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Tag Archivio per: Nicola Ferrari

Il lutto soffocato dal Coronavirus: cosa fare? di Nicola Ferrari

9 Aprile 2020/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Solitamente questo blog pubblica solo testi originali, scritti per  “Si può dire morte”. Tuttavia, per l’importanza e l’utilità di questa riflessione sul lutto di Nicola Ferrari, abbiamo deciso di pubblicarlo anche qui, nonostante  si trovi sul sito dell’associazione Maria Bianchi.

“È stato ricoverato d’urgenza e da allora non ci ha più visto, non ha sentito le nostre voci, non ha più sentito la nostra forza. E quando è morto me lo hanno detto con una chiamata, al cellulare, neanche ti possono guardare negli occhi. Ho richiamato il dottore una, due, dieci volte perché volevo sapere cosa ha detto, cosa ha fatto prima di morire. Come sono stati gli ultimi momenti? Quali sono state le sue ultime parole? Mi hanno detto che voleva andare a casa, che voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi.”

Questa testimonianza è solo una delle tante che in queste settimane si possono trovare in rete e sui giornali e molte altre ne compariranno prossimamente. A tutt’oggi ci sono circa 17.600 decessi in Italia e 72.700 nel mondo: calcolando che in molti Stati l’epidemia è solo a livello iniziale, quante famiglie nel giro di pochi mesi saranno in lutto?
Quante società sportive, gruppi di vario tipo, colleghi di lavoro, amici d’infanzia, comunità religiose e laiche si troveranno senza uno di loro? È del tutto realistico pensare a cifre con sei zeri.

E tutta questa immane quantità di persone in lutto si ritroverà accomunata da un’esperienza molto simile: non aver potuto stare accanto a chi stava morendo, non avergli fatto sentire l’amore, il sostegno, l’amicizia; non essere riuscito ad ascoltarlo, a farsi vedere, ad abbracciarlo, aver vissuto la consapevolezza ora dopo ora che il decesso di chi amo sta arrivando ed essere costretto a restare lontano, a casa, impotente e incapace.

Ma non finisce qui: perché poi c’è la vestizione del corpo, che non si può fare, non lo si può preparare con dignità e cura e poi c’è la salma che non si può vedere perché la bara va chiusa in fretta per motivi sanitari e poi c’è il funerale che non c’è: non c’è il rito, non c’è il saluto, non c’è il piangere con chi è disperato come me, non c’è il sentirsi parte di una piccola comunità o di una grande famiglia. Non c’è la possibilità di sapere che sei seppellito dove ti spetta di stare ma, molto spesso, ammucchiato dove c’è posto, insieme ad altri anonimi defunti. E pure se si è tra quelli che hanno un posto dove andare a ricordare o pregare chi hai perso, non lo puoi nemmeno vedere da lontano.
– Ha finito di soffrire – è la consolazione di chi rimane. E ovunque collochiamo il nostro caro, probabile che sia così.
Per lui.
Non per chi rimane, non per chi l’ha amato o gli ha voluto bene, non per chi lo stimava, lo desiderava o anche solo lo sopportava e lo accettava così, come era, come lui faceva con noi. Cosa accade allora a chi resta?

Dinamiche del lutto da Coronavirus

Nei tempi immediatamente successivi al decesso, come stiamo constatando dal nostro osservatorio tramite i contatti che ci arrivano, nei parenti-famigliari-amici di chi è morto per Coronavirus si manifestano:

–  un intenso senso di colpa (avrei potuto cercare di vederlo, potevo pensare di fargli avere un cellulare per comunicare, dovevo mandargli un messaggio tramite un infermiere o un dottore…);

–  sensazione di sconforto dovuta al pensiero di avere mancato, di avere fallito umanamente nei confronti di chi è morto (non sono stato in grado di dirti che sono qui con te, di proteggerti, di consolarti);

–  pensieri frequentissimi, a volte snervanti e molto acuti, fortemente deprimenti e carichi di angoscia perché riferiti in maniera continua a ricostruire o immaginare come la persona deceduta avrà vissuto gli ultimi giorni (cosa avrà pensato? Come si sarà sentito restando da solo?);

– ira e rabbia per il senso di ingiustizia che si prova dovuto proprio alla causa della morte (non è giusto che mio padre sia morto così, non si può morire di qualcosa che non si vede, di un virus che arriva da lontano, non è possibile morire perché la scienza non trova un vaccino…).

