molte fedi sotto lo stesso cielo, che invita chi ha paura dello straniero (e chi questa paura la sfrutta politicamente) a “ragionarci sopra, e soprattutto ragionarci insieme: nel confronto serio delle posizioni, non solo con la ripetizione di slogan facili e popolari. Non è così che si costruisce una sana democrazia. Tanto meno una democrazia inclusiva. E ancor meno una città in cui è bello e piacevole vivere. Questo modo di porre i problemi complica la vita di tutti noi. E la rende meno sicura, non di più.”

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