E poi ci saranno, di certo più complesse da decifrare ed affrontare, tutte le conseguenze nei tempi più lunghi, quando l’emergenza finirà e si potrà tornare ad una graduale normalità: con le bare già interrate, sarà possibile svolgere un ‘secondo’ funerale? E se non lo sarà, come si può salutare chi amiamo senza la ritualità confortante e aggregante che da sempre genera un funerale religioso o civile?

Quanto inciderà la gioia di poterci riabbracciare, essere liberi e uscire, il desiderio di riprendere quegli impegni che almeno un po’ ci avvicinano alla vita di prima, con il dolore e lo strazio represso di dover andare, settimane dopo il decesso, nella casa del papà, del nonno, nell’incontrare i parenti del nostro amico o collega defunto, nello svolgere le pratiche burocratiche ineliminabili?

Si vivrà un secondo lutto condiviso ed espresso, dopo il primo chiuso e quasi totalmente taciuto?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che emergono; molti altri ne appariranno presumibilmente con il protrarsi dell’isolamento e con la modificazione di alcune variabili (la questione economica, ad esempio, sarà uno di quegli aspetti della vita dei prossimi mesi che inevitabilmente creerà ripercussioni a vari livelli, così come la durata del periodo di chiusura lavorativa e distanziamento sociale e la maggior o minore capacità della gente di riattivare forme di coesione sociale sul territorio).

Ma se di fronte a queste e altre difficoltà, quello che possiamo fare è al massimo ipotizzarle e prepararci ad intercettarle se si manifesteranno, tanto invece si può ora mettere in campo.

Cosa fare adesso?

Ossigenare il lutto.
Infondergli l’aria, quella stessa che passa attraverso i bocchettoni, i tubi, il casco che vedevamo solo nei film strappalacrime e che ora sono il simbolo della guerra in corso.

Bisogna creare le condizioni perché lo strazio di questo lutto soffocato possa respirare a pieni polmoni: il dolore che si narra, che ha pieno diritto di cittadinanza quando trova luoghi, persone, momenti per essere raccontato e accolto da altri, diminuisce, nell’immediato, la sua carica angosciante, permettendo un iniziale senso di maggior sollievo e minore solitudine; se questo processo narrativo si riesce a proseguirlo e a condividerlo con altri nella mia stessa situazione, diventa allora possibile continuare a ricordare il proprio caro, o almeno iniziare a farlo, e a recuperare il suo lascito esistenziale (vero obbiettivo di un percorso rielaborativo) nonostante l’isolamento in casa, l’impossibilità di svolgere il funerale, di incontrarsi con altri parenti o amici affranti.

Le possibilità sono varie, oltre a quelle più evidenti e utilizzate spontaneamente che si riferiscono cioè all’uso della rete, dei social, dei cellulari e di tutto quello che può essere utilizzato per creare contatti:

–  individuare un tempo preciso durante la giornata da dedicare a chi abbiamo perso. Può essere un momento anche breve, magari ripetuto più di una volta durante le settimane ma è importante, soprattutto se non si è in casa da soli, che sia concordato, preparato, atteso. Un momento specifico, apposta solo per te che non ci sei più, che definisce una pausa nella quotidianità imposta e che sottolinea che ora niente è più importante di te;

–  preparare lo spazio nel quale staremo per ricordarti: non c’è bisogno di nulla di complesso, servono segni che rendano questo luogo intimo, dedicato, rispettoso. Può bastare una candela, una diversa disposizione delle sedie, la ricerca di una luce calda, una semplice attenzione e novità per terra, appesa al muro, sul divano, nel tavolino;

–  narrare quello che si prova: a voce alta, ognuno agli altri ma anche senza suono alcuno, sapendo comunque che tutti sappiamo che stiamo raccontando. Riempire di parole il dolore, farlo emergere, dettagliarlo, permettere che la sofferenza interna acquisisca forma e caratteristiche perché tutto ciò che si nomina, se le parole usate sono cor-rispondenti a ciò che viviamo interiormente, si può affrontare, diventa contemporaneamente dentro e fuori di noi. Oppure si può scrivere (ma il processo è identico): messaggi brevi e lettere lunghe, anche queste da condividere tra i presenti, da leggere a voce alta o da passarsi l’un l’altro in silenzio o da tenere gelosamente tutte per sé;

–  mantenere viva la memoria del nostro caro e ricordare l’intera sua vita, non solo l’ultimo periodo di malattia, per evitare proprio che questa fase finale si fissi in noi diventando totalizzante, dominante e invasiva; chi abbiamo perso era una persona che ha il diritto di non essere ricordata solo per lo strazio degli ultimi suoi giorni perché la sua esistenza è stata assolutamente più ricca e significativa. Aiutarci quindi a ripensarlo come era pienamente: la sua personalità, le sue passioni, i doni e i limiti, i momenti indimenticabili, i viaggi, il cibo che amava… Quando è possibile recuperare fotografie o oggetti a lui appartenuti o comunque significativi, utilizzando anche cellulari, eventuali profili in rete, materiale digitale presenti in computer o tablet: l’impatto è spesso molto intenso e coinvolgente e crea una immediata vicinanza e senso di appartenenza fra tutti i presenti;

–  creare rituali, anche semplici, per salutare e ringraziare il defunto: l’accensione di una candela, l’ascolto di una musica, la lettura di una poesia, la libera espressione di ognuno con una frase, la ripetizione di un gesto particolare appartenuto al suo modo di fare, piantare un nuovo fiore, seme o albero se si ha un giardino o dei vasi…;

–  progettare il futuro: una volta finito l’isolamento, ci saranno tante incombenze da svolgere legate al funerale, eredità, casa, altre persone coinvolte…. Decidere insieme come gestire tutto quanto come modo da un lato per ‘continuare’ la vita e dall’altro per testimoniare concretamente l’amore per chi abbiamo perso prendendoci cura di tutte le conseguenze.

“Voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi” è la testimonianza inserita all’inizio, ma che corrisponde all’esperienza che hanno avuto migliaia di persone in riferimento ad un loro caro deceduto da solo in ospedale.

E anche se non ho potuto esserci, se non ci sono state le condizioni oggettive per restare con te, tenerti la mano, farti sentire il mio amore e la mia vicinanza concreta, posso dirlo ugualmente anche adesso: “sono qui, sono qui per te, sono sempre qui.”

Lo posso fare adesso, anche se non ci sei più, e lo posso dire a testa alta se decido che no, no padre mio, no nonna, no figlio mio: non te andrai da questa terra, non te ne andrai definitivamente da questa terra.
Perché fino a quando sarò vivo, io ti ricorderò.
Dirò a chi ho intorno che persona eri, lo dirò onestamente, senza enfatizzare; e per quel poco che sarò capace di fare, trasmetterò ciò che hai lasciato alla mia vita e a quella di chi ancora amo.

Non è indispensabile uscire di casa per iniziare tutto questo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/04/candele_fiaccolata_1075x500-e1586425613948.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-04-09 11:48:392020-04-09 11:48:39Il lutto soffocato dal Coronavirus: cosa fare? di Nicola Ferrari

Lutto e Narrazione Guidata: una metodologia innovativa.

23 Settembre 2013/7 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

C’è una domanda che mi capita di pormi, quando qualcuno intorno a me perde una persona cara, e constato che le reazioni individuali sono spesso molto diverse. Perché alcune persone sono resilienti, e riescono a far fronte con stoicismo e serenità al loro lutto, e altre precipitano in un malessere profondo e hanno bisogno d’aiuto per superare il sentimento di perdita?
Propongo il mio interrogativo a Nicola Ferrari, psico-pedagogista che anima, dal 1986, l’associazione Maria Bianchi, che ha lo scopo di sostenere gli individui in lutto e di formare il personale curante su questi temi.
Nicola Ferrari sostiene che dal 1986 a oggi la richiesta di aiuto è molto cresciuta in Italia, e che la capacità di convivere col dolore per la perdita non è molto diffusa: non siamo abituati a immaginare di affrontare la vita senza i nostri affetti. La resilienza si attiva, invece, in un secondo momento, quando si riesce a comprendere che la sofferenza esiste, ma si può decidere cosa farne, non è ineluttabile lasciarsene sommergere. Allora, cambia l’esperienza della perdita.

Chi sono coloro che si rivolgono a voi?
In genere, il 60, 70% delle persone che arrivano all’associazione sono reduci da un’altra esperienza di supporto, che non è stata efficace. Capita non di rado che alcuni abbiano già intrapreso senza successo una terapia psicologica o psicoanalitica.
Inoltre, vedendo chi sono i nostri utenti, dobbiamo sfatare il mito secondo cui ha bisogno d’aiuto chi non è sostenuto dalla famiglia o chi viene abbandonato dagli amici. Viceversa, anche gli individui con congiunti amorevoli e amici capaci di vicinanza hanno l’esigenza di un aiuto esterno. Evidentemente, cercano qualcosa di diverso nel supporto che chiedono alla nostra associazione: probabilmente desiderano cogliere il significato del dolore che provano.

Come aiutate i dolenti?
Utilizziamo tre strategie, a seconda delle esigenze di chi è in lutto: gli incontri individuali, i gruppi di auto mutuo aiuto e il servizio di corrispondenza. Questi tre modi hanno una logica comune, s’ispirano a un unico modello d’intervento che è quello della Narrazione Guidata. Le persone in lutto raccontano la loro storia e trovano in primo luogo un ascolto attento e attivo, empatico. Poi, gradualmente, sono guidate a riflettere sulla narrazione che loro stessi hanno fatto, sui termini che hanno utilizzato e sul loro preciso significato. E’ quasi un’analisi linguistica. Nella ricerca del termine che corrisponde puntualmente all’emozione, trovano la verità di ciò che sta loro accadendo.

Un esempio?
Quando un dolente dice di provare un dolore “infinito”, si può ad esempio chiedergli che cosa intenda per infinito. “E’ piuttosto un dolore illimitato, ossia ti sembra che non debba mai finire? O è molto esteso, nel senso che occupa la tua vita in ogni suo aspetto?” La migliore definizione dei termini lo aiuta a cogliere cosa prova. E’ una chiave di volta per iniziare a modificare il punto di vista sul proprio dolore, a smettere di subirlo e a trasformare la riflessione linguistica in azione.

Come avviene la narrazione nel servizio Cor-rispondenze?
Avviene quasi completamente tramite internet anche se è possibile utilizzare lo scambio tramite lettera postale. Vi sono sei operatori esperti che rispondono alle mail. Far “risuonare” interiormente il dolore altrui, trasmetterlo e condividerlo con parole scritte, può aprire una via e favorire, in chi vive un lutto, un tentativo di riconciliazione con se stessi, con la vita e con la persona perduta per sempre. Si crea e condivide insieme uno spazio dove il cambiamento esistenziale diventa possibile.

Avete buoni risultati?
In genere i feedback che ci arrivano sono positivi. Aiutiamo circa 130/150 persone l’anno. Quando rimaniamo in contatto con i nostri ex utenti, ci rendiamo conto che parlano del congiunto che hanno perduto anche sorridendo. Purtroppo molte persone non riescono ad ammettere di essere in difficoltà, e così preferiscono soffrire piuttosto che accedere all’aiuto che avrebbero a portata di mano.

Come lavorate? Avete finanziamenti?
Lavoriamo tutti gratuitamente, come volontari, e spesso mettiamo anche denaro nostro nell’associazione. Le uniche entrate sono le quote associative, gli eventi di raccolta fondi, il 5xmille, che servono a nutrire la mediateca, che nella nostra sede di Suzzara, vicino a Mantova, mette a disposizione gratuitamente al pubblico a tutt’oggi ca. 1000 libri, 100 DVD, numerosi atti e dispense, tutti sul tema del lutto e della relazione d’aiuto.

Avete altri progetti?
Stiamo pubblicando un libro sul servizio Cor-rispondenze, che uscirà presto in formato e-book: un saggio che contiene gli aspetti teorici, metodologici e numerose semplificazioni di cor-rispondenze già terminate. Sarebbe un modo per diffondere la metodologia della Narrazione Guidata.

Ringraziando il dottor Ferrari, vi invito a andare a dare un’occhiata al sito: www.mariabianchi.it, dove troverete maggiori dettagli sul tema del lutto, sul modo di affrontarlo proposto dall’associazione e su come accedere all’aiuto offerto dall’associazione Maria Bianchi. E, se posso suggerirvi un gesto simbolico, iscrivetevi, credo che valga la pena dimostrare il nostro sostegno a chi fa volontariato per ridurre l’altrui sofferenza.
Un’ultima domanda a voi: che ne pensate di questa metodologia della Narrazione Guidata, anche per corrispondenza? La suggerireste a un vostro amico o parente in lutto?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/09/images1.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-09-23 16:12:062013-09-26 13:16:25Lutto e Narrazione Guidata: una metodologia innovativa.

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